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“A’ peste’”*
Magistratura e società
“A’ peste’”*
di Marco Puglia
Magistrato di sorveglianza Santa Maria Capua Vetere
Un magistrato di sorveglianza si reca a conoscere Castel Volturno

“A’ peste, a’ paura ce fa addiveenta’ furest e s’acciden mamme, pate, frate, uno contr’ a nato, ma chi l’ha vuluto? chi ce l’ha mannato? A’pest’!”[1]

L’appuntamento è lungo una strada parallela alla via Domiziana che costeggia l’intero litorale della provincia casertana. Degli antichi fasti dell’epoca romana, questi luoghi conservano solo il nome: molti di essi sono stati violentati dalla brutale edilizia dei casalesi, molti di essi sono ora semideserti, abitati da chi è sopravvissuto alla pestilenza delle associazioni camorristiche.

Se Napoli non è bagnata dal mare, il litorale domizio, stretto tra il Volturno ed il Garigliano, da questi fiumi non trae giovamento, non trae sollievo. Le sue spiagge hanno lo sguardo proteso verso Capri ed Ischia, ma le belle sorelle sembrano guardare con sdegno e disprezzo la miseria di questi luoghi.

Ad attendere me, la mia collega e la nostra preziosa cancelliera c’è un’assistente sociale dell’Ufficio Esecuzione Penale di Caserta, donna forte e coraggiosa, che ci farà da cicerone per tutta la nostra visita. E’ lei che, insieme ad altri suoi due colleghi, si occupa del difficile territorio castellano su cui l’Ufficio di Sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, di cui faccio parte, provvede.

Con noi c’è anche un ispettore di polizia, che pur prestando servizio qui da circa ventisette anni, parla di questa terra con lo stesso rammarico di chi volge per la prima volta il proprio sguardo sulla  disperazione che la attanaglia.

Come giovani magistrati di sorveglianza alle prese con la loro prima funzione, io e la mia collega, abbiamo avvertito la necessità di vedere e toccare con mano questi luoghi perché i nostri provvedimenti abbiano anche per noi un senso, perché in essi, per quanto possibile, vi sia la consapevolezza di chi ha conosciuto e conosce, perché come di recente mi ha ricordato un prezioso amico: “per conoscere bisogna aver visto”.

Il piccolo convoglio ha alla guida l’assistente sociale dell’Uepe che pur ripetendoci più volte che “senza stradario si perderebbe” non ne fa uso neanche una volta; priva di ogni esitazione ci conduce in questo territorio dove il tufo si  impasta con la povertà.

Castel Volturno conta oltre cento soggetti seguiti dall’ufficio esecuzione penale[2], molti di essi sono stranieri e ciò anche tenendo conto che, secondo gli ultimi dati Istat, questo comune conta il 14,6 % di popolazione immigrata (in maggioranza nigeriana). Si tratta, tuttavia, di dati approssimativi considerato che è quasi impossibile conoscerne il numero preciso a fronte di un incontrollato mercato immobiliare ove spesso chi stipula il contratto di locazione è un uomo di paglia dietro il quale si celano immigrati che, privi del permesso di soggiorno o di un minimo di garanzie da poter offrire, non potrebbero da soli reperire un alloggio.

Questa cittadina di mare, un tempo con l’ambizione di essere luogo esclusivo di villeggiatura, è diventata, suo malgrado, una delle mete prediletta per la esecuzione della misura cautelare degli arresti domiciliari o di una misura alternativa.

In larga parte si tratta di napoletani che, nella città partenopea, risiedono in quella che loro stessi definiscono “la zona rossa” ossia periferie o comuni della provincia connotati da un’alta densità criminale. Chi, infatti, ha intenzione di vedersi riconosciuta una attenuazione della misura cautelare carceraria o chi anela al beneficio della esecuzione della pena presso il domicilio sa bene che le probabilità di raggiungere il proprio obiettivo si abbassano in maniera significativa allorquando si chieda di rientrare nei luoghi ove la propria attività criminale è fiorita.

Meglio indicare luoghi ameni, lontani, almeno all’apparenza, dai tumulti delle grandi associazioni criminali: e così che la scelta cade su Castel Volturno.

Spesso accade, infatti, che coloro che qui si trovano in arresti domiciliari continuino a permanervi con il passaggio in giudicato della sentenza attraverso il meccanismo dell’art. 656 comma 10 c.p.p.  che, infine, conduce, sempre nel medesimo luogo, alla detenzione domiciliare. Non pochi sono, poi, quelli che sono sottoposti alla misura di sicurezza della libertà vigilata, spesso applicata in attenuazione della casa di lavoro per gli autori di reati di tipo associativo.

La prima tappa della nostra visita è la zona chiamata “ destra Volturno” ove sconvolge il numero di ville abbandonate alla incuria e, spesso, alle occupazione abusive. Molti dei proprietari, proprio per evitare che ciò accada preferiscono murare gli ingressi: sembrano case divenute improvvisamente mute, senza più vita.

La vita dei liberi vigilati in zone come quella di Castel Volturno è senz’altro ben diversa da quella dei soggetti sottoposti alla medesima misura in comuni come quello di Napoli: l’assistente sociale ci segnala, infatti, che qui l’assenza di servizi e risorse si fa marcatamente sentire.

Questa circostanza si riflette, così, anche sulle istanze di autorizzazione che giungono a noi magistrati di sorveglianza. Molto spesso le poche strutture mediche lì presenti non sono in grado di fornire gli esami o le visite specialistiche di cui i detenuti domiciliari o liberi vigilati hanno bisogno. Così come, del resto, il passaggio dalla più restrittiva misura della detenzione ex art. 47 ter o.p. alla più ampia e sperimentativa dell’affidamento in prova si rivela, qui, più difficile proprio per l’assenza di attività che possano consentire un adeguato percorso di risocializzazione attraverso quest’ultima modalità espiativa della pena.

L’impressione complessiva della visita è quella di girare in un microcosmo proteiforme che nasconde in sé storie e realtà assai diverse tra loro legate da l’unico file rouge dell’abbandono.

Ci spostiamo, così, presso la “Celestial Church of Christ”, chiesa di orientamento protestante ove il pastore nigeriano che ne è a capo offre ospitalità ai propri connazionali in detenzione domiciliare i quali, altrimenti privi di domicilio e lontani dai propri familiari, non avrebbero alcuna possibilità di evitare la reclusione in carcere. Oggi lì è giorno di festa e di celebrazione religiosa: tutti, compresi i bambini, sono vestiti di bianco e si dirigono in gran fretta verso la chiesa dislocata nel cortile dove il pastore, con i suoi fedeli, canta e prega tra i colori sgargianti che decorano la struttura. Per qualche secondo dimentichiamo di essere a Castel Volturno.

Ma è lì che siamo e a ricordarcelo è la necessità di proseguire la visita.

“Mama!” qualcuno grida da un balconcino di una palazzina logorata dalla salsedine. E’ Ilir, libero vigilato, che attira l’attenzione dell’assistente sociale che ci accompagna e che lui chiama, con affetto, “mama”.

 

Di recente l’ufficio di sorveglianza di Santa Maria ha attenuato, nei suoi confronti, la misura di sicurezza della espulsione convertendola in libertà vigilata: la prima, se applicata, sarebbe stata eccessiva e, soprattutto, contraria al senso di umanità che deve connotare anche questi strumenti. Ilir ha, infatti, parte del corpo paralizzata a seguito di un ictus che recentemente lo ha colpito, nonostante la giovane età: le sue precarie condizioni di salute hanno reso impraticabile, se non addirittura impensabile, l’idea di espellerlo dal territorio italiano.

Quello delle espulsioni è un tema che noi magistrati di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere ci troviamo spesso a dover affrontare tenuto conto dell’altissima presenza, in questi territori, di extracomunitari e ciò sia quando si tratti di misura di sicurezza ai sensi dell’art. 235 c.p., sia quando si tratti di quella che, con una frode delle etichette, viene chiamata espulsione a titolo di sanzione alternativa alla detenzione ai sensi dell’art.16 del d.l.vo. n. 286/1998. Si tratta di strumenti che, oggi più che mai, risentono dell’assenza di scelte meditate in materia di immigrazione.

A limitarne l’applicazione è l’art. 19 del medesimo testo legislativo ove, fra i motivi ostativi, vi è anche la convivenza “con parenti entro il secondo grado o con il coniuge di nazionalità italiana”. La sopravvivenza del nucleo familiare, secondo questa previsione, acquista valore solo se si tratti di legame con soggetti italiani. Ciò comporta che lo strumento della espulsione spesso sfaldi violentemente intere famiglie.

E ciò accade anche quando gli altri componenti siano ben inseriti nel conteso sociale di referenza: mogli e madri che, con un regolare permesso di soggiorno, svolgono attività lavorativa e minori che seguono regolarmente percorsi di scolarizzazione, si vedono così sottrarre, mediante l’espulsione, un importante riferimento per il nucleo familiare rimpatriato nel paese di origine che ha abbandonato quando era ancora bambino e del quale, spesso, sa poco o nulla.

E Castel Volturno diviene, così, teatro di queste piccole e pur poderose tragedie familiari proprio, come in passato, lo è stata per fatti che hanno avuto una risonanza mediatica ben più marcata.[3]

Del resto la elevata presenza di extracomunitari privi di un regolare permesso di soggiorno pone serie problematiche anche con riferimento all’assistenza che, dal punto di vista sanitario, può essere necessaria.

Ed è per questo che ci dirigiamo all’ambulatorio Emergency. Ad accoglierci c’è un giovane medico che ci spiega che la struttura offre trattamenti medici a tutti quegli extracomunitari che altrimenti non potrebbero riceverne perché privi dei necessari titoli. Gli chiedo quale sia la patologia più diffusa e la risposta mi meraviglia: ipertensione. Molti di essi, infatti, giunti in Italia conducono uno stile di vita (anche alimentare) assai lontano da quello che conducevano in patria così esponendosi d’embelèe alle tipiche malattie occidentali e giungendo, meglio che in altri settori, a realizzare una sorta di integrazione beffa.

Emergency non è l’unica realtà assistenziale di Castel Volturno: qui c’è, infatti, anche un centro dei padri Combioniani del cuore di Gesù. Questa congregazione ha deciso di aprire qui una struttura di supporto che, tra l’altro, offre attività di doposcuola per i figli degli immigrati della zona.

Ed in tal senso è assai suggestivo il fatto che, questo istituto religioso, votato alla evangelizzazione delle zone più compromesse dell’Africa centrale, abbia deciso di installare qui una propria cellula così come del resto ha fatto Emergency, principalmente votato ad offrire assistenza sanitaria in luoghi devastati dalla guerra.

E del resto, questa città fantasma che d’estate si popola di un variegato popolo di vacanzieri low cost offre scorci che sembrano essere stati dilaniati dalle devastanti mani di guerriglieri.

Ci dirigiamo, come tappa ultima della nostra visita, nella zona denominata “Villagio Coppola” che più di tutte custodisce il sogno mortificato di una emancipazione sociale che intendeva passare anche attraverso una edilizia precoce e convulsa[4].

In questo squarcio di città che dista circa quattro chilometri dal centro si aggira lo spettro di una miseria che tenta ad ogni costo di nascondersi senza riuscirci tale è l’abbandono che la divora.

Su tutti spicca il “Parco Saraceno” i cui torrioni, logorati dal vento e dal mare, si stagliano sulla spiaggia come vedette che guardano all’orizzonte senza speranza alcuna.

Entrare in questo luogo è come entrare nel ventre malato di un gigante. I ripetuti tentativi dell’amministrazione di renderlo inaccessibile sono serviti solo a denudarlo lasciandolo tra carogne di pestilenza e carestia. Qui, nella disperazione fatta cemento, c’è qualcuno che vive, qualcuno che vive tra palazzi con ingressi murati, divani divelti e monnezza.

Il nostro arrivo desta interesse e così da un balcone di una abitazione occupata si affaccia, con in braccio un bambino di poco più di un anno, un uomo che dopo poco inizia a parlarci. 

E quasi come se quel luogo lo imponesse con la sua terribile malinconia, ci parla anche lui di miseria e di abbandono dicendoci in stretto dialetto: “ Ccà a Castel Volturno nun se sta cchiù buon a quanno so venute tutte sti nire[5]”. Forse questo è il perverso gioco del (pre)giudizio, la confortante idea di non essere gli ultimi di questo mondo così da poter dire dell’altrui miserevole condizione, lamentandosene e condannandola.

Su una palazzina devastata campeggia una scritta: “Noi siamo l’oro”.

 

Un monito che attira l’attenzione di tutti noi, una frase, che nella disgrazia di quelle mura, entra come una spina nel cuore sfidandoci, anche solo per un istante, a credere che la pestilenza che si abbattuta su questi luoghi non abbia  irrimediabilmente vinto.

Mentre ancora mi aggiro tra quelle palazzine mi chiedo con pudore quanto valga parlare di risocializzazione, di misure alternative se la esecuzione di queste è destinata a nascere in territori che sembrano fatti apposta per farla sfiorire. Mi chiedo quanto possa essere diversa l’espiazione della pena fuori dal carcere se esistono luoghi impregnati dello stesso assordante abbandono che disegna le mura dei penitenziari. Castel Volturno è solo uno tanti territori della provincia e della periferia napoletana ad attendere cu pacienza [6]una risposta a questi interrogativi.

Come giovane, e soprattutto inesperto, magistrato di sorveglianza non riesco, ancora, a dare una risposta degna di questa domanda.

E’ ora di rimettersi in viaggio.

Il vento che arriva dal mare sembra quasi sussurrarci di non restare lì ancora per molto.

Prima di lasciarci andare, quelle mura ci sospirano un ultimo monito: “La dignità non crolla”.

 

E’ vero, penso io, la dignità per quanto calpestata, mortificata, dimenticata, vattuta[7] sa resistere alle miserie del destino e alla peste dell’abbandono come l’oro che tale è e tale resta anche nel buio più nero.

Oggi io e Lucia, la mia splendida collega, abbiamo imparato molto.

 


* Traduzione in dialetto napoletano di “la peste”

[1] La frase è tratta dalla canzone “A pest” di Enzo Avitabile e dei Bottari: “la pesta, la paura ci fa diventare foresta e si uccidono madri, padri, fratelli, uno contro l’altro. Ma chi l’ha voluta? Chi ce l’ha mandata?”

[2] Tra il 1.1.2016 al 30.05.2016 l’Uepe di Caserta ha gestito complessivamente 1579 incarichi. Di questi 160 solo su Castel Volturno (110 tra misure alternative e misure di sicurezza).

[3] Tra tutti spicca la cd. strage di Castel Volturno (o strage di San Gennaro) posta in essere da affiliati al cd. clan dei Casalesi ed avvenuta il 18 settembre 2008 durante la quale persero la vita sei  giovanissimi immigrati di origine africana del tutto estranei ai circuiti criminali della zona. Questo massacro generò, il giorno successivo, una sommossa di tutta la comunità straniera nei  confronti della criminalità organizzata e delle autorità. I fatti di sangue furono preceduti da quanto accaduto solo un mese prima: un commando armato sparò diversi colpi di Kalashnikov contro la sede dell’associazione nigeriana campana di Castel Volturno.

[4] Questa zona residenziale del  comune, distante circa 4 km dal centro, sorge a partire dalla metà degli anni ’60 con l’obiettivo di divenire un esclusivo polo turistico balneare polivalente. Tra le costruzioni, per l’epoca, più audaci vi è il cd. “parco Saraceno”: questo parco è stato, in passato, concesso per venti anni in locazione alla Marina degli Stati Uniti per ospitare i familiari dei militari americani. Oggi è del tutto abbandonato e devastato dall’incuria.

[5] Traduzione dal napoletano: “Qui a Castel Volturno non si sta più bene da quando sono venuti tutti questi neri.”

[6] Traduzione dal napoletano: Con pazienza

[7] Traduzione dal napoletano: Picchiata 

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