Rivista trimestrale
Fascicolo 2/2008

I magistrati, il fascismo, la guerra

di Giancarlo Scarpari
Un saggio che percorre la storia della giurisdizione dal consenso al regime di una magistratura disciplinata gerarchicamente e controllata dal governo, alle politiche totalitarie, le divisioni della guerra e le drammatiche scelte che coinvolsero i magistrati, fino alla Liberazione e all’avvio di un lento rinnovamento sotto l’egida della Costituzione

1. Il consenso al regime

Il passaggio dallo Stato liberale al regime fascista non era stato per l’apparato giudiziario particolarmente traumatico.

Il nuovo regime aveva infatti ereditato una magistratura disciplinata gerarchicamente e controllata saldamente dalle autorità di governo: il pubblico ministero era «il rappresentante» dell’esecutivo presso l’autorità giudiziaria, tutti i magistrati erano sottoposti «all'alta sorveglianza» del Ministro di grazia e giustizia e il potere politico nominava i capi di Corte e delle Procure generali, cooptandone alcuni per incarichi di governo e altri premiandoli col laticlavio[1]. Questo reticolo istituzionale organizzava così una categoria di circa 3500 funzionari, per lo più provenienti dalle province meridionali, di estrazione medio borghese, educati alla cultura retorico-umanistica delle università del tempo e rispettosi dell’ordine e dell'autorità. L'ideologia dominante li indicava come custodi della legge, sacerdoti del diritto, componenti di un’élite prestigiosa, ma, nella realtà, i giovani magistrati dovevano fare i conti con sedi disagiate e retribuzioni modeste, condizioni migliorabili solo con avanzamenti in carriera; e proprio su questo facevano leva le gerarchie giudiziarie e politiche per edificare la piramide giudiziaria, per selezionare cioè da questa ampia base l’“alta magistratura”, esaltando in tal modo devozioni e conformismo, cooptando i più meritevoli attraverso i concorsi, ma attribuendo al vertice incarichi e posti direttivi con assoluta discrezionalità.

A tutti i magistrati restava, assai magnificata, l’asserita indipendenza; ma anche questa, ove non sacrificata alle pressanti ragioni di carriera, doveva essere costantemente difesa da una duplice, possibile interferenza, quella interna derivante da  interventi dei “superiori”, quella esterna causata dalle pressioni dei “politici”; ma, in realtà, solo quest’ultima veniva vissuta come un attacco alla propria libertà di giudizio, l’altra essendo mera conseguenza di una dipendenza gerarchica, prevista dalla legge e come tale preventivamente accettata.

A questo apparato di funzionari già così disciplinato, il regime, con la riforma Oviglio del 1923, aveva apportato solo alcuni ritocchi, volti a rendere più vincolante la gerarchia “interna”, tramite un sistema di promozioni più selettivo e un controllo rafforzato sugli uffici direttivi; per eliminare i fermenti di rinnovamento, che avevano animato soprattutto la “bassa” magistratura nel biennio 1919-1921, era bastato procedere a una epurazione mirata: diciassette magistrati erano stati di conseguenza dispensati dal servizio nel ’26 e fra questi i maggiori dirigenti dell’Associazione generale dei magistrati italiani, che un anno prima si erano rifiutati di trasformarla in un sindacato fascista e che, per coerenza, ne avevano disposto lo scioglimento[2].

L’epurazione aveva colpito «l’insignificante minoranza di magistrati politicanti», come li aveva sprezzantemente definiti all’epoca Alfredo Rocco[3], ma era servita di monito per tutti gli altri “dissidenti”, che, privi ormai di qualsiasi sponda politica o sindacale, erano subito ammutoliti; l’unificazione in Roma delle varie Corti di cassazione regionali aveva del resto già consentito al governo di intervenire anche ai vertici, determinando l’avvicendamento del Primo Presidente, Lodovico Mortara e del Procuratore generale, Raffaele De Notaristefano, sostituiti da magistrati di spiccate simpatie fasciste; e con Mariano D’Amelio – rimasto a dirigere la Suprema Corte sino al 1941 – e con Giovanni Appiani – che dalle pagine di Gerarchia teorizzava la necessità di ampliare i poteri dei giudici di legittimità, imbrigliati dal formalismo[4] – la Corte di cassazione si allineò subito al nuovo corso, elaborando, una dopo l’altra, ardite interpretazioni giurisprudenziali che fedelmente traducevano in atti giudiziari lo «spirito della Rivoluzione»: alcune sentenze anticipavano la valenza giuridica della Carta del lavoro, altre conferivano la qualifica di pubblico ufficiale al privato componente della Milizia volontaria, altre infine dichiaravano non impugnabilii in sede di legittimità le sentenze emesse dal Tribunale speciale per la Difesa dello Stato. In tal modo la Cassazione, come organo giudicante, da un lato permeava di fascismo la giurisdizione ordinaria e, dall’altro, evitava di farsi carico della «giustizia politica» instaurata dal regime (finendo così per legittimarla)[5]; inoltre, come vertice dell’apparato, sottolineava il carattere vincolante di quelle decisioni, proponendosi come indiscutibile interprete del diritto e tacciando di «aperta ribellione» i giudici di merito che se ne fossero comunque discostati.

Così, se già nel 1929, Alfredo Rocco poteva affermare che «lo spirito del Fascismo (era) entrato nella magistratura più rapidamente che in ogni altra categoria di funzionari e di professionisti», tre anni dopo, il consigliere Antonio Marongiu, celebrando in occasione del decennale la «Magistratura italiana prima e dopo la Rivoluzione», non solo si affrettava a dargli pienamente ragione, ma aggiungeva, ormai prono, che «il giudice (aveva) sempre interpretato la legge fascisticamente», anche prima che la Rivoluzione avesse concluso la sua marcia vittoriosa[6].

In realtà, che la magistratura, alla fine degli anni Venti, fosse tutta pervasa dallo «spirito fascista» era affermazione discutibile e comunque, in concreto, difficile da verificare; certo, l’avvento del fascismo come argine alla sovversione e restauratore dell’ordine era stato accolta  con iniziale favore – e talora con entusiasmo – da quel ceto medio conservatore cui apparteneva indubbiamente la quasi totalità dei magistrati; ma, dopo l’assassinio di Matteotti, l’eccidio di Firenze e il varo delle leggi eccezionali la qualità dell’ordine che il fascismo intendeva imporre al Paese non poteva certo sfuggire a coloro che quelle norme dovevano per primi applicare.

In fondo, gli unici che potevano continuare a svolgere le proprie funzioni con minori contraddizioni erano i magistrati operanti nel civile, settore solo in parte condizionato dalle innovazioni del regime e rimasto, se si eccettua la legislazione sul lavoro, sin quasi alla fine disciplinato dai codici del vecchio Stato; ma istruire processi penali negli anni Trenta o celebrare dibattimenti con le norme liberticide dei codici Rocco (che avevano introdotto istruttorie senza difensore, lunghe carcerazioni preventive, la pena di morte per taluni reati, le misure di sicurezza per gli imputati assolti etc.) e con quelle, ancor più tipiche della dittatura, contenute nella legge di pubblica sicurezza (che praticamente aveva codificato l’arbitrio delle varie polizie) avrebbe dovuto invece creare per magistrati di stampo liberale contraddizioni gravi, al limite insuperabili; per non dire poi della posizione di coloro che avevano scelto di ricoprire il ruolo di Procuratore del Re, un vero e proprio dipendente del Ministro di grazia e giustizia, subordinato persino al prefetto[7] e chiamato ad applicare una “giustizia di partito”, quale componente delle Commissioni provinciali di confino: eppure, nemmeno in questi casi si registrarono dimissioni mirate o manifestazioni di dissenso, mentre l’obbedienza silenziosa prestata dai magistrati a tali normative e alle circolari che le accompagnavano segnalarono all’esterno un’adesione generalmente condivisa.

Ma non fu che l’inizio, perché la dittatura, nel corso degli anni, continuò a stringere attorno a questi funzionari vincoli sempre più pressanti e non solo meramente formali.

Nel 1932, con la riapertura delle iscrizioni, i magistrati furono con insistenza sollecitati a prendere la tessera del Pnf e quasi tutti lo fecero, sollecitati in questo dai loro dirigenti[8]; alla fine di quello stesso anno Mussolini, con un decreto del 17 dicembre, stabilì che l’iscrizione era obbligatoria per poter essere ammessi ai concorsi statali, ivi compreso quello di accesso alla magistratura: ciò significava che la militanza nel Partito diventava, per il cittadino italiano, una condizione essenziale per vedersi riconosciuta la piena capacità giuridica di diritto pubblico; e l’iscrizione, lungi dal costituire una semplice «tessera del pane», comportava l’inserimento del militante in una ragnatela di riti, di obblighi e di condizionamenti gerarchici e disciplinari, che permettevano al segretario federale di controllarlo sia nella vita pubblica che in quella privata; ed è sintomatico che, proprio nel novembre del 1932, il Ministro di grazia e giustizia De Francisci inviasse a tutti i capi di Corte d’appello una circolare con cui pretendeva «dettagliati rapporti informativi» sull’attività dei singoli magistrati del distretto e un circostanziato «parere» sulla loro «condotta pubblica e privata e sulla loro moralità»[9]; al controllo politico si affiancava così quello gerarchico e il giudice iscritto al Pnf veniva a trovarsi perciò in costante, duplice, soggezione, senza contare che, all’eventuale espulsione dal partito, seguiva, per disposizione statutaria, la perdita del posto e, addirittura, la «messa al bando dalla vita pubblica».

Se questa iscrizione divenne obbligatoria per  i magistrati entrati in carriera dopo il 1932, poter vantare l’adesione al Pnf in epoca precedente il 28 ottobre 1922 o la propria partecipazione alla marcia su Roma divenne, per tutti, a partire dal 1934, un titolo preferenziale per l’avanzamento in carriera[10]. Così, dopo aver inciso sulla capacità giuridica delle persone, escludendo i non iscritti dall’accesso alle cariche pubbliche, il partito cominciava a creare discriminazioni interne anche tra i suoi stessi aderenti, valorizzando i “fedelissimi” della prima ora: lentamente, ma inesorabilmente, la macchina della dittatura andava perfezionandosi e il partito dispiegava la sua vocazione totalitaria, volta a organizzare gli individui in una compatta comunità politica e a integrare questa sempre più compiutamente nello Stato.[11]

Questo  processo subiva un’ulteriore accelerazione nell’autunno del 1938.

Il 5 dicembre di quell’anno, infatti, il Ministro di grazia e giustizia Arrigo Solmi bandiva un concorso per 214 posti di uditore giudiziario di tribunale, richiedendo ai candidati non solo la certificazione attestante la loro iscrizione «al Pnf o ai fasci giovanili di combattimento od ai gruppi universitari fascisti», ma anche la dichiarazione di «non appartenenza alla razza ebraica»[12]: si trattava della pronta applicazione del decreto legge 17 novembre 1938 n. 1728, con il quale Mussolini aveva dato il via alla campagna di persecuzione degli ebrei, espulsi dal Paese se stranieri, privati, se italiani, non solo della «capacità giuridica di diritto pubblico», ma, via via, anche dei loro diritti “privati” di proprietari, di commercianti o di liberi professionisti. I giovani laureati in giurisprudenza che parteciparono a quel concorso e che presentarono certificazioni e attestati non parvero turbati da quelle richieste, ritenute dai convinti fascisti un necessario passaggio nella costruzione dell’“omo nuovo” e dai candidati più tiepidi, invece, un mero adempimento di natura burocratico; del resto, di fronte a questo ennesimo strappo dello Statuto, il Parlamento aveva approvato le leggi razziali[13], la monarchia non aveva obiettato nulla e la Chiesa aveva avanzato solo un’interessata riserva per la marginale violazione del Concordato in materia matrimoniale.

Ma il ministro era andato anche oltre: prima ancora che il decreto di novembre fosse convertito in legge, con grande zelo aveva richiesto ai magistrati già in attività un’analoga dichiarazione, per verificare la purezza razziale dell’intero apparato; quindi, sulla base delle notizie in tal modo acquisite, a partire dal mese di gennaio, aveva dispensato dal servizio 14 magistrati ebrei[14]; ed è significativo che, nello stesso arco di tempo, altri quattro magistrati – tutti di Cassazione e di Corte d’appello – ebbero a presentare, dopo le prime dispense, autonoma domanda di collocamento a riposo, pur non avendo raggiunto i prescritti limiti di età. Queste improvvise e contemporanee scomparse di magistrati, anche di grado elevato e operanti, alcuni, non in province isolate ma negli uffici giudiziari di Roma, Torino e Milano, burocraticamente annotate nel Bollettino Ufficiale del ministero diffuso in tutti i tribunali, furono accolte allora dal silenzio dei colleghi e completamente rimosse poi nelle memorie successive; la burocrazia, dal canto suo, provvide ben presto a coprire, con pronte nomine, le relative sedi rimaste vacanti.

Ma non tutti i magistrati rimasero inerti: alcuni, infatti, si unirono a un avvocato romano, Stefano M. Cutelli, squadrista, dando vita, nel 1939, a una rivista, Il Diritto Razzista, impegnato ad affrontare la campagna antiebraica nei suoi aspetti «giurisprudenziali e dottrinari»: il Primo Presidente della Corte di cassazione Ettore Casati, il Primo Presidente onorario Marracino, i presidenti Azara, Rende e Cioffi fecero parte del comitato scientifico; i magistrati Mario Manfredini ed Emilio Ondei vollero entrare in redazione e il secondo collaborò attivamente con diversi scritti; altri, da Ernesto Eula ad Alfredo Iannitti Piromallo, ad Alfredo Mirabile – tutti magistrati di Cassazione – si limitarono a esternare il loro plauso[15].

2. Gli anni della “rivoluzione totalitaria”

Ma la magistratura, così prona nei vertici e cosi ripulita negli organici, non soddisfaceva ancora le aspettative del regime, che da un lato mirò a perfezionare i tradizionali legami con gli alti gradi, dall'altro dedicò cure particolari alle nuove leve di uditori, non dimenticando di esercitare la pressione del partito sui vice pretori onorari e sui giudici conciliatori.

Già il ministro Solmi aveva stabilito che, per le nomine dei primi, non fosse più sufficiente il possesso della tessera, ma occorresse altresì il parere favorevole del segretario federale: la fedeltà al partito doveva essere provata sul campo, tanto è vero che a quell’incarico giudiziario poterono accedere segretari politici e comandanti dei fasci di combattimento; ma sarebbe stato poi Grandi, divenuto ministro di grazia e giustizia nel luglio del 1939, a completarne l’opera, richiedendo analogo parere per la nomina dei conciliatori e dei vice conciliatori, sostenendo esplicitamente che la mera iscrizione al Pnf non poteva, di per sé, costituire «indice di vera e sentita fede fascista»[16].

Ma Grandi fece molto di più, perché, richiamato in patria dopo la lunga permanenza londinese, colse l’occasione dei nuovi incarichi istituzionali (era diventato anche Presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni) per  assecondare sì la vocazione totalitaria di Mussolini, ma declinandola, per ciò che riguardava la magistratura ordinaria, secondo un proprio e articolato progetto: utilizzò la retorica del momento, il lessico della rivoluzione in cammino, le parate e le rappresentazioni scenografiche; organizzò un’adunata dell’alta magistratura a Palazzo Venezia e fece marciare i giovani uditori per le piazze di Roma; per sé ritagliò il ruolo del legislatore che avrebbe donato all’Italia i codici nuovi, traducendo in norme lo spirito della Rivoluzione; ma, alla fine, per formare i magistrati futuri, malgrado l'enfasi delle parole, non poté far altro che ricorrere ai sistemi tradizionali (onorificenze selettive e incarichi gratificanti per l’élite di vertice, controlli sempre più stretti e accentrati sulla “bassa magistratura”).

Il progetto era di ampio respiro, ma il momento era propizio per poter lavorare sul diritto e sui giudici, mentre l’attenzione di Mussolini e degli altri gerarchi era concentrata altrove, viste le avvisaglie della guerra e la crisi incipiente del partito dopo il licenziamento di Starace; e il ministro, nell’ottobre 1939, si mise subito al lavoro. Tutti i componenti della Corte di cassazione, nonché i presidenti, i procuratori e gli avvocati generali di Corte d’appello e altri alti magistrati (240 funzionari, schierati con l’uniforme del partito) furono convocati da Grandi a Palazzo Venezia, nella Sala delle Battaglie, alla presenza del Duce. Non si trattò di una semplice parata, ma di un sapiente gioco di specchi e di omaggi incrociati. Il ministro, inchinandosi reverente al «genio» di Mussolini, fece l’elogio della magistratura che, con grande «sensibilità politica», aveva talvolta superato «i limiti formali della norma giuridica» e saputo «obbedire allo spirito e alla sostanza rinnovatrice della legge», quando si era trattato  di difendere i valori della Rivoluzione; il Duce, rispondendo al ministro, premesso che non esisteva più la divisione di poteri, ma solo una diversità di funzioni, aveva reso esplicito omaggio al  Presidente della Cassazione, da lui voluto al primo posto nella piramide delle gerarchie statali, e alla magistratura tutta, che si era meritata la sua «incondizionata fiducia»; e i 240 alti magistrati presenti, protagonisti-comparse dell’inusuale cerimonia, si erano commossi, avevano applaudito più volte e alla fine avevano lasciato la sala cantando gli inni della Rivoluzione. Così le cronache del tempo, con il rilievo dato a quegli aspetti coreografici, pur significativi, sui quali sin da allora si soffermò, in privato, l’indignazione  di Calamandrei[17].

Ma Grandi, in quello stesso periodo, pensò di organizzare in modo ancora più spettacolare l’iniziazione dei giovani uditori. Il corso organizzato dal precedente ministro, della durata di otto mesi e istituito per affinare la preparazione giuridica e quella “morale” e per far crescere nei giovani magistrati lo «spirito di disciplina» e «l’orgoglio di appartenere a un Ordine di nobilissime tradizioni»[18], non sembrava più adeguato a quei nuovi «tempi rivoluzionari»; e Grandi predispose, per i nuovi uditori, un apposito corso di preparazione fascista, dalla durata di 15 giorni, da tenersi a Roma presso l’Accademia della Gil; così, prima dell’inizio delle lezioni, i neo-magistrati, vestita «l'uniforme fascista invernale», furono accompagnati, «inquadrati, all'Altare della Patria, al Sacrario dei caduti per la Rivoluzione e infine affidati al Ministro Segretario del Partito, Comandante della Gil, per lo svolgimento del corso»[19].

L’adunata di Palazzo Venezia e la scuola politica per gli uditori avevano così, simbolicamente, rotto la tradizionale “separatezza”, che da sempre aveva rinchiuso i magistrati nei loro austeri palazzi e, contemporaneamente, aveva immerso i “vecchi” e i “giovani” nei miti e nei riti del fascismo; e se nel primo caso gli omaggi reciproci avevano ribadito un patto tra giustizia e politica già collaudato nel tempo, nel secondo la marcia nelle strade cittadine, la divisa, l'omaggio ai martiri, l’incontro col Duce avevano fatto da cornice alla «educazione integrale» predisposta nei locali della Gil per il magistrato del futuro.

Chiaro, dunque, il passaggio di fase.

Lontani erano i tempi in cui Rocco nel varare le prime leggi della dittatura poteva ancora sostenere che il nascente regime chiedeva alla magistratura di non fare politica («non vogliamo che faccia politica governativa o fascista, ma esigiamo fermamente che non faccia politica antigovernativa o antifascista»[20]); ora, l’accelerazione totalitaria imponeva un cambio di registro: la magistratura doveva essere fascistizzata e cioè razzialmente selezionata, catechizzata, inquadrata, quindi inserita nei rituali del regime; fulcro di questa élite rimaneva la Corte di cassazione, a cui il governo chiedeva obbedienza, concedendo, anche per il futuro, onorificenze, prestigio e incarichi lautamente retribuiti. 

A questa magistratura, cui veniva promesso un nuovo ordinamento giudiziario, sarebbero poi stati consegnati presto i nuovi codici e cioè le parti ancora mancanti di quello civile e quello di procedura e, subito dopo, il codice di commercio e quello della navigazione: ciò aveva dichiarato il ministro, nel gennaio 1940, alla presenza del Duce, in occasione del Rapporto ai giuristi, organizzato da Grandi per imprimere una svolta e un’accelerazione al lavoro di riforma, «senza più perdersi in discussioni e perplessità» e «per chiarire una volta per sempre le idee ai giuristi e ai non giuristi».

Qui il ministro poteva giocare le sue carte migliori, favorito, paradossalmente, dall’avvicinarsi della guerra che, lontano dai riflettori, gli consentiva di sciogliere annosi problemi e di prendere invece decisioni risolutive. Destreggiandosi abilmente tra le pieghe dell'ideologia, poteva esaltare il «diritto vivente dello Stato romano autoritario, gerarchico, espansionista», e usare così un lessico caro ai fautori della rivoluzione permanente, nel momento stesso in cui si accingeva a varare dei codici ancorati alla tradizione, cui avevano collaborato persino «giuristi senza tessera».  Poteva permettersi, poi, di chiudere rapidamente una questione trascinatasi per anni – quella dei princìpi generali dell’ordinamento giuridico fascista, che taluni pensavano di dedurre volta per volta dagli scritti e dal pensiero del Duce – dichiarandoli in sostanza già tutti contenuti nella Carta del Lavoro, quintessenza dello «Stato etico, gerarchico e corporativo»; e, premettendo questa al codice civile e relegando quei generici princìpi nelle preleggi, ne riduceva automaticamente ogni asserita valenza “rivoluzionaria”. Infine, impugnando la bandiera dell’«autarchia giuridica» del diritto fascista contro ogni esterna contaminazione, riusciva a ignorare le voci che reclamavano un «totalitarismo giuridico» di stampo nazista e rassicurava così i magistrati sul fatto che il «diritto libero» e la «politicizzazione del giudice» – nei termini in cui andavano affermandosi progressivamente in Germania – non avrebbero avuto cittadinanza nel nostro Paese[21].

Se Grandi poteva ritenersi soddisfatto per la realizzata opera di codificazione, non altrettanto poteva dirsi per i risultati concreti ottenuti sul versante della autarchica, a lungo sbandierata, «fascistizzazione integrale» dei magistrati: le parate e i corsi della Gil a Roma potevano aver creato suggestioni e attese, ma poi i giovani uditori erano tornati alle loro sedi sparse nel territorio e avevano dovuto fare subito i conti con una realtà profondamente diversa. Il ministro, parlando al Senato alcuni mesi dopo[22], poteva ancora blandire a parole l’intera categoria («la magistratura italiana è la migliore del mondo»), idealizzandone la funzione («una missione divina»), ma, tornato sulla terra, era costretto a rinviare a un incerto futuro le pur contenute promesse economiche, viste le attuali «difficoltà del bilancio statale», puntando, ancora una volta, sulla pazienza, sul «senso civico e (sul)la patriottica abnegazione dei magistrati».

Grandi si preoccupava molto del loro prestigio, ma solo per gli alti gradi vi era la distribuzione degli incarichi e delle ambite onorificenze, per la “bassa magistratura” vi erano invece le circolari che raccomandavano, a salvaguardia della sacralità della funzione, il corretto uso della toga in udienza. Il ministro doveva ammettere che «molti uffici giudiziari (erano) collocati in sedi insufficienti, anguste e poco decorose» che vi erano «scale e stanze sporche con ragnatele alle pareti, pavimenti sudici e sconnessi», ma, in attesa di tempi migliori, delegava ai dirigenti locali l’onere di provvedere alle opere di pulizia, perché «non venisse meno il rispetto che si deve ai luoghi  dove si amministra giustizia»[23].

La grande maggioranza dei magistrati poteva quindi, quotidianamente, verificare il divario esistente tra la retorica ufficiale e la propria condizione esistenziale e lavorativa; chi voleva migliorarla doveva sottostare alle regole del regime, che prevedevano, con il regio decreto 20 marzo 1939 n. 597, l’obbligo di coniugio per poter essere giudicati in sede di scrutinio o di concorso e l’obbligo dell'iscrizione al Pnf  non solo per poter accedere a qualsiasi avanzamento o promozione, ma, giusta circolare del ministro, anche per ottenere qualsiasi miglioramento economico, sia pure non collegato al cambiamento di qualifica[24]. Solo pochi, peraltro, osservate le regole, riuscivano a raggiungere i gradi alti della carriera, ottenendo potere e pubbliche gratificazioni; ma per questo la cultura giuridica spesso non bastava, perché doveva essere integrata da raccomandazioni, relazioni importanti, frequenti viaggi a Roma, soprattutto al momento degli scrutini e delle decisioni[25]; la grande maggioranza dei magistrati, che a tanto non arrivava, doveva invece decidere più semplicemente se continuare a compiere stancamente e con frustrazione crescente un’attività impiegatizia o invece cercare dentro di sé le ragioni per svolgere ugualmente, con coscienza e immutato impegno, il faticoso e spesso ingrato servizio dovuto alla comunità.

Né a produrre il richiesto consenso al regime aveva certo contribuito la campagna antiborghese lanciata da Starace per ordine di Mussolini: questa, voluta per imporre ai riottosi un «nuovo costume fascista», imposta ai magistrati attraverso le solite circolari, era infatti risultata particolarmente sgradita non solo a loro, ma, ovviamente, a tutto quel ceto medio di appartenenza, che cominciava ad essere stanco di parole e che si sentiva invece sempre più vessato da quei vuoti e spesso grotteschi rituali.

3. I magistrati e la guerra

In sostanza, dunque, prima ancora che la guerra scoppiasse, il progetto di ottenere dalla intera categoria dei magistrati una convinta fedeltà al regime – ammesso che a questa prospettiva Grandi avesse all'inizio veramente creduto – era entrato in una crisi profonda; e il ministro, archiviata anche nel lessico l’avventura totalitaria, pensò bene di modificare mete e orizzonti, ricuperando, per il governo della categoria, le forme tradizionali del controllo autoritario e delle circolari interpretative e prescrittive.

Innanzitutto rafforzò il suo potere personale: accentrò a Roma le iscrizioni dei magistrati fascisti, per poterli gestire direttamente ed evitare le interferenze dei gerarchi locali; organizzò su basi nuove e con maggiori competenze l’Ispettorato generale come «superiore organo di vigilanza e di controllo», per poter compiere più frequenti ed incisive ispezioni, con la minaccia latente di possibili procedimenti disciplinari; riordinò l’Ufficio legislativo del  Ministero – che aveva il compito di preparare le leggi e di fornire pareri interpretativi su quelle già approvate – creando un filo diretto tra tale organo e la Camera dei fasci e delle Corporazioni, da lui stesso presieduta[26]: prima di dedicarsi ai magistrati, pensò dunque di oliare la macchina che doveva controllarli.

Tentò poi di rinvigorire l’apparato con nuove iniezioni di fascismo: arruolò, col regio decreto 29 aprile 1940 n. 477, nelle file della magistratura ordinaria, quei vice pretori onorari che potevano vantare la qualifica di «squadrista»; ordinò agli assessori delle corti d’assise e ai magistrati onorari dei tribunali dei minorenni di indossare la divisa fascista durante l’udienza; con decreto ministeriale 3 febbraio 1940 coinvolse infine i presidenti di tutte le corti d’appello nella campagna razzista scatenata dal regime, obbligandoli a presiedere, personalmente o tramite un consigliere delegato, le commissioni che curavano gli albi dei professionisti di razza ebraica; quanto ai giovani uditori, organizzò, nel novembre del 1940, il secondo corso di preparazione politica, rivedendone la coreografia alla luce delle nuove operazioni militari: in tale occasione, infatti, un gagliardetto fu affidato all’uditore, che «nelle terre africane (aveva) conquistato onore per lui e per tutta la magistratura» e un fascio d’alloro fu portato al ricordo marmoreo della medaglia d’oro Garrone, «eroico magistrato caduto sul campo di battaglia»; gli uditori presenti furono quindi incitati ad essere «dignitosamente e coraggiosamente fascisti»[27].

Per il resto, l’attività del ministro non si discostò di molto da quella dei suoi predecessori: con frequenti circolari continuò a controllare l’attività e i comportamenti dei singoli magistrati, richiamandoli all’obbligo di residenza, all’osservanza dell’orario di lavoro, il tutto sotto minaccia di eventuali azioni disciplinari; in altre occasioni intervenne anche sulla loro attività giurisdizionale (ma anche questo non era una novità), richiedendo «inflessibile severità» nella trattazione dei delitti di aborto[28] e sanzioni applicate «in modo esemplare e rigoroso» per i reati annonari; per questi ultimi, poi, nel novembre 1941, emanò una circolare in cui pretendeva che fosse negata o limitata la libertà provvisoria e mai riconosciuta la sospensione condizionale della pena[29]. Ma ormai, al di là della gravità delle singole disposizioni, si trattò sempre di interventi tra loro non coordinati, dettati dall’occasione e semplicemente imposti ai magistrati, al di fuori di qualsiasi pretesa egemonica sull’intera categoria.

In un simile contesto, il nuovo ordinamento giudiziario fu elaborato in fretta e approvato quasi in sordina. Contrariamente alle dichiarazioni precedenti, le novità preparate dal ministero della giustizia furono assai poche – a riprova che, quanto a controllo sui magistrati, l’ordinamento e le prassi adottate in precedenza avevano già raggiunto tutti gli obiettivi possibili – e la discussione in Commissione fu assai contenuta: a parte la modifica dell’accesso in carriera (con l’adozione di un unico concorso per pretori e giudici collegiali) e talune variazioni lessicali (non si parlava più di «funzionari dell'ordine giudiziario», ma ormai solo di magistrati), il nuovo ordinamento ricalcava il precedente e solo accentrava ulteriormente i poteri del ministro, tramite l’eliminazione dei vari tribunali disciplinari regionali in favore di unica corte, di stanza a Roma, composta da otto magistrati di sua fiducia.

L’interesse del provvedimento non stava tanto nelle sue scarse novità, quanto piuttosto nei princìpi che il legislatore aveva ribadito nel corso dei lavori preparatori: il pubblico ministero più che «rappresentante», era un vero e proprio «dipendente» del ministro, essendo esplicitamente riconosciuto a quest’ultimo non tanto un potere di controllo generico sull’esercizio dell’azione penale, quanto piuttosto quello di interferire in concreto nei singoli processi, tramite una pubblica accusa obbligata a dare ad essi la direzione voluta; e, con riferimento ai giudici, affermata solennemente l’indipendenza della loro «funzione», li si poneva poi alla mercè del ministro, in quanto persino la «inamovibilità dalla sede» era considerata «un privilegio non compatibile con il clima fascista»[30].

Ma quando l’ordinamento vide la luce i magistrati e gli italiani tutti avevano altri problemi a cui pensare.

Parlando al Senato nel maggio 1940, un mese prima dell’entrata dell’Italia in guerra, Grandi aveva fornito un quadro finalmente realistico della situazione, lamentando «gravi deficienze numeriche» nell'organico dei magistrati e la difficoltà conseguente di ottenere un normale funzionamento della giustizia in molte preture e tribunali.

Lo scoppio del conflitto aveva avuto perciò ripercussioni negative su di una situazione già deteriorata: non solo la chiamata alle armi aveva riguardato numerosi magistrati inviati al fronte, ma un bando del Duce del 29 giugno 1940 aveva stabilito il loro impiego anche nell’ambito dei tribunali militari di guerra; le partenze dei giudici arruolati furono, in un primo momento, fronteggiate con le applicazioni dei pretori e con l’immissione anticipata nelle funzioni degli ultimi vincitori di concorso; subito dopo, peraltro, vista l’entità dei vuoti, il Governo dispose la mobilitazione civile della magistratura, consentendo i «comandi» da un ufficio all’altro, «anche con funzioni diverse e di grado inferiore», con provvedimento del Ministro per il territorio nazionale e del Procuratore generale nell’ambito del distretto; ma i vuoti presto diventarono una voragine e molti uffici giudiziari rimasero paralizzati per la partenza di circa 887 magistrati e di 1460 cancellieri[31].

Il Governo, nel tentativo di correre ai ripari, aveva tempestivamente emanato la legge 8 luglio 1940 n. 924 che ridimensionava l’attività della giurisdizione penale, prevedendo la sospensione, d'ufficio o su richiesta delle parti, di tutti i processi di cui non fosse possibile il regolare svolgimento «nel corso delle ostilità»: questo provvedimento, in prospettiva, avrebbe dovuto portare al progressivo alleggerimento dell’attività giurisdizionale in quel settore (rendendo così meno drammatico l’improvvisa carenza dei magistrati in servizio), ma fu presto vanificato dall’incremento e dalla necessità di celebrare subito i processi determinati dalla nuova legislazione  di guerra.

Due, in particolare, furono le normative che determinarono questa inversione di tendenza: la legge 16 giugno 1940 n. 582, che prevedeva il raddoppio della pena per tutti i delitti compiuti approfittando dello stato di guerra, e quella – più volte riformulata – che puniva il commercio illegale e l’accaparramento di beni di largo consumo[32]. Si trattava di leggi che dovevano dimostrare l’inflessibilità dello Stato nel perseguire soprattutto coloro che speculavano sulla guerra per arricchirsi e che venivano additati come i principali responsabili della rarefazione dei beni di prima necessità; perciò questi processi per il governo dovevano assumere un significato esemplare. Grandi, infatti, aveva voluto che fossero celebrati immediatamente, con il rito direttissimo obbligatorio, spiegando che si poteva procedere anche con l’imputato a piede libero, senza regolare citazione, essendo sufficiente in tali casi un «sommario invito a comparire»[33]; per controllare l’effettiva rapidità delle decisioni, aveva fatto poi monitorare la durata dei processi e pubblicato sistematicamente i relativi dati sul Bollettino, minacciando sanzioni per i giudici «più lenti». Ma tutto fu inutile: i magistrati non “marciarono”, i tempi dei processi quasi subito si dilatarono, fino a quando, in sede di coordinamento, il Governo decise di cambiare rotta; il bilancio dell'applicazione di quelle leggi non era certo stato esaltante (i processi avevano riguardato, per la stragrande maggioranza, violazioni lievi o lievissime, lasciando praticamente indenni i grossi speculatori[34]); i magistrati si erano sobbarcati un lavoro che, per le difficoltà del momento e visti gli esiti, era parso oggettivamente sproporzionato, per cui il nuovo ministro di grazia e giustizia, Alfredo De Marsico, prendendo atto della situazione, si decise di tornare all’antico, normalizzando le procedure e abolendo l’ormai impossibile rito direttissimo.

In realtà la carenza di giudici e di cancellieri non era stata neppure la causa prima della crescente paralisi processuale

La guerra lunga aveva smorzato gli entusiasmi dei fautori di quella breve, i bombardamenti aerei, con il loro carico di morte e di distruzione, avevano colpito obiettivi civili, era cresciuto il numero degli sfollati, i trasporti e i collegamenti erano diventati precari, imputati e testi non erano facilmente reperibili e le udienze non potevano comunque essere regolarmente celebrate: la legge sulla sospensione dei processi penali, varata all’inizio delle ostilità, aveva semplicemente previsto tale situazione; ma nel settore civile le cose erano andate diversamente.

Qui Grandi non si era dato per vinto e, nella sua duplice veste di legislatore e di ministro della giustizia, si era rivolto direttamente al Duce per salvare, almeno, quel codice di rito che, elaborato con l'ausilio di Redenti, Carnelutti e Calamandrei, considerava  il suo prodotto migliore e forse, già allora, una possibile garanzia per un incerto futuro. La normativa, approvata il 28 ottobre 1940, doveva entrare in vigore nell’aprile successivo; Grandi, che non aveva voluto reiterare in questo settore il decreto di sospensione adottato per il penale, sapeva però bene che l’applicazione del nuovo codice, improntato al principio dell’oralità, avrebbe richiesto «una rivoluzione culturale» per giudici e avvocati, pregiudicata in partenza da quegli ampi vuoti in organico; aveva perciò puntato a ottenere il recupero dei magistrati e dei cancellieri sotto le armi, e in tal senso si era accordato col Ministro della guerra per un rientro generalizzato, che escludeva solo il personale addetto ai tribunali militari; in caso contrario, aveva avvertito il Duce, meglio sarebbe stato rinviare l’entrata in vigore del codice a guerra finita.[35]

Grandi perse la partita: le reiterate sconfitte riportate nei Balcani e in Africa nell’inverno 1940-1941 avevano accentuato la priorità delle esigenze militari, i comandi avevano alzato la voce e alla fine i magistrati rientrati dal fronte alla fine del mese di aprile erano stati solo 264 e 540 i cancellieri[36], rispetto ad un numero complessivo di arruolati definito «imponente»; malgrado questo, Mussolini, che aveva stabilito da tempo che il  codice civile e quello di rito «dovevano» entrare in vigore il giorno del Natale di Roma, non volle sentir ragioni e tenne ferma quella decisione: le nuove norme divennero cosi operative nei tempi previsti e al ministro non rimase altro che tempestare i magistrati di circolari interpretative, di pretendere dai capi degli uffici l’assegnazione dei giudici migliori per l’istruzione dei processi, di promettere ai più efficienti particolare benevolenza in occasione dei concorsi; ma, in realtà, dovette rassegnarsi e varare, a distanza di soli due mesi dall’entrata in vigore del codice, la legge 22 maggio 1942 n. 568 che consentiva al giudice di sospendere anche i processi civili, qualora la difesa di una delle parti fosse resa «impossibile o sommamente difficile a causa dello stato di guerra».

Così, per strade diverse, la giurisdizione civile e quella penale, a parte i mirati sussulti di quest’ultima, andavano spegnendosi in Italia col progredire della guerra; funzionavano invece a pieno ritmo i tribunali militari, cui erano stati assegnati  164 magistrati ordinari e 132 cancellieri; e, dopo l’invasione della Jugoslavia nell’aprile del 1941, particolarmente intensa e cruenta divenne l’attività di quelli creati a Lubiana, Sebenico e Cettigne, perché subito impegnati nella repressione di una lotta partigiana dalle dimensioni impreviste. Mentre il Montenegro divenne un governatorato militare, la Provincia di Lubiana e la Dalmazia vennero annesse all’Italia e Mussolini inviò a governarle un Alto Commissario, Grazioli nella prima, Bastianini nella seconda: nel Montenegro operò solo il Tribunale militare di Cettigne, alle dipendenze del generale Pirzio Biroli, ma negli altri territori furono inviati alcuni magistrati ordinari col compito di controllare la giurisdizione «comune» rimasta di competenza dei tribunali locali; a Lubiana poi entrò in funzione il Tribunale militare di guerra e a Sebenico entrarono in funzione, uno dopo l’altro il Tribunale Straordinario, prima e quello Speciale, poi[37].

Dell’esperienza dei magistrati «fiduciari» non è rimasta alcuna traccia significativa[38]; di quella, ben più traumatica, dei magistrati inseriti nei tribunali di guerra, ci sono giunte testimonianze contraddittorie; ma, in generale, la rimozione più completa ha cancellato dalla memoria queste vicende[39].

I giudici ordinari rimasti in Italia e attivi nelle preture e nei tribunali non dovevano per il momento affrontare scelte così drammatiche, ma erano alle prese con preoccupazioni d’altro genere, poiché l’aggravarsi della situazione economica, con l’inflazione crescente e il rarefarsi dei beni di prima necessità, rendeva sempre più precaria la loro esistenza di impiegati a reddito fisso; e questo mentre sul Bollettino Ufficiale, oltre alle pressanti circolari ministeriali, potevano leggere delle brillanti progressioni in carriera di tanti colleghi di Cassazione, che, dopo essere stati premiati con onorificenze varie, in breve tempo passavano da una Procura generale a una presidenza di Corte, venendo poi, nei palazzi romani, destinati al Ministero, al Consiglio superiore o alla Corte disciplinare, con aumento del prestigio e, soprattutto, della retribuzione[40]; per coloro che continuavano ad operare in periferia, invece, magari «in edifici smantellati o cadenti», vi erano solo incitamenti a «tenere il posto di fronte al nemico» e a non interrompere il lavoro neppure davanti alle incursioni aeree, poiché, «tra incendi e crolli» l’adempimento del dovere assurgeva «alla solennità di un rito», che di nient’altro aveva bisogno se non «di un'aula» ove  resistere[41]..

Ma a questo punto, una simile retorica aveva ormai ben scarsa presa: le sconfitte militari a catena, lo sbarco degli anglo americani in Africa, la ritirata dell’Armir e, all’interno del Paese, gli ormai sistematici bombardamenti diurni che, sconvolgendo vita e lavoro della popolazione, portavano direttamente la morte in casa, avevano generato una crescente stanchezza nell’opinione pubblica, una spesso rancorosa presa di distanze dal partito che aveva portato il Paese in guerra e un desiderio diffuso di giungere comunque alla pace; la Chiesa e la Monarchia, che avevano chinato il capo di fronte all'esperimento totalitario, ora, in sintonia con questo crescente sentimento popolare e  puntando su nuovi alleati, rialzavano la testa; la Chiesa, soprattutto, con l’indebolirsi o addirittura il venir meno di tante strutture amministrative Pel paese, poteva così esercitare capillarmente  una diffusa opera di supplenza, iniziando a tessere una propria tela con lo sguardo ormai rivolto al prossimo futuro.

Le burocrazie statali, in silenzio, cominciavano a muoversi anch'esse in questa direzione, nel solco di una continuità istituzionale, forti della loro presunta neutralità: la magistratura, classe media, ceto impiegatizio, potere dello Stato operava tutta all’interno di questo processo.

4. La magistratura divisa in due

Il 25 luglio, con l’arresto di Mussolini, la situazione precipita: il partito totalitario si dissolve senza reagire, il re nomina Badoglio capo di una dittatura militare, impegnata a mantenere l’ordine pubblico e a cercare una fuoriuscita dalla guerra; il governo è di basso profilo – alla Giustizia va il capo dell’Ufficio legislativo del ministero, Gaetano Azzariti[42] –  e si limita a varare i provvedimenti predisposti dal re e dai suoi consiglieri. Molte disposizioni sono di facciata: la competenza del Tribunale speciale (soppresso) passa, senza alcuna modifica, ai Tribunali militari, che di conseguenza reprimono duramente le manifestazioni antifasciste; continuano a funzionare le Commissioni per l’ammonizione e il confino, sempre con la partecipazione del procuratore del re; vengono allontanati molti prefetti «di nomina fascista», sostituiti peraltro da funzionari di carriera, ormai ideologicamente affini; ma, già alla fine d’agosto, dalla Sicilia occupata, il gen. Alexander comincia a dettare le condizioni per regolare l’assetto amministrativo e giudiziario del «nemico belligerante» e, col proclama n. 1, dispone la chiusura, sino a nuovo ordine, di università e istituti scolastici, ma anche di corti e di tribunali[43].

Ma col 25 luglio l’intero assetto politico istituzionale del Paese viene attraversato da spinte e sollecitazioni contrapposte e anche all'interno della magistratura qualcosa comincia a muoversi, evidenziando l’inizio di percorsi che tendono a differenziarsi tra loro.

Se infatti, al vertice, il 27 e il 28 luglio, avviene solo un avvicendamento tra i magistrati addetti al Ministero (cambiano, con la persona del ministro, anche il capo di gabinetto e il suo segretario particolare), in alcuni tribunali si festeggia la caduta di Mussolini, a Firenze un magistrato si unisce ai manifestanti per chiedere la liberazione dei detenuti politici[44] e a Roma si bruciano i «codici fascisti»[45]; negli stessi giorni, a Napoli, la protesta si fa ancora più esplicita ed avvocati e magistrati allontanano dal palazzo di giustizia il primo presidente della Corte d’appello, che, console della milizia fascista, si era in passato pubblicamente vantato di questo suo «titolo d'onore»[46] .

Ma se con il 25 luglio si è sfasciato il Partito,  con l’8 settembre è lo Stato con i suoi apparati che va in frantumi: in quello stesso mese, a seguito dell’armistizio di Cassibile, si insediano infatti sul territorio nazionale due eserciti di occupazione e cinque diverse forme di governo, il Regno del Sud, la Rsi, le due «zone di operazioni» (l’Alpenvorland e l’Adriatisches Kustenland, amministrate rispettivamente dai Gaulaiter del Tirolo e della Corinzia) e il Comando della Città aperta di Roma; la sovranità statale si spezza e variamente si degrada, i funzionari dello Stato sono chiamati a una scelta drammatica e imprevista, dovendo decidere da che parte stare.

Solo a Roma, all’inizio, la burocrazia tenta di sostenere un'impossibile continuità: il Bollettino Ufficiale del Ministero di grazia e giustizia fornisce notizie dell’apparato come se nulla fosse successo e, senza una riga di spiegazioni, il 2 novembre, pubblica provvedimenti del “Governo dei 45 giorni” di Gaetano Azzariti, una «determinazione commissariale» del Comando della Città aperta di Roma, a firma Novelli, e un decreto ministeriale della Rsi[47] di Tringali Casanova; ma i processi reali vanno in tutt’altra direzione e lo stesso Bollettino il mese successivo cesserà le pubblicazioni e la categoria dei magistrati entrerà ufficialmente in un prolungato cono d’ombra.

Ma le scelte individuali s’impongono e devono essere attuate in tempi brevi.

Per i magistrati che operano nel Regno del Sud l’adattamento è certo più agevole, perché, dopo l’armistizio, il governo Badoglio passa da «nemico» a «co-belligerante» degli anglo americani, che gli riconoscono una «sovranità condizionata» nelle province via via liberate; di conseguenza il Gma modifica, in parte, la «disciplina giuridica» dell’occupazione che Alexander aveva decretato in agosto e così, a metà ottobre, nelle province del re, riprendono a funzionare i tribunali ordinari italiani, sia pure con giurisdizione assai ridotta (tutti i processi che possono in qualche modo pregiudicare la sicurezza delle Forze Alleate rimangono di competenza dei Tribunali militari da queste istituite)[48].

Il Governo Badoglio si colloca quindi nel solco della legittima continuità istituzionale, non è imposto dall’occupante anglo americano, ma da questi solamente riconosciuto e legittimato internazionalmente; i magistrati hanno tutti prestato il giuramento di fedeltà al sovrano, per cui ora, nel continuare il servizio, non devono affrontare complessi problemi di coscienza; alla fine del  settembre 1943, dopo la liberazione di Napoli, la guerra si allontana dal Sud, lasciando una lunga scia di sangue (i bombardamenti degli alleati prima, le stragi naziste, poi), ma senza che in quelle terre si sviluppi una «resistenza fascista», per cui la guerra partigiana e quella civile interna, con i loro significati e le conseguenti implicazioni, rimane estranea e lontana dall’esperienza di quelle popolazioni. La «pace dimezzata», che quasi subito si instaura al Sud, malgrado l’inflazione, il mercato nero e la presenza spesso arrogante dei “liberatori”, anticipa in forme distorte la fine della guerra e la disposizione prevista dal regio decreto legge 3 gennaio 1944 n. 3, che impone ai magistrati residenti nei territori liberati di raggiungere la propria sede, pena la perdita dell’impiego, non crea per essi particolari problemi

Tuttavia l’attività giurisdizionale, malgrado la riapertura dei tribunali, non decolla: cresce il numero dei reati, è vero, ma molti sono di autore ignoto o di competenza delle corti militari alleate; la “produttività” degli uffici giudiziari italiani è ormai ridotta al minimo, essendo peggiorate ulteriormente le condizioni di lavoro, le comunicazioni e i trasporti; inoltre, per un Regno del Sud che giunge, dopo l’11 febbraio 1944, solo ai confini settentrionali delle province di Salerno, Potenza e Bari, la Cassazione romana rimane irraggiungibile, ben al di là della linea del fronte, con la conseguenza che la giurisdizione, a questo livello, rimane addirittura «sospesa»: a fine gennaio il governo vara un provvedimento tampone in materia di libertà personale, «in attesa della riapertura» della Suprema Corte, quindi attribuisce al Ministro alcune facoltà che la legge assegnava ai giudici di legittimità; ma il Governo attende il mese di aprile per istituire «temporaneamente» a Salerno due sezioni della Cassazione e addirittura il 23 maggio per predisporre lo schema di attuazione di quella normativa, stabilendo la sua entrata in vigore per il 15 giugno[49]: così tutto rimane sulla carta, perché il 4 giugno Roma viene liberata dagli anglo americani e il problema viene automaticamente risolto.

Ma per i magistrati rimasti al Sud, se il lavoro d’ufficio deperisce, si profilano attività diverse e impreviste difficoltà: pressati dagli alleati, infatti, il Governo Badoglio prima e quelli Bonomi, poi, vareranno una lunga serie dei provvedimenti di defascistizzazione, per sottoporre i vari gerarchi al giudizio di epurazione da parte di speciali commissioni provinciali di nomina prefettizia, con la partecipazione obbligatoria di magistrati designati dai presidenti delle corti d'appello; per quanto, nella prima fase, anche queste commissioni siano rimaste per lo più sulla carta, inizia in tal modo il coinvolgimento diretto, quali giudici dell’epurazione, di magistrati che con la tessera del Pnf avevano fatto carriera e che ora dovevano giudicare il passato fascista di un ceto politico che a suo tempo li aveva premiati o promossi[50].

Una contraddizione insuperabile, questa, frutto conseguente della linea conservatrice e “continuista” voluta, con gradazioni diverse ma alla fine coincidenti, dagli alleati e dai Governi del Sud: il sostanziale fallimento del futuro processo epurativo è dunque già scritto in queste premesse e i tentativi successivi di invertire la tendenza da parte degli Alti Commissari Sforza e Scoccimarro urteranno sistematicamente contro questo muro di gomma, reso sempre più insuperabile dal vento del Sud che progressivamente avvolgerà le nascenti istituzioni del Paese.

Ben altrimenti problematica è però la situazione che dovettero affrontare i magistrati rimasti ad operare nel Centro nord, occupato militarmente dai tedeschi e governato dalla Rsi.

I nazisti si presentarono subito all’insegna del terrorismo verso i civili, con la strage degli abitanti di Boves, il 19 settembre 1943 e quella degli ebrei dell’hotel Meina, tra il 22 e il 24 dello stesso mese; il Governo di Mussolini, fin dalla prima riunione di settembre, col neo ministro della giustizia, Tringali Casanova, progettò di istituire tribunali straordinari per colpire non solo i gerarchi che avevano tradito il 25 luglio, ma anche tutti coloro che, dopo tale data, avevano denigrato il fascismo e le sue istituzioni; il 9 ottobre emanò poi una legge che prevedeva la pena di morte o l’ergastolo per i cittadini che avessero prestato aiuto ai prigionieri evasi od organizzato manifestazioni e assembramenti «di carattere politico»; e, nella carta di Verona, portò a compimento la campagna razzista contro gli ebrei, privati ora anche formalmente della cittadinanza, derubati dei beni, internati nei campi e presto consegnati all’occupante nazista: si trattava quindi di una legislazione di guerra varata da italiani, diretta non contro l’esercito anglo americano né contro una resistenza armata, che all'epoca non si era ancora manifestata, ma contro altri italiani che, in forme varie, dimostravano ostilità alla guerra voluta dai nazifascisti, che contrastavano comunque la loro politica o che avevano l’unico torto di appartenere alla “razza maledetta”.

Ma questo – che altro non era se non la premessa e l’annuncio della guerra civile – costituiva ancora il volto, per così dire, legale del nuovo regime; perché l’attuazione pratica di quei proclami passò non tanto attraverso le maglie dei tribunali, quanto piuttosto attraverso la rete di una miriade di corpi di polizia (e di delatori, attivi soprattutto nella denuncia degli ebrei), che agivano come vere e proprie bande – quella di Carità a Firenze, la Muti a Milano, la Koch a Roma etc. –  operanti spesso a diretto supporto dei locali comandi germanici. In questo contesto di crescente illegalità furono uccisi dai fascisti l’aggiunto giudiziario Mario Fioretti, assassinato per strada a Roma da un legionario nel dicembre 1943 e il sostituto procuratore Pasquale Colagrande a Ferrara, arrestato su denuncia di una spia dell'Ovra e assassinato dagli uomini della Milizia Volontaria nell’azione di rappresaglia voluta dal Partito per vendicare l’uccisione del federale Ghisellini[51]

Quanto all’esercito occupante, mentre al Sud il Governo militare alleato si era interessato a fondo e direttamente della ristrutturazione dell’apparato politico e di quello amministrativo, ma aveva dedicato scarsa o nulla attenzione a quello giudiziario, i comandi tedeschi controllarono invece da vicino anche quest’ultimo, tramite il funzionario di collegamento Von Hackwitz, incaricato di trasmettere i desiderata al Ministro Pisenti e di verificarne poi l’esecuzione[52]. Le autorità tedesche non si fermarono a questa sorveglianza ingombrante e assidua, ma si spinsero oltre, intervenendo direttamente sul circuito giudiziario, sia deportando i detenuti  in Germania per alimentare il lavoro coatto, sia, al limite, prelevandoli dalle carceri per le azioni di rappresaglia, ottenendo leggi di favore per raggiungere il primo obiettivo, tardive e inutili proteste in occasione delle seconde; e malgrado che, per il prelievo dei detenuti, fosse formalmente necessario il consenso dell’autorità giudiziaria italiana – il Procuratore di Stato aveva l’obbligo di sorveglianza sulle carceri – in genere non incontrarono opposizione alcuna e spesso agirono senza neppure richiedere il nulla osta[53].

Il controllo serrato dei nazisti sui magistrati non si limitò, ovviamente, a sindacarne il lavoro d’ufficio, ma si estese soprattutto al controllo dei loro rapporti esterni e questo portò all’arresto, alla fucilazione, alla deportazione e all’internamento nei campi di concentramento di giudici anche solo sospettati di aver avuto contatti con la resistenza[54]; Pisenti, che in alcuni casi di arresto e di deportazione operò vigorosamente con esito positivo, negli atti allora redatti e soprattutto nelle memorie successive ricordò con orgoglio questi interventi, tacendo peraltro di quei casi in cui non aveva potuto o voluto intervenire. Il ministro, peraltro, nel tracciare un bilancio del suo primo anno di attività, finì col manifestare al Duce la propria sostanziale impotenza, segnalando che, dopo l’arresto o il fermo iniziale di ben 50 magistrati ad opera «delle varie polizie» – poi rilasciati per l’inconsistenza delle denunce –, «arbitrarie fucilazioni» e abusi di ogni genere erano proseguite nei mesi successivi ad opera di autorità fasciste, senza che le Procure generali di Stato fossero in alcun modo intervenute[55]. Nulla disse, di contro, sulle torture praticate non dai tedeschi, ma dagli uomini della X Mas nei confronti del giudice Vittorio Scala, poi ucciso a Mathausen, o di quelle inflitte dalla polizia militare della San Marco al giudice Nicola Panevino, poi fucilato per rappresaglia, o del consigliere Carlo Alberto Ferrero, segnalato ai nazisti da due brigatisti neri, catturato, fatto marciare con al collo la scritta «traditore» e quindi giustiziato[56]

5. L’ora della scelta

Finiti dunque nel mezzo di una guerra che non risparmiava i civili e che presentava tratti di inaudita ferocia – bombardamenti devastanti, esecuzioni sommarie, torture sistematiche, esibizione di cadaveri, stragi –, chiamati ad applicare la legge in un contesto in cui qualsiasi forma di legalità andava scomparendo, i magistrati rimasti al Nord si trovarono di fronte a scelte drammatiche e le loro strade cominciarono a divaricarsi.

Esiguo fu il numero di coloro che – come Giovanni Colli in Veneto, Luigi Bianchi D’Espinosa in Toscana, Vincenzo Giusto in Piemonte, Francesco Drago in Liguria e Mario Tradardi in Abruzzo – abbandonarono il posto di lavoro per collegarsi coi movimenti di Resistenza o con gli alleati (dodici furono, per Pisenti, i magistrati che comunque lasciarono il servizio con l’avvento della Rsi[57]); all’inizio del 1944, in Piemonte, si formò poi un informale centro di opposizione al nuovo regime repubblicano da parte di un nucleo di magistrati che, pur restando in servizio, contrastarono le scelte collaborazioniste dei loro dirigenti, si collegarono con formazioni di Giustizia e Liberà e divennero ben presto un punto di riferimento per singoli giudici operanti nel Veneto, in Liguria, in Emilia e in Toscana: si trattò di una cinquantina di  magistrati – tanti ne nomina Peretti Griva nei suoi ricordi[58] – che parteciparono alla Resistenza in forme diverse, alcuni conservando e trasmettendo documenti, altri impegnandosi direttamente in azioni armate, altri ancora elaborando col Clnai progetti per un nuova organizzazione giudiziaria e per futuri tribunali del popolo; e alcuni, come visto, furono arrestati, altri uccisi in combattimento, altri ancora torturati ed altri infine deportati.

Furono questi magistrati che, nei primi mesi del regime, portarono avanti una lotta collettiva per rifiutare il giuramento alla Repubblica di Salò, giuramento che invece i loro vertici delle Corti d'appello avevano per lo più supinamente accettato, distribuendo subito gli stampati da sottoscrivere o predisponendo all’uopo apposite cerimonie. In questa loro opposizione, i dissidenti ottennero l’appoggio formale anche dei vertici della Cassazione romana: il presidente Salvatore Messina comunicò infatti, nell’aprile 1944, con lettera riservata a Pisenti, il rifiuto espresso dalla grande maggioranza dei magistrati della capitale di prestare il richiesto giuramento, motivandolo col fatto che, nella Rsi, non era stata ancora varata «un’organica costituzione unitaria dello Stato»; e il ministro comprese che era inopportuno insistere e, con una circolare telegrafica, sospese l’efficacia del decreto che già aveva pubblicato[59].

Isolate, ma ancora più rischiose, forme di disobbedienza si registrarono nelle due «zone di operazione» orientali, nell'Alpenworland e nell’Adriatische Kustenland, amministrate dai gauleiter Hofer e Rainer, ove i magistrati italiani, più che essere controllati, erano praticamente alle dipendenze delle autorità germaniche.

Nell'Alpenvorland fu addirittura cambiata la geografia giudiziaria, scorporata parte del distretto di Venezia, inglobata nel territorio della «zona di operazione» e sottoposta alla giurisdizione della Corte di appello di Trento, il cui presidente era “in collegamento” col ministro della giustizia tedesco. Vietata la costituzione di un partito fascista repubblicano,  Hofer nominò i prefetti e istituì un Tribunale speciale che giudicava secondo la legge germanica; lasciò funzionare tribunali e preture con i magistrati italiani, ma riservò al “suo” procuratore di Stato la possibilità di avocare i processi, anche civili, qualora avesse ravvisato «ragioni di pubblico interesse» e di impugnare le sentenze di quei magistrati, se le avesse ritenute «non giuste»; in tali casi l’appello era devoluto al Tribunale speciale, che emanava sentenze in via definitiva[60]. La subordinazione dei magistrati italiani alle autorità occupanti era dunque assoluta e il pretore di Cortina d’Ampezzo, Giovanni Apostoli, non in linea con questi desiderata, fu sostituito d’impero dal gauleiter e tale decisione fu pubblicizzata con manifesti murali[61].

Una tale situazione si riprodusse, anche se in forme parzialmente diverse, nell’Adriatische Kustenland, dove gli “occupanti” del 1941 furono disarmati e deportati dall’ex alleato. Anche qui mutò la geografia giudiziaria: il territorio fu diviso in due parti, quello della provincia di Lubiana, ove tornava in vigore la legge dell’ex Jugoslavia e quella delle cinque province italiane; qui i magistrati passarono di fatto alle dipendenze del Capo della Sezione giustizia Messiner, mentre il gauleiter Rainer si riservò il potere di annullare le loro decisioni, sospendere i processi, spostarli da un tribunale all’altro, esercitare, come il suo collega Hofer, l’esclusivo potere di grazia[62]. Pisenti, che si era sempre battuto per «l’italianità di quelle terre» e che a tale scopo aveva incontrato, inutilmente, Rainer a Venezia,  ammetterà poi che il suo ministero non aveva avuto alcuna possibilità di ingerenza, perché «in ogni tribunale c’era un funzionario tedesco il quale dava disposizioni per le sentenze penali da emanare”[63]. Così, quando il presidente e tre giudici del Tribunale di Gorizia furono destituiti da Rainer per non aver obbedito all’ordine di comminare, in due distinti processi, la pena di morte, a Pisenti non rimase altro che trovar loro una nuova collocazione nei tribunali della Rsi[64].

Se dunque complessivamente minoritario, ma tuttavia significativo, fu il numero dei magistrati che disobbedirono al regime nazi fascista, ancora più contenuto fu quello di coloro che invece pubblicamente vi aderirono, prendendo la tessera o accettando comunque incarichi e posizioni di potere.

Che l’iscrizione al partito fosse andate male lo riconosceva lo stesso Pisenti che, nel citato rapporto al Duce, sottolineava come, dopo «il tesseramento poco spontaneo degli anni precedenti», solo pochi  magistrati si erano nuovamente iscritti al Pfr[65]; tuttavia i due Procuratori generali delle Corti di appello di Trieste e Venezia, Pittoni e Saletta, due primi presidenti di Corte d’appello, Mantella e Perotti, nonché altri consiglieri, avevano accettato di far parte della Commissione istituita per sanzionare gli «illeciti arricchimenti»[66]; altri erano stati cooptati al Ministero nel Gabinetto del guardasigilli (e tra di essi vi era Demetrio Forlenza, già componente del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato), altri erano stati “parcheggiati” presso lo stesso Ministero, in attesa di qualche ambita promozione (come Veneziani e Ruffo Mangini che avrebbero presto lasciato quegli uffici per diventare presidenti di sezione della Cassazione); altri ancora avevano avuto incarichi vari, come Giulio Antonio Berardelli, che in cinque mesi era stato nominato Direttore generale degli istituti di prevenzione e pena, capo dei servizi del ministero, primo presidente della Corte d’appello di Bologna [67] o come il giudice Carlo Alliney, collaboratore di Pisenti e Preziosi presso il nuovo Ispettorato generale della razza[68]. Ancora una volta le maggiori adesioni erano per lo più venute dagli alti gradi, sempre attratti dalle occasioni di carriera e disposti per questo a farsi cooptare anche dal nuovo potere politico fascista.

Per il resto, la grande maggioranza dei magistrati rimase, in quei seicento giorni, passiva e silenziosa, curando di svolgere le proprie funzioni con il minor rischio possibile; ciò non impedì a Farinacci di  scagliarsi contro coloro che «in un momento di guerra e di lotta civile» pensavano di poter restare estranei alla contesa, percependo lo stipendio dalla Rsi e scrivendo magari sentenze ispirate «ai loro impegni monarchici o massoni»[69]; ma Pisenti, cui in realtà si dirigevano gli strali di Farinacci, li difese pubblicamente, sostenendo che la magistratura compiva «la sua opera con alto senso del dovere», spiegando poi al Duce che, proprio per la funzione svolta, il giudice doveva restare «fuori dei contrasti e dei dissidi», per cui considerava «naturale» che i magistrati avessero manifestato la  tendenza a «star fuori dai partiti», cioè dal Pfr. Non era poi vero, come sosteneva Farinacci, che «baldorie fossero avvenute nelle aule giudiziarie dopo il colpo di Stato del 25 luglio», poiché, secondo il ministro, per i fatti denunciati solo un paio di magistrati erano stati riconosciuti colpevoli e condannati dai Tribunali provinciali straordinari[70]; tutti, o quasi, avevano poi obbedito al decreto che prescriveva di emettere le sentenze «in nome della legge» e non più «in nome del re imperatore», segno questo di una manifesta accettazione del nuovo regime.

Pisenti poteva perciò sostenere che altri erano i veri problemi della magistratura: la giurisdizione si avviava verso la paralisi; le cause civili decrescevano, le denunce penali (contro ignoti) aumentavano, ma scarseggiavano i giudici, soprattutto i pretori, che dovevano occuparsi di più sedi contemporaneamente; il ministro aveva risolto la questione della Corte di cassazione, accordandosi, nella primavera del 1944, con il Primo Presidente Salvatore Messina e col Procuratore generale Carlo Saltelli, affinché tre sezioni del supremo collegio fossero trasferite al Nord; ma, per poterle far funzionare, stante le molte defezioni, aveva dovuto promuovere in Cassazione numerosi consiglieri di corte d’appello dell’Italia settentrionale e, ciononostante, pochi mesi dopo doveva ammettere che dei cinquanta consiglieri previsti, solo venticinque operavano regolarmente[71].

In compenso, mentre il governo del Sud aveva reso «invisibile» la magistratura, sospendendo per quasi un anno la pubblicazione del Bollettino Ufficiale del Ministero di grazia e giustizia (riapparso solo nel dicembre 1944), Pisenti impresse un ulteriore segno di continuità al “suo” ministero, inviando agli uffici giudiziari della Rsi il nuovo Bollettino Ufficiale, che, nel primo numero del 5 giugno 1944, riportava integralmente il discorso pronunciato dal ministro a Brescia il giorno della inaugurazione delle  nuove Sezioni della Cassazione. In tale occasione Pisenti aveva affermato che la Patria sarebbe presto tornata unita; e, quasi di rincalzo, il procuratore generale Lamberti Bocconi aveva precisato che la Corte «non si era divisa», ma  si era, temporaneamente, «distesa sul territorio», in attesa di riunificarsi in una «Patria ricomposta con onore»; e, concludendo, aveva salutato i magistrati, che a Roma affrontavano disagi e pericoli, auspicando di poter  riprendere presto, insieme a loro, «la comune missione»[72].

6. La grande rimozione

La capitale sarebbe stata liberata poche settimane dopo; a distanza di qualche mese, con la guerra in corso, ma con un’opposta prospettiva di vittoria, il governo Bonomi risponderà a quell’auspicio, varando un provvedimento, il decreto legislativo luogotenenziale 5 ottobre 1944 n. 249, che lo stesso Pisenti giudicherà «prudente e illuminato»: si trattava di un decreto che guardando al futuro e mirando a recuperare il passato pre-fascista, gettava le basi istituzionali per una continuità dello stato, che passava anche attraverso l'ordinamento della Rsi.

Pur essendo previsto per disciplinare «l’assetto della legislazione nei territori liberati», il provvedimento si occupava anche della giurisdizione e riconosceva in linea generale la validità delle sentenze civili e penali emanate «dall’autorità giudiziaria ordinaria sotto il governo della sedicente repubblica sociale italiana», tranne quelle emesse in applicazione di norme penali varate da detto Governo e quelle che la Corte d’appello, adita dalla parte interessata, ritenesse frutto «della situazione politica del momento» (in entrambi i casi la sanzione prevista era quella dell’inefficacia); analoga disciplina era disposta per le sentenze emesse dalla Corte di cassazione istituita a Brescia, solo che in questo caso il giudizio eventuale di inefficacia era affidato alle sezioni unite del supremo collegio romano (i termini per sollevare tali eccezioni erano di sei mesi, successivamente prorogati). La regola generale era dunque quella della validità delle sentenze emesse dai magistrati durante il governo della Rsi, poche erano le eccezioni legislativamente previste e non risulta che successivamente, in quei casi, siano state emanate declaratorie di inefficacia particolarmente significative[73].

Si trattava dunque di un’operazione articolata che, attraverso il principio della «continuità dei pubblici servizi», realizzava la scelta politica avviata sin dall’inizio dal governo Bonomi sotto l’ala protettrice degli alleati: qualificare la Rsi come un « sedicente governo repubblicano», eliminare le modifiche apportate da questo all'ordinamento precedente, che veniva così, nelle sue linee portanti,  complessivamente legittimato; ma oltre a questi obiettivi dichiarati, l'operazione ne aveva un altro, non esplicitato ma ancora  più urgente, quello cioè di vanificare le decisioni del Clnai che poche settimane prima, il 14 settembre 1944, aveva emanato due decreti che, più radicalmente, stabilivano la nullità e non solo l’inefficacia relativa di sentenze, ordini e disposizioni del sedicente Governo di Salò[74].  

In quegli stessi giorni, il Governo, senza clamore, rimediava anche a taluni provvedimenti presi, in tempi diversi, dal regime nei confronti di alcuni magistrati: venivano così riammessi in servizio i giudici allontanati con l’epurazione del 1926 (Brigante, Epifania, Mungioli, Chieppa e Badia), altri che avevano subito pregiudizi in carriera per la mancata iscrizione al partito fascista (Belfiore, Uras) e altri infine che erano stati dispensati per motivi razziali (Salmoni, Foà, Piperno e Di Nola)[75]; Pagano, che, dopo l’emanazione delle leggi razziali, nel 1939 si era dimesso dalla magistratura, veniva richiamato e nominato Primo Presidente della Corte di cassazione[76]: così, se con la legge del 5 ottobre 1944 si era cancellata l’esperienza saloina, con questi provvedimenti risarcitori si recuperava la magistratura prefascista, quasi per riprendere un discorso interrotto il 28 ottobre 1922.

In realtà, mentre la sinistra al governo cercava di inviare segnali di discontinuità con il recente passato, premendo per l’emanazione della legge 11 ottobre 1944 n. 257 che doveva sanzionare i comportamenti collusivi serbati durante il ventennio degli alti gradi dei dirigenti statali, ivi compresi gli attuali presidenti, procuratori generali e consiglieri di Cassazione, e l’Alto Commissario Scoccimarro pubblicamente addebitava proprio ai magistrati presidenti delle Commissioni di epurazione la lentezza con cui procedevano i lavori, la Democrazia Cristiana prendeva sempre più decisamente una posizione contraria al cambiamento dei vertici degli apparati. Proprio in relazione all’opera della magistratura, infatti, il giovane Andreotti ne difendeva in blocco l’operato, mentre il suo collega Tupini, ministro guardasigilli, designava quali nuovi presidenti di sezione della Cassazione proprio alcuni di quei magistrati che avevano pubblicamente manifestato la loro adesione al fascismo (Lorenzo Maroni) o che da quel regime erano stati ricoperti di incarichi e onori[77] (Vincenzo De Ficchy): il primo sarebbe poi diventato presidente di quell’Alta Corte di giustizia competente a giudicare i ministri e gli alti gerarchi del fascismo (e un imputato, Cesare Rossi, gli avrebbe ricordato in aula i suoi trascorsi di magistrato con la camicia nera sotto la toga); il secondo sarebbe diventato addirittura presidente della Commissione di epurazione, carica peraltro ricoperta «con scarso impegno e poca fermezza», tanto da dover ben presto essere sostituito[78] .

Già nell’autunno 1944, dunque, erano state gettate le fondamenta – e trovati gli uomini – per ripristinare la continuità non del vecchio Stato, che invece stava lentamente mutando nella sua costituzione formale, bensì quella degli apparati burocratici amministrativi, di cui la magistratura era un’asse portante. Già in quei mesi, dunque, la “rottura ideologica” introdotta dal precedente Guardasigilli, il liberale Arangio Ruiz – secondo cui, nello spirito del rinnovamento istituzionale, «la partecipazione alla vita politica» era diventata «un dovere civico» anche per i magistrati[79] – doveva considerarsi superata, perché legata a una precedente fase di cui ora si invocava la fine; e persino coloro che più si erano impegnati politicamente per il rinnovo profondo della magistratura – soprattutto quei giudici piemontesi che avevano operato all’interno del Clnrp e del  Clnai – si sarebbero presto dovuti arrendere alla diversa realtà delle cose.

Mentre il governo delegato del Nord, infatti, dopo molte discussioni protrattesi per l’autunno e l’inverno, aveva varato il 25 aprile un decreto che, rompendo con la tradizione, disciplinava le nuove corti d’assise del popolo, sottraendole al controllo dei vertici dell'apparato, il Governo Bonomi, forte del determinante appoggio degli alleati, tre giorni prima, aveva anticipato quella normativa, istituendo le corti d’assise straordinarie, presiedute da un consigliere di corte d’appello, con un pubblico ministero di carriera e con giudici popolari estratti da una lista formata dal presidente del tribunale[80]. Non solo la giustizia ordinaria, dunque, ma persino quella “eccezionale”, propria della fase insurrezionale, era rientrata immediatamente sotto il controllo dell’apparato; ma non tutti i magistrati ritennero concluso il proprio impegno politico e se i giudici Giorgio Agosti e Carlo Galante Garrone considerarono un «dovere civico» partecipare al rinnovo delle istituzioni nelle vesti rispettivamente di questore e di prefetto della Liberazione, Alessandro Galante Garrone divenne presidente della Commissione che doveva giudicare Vittorio Valletta, rimosso dalla Fiat per collaborazionismo, e Domenico Peretti Griva assunse il delicato incarico di Commissario all’epurazione, col compito, tra l’altro, di individuare proprio quei magistrati che, per le loro collusioni col regime fascista, dovevano essere variamente sanzionati. Ma in pochi mesi anche questa fase si esaurì, gli alleati “avocarono“ il procedimento contro Valletta, Carlo Garante Garrone tornò a fare il magistrato e alla fine del 1945, il governo De Gasperi, tra i suoi primi atti, accolse le dimissioni di un ormai sfiduciato Peretti Griva e annunciò l’imminente cessazione di ogni forma di epurazione[81].

Nel Regno del Sud le cose erano andate assai diversamente.

La magistratura “romana” non aveva conosciuto analoghi fermenti di rinnovamento: il tentativo di alcuni giudici di dar vita ad una  sorta di Cln, a somiglianza di quello partitico, sorto poco dopo l’armistizio[82], era durato qualche mese e poi si era esaurito senza lasciare tracce significative; certo, durante l’occupazione di Roma da parte dei nazifascisti, i magistrati della capitale, con gli alleati ormai alle porte, si erano rifiutati, come visto, di prestare il richiesto giuramento alla Rsi ed alcuni avevano inviato aiuti «morali e materiali» ai colleghi che, altrove, rischiavano di «perdere il posto»[83]. Ma, dopo la liberazione di Roma, ogni impegno connotato politicamente era venuto meno ed alcuni magistrati, richiamandosi ai principi tradizionale, avevano dato vita ad un Comitato provvisorio, in vista della ricostituzione di quella Associazione nazionale a suo tempo soppressa dal fascismo. Nei mesi successivi, per riallacciarsi anche formalmente a quell’antica esperienza, avevano iniziato a pubblicare un loro bollettino, La Magistratura, nel quale, premesso di essere «al di fuori e al di sopra dei partiti», avevano chiesto l’adesione di tutti quei colleghi per i quali la funzione di giudice continuava ad essere «una missione ed un sacerdozio» e, con un apposito ordine del giorno, avevano invocato, innanzitutto, il ripristino dell’ordinamento giudiziario e delle guarentigie previste dalla Legge Orlando del 1908[84].

Così la ricostituita Associazione aveva cominciato a muovere i primi passi nel segno di una perdurante continuità con l’ordinamento prefascista: abbandonato ogni richiamo a grandezze presenti e future, veniva recuperata la retorica tradizionale, quella coltivata dai magistrati dell’età giolittiana – e trasmessa negli anni anche attraverso «l’elogio dei giudici» fatto da Calamandrei – che prescriveva riserbo, senso del dovere, dedizione al lavoro, culto della famiglia, il tutto a garanzia di un giurisdizione «autonoma ed indipendente», protetta da pressioni esterne, soprattutto da quelle di natura politica.

Con questa ideologia ampiamente condivisa, l’associazione in breve assunse dimensioni nazionali, raccogliendo l’adesione sia dei magistrati che il regime avevano subito, sia di quelli che nel corso della guerra si erano sbarazzati della tessera del Pnf, sia, infine, di quelli che erano rimasti fascisti anche sotto la Rsi, convinti tutti che l’attuale professione di apoliticità fosse sufficiente per cancellare il passato ed essere tutelati dai pericoli del presente. Come la “separazione” del 1943 si era attuata senza traumi vistosi, così la “riunificazione” dell’aprile 1945 si verificò in silenzio, senza celebrazioni di sorta: semplicemente il Bollettino ufficiale del ministro della Rsi cessò le pubblicazioni e le riprese invece quello del ministro del Regno d’Italia, continuando ad occuparsi della carriera dei medesimi magistrati.

La riunificazione indolore fu uno degli assi portanti della più generale pacificazione e della linea restauratrice che la caratterizzò: l’“impossibile epurazione” dei magistrati fu la leva che consentì di attenuare, circoscrivere, rivedere e alla fine sostanzialmente evitare tutte le altre epurazioni possibili, sia nella pubblica amministrazione, sia ancor più nelle industrie private[85].

Ma per compiere senza traumi questo passaggio istituzionale fu necessario, anche dentro la magistratura, scontare una duplice rimozione, quella delle collusioni col fascismo repubblicano, da un lato, quella della compromissione col fascismo del  ventennio, dall’altro.

L’esperienza di Salò fu semplicemente cancellata: favorite dal cono d’ombra che aveva avvolto l’operato della magistratura in quei seicento giorni e dalla constatazione che nel disordine e nell'illegalità esistente i giudici erano stati tra i pochi a riferirsi comunque a una legge, le forze politiche per prime ignorarono quei pericolosi legami, avendo ben altro da contestare alle autorità politiche del regime[86]; dal canto loro, i singoli magistrati preferirono stendere su tutto quel periodo un velo di silenzio e l’unico giudice che, alla fine della guerra, scrisse un libro per lanciare un messaggio alle giovani generazioni,  parlò con angoscia della crisi presente, delineò una “ideale” figura del magistrato futuro, ma ignorò tutto ciò che riguardava la notte appena attraversata[87]; i magistrati associati, infine, menzionarono il regime di Salò solo per commemorare i colleghi “caduti”, scegliendone alcuni, dimenticandone altri e in particolare quelli che avevano preso le armi nella Resistenza o che, per le loro scelte, erano stati torturati o deportati[88]; non una parola fu spesa sui giudici della Cassazione che si erano trasferiti al Nord o che ivi avevano conseguito rapide promozioni, né su quelli che avevano accettato di far parte dei tribunali straordinari della Rsi; silenzio infine su quei Procuratori di Stato che avevano consegnato ai nazisti i detenuti o che avevano assistito ad abusi e illegalità di ogni sorta senza mai intervenire: per troppi di loro non sarebbe stato sufficiente invocare il consueto e abusato principio della «continuità dei pubblici servizi», meglio quindi, prudentemente, far calare l’oblio sull’intera vicenda.

Rimanevano comunque, ben più ingombranti, i rapporti intrecciati nel ventennio fascista, che non potevano certo essere ignorati da coloro che, sotto quel regime, avevano costruito la loro carriera: qui le critiche certo non mancarono, ma furono indirizzate verso un fascismo astratto, generico e, se mai, verso singoli comportamenti dei ministri, di Grandi in particolare; quanto all’operato dei giudici, invece, i dirigenti dell’Associazione affermarono fin dall’inizio che «la grandissima maggioranza della magistratura italiana» aveva compiuto il proprio dovere anche durante quel difficile periodo, asserzione generica e mai argomentata, eppure ripresa acriticamente nelle sedi politiche più disparate[89]; attorno alla corporazione fu quindi eretto un solido muro di protezione, difeso con asprezza non solo quando le critiche di acquiescenza al fascismo provenivano dai partiti (di sinistra), ma anche quando analoghi rilievi provenivano da qualche voce isolata, interna alla stessa Associazione[90].

Il silenzio o la reticenza sul passato comportò, di conseguenza,  la “necessità” di rimuovere fatti e vicende che, quotidianamente, a quella esperienza rimandavano: dopo aver protestato e definito un «attentato all’indipendenza della magistratura» la legge che consentiva il «collocamento a riposo» degli alti gradi compromessi col passato regime, i dirigenti dell’Associazione ignorarono i numerosi casi – e soprattutto le ragioni – che avevano dato origine a quelle dispense o alle “spontanee” dimissioni seguite all’approvazione di quella normativa[91]. Inoltre, dopo aver accolto con favore la soppressione della sezione della Cassazione di Milano e il trasferimento dei processi contro i “collaborazionisti” alla Corte romana – «un ambiente sereno», questo, dove i magistrati «intendevano far giustizia al di sopra delle passioni e dei risentimenti di parte»[92] – quegli stessi dirigenti tacquero completamente sulle sentenze dei loro colleghi della capitale, che, con ardite motivazioni, presero, ancor prima dell'amnistia del giugno 1946, ad annullare le sentenze delle Corti d’assise straordinarie e a scarcerare i gerarchi fascisti uno dopo l’altro, finendo poi per prosciogliere persino i giudici del Tribunale speciale per la difesa dello Stato.

Questi dirigenti, dunque, cresciuti per lo più all’ombra del Palazzo romano, ricostruirono l’Associazione, dando ad essa una veste «asindacale» e «apolitica», formalizzata questa anche dagli esiti, pressoché plebiscitari, di un successivo referendum interno: la giusta reazione alle precedenti iscrizioni obbligatorie al partito e al sindacato della dittatura fu così il volano attraverso cui si affermò il rifiuto  di libere adesioni alle nuove associazioni  della repubblica democratica.

La scelta era già di per sé ambigua, poiché questa apoliticità era declinata come separatezza assoluta da ogni altro organo costituzionale ed era per giunta accompagnata da una vistosa insofferenza rispetto a qualsiasi critica proveniente dall’esterno; in realtà, dietro a questa scelta, si potevano individuare ideologie, comportamenti e opzioni istituzionali nettamente contrarie per lo più a quelle propugnate dai partiti di sinistra (il programma del Pci, gli articoli de L’Unità e persino la costituzione dell’Urss furono oggetto di critiche minuziose da parte dei collaboratori della rivista)[93], mentre benevola attenzione veniva riservata agli interventi o alle proposte provenienti della maggioranza moderata che si andava aggregando attorno alla Democrazia cristiana. Non a caso questa fase di transizione vide tra i protagonisti Renato Angeloni, un giudice del Tribunale di Roma, considerato l'ideologo dell’Associazione, che, nella sua veste di magistrato, aveva con forza sostenuto le ragioni dell’apoliticità, ma, quale giurista cattolico, si sarebbe posto inquietanti problemi circa l’osservanza delle «leggi ingiuste»[94]; e, se Francesco Vitanza spiegava le ragioni per cui il giudice non doveva «far professione di fede politica», nello stesso numero della rivista, la redazione si compiaceva di segnalare che il giudice Edmondo Caccuri era entrato nella Costituente, senza precisare che a tal fine era stato eletto nelle fila della Democrazia cristiana[95]; né la professione di apoliticità impedì ad Antonio Azara di diventare senatore democristiano nella legislatura 1948-1953, continuando a esercitare le sue funzioni di magistrato, ottenendo anzi in tale periodo ambite promozioni che lo portarono ad essere dapprima Procuratore generale, quindi Primo presidente della Corte di cassazione; il tutto sotto lo sguardo benevolo e interessato dei vertici dell’Anm[96]:

Anche l’ideologia dell’asindacabilità mostrò presto la corda: mentre la nuova retorica continuava a blandire tutta la magistratura come un Potere dello Stato, i magistrati delle preture e dei tribunali del Nord, destinatari di modeste retribuzioni, falcidiate per di più dall'inflazione galoppante, organizzarono assemblee, sottoscrissero ordini del giorno, costituirono un embrionale «Movimento per le rivendicazioni morali ed economiche della magistratura», proclamando poi uno sciopero generale di protesta, visto che il governo aveva ignorato sostanzialmente le loro richieste. Lo sciopero, sconfessato dai vertici dell’Anm, ignorato dalle riviste giuridiche più qualificate, attaccato  da Pannain quale frutto dell’agitazione di magistrati comunisti, venne infine attuato, tra ripensamenti e nuove divisioni interne, solo parzialmente e in alcuni distretti[97].

La frattura si ricompose a fatica: incombevano, infatti, i lavori della Costituente, decisivi per il futuro ordinamento della magistratura; solo i vertici dell’Associazione nazionale e non occasionali comitati locali potevano, a questo punto, veicolare le richieste istituzionali della categoria; la questione economica per il momento fu accantonata e si negò addirittura che le astensioni effettuate e quelle preventivate potessero essere qualificate «scioperi». L’Associazione riuscì così a far prevalere su quelle problematiche le più alte questioni costituzionali, si batté per trasformare l’Ordine giudiziario in un Potere indipendente dello Stato e ottenne, per il conseguimento di un tale obiettivo, l’adesione non solo dei magistrati “periferici”, ma anche di coloro che, al Nord, sul finire della guerra, si erano battuti per instaurare nel paese una giustizia “diversa”.

Due le tracce visibili di questo passaggio: nel 1946 La Magistratura aveva recensito assai favorevolmente il progetto di un nuovo ordinamento giudiziario elaborato da Giovanni Colli, un giudice che, in vista dell’insurrezione, aveva proposto che i crimini fascisti fossero giudicati dai tribunali di guerra del Cvl e non dalla magistratura ordinaria[98]; e, nel 1947, dopo un lungo periodo di reciproche diffidenze, aveva aderito all’Associazione anche Domenico Riccardo Peretti Griva, il giudice simbolo della guerra di liberazione, che in precedenza, come visto, aveva cercato di rinnovare i quadri dell’apparato, recidendo in alto i fili più ingombranti che lo legavano al passato[99].

La difficile transizione era finita: proprio la nomina del presidente della Corte d’appello di Torino a vice presidente dell'Associazione chiuse definitivamente la frattura verificatasi tra i magistrati durante la guerra: nell’immediato, sancì la normalizzazione dell'apparato nella linea di una perdurante continuità[100]; ma al tempo stesso fu il primo segnale che qualcosa cominciava a muoversi al suo interno e che magistrati “diversi” acquistavano voce e potere. Proprio in quei mesi iniziava quel lento rinnovamento che, sotto l’egida della Costituzione, favorito nel tempo dal ricambio generazionale, inciderà dal basso sull’intero apparato, dando infine un significato nuovo a quel concetto di indipendenza, a lungo confinato soltanto nella retorica dei discorsi ufficiali.

[*]Articolo pubblicato su Questione Giustizia trimestrale, edizione cartacea, Franco Angeli, Milano, n. 2/2008.

[1] Sui rapporti  tra il potere politico e la magistratura all’inizio del secolo scorso, vedi P. Saraceno, Alta magistratura e classe politica dalla integrazione alla separazione, Edizioni dell’Ateneo & Bizzarri, Roma, 1979, pp. 79-88; sugli elementi di continuità/discontinuità tra gli ordinamenti giudiziari in vigore prima e dopo l’avvento del fascismo, cfr. A. Pignatelli, I controlli politici sul giudice dallo stato liberale al regime fascista, in Politica del diritto, febbraio 1975, n. 1, pp. 103 ss.

[2] F. Venturini, La magistratura nel primo dopoguerra: alla ricerca del modello italiano, relazione al convegno La magistratura italiana tra associazionismo e potere politico dall’epoca liberale al fascismo, Milano 10 maggio 2007, p. 5  ss., inedita. Dello stesso, più ampiamente, Un “sindacato” di giudici da Giolitti a Mussolini.  L’Associazione generale fra i magistrati italiani, Bologna, Il Mulino, 1987.

[3] A. Rocco, Sulla dispensa dal servizio dei funzionari dello Stato, discorso alla Camera dei deputati 10 giugno 1925,  in  La  trasformazione dello Stato, La Voce Anonima Editrice, Roma, 1927, p. 87 .Non furono evidentemente considerati “politicanti” quei pretori, capitanati da Nicola Pende, che nel marzo 1926 – dopo il varo delle leggi eccezionali – raccolsero e presentarono al Duce, a nome di 700 (?) colleghi, una raccolta di pensieri devoti ed inneggianti al «Redentore della Patria, apostolo della nuova gente italica»; in questo opuscolo i firmatari si vantavano di aver «fin dal primo albore secondato il movimento fascista» e di aver  resistito «fermamente alla travolgente marea bolscevica». Cfr. E. Papa, Una pagina sconosciuta dell’asservimento della funzione giudiziaria. “I Pretori” a Mussolini (1925-1926), in questa Rivista, 1987, n. 3, pp. 705 ss.

[4] O. Abbamonte, La politica invisibile. Corte di Cassazione e magistratura durante il fascismo, Giuffrè, Milano, 2003, pp. 28 e 124-136. In genere l’alta magistratura transitò senza problemi dal regime liberale a quello fascista, come ricordò, trent’anni dopo la marcia su Roma e senza ripensamenti, l’allora Procuratore generale della Corte d’appello di Milano, Antonio Raimondi:.«Estraneo a tutto ciò che sa di politica, rispettoso di ogni governo voluto dal re, non potevo permettermi di distinguere fra i vari colori politici e le varie tendenze degli uomini da lui chiamati al potere». Il Procuratore “apolitico”ritenne peraltro lecita l’occupazione violenta di palazzo Marino da parte degli squadristi, affermando che «con Mussolini era la nostra migliore gioventù»: cfr. A. Raimondi, Mezzo secolo di magistratura. Trent’anni di vita giudiziaria milanese, S.E.S.A., Bergamo, 1951, p. 305 ss.

[5] Le sentenze citate, «esempi luminosi» dell’attività della Corte di cassazione, sono in A. Rocco, Discorsi parlamentari, Il Mulino, Bologna, 2005, intervento alla Camera dei deputati nella discussione sul bilancio della giustizia, tornata del 16 maggio 1929, pp. 417-418..

[6] A. Marongiu, Nel decennale della Marcia su Roma. La Magistratura italiana prima e dopo la Rivoluzione, Roma, 1932, p. 63.

[7] L. Bianchi D’Espinosa, L’Italia: la magistratura, in AA.VV. Società e potere nell’Italia e nel mondo, Torino, 1970, p. 39.

[8] Una testimonianza di come tre magistrati milanesi furono “costretti” ad iscriversi al partito su imposizione del Procuratore generale di Milano Albertini, futuro senatore e procuratore generale della Cassazione, è in L. Gasparotto, Diario di un deputato. Cinquant’anni di vita politica italiana, Dall’Oglio, Milano, 1945, p. 244. Per un caso significativo di “resistenza”ad una tale imposizione, vedi invece. A. Apponi, Il dovere morale di non iscriversi al Fascio, lettera  scritta nel 1932 dal giovane magistrato al padre, pubblicata in questa Rivista, n. 4, 1989, p. 1033 ss. Dopo l’8 settembre 1943, Apponi entrò a far parte del Cln costituitosi a Perugia quale rappresentante del Partito d’Azione.

[9] La circolare n. 2301 del ministro De Francisci è pubblicata nel Bollettino ufficiale del Ministero di grazia e giustizia” (d’ora in avanti B.U.), n. 52 del 23 gennaio 1932 ed è riportata, nei suoi tratti essenziali, in A. Aquarone, L’organizzazione dello stato totalitario, Einaudi, Torino, 1965, pp. 244-45, in nota.

[10] La circolare del Guardasigilli De Francisci n. 2344 del 3 novembre 1934 è in B.U. n. 44 del 5 novembre 1934 e la si può leggere in C. Schwarzenberg, Diritto e giustizia nell’Italia fascista, Mursia, Milano, 1977, p. 172. Sulla politica giudiziaria del regime fascista e sulle circolari con cui i magistrati furono sottoposti a un sempre maggior controllo il riferimento d’obbligo è all’ormai classico saggio di G. Neppi Modona, La magistratura e il fascismo, in Aa.Vv., Fascismo e società italiana, Einaudi, Torino, 1973, p. 127 ss.

[11] Sulla teoria fascista dello Stato totalitario e sull’accelerazione che a questo processo impresse Mussolini alla fine degli anni Trenta, vds. E. Gentile, La via italiana al totalitarismo, Carocci, Roma , 1995, pp. 117 e 204-221, nonché, per i suoi aspetti più strettamente istituzionali, E. Fimiani, Fascismo e regime tra meccanismi statutari e “costituzione materiale(1922-1943), in M. Palla (a cura di), Lo Stato fascista, La Nuova Italia, Firenze, 2001, pp. 81-176.

[12] Cfr. decreto ministeriale. 5 dicembre 1938, art. 4 lett. h, in B.U. n. 1 del 3 gennaio 1939. Nel medesimo Bollettino veniva subito pubblicata la circolare 22 dicembre 1938 interpretativa del regio decreto recante «provvedimenti a difesa della razza italiana», espressamente inviata da Buffarini-Guidi all’Autorità Giudiziaria.

[13] Le leggi razziali furono votate all’unanimità dalla Camera dei deputati il 14 dicembre 1938, quale ultimo atto di quel ramo del Parlamento che, con la votazione successiva, si scioglieva definitivamente, per lasciare il posto alla Camera dei fasci e delle corporazioni; nell’altro ramo, ove sedevano numerosi magistrati, le leggi furono approvate una settimana dopo con l’opposizione di una decina di senatori: cfr. Aa.Vv., La persecuzione degli ebrei durante il fascismo. Le leggi del 1938, Camera dei deputati, pp. 151-152  e 168-169.

[14] I magistrati  – l’uditore Mario Finzi, i pretori Cesare Costantini, Mario Di Nola, Edoardo Modigliani, Mario (Sergio) Piperno, Mario Volterra, i giudici Fernando Minerbi, Umberto Muggia, Giuseppe Seczi, il sostituto procuratore Giorgio Vital, i consiglieri di Corte d’appello Mario Levi e Vittorio Salmoni, i sostituti procuratori generali Ugo Foa e Ugo Davide Levi – furono dispensati dal servizio con regi decreti del 9 gennaio e del 2 marzo 1939; i giudici che chiesero d’esser messi a riposo pur non avendo raggiunto i limiti d’età furono i consiglieri d’appello Amilcare Brizzolari, Pietro Freri, Antonino Martorana e il consigliere di cassazione Giuseppe Pagano: cfr. i B.U. n 6 del 7 febbraio, n. 12 del 21 marzo, n. 13 del 28 marzo, n. 16 del 18 aprile, n. 17 del 25 aprile, n. 18 del 2 maggio, n. 19 del 9 maggio, n. 21 del 23 maggio e n. 30 del 25 luglio 1939.

[15]  Nel comitato scientifico vi erano anche il prof. Santi Romano, presidente del Consiglio di Stato e l’Avvocato generale dello Stato A Giaquinto. Emilio Ondei, futuro presidente della Corte d’appello di Brescia, nell’immediato dopoguerra, sarà uno dei più attivi collaboratori de La magistratura, la  rivista della nuova Associazione nazionale dei magistrati. Su Il Diritto Razzista e sulla qualità degli articoli pubblicati, ci sia consentito di rinviare a G. Scarpari, Una rivista dimenticata: Il diritto razzista, ne Il Ponte, gennaio 2004, pp. 112-145.

[16] Circolare 23 agosto 1939 n. 1765, B.U. 3 ottobre 1939 n. 40, menzionata da Neppi Modona, La magistratura e il fascismo, cit., pp. 147-148.

[17] La cronaca dell’Omaggio della magistratura al fondatore dell’impero è riportata per esteso in B.U. n. 44 del 31 ottobre 1939. In data 5 novembre 1939 Calamandrei annotava sul suo diario: «M(ussolini) ha ricevuto i magistrati e mentre egli, dopo il discorsetto, se ne andava sbattendo la porte, quei derelitti vestiti da burattini tutti insieme cantavano, sotto la direzione di D’Amelio, Kapellmeister…», in P. Calamandrei, Diario 1939-1945, La Nuova Italia, Firenze, 1982, vol. I, p 107.

[18] Cfr. la circolare n. 2370 del 5 ottobre 1938 del ministro Solmi relativa ai Corsi di addestramento per gli uditori giudiziari in B.U. n. 41 dell’11 ottobre 1938.

[19] Cfr. la circolare n. 2376 del 6 ottobre 1939 del ministro Grandi in B.U. n. 41 dell’11 ottobre 1939.

[20] A. Rocco, Sulla dispensa dal servizio dei funzionari dello Stato, Discorso alla Camera dei Deputati, pronunciato nella tornata del 19 giugno 1925, in La trasformazione dello Stato, cit., p. 87.

[21] L’importante discorso di Grandi tenuto davanti al Duce e alle Commissioni per la riforma dei codici il 31 gennaio 1940 è riportato integralmente in B.U., supplemento al n. 8, 20 febbraio 1940. Significativa è la presa di distanze dal «diritto totalitario» nazista, perché questo già cominciava a raccogliere consensi in taluni settori della dottrina italiana (si pensi agli scritti del Maggiore, di Costamagna o all’avventura filonazista de Il Diritto razzista). Non si trattava di fenomeni isolati: un accordo precedente, infatti, aveva dato origine al Comitato per le relazioni giuridiche italo-germanico, sorto per coordinare le future legislazioni dei due Paesi e il convegno di Vienna del 1939, dedicato al tema «Razza e diritto», aveva visto la partecipazione non solo di Costamagna, ma anche del presidente di cassazione Salvatore Messina e del consigliere di Stato Leopoldo Piccardi. Ora, nella prospettiva dell’«Ordine nuovo europeo», l’influenza del diritto nazista su quello italiano era diventata di drammatica attualità e di questo, tempestivamente, si era preoccupato Calamandrei analizzando La crisi del processo civile in Germania in una serie di scritti pubblicati sulla Rivista di diritto processuale civile negli anni 1938-1942, ora in Studi sul processo civile, vol V, p. 285 ss. Sull’origine e il ruolo svolto dal Comitato italo-germanico, fondato nel 1937 e attivo sino alla vigilia del 25 luglio 1943, vedi ora. A. Somma, I giuristi e l’Asse culturale Roma-Berlino. Economia  e politica nel diritto fascista e nazionalsocialista, Vittorio Klostermann, Frannkfurt am Main, 2005, pp. 403-438.

[22] Discorso del ministro Grandi pronunciato nel Senato del Regno il 10 maggio 1940, in B.U. n. 23 del 4 giugno 1940.

[23] La circolare n. 2477 del 29 maggio sull’obbligo di indossare la toga e quella n. 2490 del 29 maggio sulla pulizia dei locali sono pubblicate entrambe  nel B.U. n. 27 del 2 luglio 1940.

[24] Richiama l’attenzione su questa circolare di Grandi,  Neppi Modona, La magistratura e il fascismo, cit., p. 149.

[25] Il divieto di ricorrere alle raccomandazioni di politici o avvocati per ottenere facilitazioni in carriera, addirittura previsto dall’art. 10 dalla legge 24 luglio 1908, n. 438 e ribadito da una circolare di Rocco nel febbraio del 1930, era sistematicamente violato dai magistrati decisi a raggiungere i gradi alti della carriera; e Grandi, col telegramma-circolare n. 2473 del 7 maggio 1940, nel riproporre stancamente il divieto, osservava che (almeno) doveva interrompersi il flusso e la permanenza a Roma dei magistrati che assediavano i componenti del Consiglio superiore per tutto il tempo in cui questi ultimi erano impegnati negli scrutini o nelle promozioni. Cfr B.U. n. 22 del 28 maggio 1940.

[26] Per questi provvedimenti v B.U. nn. 1/1940 del 2 gennaio, 24/1940 del 7 giugno e 34/1940 del 20 agosto 1940.

[27] Nel discorso di saluto Grandi elogiava l’uditore Scarpa, insignito della medaglia di bronzo per il valoroso comportamento tenuto negli scontri con le “masse ribelli” e ricordava che, per l’impegno bellico, ben 57 uditori non avevano potuto presenziare alla cerimonia. Cfr B.U. n. 49 del 3/12/1940

[28] Il ministro, nel ricordare le precedenti circolari in materia, del 1928, del 1933 e del 1935, lamentava che alcuni magistrati fossero ancora propensi ad applicare delle attenuanti ai responsabili di tali delitti che costituivano “una temibile manifestazione di pericolosità sociale”; proprio per questo, in caso di assoluzione, il ministro “suggeriva” l’ applicazione di una misura di sicurezza. V. circolare n. 2382 del 6/11/39 in B.U.n. 47 del 13/11/39.

[29] Questa circolare del 10/11/41 è ricordata da E(manuele) P(iga) nell’articolo Guarentigie dei giudici, apparso nel primo bollettino de La Magistratura, pubblicato s.n. durante la guerra, a cura del Comitato provvisorio per l’Associazione Nazionale Magistrati; alla stessa circolare si riferisce probabilmente Calamandrei (Diario cit., vol. 1, p. 408), quando annota, l’8/12/41, il trasferimento di sede deciso a carico del presidente del Tribunale di Pistoia, reo di aver sospeso la pena in una condanna emessa in materia annonaria.

[30] E. Brizi e L. Vaccaro, Ordinamento giudiziario illustrato coi lavori preparatori, Roma, 1941, pp. 44 e 100;  nel corso dei lavori in Commissione, Piola Caselli, consigliere di Cassazione e senatore del Regno, dopo aver definito la pratica dei concorsi “l’ulcera della magistratura”, descriveva con realismo gli effetti che questa determinava sui singoli giudici: nell’ affrontare il concorso:  “il magistrato è allora in gran parte perduto per la funzione giudiziaria.. comincia il periodo del carrierismo…si redigono sentenze dotte, si trascura il lavoro ordinario.. ci si aiuta con ogni sorta di pressioni.”(ivi, p.. 69) Avendo raggiunto il vertice dell’apparato e conseguito il laticlavio, Piola Caselli parlava dunque per conoscenza diretta e personale. Sull’ordinamento giudiziario del 1941 e sulla Relazione Grandi che l’accompagnava, cfr. G.Neppi Modona, La giustizia in Italia tra fascismo e democrazia repubblicana, in AA.VV. La grande cesura –La memoria della guerra e della resistenza nella vita europea del dopoguerra, Il Mulino, Bologna 2001, pp. 227-236.

[31] I provvedimenti indicati nel testo furono presi, rispettivamente, con la L 25/6/1940 n.827 e con la L. 9/7/1940 n. 937. il dato relativo ai magistrati e cancellieri arruolati alla fine del 1941 è contenuto nell’ Appunto per il Duce, stilato da Grandi il 28/2/1942 e riportato in. F. Cipriani, Il codice di procedura civile tra gerarchi e processualisti, ESI, Napoli 1992, documenti, pp. 401-403. Ulteriori vuoti erano stati causati dalla trentina di magistrati altoatesini che, utilizzando le possibilità loro offerte dall’accordo italo tedesco del  22/12/39, avevano optato per la Germania (vedine alcuni in B.U. 14/1/1941 n. 2); nonché quelli numericamente modesti, ma politicamente significativi, dei magistrati ordinari “messi a disposizione” del Tribunale Speciale: Demetrio Forlenza, Francesco Iannitti Piromallo e Luberto Ramacci. (v. B.U. 22/12/42 n. 51)

[32] La repressione dei delitti in materia annonaria ha conosciuto aggiornamenti continui e progressivi aggravamenti di pene, con la L. 3/9/1939 n. 1337 e il R.D.L. 27/12/1940 n. 1715; la L. 8/7/1941 n. 645, che abrogava tutte le disposizioni precedenti, delegava poi l’attività istruttoria alle prefetture; con la successiva L 3/12/1942 ai giudici veniva proibito di concedere la sospensione della pena; infine il successore di Grandi, Alfredo De Marsico, con la legge di coordinamento 22/4/1943 n. 245, abrogava quel divieto, ma concedeva ai prefetti l’anomalo potere di archiviare la denuncia e di liberare gli arrestati.

[33] Per il ministro in tali casi non era neppure necessaria “la precisa indicazione dell’imputazione”. V. circolare n. 2599 dell’8/1/41 in B.U. n. 2 del 14/1/1941.

[34] Secondo il sottosegretario Putzolu le violazioni  alle legge annonaria, da statistiche elaborate nella primavera del 1942, erano per il 14, 36% di entità lieve e per l’84, 55% “addirittura minima” . Cfr Discorso alla camera dei fasci e delle Corporazioni in occasione della discussione sul bilancio del ministero di Grazia e Giustizia, in B. U. n. 19 del 13/6/1942.

[35] Nell’Appunto al Duce del 28/2/1942 sopra richiamato, Grandi riepilogava le trattative condotte col Ministero della Guerra per ottenere il rientro dei magistrati e dei cancellieri richiamati, sostenendo che quelli non addetti ai tribunali militari erano stati assegnati ai comandi o ai servizi, con “pochi rischi e notevoli vantaggi d’ordine materiale” ed erano, in ogni caso, “facilmente sostituibili”.

[36] Così Putzolu, che, nell’intervento citato del 7/5/1942, aveva parlato di oltre 800 magistrati ed oltre 1500 cancellieri partiti per il fronte. In tale occasione il sottosegretario aveva però segnalato anche  “la rarefazione degli affari determinata dallo stato di guerra ed in taluni casi l’impossibilità obbiettiva della continuazione del processo per l’assenza degli interessati e dei loro patroni” ed aveva annunciato l’imminente varo della legge di sospensione anche per i processi civili. Sul fatto che, grazie alla “provvidenziale”legge  22/5/1942, le cause civili avessero cominciato a “dormire sonni profondi” è preciso il ricordo di Carlo Galante Garrone in Vita e opinioni di Alessandro Perfetti, Milano, Franco Angeli, 1992, pp. 33-34.

[37] Il Tribunale di guerra di Lubiana emise 83 condanne a morte, 412 all’ergastolo e 3082 a 30 anni di reclusione; gli imputati sloveni furono oltre 13.000 e, quando gli italiani si ritirarono, più di 4000 erano ancora in attesa di giudizio. Cfr  T. Ferenc, La provincia “italiana” di Lubiana, Istituto friulano per la storia della Resistenza, Udine, 1994, p. 66. In Dalamzia si procedeva in un contesto normativo caotico, in base “ai bandi delle autorità militari, alle leggi penali ex-jugoslave rimaste in vigore, alle ordinanze del Governatore”: Cfr. O. Talpo, Dalmazia –una cronaca per la storia (1941), Ufficio storico SME, Roma, 1985, pp. 672 ss. Il Tribunale Speciale di Sebenico, secondo fonti yugoslave, processò circa 5000 persone, condannandone a morte 400 e comminando complessivamente 30.000 anni di carcere; il Tribunale di guerra di Cettigne, infine, pronunciò, secondo le suddette fonti, centinaia di condanne a morte o alla reclusione, eseguendo fedelmente le direttive del generale Pirzio Biroli, decorato da Hitler proprio per la campagna in Montenegro. Cfr. C. Di Sante (a cura di), Italiani senza onore – i crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-1951), Ombre corte, 2005, pp. 62 e74-76. Sull’operato complessivo dei Tribunali militari di guerra italiani nella seconda guerra mondiale, v. G. Rochat, Duecento sentenze nel bene e nel male, Gaspari Editore, Udine, 2002.

[38] I magistrati ordinari inviati in Slovenia furono il pretore Nicolò Tramontana, come funzionario di collegamento e il consigliere di cassazione Massimo Pilotti, come “Presidente” della locale Corte Suprema (T. Ferenc, op cit., p. 65); quest’ultimo, divenuto poi Procuratore generale della Cassazione nell’Italia liberata, sarebbe stato protagonista di un famoso “caso”, poichè non solo manifestò la sua fede monarchica in occasione del referendum istituzionale, ma ignorò volutamente l’avvento della repubblica nel discorso col quale inaugurò l’anno giudiziario del 1947 (L. Bianchi D’Espinosa, Il caso Pilotti, ne Il Ponte, 1947, n. 11-12, pp. 1108 ss.).

[39] Solo il giudice Gustavo Piu, che durante la guerra fece fu componente, dapprima, di un tribunale di guerra in Italia, poi di quello di Sebenico e infine di un tribunale del popolo al momento dell’insurrezione, ha manifestato, trentasette anni dopo, la propria angoscia per aver condannato in Dalmazia, “gente che…compivano (!) opera benemerita nei confronti della loro patria contro l’aborrito invasore” (G.Piu, Un magistrato racconta, Editrice Sarda Fossataro, Cagliari, 1979, pp. 63 – 108); diversamente da lui, il sostituto procuratore del tribunale di Venezia, Enrico Grisolia, potè vantare un encomio solenne e  “quattro stellette sul nastrino” per aver fornito “un prezioso contributo all’aspra lotta contro il banditismo”, avendo sostenuto l’accusa in numerosi processi contro i “ribelli”, quale vice-procuratore militare presso il tribunale di guerra della Slovenia ( B.U. n. 26 del 30/6/1943).

[40] Il CSM e la Corte disciplinare erano la longa manus del ministro e ad essi potevano accedere solo magistrati di sua piena fiducia: nel periodo giugno 41 – giugno 43, tra vecchie e nuove nomine, troviamo i cav. di gran croce Ettore Casati, Antonio Azara, Ugo Aloisi, i gr. uff. Vincenzo de Ficchy, Ernesto Eula, Luigi Miraulo, nonché il consigliere Lorenzo Maroni, che rivedremo tutti ai vertici dell’apparato, taluni in posizioni determinanti, dopo la caduta del fascismo.(v. B.U. n. 30 del 29/7/1941 e n. 31 del 3/8/43) Quanto alla rapidità delle carriere si veda, ad esempio, quella di Antonio Serena Monghini, consigliere di cassazione nel 41, Procuratore generale di Messina nel 42, Presidente di sezione in Cassazione nel 1943, promozioni, ovviamente, sempre accompagnate da aumenti di stipendio e da indennità varie (v. B.U. n. 3 del 20/1/42 e n.31 del 3/8/43).

[41] De Marsico, Discorso del Guardasigilli alla Camera dei fasci e delle Corporazioni sul Bilancio del Ministero di grazia e Giustizia, tenuto il 13/4/43, in B.U. n. 26, Supplemento dell’1/7/43. Nello stessa occasione, con minore enfasi, il ministro comunicava che i funzionari vacanti erano 863 nella magistratura e 1506 nelle cancellerie, mentre, complessivamente, il bilancio della guerra registrava nelle loro file 22 caduti, 34 feriti, 3 mutilati e 34 decorati al valore.

[42] Gaetano Azzariti, oltre ad essere capo dell’Ufficio legislativo di quel dicastero, aveva contribuito, dal 1919 in poi, alla costruzione legislativa del regime, aveva partecipato ad una ventina di commissioni ministeriali ed era nel frattempo divenuto Primo Presidente di Corte d’Appello,  nonché Presidente del Tribunale della Razza (nel quale, “a latere”, sedevano i consiglieri Antonio Manca e Giovanni Petraccone); difensore della “tradizione giuridica italiana” contro le torsioni totalitarie, e per questo scontratosi con Carlo Costamagna in occasione della riforma del codice civile, sarebbe diventato il simbolo della continuità istituzionale anche nel secondo dopoguerra, partecipando ai lavori della Costituente e terminando la lunga carriera quale Presidente della Corte costituzionale (seguito, nel suo approdo alla Corte, anche dal collega di un tempo, Antonio Manca).

[43] G. Greco, Tribunali militari, disposizioni legislative e criminalità durante l’occupazione alleata, in AA.VV. 1944 – Salerno capitale – Istituzioni e società, ESI, Napoli, 1986, pp. 467-69. In Sicilia, tribunali civili e preture, chiusi dopo lo sbarco degli Alleati, erano stati riaperti già ai primi di settembre ed il Governo Militare aveva designato quattro magistrati (Ernesto La Cecia, Rosario Miceli, Giuseppe Rinaldi e Giuseppe Pelosi) per dar vita ad un Comitato legale Italiano con compiti di consulenza  per l’interpretazione delle leggi vigenti e per le loro possibili modifiche. Cfr. S Di Matteo, Anni roventi: la Sicilia dal 1943 al 1947, Palermo, 1967, p. 59, cit. in  L. Mercuri, 1943-1945 – Gli Alleati e l’Italia, ESI, 1975, p. 72.

[44] Tra coloro che si recarono a reclamare la liberazione dei prigionieri politici vi era stato il giudice Carlo Giannattasio, per questo sottoposto subito a procedimento disciplinare dal Presidente della Corte d’Appello Vincenzo Galizia (P. Calamandrei, Diario cit., vol 2°, pag 158); con lui, durante i 45 giorni di Badoglio, si erano “compromessi”, a Firenze, Luigi Bianchi D’Espinosa, Emilio Gabrielli e Massimo Portanova (C. Francovich, La Resistenza a Firenze, La Nuova Italia, Firenze, 1961, p. 133): Giannattasio, insieme ai colleghi Bianchi D’Espinosa e Gaetano Baschieri, pubblicherà, nel 1949, un commento sistematico della Costituzione Italiana e, nel 1958, quale magistrato di cassazione, sarà eletto nel primo Consiglio Superiore dell’Italia repubblicana.

[45] Questo episodio è menzionato da Grandi nella lettera inviata il 28/7/1943 a Vittorio Emanuele Orlando, con la quale lo invitava a prendere in mano la situazione creatasi dopo l’arresto di Mussolini. Cfr. D. Grandi, Il mio paese Ricordi autobiografici, Il Mulino, Bologna, 1982, p. 659. In questi ricordi di quarant’anni dopo, Grandi parla anche della sua attività di Guardasigilli, ma con alcuni vuoti di memoria e varie interpretazioni di comodo: all’epoca mai aveva criticato, ad esempio, le leggi razziali o ritenute “inique” le “persecuzioni”che ne erano derivate (ivi, p. 489);  che la magistratura avesse “combattuto per vent’anni una lotta dura” contro “la dittatura”(ivi, p. 494) è poi affermazione destituita di qualsiasi fondamento, utile solo a Grandi per potersi “assolvere”: se la magistratura era stata antifascista, infatti, pure lui poteva fregiarsi di una tale qualifica, poiché aveva svolto il ruolo di  “difensore assiduo, costante, tenace (dei magistrati) di fronte al partito”(ivi, p. 495).

[46] L’episodio della “cacciata” del presidente Ferri dal Palazzo di giustizia è ricordato da M. Palermo, Memorie di un comunista napoletano, Guanda, Parma, 1975, p. 157: il Governo di Salerno, su proposta del ministro di grazia e giustizia Ettore Casati, dispose la dispensa dal servizio del predetto Ferri, “per accertata inettitudine” e, nella medesima seduta, anche la messa a riposo del P.G della Corte d’Appello di Napoli Carlo Bartolini. Cfr Verbali dei Consigli dei  ministri, luglio 1943 – aprile 1944, edizione critica a cura di A.G. Ricci, Presidenza del consiglio dei ministri, 1994- 1995, vol 1°, p. 197.

[47] Il Bollettino Ufficiale del Ministero di Grazia e Giustizia sospenderà le pubblicazioni il 31 /12/43 e le riprenderà solo il 1°/12/44; il 5 giugno 1944 uscirà invece il Bollettino Ufficiale del Ministero della Giustizia della RSI (d’ora in avanti B.U RSI), n. 1-12 e proseguirà ad uscire per tutto l’anno, con cadenze quindicinali..

[48] G. Greco, op. cit., p. 472, ricorda come nel “testo armistiziale” vi fossero “riconoscimenti pressoché illimitati al potere normativo degli alleati”. Solo col RDL 13/4/44 n. 112, nelle terre “restituite” al governo del re l’11 febbraio, verrà riconosciuta ai magistrati italiani la competenza a giudicare i reati contro il patrimonio compiuti in danno dei militari alleati ( A. Degli Espinosa, Il Regno del Sud, Parenti, Firenze, 1955, p. 333); ma questa deroga fu disposta al solo fine di non “gravare” i Tribunali alleati “di un lavoro superiore alle loro possibilità” e facendo comunque salvo la possibilità di un’avocazione nel caso questi lo avessero ritenuto opportuno. Cfr. Verbali dei Consigli dei Ministri cit., vol. 1°, pp. 312-313.

[49] Col RDL 31/1/44 n. 42 si stabiliva che, anche in pendenza del ricorso presso la Suprema corte, la libertà provvisoria poteva essere concessa dal giudice della sentenza impugnata; col successivo RDL 13/3/44 n. 77 si coglieva l’occasione per attribuire al ministro Guardasigilli l’individuazione dei tribunali cui rimettere i processi penali in caso di legittimo sospetto o di motivi di ordine pubblico ed i procedimenti “amministrativi” relativi ai magistrati (!). Il trasferimento delle due sezioni della Cassazione viene disposto con studiata lentezza (gli alleati erano ormai a pochi chilometri da Roma), dapprima col RDL 8/4/44 n. 100, quindi con uno schema di RDL, discusso il 23/5/44, rimasto senza seguito alcuno. Cfr. Verbali del Consiglio dei ministri, cit., vol 2°, pp. 150-151.

[50] Nel “governo dei sottosegretari” al dicastero della Giustizia fu nominato il procuratore Generale della Corte d’Appello di Bari Giuseppe De Santis, già Presidente di quella Commissione che aveva inflitto un lungo confino a Dino Philipson, ora stretto collaboratore di Badoglio (A. Degli Espinosa, op. cit., p. 235). De Santis fu tra gli autori del primo decreto sulla defascistizzazione dei dipendenti statali, il DL. 28/12/1943 n. 29-B, che prevedeva la presenza obbligatoria, nelle commissioni provinciali incaricate delle sanzioni, di “due magistrati di grado non inferiore al VI”; col successivo D.L. 20/1/1944 n. 28 richiamò in servizio i magistrati di grado V collocati a riposo negli ultimi due anni e per tutti predispose un decreto che stabiliva l’obbligo dell’apoliticità, decreto peraltro mai pubblicato. Cfr. Verbali del Consiglio dei Ministri cit., seduta dell’8/12/1943, vol. 1, pp. 89 e 91. Il suo successore, Ettore Casati, era stato sino al 25 luglio 43 Primo presidente della Corte di cassazione ed in tale veste aveva accettato di far parte del comitato scientifico della rivista “Il Diritto Razzista”; poi, quale ministro del governo Badoglio, si era rapidamente adeguato al nuovo corso ed aveva proposto che l’epurazione nei vari ministeri fosse preceduta da un’analoga epurazione della magistratura . Cfr. Verbali del Consiglio dei ministri del 23/2/44, in AA.VV, 1944 – Salerno capitale, cit., appendice 2, p. 638. In seguito avrebbe poi preparato un progetto di legge per la repressione  dei delitti fascisti, ritenuto  troppo radicale da Badoglio e da Corbino e perciò mai esaminato. Cfr. H. Woller, I conti col fascismo, Il Mulino, Bologna, 1997, pp. 148-150.

[51] C.S.M, La magistratura nella lotta di liberazione: i caduti, Roma, 1976, pp. 21-31 e 61-77. La  raccolta di documenti relativi a 14 magistrati uccisi durante la guerra di Liberazione – Dino Col, Pasquale Colagrande, Francesco Drago, Carlo Ferrero, Mario Finzi, Mario Fioretti, Vincenzo Giusto, Giuseppe Garribba, Cosimo Mariano, Cosimo Orru, Nicola Panevino, Pasquale Saraceno, Vittorio Scala, Mario Tradardi –  evidenzia la multiforme partecipazione di questi magistrati alla Resistenza contro i nazifascisti; l’elenco non menziona il caso del vice-pretore di Alba, Viglino, vittima anche lui “ delle violenze delle SS”. Cfr. P.Pisenti, Una Repubblica necessaria, Roma, Volpe, 1977 p. 164; all’epoca  il ministro aveva ignorato le uccisioni dei magistrati e si era limitato a segnalare il “decesso” di Colagrande accanto a quello di altri giudici morti per cause naturali (v. B.U. n. 50-51 del 21/12/1943.)

[52] F. Andreussi, Nel terzo anniversario, sta in M. Meneghini, Piero Pisenti, Edizioni Nuovo Fronte, Portogruaro, 1990, p. 176. Il libro raccoglie i ricordi di chi affiancò  Pisenti presso il ministero della giustizia di Salò in qualità di segretario particolare e ricostruisce, sia pure in un’ottica di parte e sulla falsariga delle memorie dello stesso Pisenti, i numerosi  interventi del ministro in difesa dei magistrati italiani di fronte alle richieste dell’alleato occupante. Su tutto questo e sul processo che fu intentato contro Pisenti per collaborazionismo nell’immediato dopoguerra e che si concluse con la sua assoluzione, ci sia consentito rinviare a G. Scarpari, RSI: processo al ministro della Giustizia, Il Ponte n. 11, novembre 2005, pp. 96-124.

[53] Dagli esami effettuati sui registri delle carceri risulta che molte erano le autorità che disponevano della libertà delle persone e che, in questo contesto, il numero degli ordini di cattura emessi dalla magistratura ordinaria era assai modesto: a Vicenza i detenuti erano “a disposizione” dei Comandi tedeschi, del Tribunale militare di Padova, della Brigata nera, del Tribunale della GNR, del Sottosegretariato della marina, del Tribunale Speciale, ecc. Cfr. L. Violante, L’amministrazione della giustizia, in La Repubblica Sociale Italiana  1943-1945, a cura di P. Paolo Poggio, Brescia, 1986, pp. 289-90. Ancora più significative sono le annotazioni apposte sui registri in occasione dei “prelievi” dalle carceri, poiché, a Varese, gli ordini di scarcerazione emessi dai magistrati  raggiungevano nel 1944 minimi storici (il 9,7% a marzo, il 5,38%  a settembre), mentre i prelievi disposti dall’autorità tedesca erano diventati col tempo sempre più numerosi. Pisenti, del resto, aveva  stabilito che “la forza inattiva” che si trovava nelle prigioni poteva essere impiegata per  “il lavoro in Germania”. Cfr. F. Pintus, La giustizia, in F. Giannantoni, Fascismo, guerra civile e società nella Repubblica Sociale Italiana (Varese 1943 – 1945), Franco Angeli, Milano, 1984, pp. 151-152.

[54] L’uditore giudiziario Mario Finzi, già dispensato per motivi razziali, fu arrestato il 31/3/1944, deportato ad Auschwitz, ove morì in quello stesso anno; Giuseppe Garribba, pretore di Soave,  morì a Dakau il 24/3/1945; Cosimo Orrù, già sostituto procuratore a Bergamo, e Dino Col, pretore a Genova, arrestato nel Palazzo di giustizia e torturato, morirono entrambi nel lager  di Flossemburg : cfr. La magistratura nella lotta di Liberazione, cit, p. 20, 58-60; 90-92, 98; Pisenti riuscì invece a riportare in Italia i giudici Marsicano e Miani, Pennasilico, Sorrentino e Mollica, già deportati in Germania: cfr. Andreussi, op. cit., p. 245; riuscì poi a far liberare Peretti Griva e il Procuratore di Stato Raffo di Genova, già arrestati dalle SS: v., I miei rapporti con la magistratura, memoria prodotta da Pisenti ai giudici di Bergamo in occasione del suo processo in Corte d’Assise nel luglio 1946, in Archivio di Stato di Bergamo, Corte d’Assise  speciale di Bergamo,Processo Pisenti. I fratelli Carlo e Alessandro Galante Garrone riuscirono invece ad evitare l’arresto in Tribunale, riuscendo a fuggire con l’aiuto dei colleghi. Cfr. P.Borgna, Un paese migliore –Vita di Alessandro Galante Garrone, Laterza, 2006, pp. 202-203.

[55] Cfr, Relazione del ministro della Giustizia sull’attività svolta dal suo ministero, in Verbali del Consiglio dei Ministri della Repubblica Sociale italiana,edizione critica a cura di F.R. Scardaccione, Archivio Centrale dello Stato, 2002, vol. II, pp. 998-1001.

[56] La magistratura nella lotta di Liberazione, cit., pp.42-55, 100-106, 110-112, nonché D.R. Peretti Griva, Esperienze di un magistrato, Torino, Einaudi, 1956, p. 32; il giudice Mariano veniva invece assassinato dai soldati tedeschi durante un rastrellamento, mentre il consigliere Pasquale Saraceno veniva ucciso all’ingresso della Corte d’Appello di Firenze da un cecchino appostato nel convento di fronte, ivi, pp. 94-95 e 108.

[57] Relazione del ministro della Giustizia cit., p. 995; di questi, il sostituto Francesco Drago, Commissario politico di una formazione di “Giustizia e Libertà”, cadde colpito dai fascisti, il giudice Vincenzo Giusto, Procuratore militare presso la Divisione alpini “Mauri”, fu ucciso in combattimento e il sostituto Mario Tradardi, raggiunta la brigata “Maiella” morì nel corso della battaglia di Monte Mauro: La magistratura nella lotta di Liberazione, cit., pp. 34-40, 8-87 e 114-115.

[58] D.R. Peretti Griva, La magistratura italiana nella Resistenza e A.Galante Garrone, Documenti sull’organizzazione clandestina della giustizia, entrambi in Il movimento di Liberazione in Italia, 1950, n. 6, pp. 3 ss. Peretti Griva e Giacinto Bozzi erano stati nominati dal CLNRP rispettivamente Presidente e Procuratore Generale della Corte d’Appello di Torino ed al primo erano stati conferiti ampi poteri per ristrutturare gli uffici giudiziari del distretto. Cfr. G. Neppi Modona, La legislazione del CLN del Piemonte, in AA.VV. Aspetti della Resistenza in Piemonte, Torino 1977, p. 341.

[59] Il CLNAI, il 7/1/1944, aveva “avvertito” i funzionari dell’amministrazione e della giustizia che, nel caso avessero prestato il giuramento alla RSI, sarebbero stati colpiti dalle “giuste sanzioni” del futuro Governo Popolare; di “inesorabile punizione” aveva in precedenza parlato l’ “Avanti” dell’8/11/1943, nella rubrica dal titolo emblematico “Tiro a segno”. Pisenti, di contro, ha sempre rivendicato a sé l’esclusivo merito di non aver fatto prestare ai magistrati il giuramento alla RSI e di aver convinto in tal senso Mussolini, avendogli citato,come “precedente”, l’ analoga decisione del Procuratore Dupin nei confronti dei giudici della Cassazione francese: cfr. P.Pisenti, op.cit., p. 78-80. In queste sue tarde memorie ha dimenticato però di menzionare le numerose petizioni contrarie giuntegli dai magistrati del Piemonte, del Veneto, della Toscana e la nota di formale di dissenso inviatagli dal presidente della Cassazione romana, Salvatore Messina (vedila riportata in calce all’articolo di A. Tedoldi, I magistrati e la RSI:- Una testimonianza, in Critica giudiziaria, Bologna, Patron, 1976, n. 3, pp. 93-94);  Pisenti, inoltre, non ha mai spiegato perchè, dopo aver convinto il Duce sull’inopportunità del giuramento ed aver “ritirato” in primavera il D.M. 21/2/1944 n. 43 che lo prevedeva, abbia poi successivamente controfirmato il D.Lgs del Duce  del 20/9/1944 che lo imponeva nuovamente (v. G.U. 28/11/1944 n. 278).

[60] K. Stuhlpfarrer, Le zone d’operazione Prealpi e Litorale adriatico 1943-1945, Edizioni libreria Adamo, Gorizia, pp. 102-104 e 202-206.

[61] P. Zangrando, Appunti sulla legislazione penale ed amministrazione della giustizia nell’Alpenvorland, in AA.VV, Tedeschi, partigiani e popolazioni nell’Alpenvorland, Istituto storico della Resistenza, Marsilio Editori, 1984, pp. 137-143.

[62] G. Fogar, Sotto l’occupazione nazista nelle province orientali, Del Bianco Editore, Udine, 1968, pp. 28-30. Secondo Stuhlpfarrer (op.cit., pp. 104 e 141), Rainer avrebbe istituito anche un Tribunale speciale per la sicurezza pubblica, che avrebbe visto “sporadiche applicazioni” di magistrati italiani (ben nove nell’ottobre 1943).

[63] Così Pisenti nella sua deposizione testimoniale nel corso del “processo Graziani”, all’udienza del 22/3/1950, riportata integralmente in M. Meneghini, op. cit, p. 286

[64] Pisenti, Memoriale, p. 16, documento prodotto nel citato processo celebrato presso la Corte di Assise speciale di Bergamo.

[65] Relazione cit., p. 995.

[66] L. Galli, Una sentenza della RSI Brescia 15/6/1944, Stampato in proprio, Brescia , 2000, pp. 15 ss. I vertici della Corte d’Appello di Torino, Primo Presidente e Procuratore generale e il Presidente del Tribunale di Milano si erano subito adeguati al nuovo corso; pubbliche adesioni alla RSI erano state inviate al ministero della giustizia da parte dei magistrati del tribunale e della pretura di Pavia (“Li faremo presto giudicare dai loro condannati”, chiosava la notizia l’”Avanti” dell’8/11, cit.) e il Procuratore capo di quel tribunale aveva inoltre accolto come “salutare” l’arrivo in città delle truppe tedesche. Cfr. G. Guderzo, L’altra guerra – Neofascisti, tedeschi, partigiani, popolo in una provincia padana. Pavia, 1943-1945, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 52.

[67] Cfr. B.U. RSI, n. 1-19, giugno 1944.

[68] Carlo Alliney fu nominato da Preziosi  capo di gabinetto del suo Ispettorato; nel maggio 1944, le riunioni per l’elaborazione dei nuovi provvedimenti in materia razziale – una “traduzione in italiano” delle leggi di Norimberga – furono presiedute dallo stesso Mussolini e videro la partecipazione di Preziosi, Pisenti ed Alliney, incaricato della stesura delle diverse normative Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi,  nuova edizione ampliata, 1993, p. 456  ed ora, soprattutto, M. Raspanti, L’Ispettorato generale per la razza, in M. Sarfatti (a cura di), La Repubblica sociale italiana a Desenzano: Giovanni Preziosi e l’Ispettorato generale della razza, Editrice La Giuntina, Firenze, 2008, pp. 109 ss.. Il giudice Alliney, nel dopoguerra, verrà promosso dapprima consigliere di Cassazione e poi, nel 1968, Presidente di sezione di Corte d’Appello di Milano; un magistrato del suo stesso concorso, il giudice Giuseppe Odorisio, che aveva avuto il coraggio di chiedere, il 16/12/44 la cattura di alcuni capi delle speciali “polizie”, quali Finizio, De Lardarel, Giacomelli e Brivio, era invece rimasto, alla fine degli anni 60, semplice consigliere di corte d’appello. Cfr. P. Saraceno, I magistrati italiani tra fascismo e repubblica - Brevi considerazioni su un’epurazione necessaria ma impossibile, in Clio, 1999, n. 1, pp. 74 ss.

[69] R.Farinacci, Magistratura sui generis, articolo apparso su Il Regime fascista del 28/6/1944, nel quale il gerarca di Cremona, oltre alle critiche rivolte alla magistratura, aveva “denunciato” il ministro per una sua presunta collusione con Badoglio subito dopo il 25 luglio; la replica di Pisenti, con un’ imbarazzata precisazione sul punto e con la ferma difesa dei giudici,, era  indirizzata al Duce e veniva pubblicata, il giorno successivo, dal Corriere della sera. Il dissidio tra Farinacci e  Pisenti era risalente nel tempo, almeno da quando il primo, quale segretario,  aveva espulso dal partito l’avvocato friulano, riammesso poi per decisione di Mussolini; il contrasto era riesploso nel giugno 1944, dopo che i magistrati nominati da Pisenti avevano condannato Farinacci, unico tra i gerarchi del nord, per gli illeciti arricchimenti conseguiti durante il ventennio. Sull’intera vicenda, vedi la documentazione in L. Galli, op. cit., pp. 24 ss.. Pisenti sarebbe poi tornato a difendere la magistratura davanti al Duce nella Relazione di fine anno, già richiamata in precedenza.

[70] Il funzionamento di questi tribunali formati da “fascisti di provata fede” fotografa, incidentalmente, anche le fratture interne createsi tra i magistrati: alcuni di essi, infatti  vi operarono come giudici (Michele Poddighe, del Tribunale di Varese, ad esempio), altri comparvero davanti a quei tribunali come imputati (Fabrizi Enrico, giudice del Tribunale di Busto Arsizio o Francesco Drago, sostituto a Savona). Cfr. F. Pintus, op. cit., pp. 161- 167.

[71] Per le nomine dei nuovi consiglieri di cassazione, vedi B.U RSI dell’1/4/1944 n. 13-15; tra di essi vi era il giudice Artina che, nel 46, presiederà la Corte d’Assise speciale di Bergamo e che assolverà Pisenti dall’accusa di collaborazionismo. Il ministro, nella Relazione di fine anno, segnalava al Duce che. oltre ai vuoti registrati in Cassazione, nelle Corti e nei tribunali i magistrati presenti erano 707 su 994, nelle Preture 348 su 590. Cfr Relazione cit., p. 996. della RSI.

[72] I due interventi sono riprodotti in P. Pisenti, Una Repubblica necessaria, cit., pp. 233-247.

[73] Il decreto era stato elaborato nell’estate da una commissione appositamente nominata da Bonomi, composta dal consigliere di stato Antonio Papaldo, dal consigliere di Cassazione Giuseppe Lampis, già capo gabinetto di Azzariti nel Tribunale della Razza ed era presieduta dal prof. Arturo Carlo Jemolo. Cfr. C. Pavone, Tre governi e due occupazioni, in Italia contemporanea, 1985, n. 160, pp. 77-78.

[74] G.Grassi (a cura di),”Verso il governo del popolo”, Milano, Feltrinelli, 1977, pp. 174-175. Lo stesso Jemolo aveva già escluso, in precedenza, qualsiasi possibilità di riconoscere validità alla legislazione emanata dal CLNAI, trattandosi di “provvedimenti già superati dalle circostanze”. Sulla rilevanza politica di questa continuità dello stato attraverso la RSI aveva richiamato l’attenzione Claudio Pavone sin dal 1974 in  La continuità dello stato –Istituzioni e uomini, in AA.VV Italia 1945-1948 – Le origini della Repubblica, Torino, Giappichelli, pp. 196- 205; sulle conseguenze “giuridiche” sorte a seguito di tale continuità, vedi lo scritto analitico di M.S. Giannini, La Repubblica sociale italiana rispetto allo stato italiano, in Rivista italiana per le scienze giuridiche, 1951, soprattutto pp. 356–378; per l’inefficacia relativa degli atti concernenti la carriera dei dipendenti statali, in particolare, pp. 392-398.

[75] I decreti, tutti del settembre 1944, registrati nel gennaio 1945, furono pubblicati nel Supplemento del B.U. n. 3, dell’8/2 e nel n. 4 del 16/2/1945; Mario Levi, Ferdinando Minerbi, Umberto Muggia e Giorgio Vital, pure espulsi per motivi razziali, furono invece rimessi in ruolo nell’ottobre del 1945.( B.U. n. 3 del del 16/2, n. 4 del 28/2 e n. 5 del 16/3/1946); all’inizio dell’anno erano rientrati i magistrati Roberto Cirillo, Filippo Alfredo Occhiuto, Giovanni Macaluso, Florenzano Francesco, Pelaggi Vincenzo, Manarese Ermenegildo, tutti epurati nel 1926 per motivi politici (v. Verbali del consiglio dei ministri, cit. vol. IV, seduta 8/2/1945, pp. 223-224); ancora più dilazionati nel tempo furono i “rientri” di Ugo David Levi, espulso per motivi razziali nel 1939 (ivi, seduta dell’1/6/1945, pp. 835-836), nonché quelli di Alessandro Montoro e di Mario Neri, espulsi per motivi politici, rispettivamente nel 1926 e nel 1931 (ivi, Vol V, t. 1, seduta del 12/9/1945, p. 497).

[76] La nomina di Pagano non fu senza contrasti: Ruini e De Gasperi avrebbero preferito Pilotti, già nominato da Tupini Procuratore Generale, ma Togliatti aveva osservato che “era stato l’uomo di fiducia del Governo fascista al momento della campagna per la conquista dell’Etiopia” ed “era stato a Lubiana”; scartò anche il nome di Calamandrei, che aveva “uno spiccato carattere di parte” e che aveva dato un “contributo” alla redazione dei codici fascisti; valorizzò invece Pagano perché si era rifiutato di prendere la tessera del PNF; la sua proposta, sostenuta in modo convinto da Scelba, ottenne l’approvazione del Consiglio. Cfr, Verbali del consiglio dei ministri, cit., vol. V, t. 1, seduta del 5/9/1945, pp. 460-462. Quando sia Pilotti che Pagano, il 4/1/1947, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, ignorarono ostentatamente il Presidente del nuovo stato repubblicano, Nenni potè solo annotare sul diario. “eppure l’uno e l’altro sono stati nominati da noi…”.Cfr. P. Nenni, Tempo di guerra fredda – Diari 1943 – 1956, Sugarco edizioni, Milano, 1981, p. 322.

[77] Il governo Bonomi, con Tupini Guardasigilli, il 3/11/ 1944, nominò presidenti di sezione della Corte di Cassazione, oltre a Maroni e De Ficchy, Emanuele Piga ed Antonio Manca, già componente quest’ultimo del Tribunale della Razza e divenuto, nell’agosto 1944, Direttore generale Capo presso il ministero di grazia e giustizia (v. Verbali del consiglio dei ministri ,cit, Vol III, seduta del 10/8/1944 , p. 114 e seduta del  3/11/1944, pp. 519-521).

[78] Tutt’altra decisione De Ficchy dimostrò in seguito, quando, tornato a presiedere la Seconda sezione della Cassazione penale, riuscì a mettere nel nulla il maggior numero di sentenze di condanna emesse dalle corti di merito nei confronti di fascisti imputati di reati di collaborazionismo: così R. Canosa, Storia dell’epurazione in Italia, Baldini & Castaldi, Milano, 1999, pagg 121 e 146. Sull’operato della 2° Sezione di De Ficchy, molto apprezzata dalla dottrina penalistica dell’epoca, per lo più guidata da professori – difensori dei fascisti benestanti, assai severo era stato invece il giudizio di A. Battaglia, Giustizia e politica nella giurisprudenza, in Dieci anni dopo – 1945-1955, Laterza, Bari, 1955, pp. 339 ss. Per una valutazione elogiativa, quasi apologetica, vedi invece R.. Pannain, Magistrati a riposo, in Archivio Penale, 1950, I, p. 343  ed ora il profilo biografico incluso nell’ Omaggio ai giuristi davolesi di ieri e di oggi, a cura dell’Associazione culturale A Ruga e Davoli, Roma, PrimeGraf, 2001, p. 101, citato da M. Franzinelli, L’amnistia Togliatti, A. Mondatori, Milano, 2006, pp. 57 ss.

[79] La circolare 6/6/1944 n. 285 di Arangio Ruiz , nonchè quella successiva 18/8/1945 del Guardasigilli Togliatti che ne riprendeva i contenuti, possono ora leggersi in calce a V. Accattatis, Indipendenza e politicizzazione dei giudici nella storia dell’Associazione Nazionale  Magistrati, in Questione giustizia,  anno V, n. 3, 1986, p. 745 ss.

[80] G. Neppi Modona, Il problema della continuità dell’amministrazione della giustizia dopo la caduta del fascismo, in L. Bernardi, G. Neppi Modona, S. Testori, Giustizia penale e guerra di liberazione, Milano, Franco Angeli, 1984, pp. 16 ss.

[81] Nel dicembre ‘45 Peretti Griva aveva inviato alla presidenza del consiglio due dossier relativi a 67 alti magistrati da sottoporre a sanzioni; ma sui 37 che ricoprivano le cariche di Primi Presidenti e di Procuratori generali solo 5 furono alla fine epurati con provvedimento definitivo. Cfr. P. Saraceno, I magistrati tra fascismo e repubblica, cit, p.71.  L’accettazione delle dimissioni di Peretti Griva fu voluta principalmente da De Gasperi, che la trattò come primo argomento all’odg nella seduta del 10/12/1945. Nella medesima occasione Togliatti sottopose all’esame dei ministri il caso di Ernesto Eula, “fascista convinto”, “rigido” pubblico accusatore nel processo contro Sandro Pertini nel 1927, ma “ottimo magistrato.” De Gasperi si oppose alla rimozione, Brosio citò benemerenze recentemente acquisite da Eula per la protezione data ad antifascisti, Togliatti osservò che “con simili criteri” sarebbero rimaste nell’alta magistratura “persone non democratiche”, ma, alla fine, il governo deliberò il suo mantenimento in servizio Cfr. Verbali del consiglio dei Ministri, cit, vol. VI, I, pp. 26 ss. Eula, nel dopoguerra, sarebbe diventato primo presidente della Corte di cassazione.

[82] I componenti di questo CLN di magistrati erano, secondo il ricordo di Peretti Griva, i giudici Nicola Picella, Salvatore Zingale, Romolo Gabrieli, Italo D’Abbiero, Andrea Lugo; Presidente fu dapprima il consigliere Fragali, quindi il consigliere Paolo Silvio Migliori . Cfr. D.R.Peretti Griva, Esperienze di un magistrato, cit., p. 34

[83] Bianchi D’Espinosa, in particolare, teneva i contatti tra Roma e Firenze e portò dalla capitale un fondo di 300.000 lire per sopperire ai bisogni dei magistrati eventualmente costretti  a lasciare il proprio posto di lavoro. Cfr. C Francovich, La Resistenza a Firenze, cit.,  p. 133.

[84] La Magistratura, Roma, s.n., 1/4/1943;  in realtà quel numero della rivista fu pubblicata quanto meno nell’inverno del 45, visto che, oltre all’odg ed alla presentazione richiamate nel testo, riporta un deliberato dell’Ordine degli avvocati e dei procuratori di Roma del 21/1/45; sin dalla sua prima apparizione, comunque, la rivista, diretta da Ernesto Battaglini, già procuratore militare durante la I guerra mondiale, si occupò soprattutto di questioni “interne” alla magistratura, quali le circoscrizioni da eliminare, gli stipendi da salvaguardare, il disagio dei giudici tra vecchie e nuove leggi.

[85] P. Saraceno, I magistrati italiani tra fascismo e repubblica, cit., pp. 65-96., nonché G. Focardi, Le sfumature del nero: sulla defascistizzazione dei magistrati, in Passato e Presente, gennaio – aprile 2005, pp. 62-87. Secondo Focardi i magistrati ordinari sottoposti a procedimento epurativo inizialmente erano stati circa 400, ma mancano i dati di quanti furono effettivamente collocati a riposo. E’ sintomatico peraltro, per comprendere i criteri adottati nei giudizi finali, il caso del magistrato Fischetti, che, dopo aver prestato giuramento alla RSI, aveva partecipato quale giudice al Tribunale di guerra del Corpo CO.GU (Controguerriglia) ed aveva redatto le sentenze di condanna a morte di cinque patrioti, condanne immediatamente eseguite: ebbene, malgrado questi precedenti, anche lui fu prosciolto da ogni accusa sia in sede penale che in quella amministrativa e potè continuare a svolgere le funzioni di magistrato ordinario, ottenendo la successiva promozione a consigliere di corte d’appello. Cfr. G. Focardi, I magistrati tra la RSI e l’epurazione, in S. Bugiardini (a cura di), Violenza, tragedia e memoria della Repubblica sociale italiana, Carocci, Roma, 2006, pp. 315-319. Su come operasse il Tribunale del Corpo CO.GU cfr. M. Rivero, Il Tribunale delle grandi Unità CARS – CO GU, in Il Movimento di Liberazione in Italia, 1953, n. 25, p. 3 ss.

[86] Neppure durante la guerra, del resto, il CLNAI aveva dedicato “attenzioni particolari” a singoli magistrati: solo sul finire del conflitto, il Procuratore generale della Corte d’Appello di Genova era stato “diffidato” dal CLN regionale ligure “per non aver intrapreso alcuna azione contro i fascisti responsabili di assassinio di patrioti detenuti nelle carceri”. Cfr. C. Pavone, Una guerra civile . Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1991, p. 464. Il Procuratore, Alfonso Aroca, era un “magistrato coloniale”, rientrato da Tripoli alla fine del 1941 ed era stato subito destinato alla Procura Generale di Genova (v. B.U. 20/1/1943 n. 3); dopo la Liberazione fu uno dei pochi alti magistrati che, su proposta del ministro Togliatti, il governo De Gasperi riuscì a collocare definitivamente a riposo. Cfr. Verbali dei consigli dei ministri, cit, Vol VI, t. 1, seduta del 1° marzo 1946, p. 489.

[87] G.A. Raffaelli, Il sacerdote di Temi, Gentile Editore, Milano, 1945. L’alto magistrato, futuro presidente dell’ANM, riproponeva, sin dal titolo, la figura del giudice “missionario”, declinandola secondo gli stereotipi della tradizione (il magistrato doveva seguire una “vocazione”, vivere in una  “famiglia con figli”, decidere “secondo coscienza o timor di Dio”, ecc); ma, venendo al concreto, l’Autore riteneva che attentati all’ indipendenza dei giudici, nell’ora presente, potevano venire non tanto dai partiti, quanto piuttosto “dal popolo stesso” con i suoi “clamori di piazza e minacce di scioperi”. (ivi, p. 11). Sulle “memorie” dei giudici nel dopoguerra, cfr. P. Soddu, La transizione dal fascismo alla democrazia nella “memoria” della magistratura italiana, in La grande cesura, cit., pp. 309 ss.

[88] La Magistratura, 1/4/1943, cit. Il  necrologio riguardava Mario Fioretti, Pasquale Colagrande e Pasquale Saraceno; nel numero 2 del febbraio 46 veniva invece pubblicata la nota con cui il Procuratore ed il Presidente del Tribunale di Cuneo avevano segnalato ai vertici della Corte d’Appello di Torino l’avvenuta esecuzione per mano nazista del consigliere Carlo Ferrero.

[89] Emblematico in questo senso  l’intervento di E(manuele) P(iga), Guarentigie dei giudici, apparso su La Magistratura dell’ 1/4/43, cit. Piga, Pagano e Pilotti furono tra i magistrati che elaborarono, per conto di Togliatti, la L. 31/5/46 n. 511, sulle guarentigie della Magistratura. Cfr. Verbale dei consigli dei ministri, cit., vol. VI, t. 2, p. 1159.

[90] Nell’assemblea della Sezione romana del 13/4/46 una critica in tal senso era stato rivolta dal giudice Pellettieri nei confronti dell’alta magistratura, ma era stato per questo duramente ripreso da tutti gli altri intervenuti. Cfr La Magistratura, n. 3-4, marzo-aprile  1946.

[91] Un ordine del giorno contro le possibili epurazioni fu approvato per acclamazione all’assemblea di Roma del 21/10/1945, quando  le leggi 9/11/1945 n. 702 e n. 716 erano ancora in gestazione. Cfr La Magistratura, s,n., dicembre 1945; ulteriori critiche seguirono ovviamente alla loro approvazione. Cfr., Trasferimenti, ne La Magistratura, n. 2, febbraio 1946.

[92] G. Petraccone, Difesa della Cassazione unica, in  La Magistratura, n. 5-6, maggio –giugno 1946. Petraccone, già componente del Tribunale della Razza, era vice-presidente dell’Associazione ed era stato incaricato di predisporre uno schema di nuovo ordinamento giudiziario. Pur professandosi apolitico, a nome della redazione della rivista, aveva inviato “i più  vivi e cordiali auguri” a “La Voce della Giustizia, il battagliero periodico torinese” diretto dal magistrato Giovanni Durando (cfr. La Magistratura. N. 9-10 del novembre- dicembre 1946). Il “battagliero periodico”, che pure si dichiarava indipendente, aveva svolto tuttavia un’assidua polemica antigovernativa e filomonarchica prima del referendum istituzionale, polemica divenuta successivamente “filoqualunquista”. Cfr. F. Scalambrino Lo sciopero dei magistrati del 1947, in Questione Giustizia, 1984, n. 1, p. 239, in nota. Durando, tra l’altro, aveva sostenuto che era ingiusto sottoporre a giudizio Eichmann, delle cui azioni, in definitiva, la specie umana non avrebbe dovuto dolersi troppo dato che sugli ebrei pendeva la “maledizione divina”. Cfr. G. Ghirotti. Il magistrato, Vallecchi Editore, Firenze, 1963, seconda edizione completamente rinnovata, p. 52

[93] La polemica fu costante, soprattutto nei mesi in cui Togliatti operò quale Guardasigilli. Cfr. Giudici elettivi, in La Magistratura n 1 del gennaio 1946, La costituzione sovietica, nel n. 3-4 del marzo aprile 1946.

[94] E. Moriondo, L’ideologia della magistratura italiana, Bari, Laterza, 1967, p. 125.

[95] F. Vitanza, I magistrati e i partiti politici, in La Magistratura , maggio giugno 1946, n. 5-6.

[96] E. Moriondo, L’ideologia della magistratura, cit., pp. 224 – 225 e 244; quando Azara, andato a riposo nel gennaio 53, divenne nell’ottobre successivo ministro del governo Pella, il presidente dell’Associazione Ernesto Battaglini gli rese un caloroso omaggio, affermando che ora la magistratura si attendeva molto da lui.

[97] F. Scalambrino, Lo sciopero dei magistrati del 1947, cit. pp. 219 ss.

[98] Cfr. La Riforma dell’ordinamento della giustizia, recensione non firmata, in La Magistratura, maggio –giugno 1946 n. 5-6, cit.. Per l’attività del magistrato durante la guerra di Liberazione, cfr. G. Colli, La giustizia militare partigiana,  in AA.VV , 25 Aprile – La resistenza in Piemonte, Orma, Torino, 1946, pp. 239-265

[99] Sull’operato di Peretti Griva quale Commissario all’epurazione, R. Canosa, Storia dell’epurazione,cit., pp. 313 ss.

[100] E. Moriondo, L’ideologia della magistratura, cit., pp. 138 ss.

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