home search menu
Cliniche legali e protezione internazionale
Prassi e orientamenti
Cliniche legali e protezione internazionale
di Simone Spina
magistrato ordinario in tirocinio presso il Tribunale di Roma
Le cliniche legali, promuovendo l'impegno diretto degli studenti in materie sensibili – d'interesse pubblico o collettivo – rappresentano una metodologia didattica innovativa, formativamente utile e culturalmente feconda, in quanto, a forme di trasmissione del sapere di tipo pratico-laboratoriale, uniscono l'attenzione verso i soggetti deboli e svantaggiati, quali sono i richiedenti protezione internazionale

1. Passati da due a circa venti nel giro di pochi anni [1], i corsi di “clinica legale” attivi presso le Università italiane rappresentano, per un verso, un modello didattico innnovativo – mutuato dall’esperienza dei paesi angloamericani – ormai largamente diffuso nei dipartimenti di giurisprudenza; e, per altro verso, uno strumento d’impegno sociale tanto per i docenti quanto per i discenti, oltreché di maturazione di una coscienza critica – sia per gli uni che per gli altri – verso il sistema giuridico vigente e i suoi concreti meccanismi di funzionamento nei confronti di soggetti con minore capacità economica e scarse possibilità di accesso alla giustizia, quali tipicamente sono i migranti e i richiedenti protezione internazionale.

Le cliniche legali – come accennato – costituiscono quindi una forma d’insegnamento innovativa, perché alternativa rispetto ai tradizionali moduli di lezione frontale accademica. A questi ultimi, infatti, esse contrappongono attività di tipo prevalentemente laboratoriale, ove didattica e ricerca si coniugano allo studio e all’analisi dei casi concreti, con impatto diretto su utenti e operatori giuridici, nonché tangibile incidenza sulla realtà giuridica e sociale, segnatamente in favore di categorie di soggetti deboli.

2. Si tratta, dunque, di iniziative didattiche improntate all’apprendimento esperienziale, con un sensibile scostamento dall’educazione giuridica tradizionale tipica dei sistemi di civil law, ove consolidata è l’idea che la conoscenza del diritto – al pari del ragionamento giuridico – discenda da (e proceda per) astrazioni e che, d’altro canto, le decisioni giudiziarie possano esser lette quale esito di sillogismi e ragionamenti deduttivi i quali giungano, partendo da premesse generali e astratte, a conclusioni specifiche e concrete, in esse già ricomprese perché logicamente sottintese.

Nei sistemi di common law – e in ispecie in quelli angloamericani – domina invece l’idea che la conoscenza del diritto debba partire da un fatto specifico, e soltanto da questo possa poi progredire nell’individuazione di una regola generale per la soluzione del singolo caso concreto [2].

È chiaro allora come alla base dei due sistemi esistano diverse e opposte concezioni del ragionamento giuridico: prevalentemente deduttivo nel civil law, marcatamente induttivo nel common law. Ed è parimenti chiaro come proprio nei sistemi di common law, prima che in quelli di civil law, si siano potuti sviluppare metodi alternativi di insegnamento – come l’insegnamento clinico – incentrati non tanto (e non solo) sullo studio del dato normativo e delle tecniche d’interpretazione giuridica, ma anche (e soprattutto) su altre competenze e abilità, quali l’impiego di operazioni induttive nell’analisi dei singoli casi e dei metodi d’apprendimento cd. del Problem based learning (Pbl[3] e del Learning by doing [4].

In definitiva, ci troviamo di fronte ad un approccio di tipo realista, che senza pretermettere l’aspetto del diritto come law in the books, assume quale orizzonte epistemologico dell’universo giuridico quello del diritto come law in action [5]. In altri termini, alla concezione del diritto come «mondo di segni prodotti da atti linguistici espressi da attori istituzionali (legislatori, giudici e amministratori) e di significati ad essi associati da interpreti» [6], il movimento clinico oppone una visione pragmatica, che esalta la dimensione politica delle norme, respingendo, al contempo, l’idea della natura puramente tecnica delle decisioni giudiziarie.

3. Al realismo del movimento clinico italiano, peraltro, non è estraneo un orizzonte di senso valoriale, dato dall’attenzione tanto ai diritti fondamentali – che segnano il confine di ciò che può e (soprattutto) di ciò che non può esser deciso dalle contingenti e variabili maggioranze politiche [7] – quanto alla circostante realtà sociale, da cui vengono direttamente tratti temi e casi – d’interesse pubblico o collettivo – poi affrontati nei corsi universitari di clinica legale.

E così, allo spirito di trasformazione delle consolidate e tradizionali tecniche di trasmissione del sapere accademico, le cliniche legali uniscono l’attenzione nei confronti dei soggetti svantaggiati, quali effettivamente sono i richiedenti protezione internazionale. Proprio a questi ultimi – qualificati da condizioni di particolare fragilità, e ai quali si vuole offrire una difesa o consulenza di qualità cui essi non avrebbero accesso, per le ragioni più disparate, come le peculiari condizioni di svantaggio in cui versano, o la mancanza di preparazione da parte dei tradizionali operatori – sono infatti indirizzati i servizi offerti dalle cliniche legali: dalle attività di orientamento ai diritti dei richiedenti protezione internazionale, alla fase di consulenza – nelle forme della stesura di pareri redatti a tutela dei loro interessi – sino a quella della collaborazione all’assistenza tecnica degli stessi – anche dinanzi alle Commissioni territoriali –, condotta in affiancamento ad avvocati coinvolti e inseriti nel progetto clinico-didattico.

A ciò, inoltre, sovente si accompagna l’idea che le cliniche legali, tramite progetti di cd. “contenzioso strategico” – di cd. public interest strategic litigation, siano effettivamente in grado di produrre cambiamenti negli orientamenti giurisprudenziali e nelle prassi amministrative (in specie, in quelle delle Commissioni territoriali), svolgendo, in definitiva, un ruolo importante nella trasformazione in senso solidaristico della società. Spesso, infatti, esse seguono casi ove vengono in rilievo questioni e problemi cruciali in materia di diritto dell’immigrazione, stimolando così l’intervento dei tribunali sul punto e, al contempo, contribuendo «al rafforzamento e all’espansione dell’educazione alla giustizia in generale e alla giustizia sociale in particolare» [8].

Un’educazione alla giustizia che fa dell’insegnamento clinico uno strumento formativamente utile e culturalmente fecondo, soprattutto per gli studenti di giurisprudenza, i quali ultimi – secondo la felice sintesi metodologica tracciata da Frank Bloch e Madhava Menon – sono con esso preparati «a comprendere e assimilare le proprie responsabilità in quanto membri di una professione di interesse pubblico, volta all’amministrazione della giustizia, alla riforma della legge, a rendere equa la distribuzione dei servizi giuridici nella società, alla protezione dei diritti individuali e degli interessi pubblici, nonché ad affermare gli elementi fondamentali della propria professionalità» [9].



[1] M.R. Marella e E. Rigo, Le cliniche legali, i beni comuni e la globalizzazione dei modelli di accesso alla giustizia e di lawyering, in Rivista critica del diritto privato, 4, 2015, p. 539.

[2] Sulla nascita e lo sviluppo del common law inglese, cfr. U. Mattei, Il common law, Utet, Torino, 1992, pp. 19 ss.

[3] Sul punto, si veda C. Amato, Il modello clinico bresciano, in A. Maestroni-P. Brambilla-M. Carrer (a cura di), Teorie e pratiche nelle cliniche legali, Giappichelli, Torino, 2018, p. 147.

[4] A. Maestroni, I progetti e l’esperienza clinico legale, in A. Maestroni-P. Brambilla-M. Carrer (a cura di), op. cit., p. 103, nonché C.M. Alaimo-E. Consiglio-M. Romano-A. Sciurba, La clinica legale per i diritti umani dell’Università di Palermo, in ivi, p. 167.

[5] La classica distinzione tra law in books e law in action viene comunemente fatta risalire a R. Pound, Law in Books and Law in Action, in «American Law Review», 1910, p. 12. Tuttavia, come ha rilevato G. Tarello, Il realismo giuridico americano, Torino, 1962, p. 114, essa fu formulata due anni prima da A. Bentley, The Process of Government, Everston, ristampa del 1949, pp. 294-297 e pp. 165-172 della prima edizione del 1908.

[6] L. Ferrajoli, La cultura giuridica nell’Italia del Novecento, Laterza, Roma-Bari, 1999, p. 92.

[7] Sul punto, cfr. Id., Iura Paria. I fondamenti della democrazia costituzionale, Editoriale scientifica, Napoli, 2015, p. 106, per il quale i diritti fondamentali, «oltre che indisponibili, operano come limiti e vincoli alla legislazione e più in generale ai poteri politici della maggioranza che non possono a essi derogare. Disegnano, come già detto, la sfera del non decidibile» (corsivo dell’Autore).

[8] Sul punto, cfr. A. Maestroni, Le cliniche legali italiane tra offerta formativa e servizio allacomunità, in A. Maestroni-P. Brambilla-M. Carrer (a cura di), Teorie e pratiche nelle cliniche legali, cit., p. 16.

[9] Così F. Bloch e M. Menon, The Global Clinical Movement, in F. Bloch (a cura di), The Global Clinical Movement. Educating Lawyers for Social Justice, Oxford, 2012, p. 271 (in M.R. Marella e E. Rigo, Le cliniche legali, i beni comuni e la globalizzazione dei modelli di accesso alla giustizia e di lawyering, cit., pp. 540 ss.).

1 giugno 2018
Se ti piace questo articolo e trovi interessante la nostra rivista, iscriviti alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove pubblicazioni.
La tutela processuale delle donne vittime di tratta
La tutela processuale delle donne vittime di tratta
di Dario Belluccio, Luca Minniti
La tutela delle donne vittime di tratta, nell'ambito del processo civile, sollecita le sezioni specializzate della protezione internazionale ad un ricco confronto non solo sui presupposti di fatto ma anche sulle forme di tutela. Pubblichiamo due contributi sul tema, con allegati numerosi provvedimenti giudiziari. Inauguriamo così anche una nuova modalità di pubblicazione congiunta di più contributi, alla quale ricorreremo ogniqualvolta la portata delle problematiche trattate lo renderà necessario
12 febbraio 2019
Accordi in forma (semi)semplificata, istanze di accesso civico e vulnus alla Costituzione
Accordi in forma (semi)semplificata, istanze di accesso civico e vulnus alla Costituzione
di Elisa Olivito
Il caso dell’accordo Italia-Niger dimostra come l’accesso civico si stia rivelando uno strumento utile e necessario per garantire la trasparenza ed il controllo democratico sulla politica estera del Governo in materia di immigrazione e asilo, stante la mancanza di strumenti e di volontà del Parlamento di salvaguardare le proprie prerogative come previsto dall’art. 80 Cost.
5 febbraio 2019
«Mamma perché nessuno ci viene ad aiutare?»
La richiesta di autorizzazione a procedere nel caso Diciotti
La richiesta di autorizzazione a procedere nel caso Diciotti
di Luca Masera
Chi fissa e quali sono i limiti all’azione politica del Governo in uno Stato democratico?
29 gennaio 2019
Protezione umanitaria, la nuova disciplina nella requisitoria della procura generale presso la Corte di cassazione
A proposito della nuova normativa in materia di migrazioni: le incostituzionalità non discusse
A proposito della nuova normativa in materia di migrazioni: le incostituzionalità non discusse
di Gaetano Azzariti
Tra la Costituzione e la nuova normativa in materia di immigrazione si registra uno iato sotto vari profili
18 gennaio 2019
Vecchi e nuovi problemi riguardanti la residenza anagrafica nel diritto dell’immigrazione e dell’asilo
Vecchi e nuovi problemi riguardanti la residenza anagrafica nel diritto dell’immigrazione e dell’asilo
di Paolo Morozzo della Rocca
L’istituto della residenza anagrafica è oggetto di incomprensione da parte dell’Amministrazione che invece dovrebbe vigilare sulla sua integrità ed efficienza. Oggi si escludono (o si vorrebbero escludere) i richiedenti asilo dai registri della popolazione residente. È tempo di far valere con maggiore determinazione la certezza e l’effettività del diritto
16 gennaio 2019
L’iscrizione anagrafica e l'accesso ai servizi territoriali dei richiedenti asilo ai tempi del salvinismo
L’iscrizione anagrafica e l'accesso ai servizi territoriali dei richiedenti asilo ai tempi del salvinismo
di Daniela Consoli* e Nazzarena Zorzella**
L’apparente preclusione all’iscrizione anagrafica del richiedente protezione internazionale, derivante dalle modifiche introdotte dal dl 113/2018, può essere superata attraverso l’interpretazione sistematica delle norme ancora in vigore. In mancanza, sarà necessario il rinvio alla Corte costituzionale per violazione dell’art. 3 della Costituzione
8 gennaio 2019
Il giudice di fronte allo straniero
Il giudice di fronte allo straniero
di Luigi Zoja
Pubblichiamo la relazione tenuta dall'autore all'interno del corso Lo straniero davanti al giudice (Scuola superiore della magistratura - Firenze, 8 luglio 2015)
3 gennaio 2019
Eurobarometro, speciale immigrazione: in che modo le opinioni degli italiani differiscono da quelle dei cittadini europei?
Eurobarometro, speciale immigrazione: in che modo le opinioni degli italiani differiscono da quelle dei cittadini europei?
di Lenka Dražanová
La pubblicazione dell’Eurobarometro sull’integrazione degli immigrati nell’Ue (n. 469) permette di fare dei confronti tra l’Italia e gli altri Stati europei. Questa breve analisi di alcuni dati intende far luce sulla domanda se le opinioni degli italiani a proposito di immigrazione differiscano significativamente da quelle dei cittadini europei, e in caso affermativo su quali aspetti principali
19 dicembre 2018
Newsletter


Fascicolo 2/2018
Giustizia e disabilità

La riforma spezzata.
Come cambia
l’ordinamento penitenziario
Prassi e orientamenti
Per una riforma del processo penale all'insegna di una comune cultura della giurisdizione
Per una riforma del processo penale all'insegna di una comune cultura della giurisdizione
di Paolo Borgna
La giustizia ha bisogno di un organico intervento riformatore, preparato da un movimento culturale ampio e profondo, sostenuto da quella cultura della giurisdizione che accomuna avvocati e magistrati
18 febbraio 2019
La maledizione di Kirchmann, ovvero che ne sarà del danno differenziale
La maledizione di Kirchmann, ovvero che ne sarà del danno differenziale
di Marco Rossetti
La riforma introdotta con l’art. 1, comma 1126 della legge n.145 del 2018 altera i principi definiti dalle supreme Corti in tema di diritto al risarcimento del danno differenziale in caso di infortunio sul lavoro, sollevando concreti dubbi di costituzionalità
6 febbraio 2019
Il Protocollo di dialogo fra Alte corti italiane, Csm e Corte Edu a confronto con il Protocollo n. 16 annesso alla Cedu. Due prospettive forse inscindibili
Il Protocollo di dialogo fra Alte corti italiane, Csm e Corte Edu a confronto con il Protocollo n. 16 annesso alla Cedu. Due prospettive forse inscindibili
di Roberto Giovanni Conti
Un’analisi ragionata sul valore e l’efficacia dei Protocolli d’intesa conclusi fra le Alte Corti nazionali e la Corte Edu, prima dell’entrata in vigore del Protocollo n. 16 annesso alla Cedu, consente all’Autore di riflettere sulla portata dei diversi strumenti che vedono a vario titolo coinvolti i giudici nazionali e sovranazionali, oltre al Consiglio superiore della magistratura
30 gennaio 2019
Responsabilità civile del magistrato per inosservanza di orientamento giurisprudenziale consolidato?
Responsabilità civile del magistrato per inosservanza di orientamento giurisprudenziale consolidato?
di Enrico Scoditti
È stata rimessa alle Sez. unite della Cassazione la questione della responsabilità civile del magistrato per inosservanza di orientamento giurisprudenziale consolidato. Nello scritto si propone di interpretare «violazione manifesta della legge» in termini di travisamento linguistico della disposizione o di fatto accertato ma rimasto privo di effetti giuridici nonostante l’esistenza di previsione legislativa
10 dicembre 2018
La Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori
La Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori
di Azzurra Fodra
Prime riflessioni a caldo di un giudice della famiglia sulla Carta adottata dall'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza
23 ottobre 2018
Quando il giudice deve “fare da sé” *
di Marco Ruotolo
Dove si colloca il confine tra interpretazione conforme alla Costituzione e disapplicazione della disposizione del testo normativo? Fino a che punto deve giungere lo sforzo interpretativo adeguatore del giudice remittente? Il saggio offre risposte a queste domande, unisce riflessioni teoriche e incursioni giurisprudenziali, attraversa il punto di vista della Corte costituzionale e quello dei giudici ordinari e, non da ultimo, mette in guardia da atteggiamenti supini e deresponsabilizzanti: interpretare, nel segno della Costituzione, non è, infatti, compito esclusivo della Corte costituzionale. In coda al brano, uno strumento prezioso: un breve manuale pratico per il giudice remittente
22 ottobre 2018