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Editoriali
Crisi finte e tragedie vere
di Beniamino Deidda
L'editoriale pubblicato sul numero 4 della rivista

In un arco di tempo molto breve sono accadute tante cose a molte delle quali questa rivista dovrà dedicare la sua attenzione. Intanto si è verificata una frattura all’interno del PdL che in altro momento e in altro contesto avrebbe segnato il tramonto della destra in Italia. Non è accaduto per la tradizionale incapacità delle altre forze politiche di trarre le necessarie conseguenze dagli errori e dalle debolezze altrui. La farsesca giravolta effettuata all’ultimo momento dall’ex presidente del Consiglio non segna la fine di un’epoca e viene ora metabolizzata senza rotture profonde.

E, dunque, sembra eccessiva l’enfasi del presidente del Consiglio in carica, secondo il quale si sarebbe definitivamente chiuso il ventennio berlusconiano. Può darsi che vi sarà una prossima uscita di scena del capo indiscusso della destra, ma certo è lontano il momento nel quale cesseranno di farsi sentire le conseguenze di un ventennio che ha sconvolto le nostre istituzioni, imbarbarito la politica, distrutto il senso dello Stato e gettato le premesse per un nuovo sconvolgimento dell’ordinamento costituzionale. E infatti, nonostante la «fine del ventennio», il presidente Letta si è affrettato a ribadire che è ora di mettere mano alla grande riforma che, come si sa, verrà varata stravolgendo i paletti posti dall’art. 138 della Costituzione; stravolgimento che di per sé, e a prescindere dai contenuti della riforma, reca una ferita alla «rigidità», della nostra Carta, destinata a dare frutti avvelenati anche quando saranno cambiati gli attuali equilibri tra le forze politiche.

Non si conoscono ancora con precisione gli intendimenti dei fautori della riforma, ma il clima è tale che c’è da temere il peggio: non danno garanzie i ribelli del PdL (e come potrebbero dopo quello che hanno prodotto in vent’anni!), non danno garanzie i «grillini», sempre in preda a ricorrenti colpi di testa alternati a incredibili ingenuità, né sembrano promettere chiarezza e compattezza le forze di sinistra, perennemente divise su tutto, anche al loro interno. A chi è convinto che la crisi di questo Paese non è soltanto economica, non resta che rimettersi pazientemente a ritessere la tela dello Stato di diritto, a riaffermare l’indipendenza e l’autonomia di ogni potere previsto dalla Costituzione, che ne sono il cardine imprescindibile, e a lavorare per far crescere la consapevolezza dei cittadini che non di rado sono preda delle peggiori tentazioni demagogiche e populiste. È quello che cercheremo di fare, quali che siano le contingenti sorti dei Governi, nella certezza che i guasti profondi che sono stati prodotti non saranno superati con un semplice cambio di maggioranza.

Dopo pochi giorni da quello che sembrava un terremoto, le miserie offerte all’opinione pubblica dalle vicende politiche hanno lasciato il posto ad altre autentiche miserie, intrise di dolore e di morte. Un barcone con cinquecento persone, giovani donne e bambini che fuggivano dai loro paesi, si è inabissato al largo di Lampedusa. Pochi i salvati e centinaia le vittime. Qualcuno è vivo solo perché si sono prodigati privati e volontari, gente qualunque con un forte senso di solidarietà, mentre gli organi pubblici sono stati assenti o indifferenti. Evidentemente si pensa che non si debba intervenire per aiutare chi viola la legge, anche quando è in pericolo di vita.

Per l’appunto questa legge è la famigerata «Bossi-Fini», voluta da una destra xenofoba e convinta che l’immigrazione non deve essere solo contenuta e disciplinata, ma combattuta perché costituisce solo un formidabile problema di ordine pubblico. È su questa premessa che si è costruita l’immigrazione come reato, con previsione di sanzioni penali non per avere compiuto un’azione illecita ma per il solo fatto di essere migranti. Un po’ come sanzionare un affamato perché ha fame. Non sono diversi la fame di libertà o il desiderio di sfuggire alla guerra o alla tortura; ma il nostro ordinamento ha ritenuto di perseguire penalmente gli immigrati che vengono a insediarsi nel nostro Paese e «rubano il lavoro agli italiani». Si tratta di una legislazione sciagurata che è difficile, dopo la recente tragedia, non definire razzista, se non altro perché il fondamento di quelle norme è il rifiuto dei diversi, dei lontani e degli estranei.

È da questa matrice che scaturiscono le iscrizioni a registro di reato dei pochi scampati alla strage, colpevoli di essere fuggiti dal loro Paese, dalla tortura o dalla prigione. Si tratta di un atto «dovuto», dicono i pubblici ministeri. Ma che Paese è quello dove è «dovuto» un atto che è un obbrobrio? Dopo essere stati destinatari delle attenzioni della Procura, gli incauti immigrati saranno avviati ad uno dei centri di permanenza, veri e propri luoghi di sofferenza e disumanità, dove le persone vengono trattenute per un tempo indefinito in condizioni miserabili, dove è offesa non solo la libertà garantita dalla costituzione, ma anche la dignità delle persone, cioè i due diritti più alti in ogni convivenza civile.

Questo sconcio chiede un unico provvedimento urgente: l’abolizione della legge Bossi Fini e la sua sostituzione con una disciplina fondata sull’accoglienza e sul rispetto delle persone, nella convinzione che contrastare ottusamente un fenomeno inarrestabile ed epocale non è solo contro la storia e il buonsenso, ma anche contro la civiltà.

Che questa sia la via giusta ce lo dicono indirettamente gli argomenti usati dai leghisti per opporsi all’abrogazione e lo dicono i tanti che all’abrogazione della legge muovono obiezioni ammantate di ragionevolezza e moderazione. Sono gli stessi che ora insorgono indignati a piangere i morti e ieri votavano compatti le vergognose norme sui respingimenti in mare. Dunque occorre con grande fretta liberarci di una legge che solo le decisioni della Corte costituzionale e di alcuni giudici illuminati hanno impedito che fosse considerata indecente in tutta Europa.

La strage di questi giorni è un campanello d’allarme per tutti coloro che pensano che il compito di ogni Stato civile è quello di garantire i diritti fondamentali di tutte le persone, cittadini o stranieri che siano.

L’immigrazione non è l’unica emergenza di questo paese. Il Presidente della Repubblica ha il merito di averne ricordata un’altra ad un Parlamento sordo e cieco:il dramma delle carceri disumane e strapiene. La questione deve essere affrontata sotto molti profili, alcuni dei quali da tempo sono all’attenzione dei giuristi.

C’è il tema del sovraffollamento, c’è il tema del numero insufficiente degli istituti di pena, c’è il tema dell’eccesso di carcerazione preventiva, c’è il tema della cultura dei magistrati, ancora poco inclini a considerare il carcere come misura estrema da usare con ragionevole moderazione. Di tutto questo si è discusso molte volte, senza che venisse individuato alcun rimedio, fino a che la Corte europea di Strasburgo non ha affermato che il trattamento carcerario vigente in Italia viola i diritti umani e si traduce in atti di tortura verso i detenuti. Il Governo è chiamato ad adeguarsi ai rilievi della Corte entro il mese di maggio 2014. Dopo la pronunzia della Cedu non si sono contate molte iniziative. Ci ha pensato il Presidente Napolitano a rivolgere un appello al Parlamento perché corra ai ripari. E ha ricordato l’umiliazione del nostro Paese per la situazione «degradante e disumana» del sovraffollamento carcerario, chiedendo «un intervento straordinario», che «risponda subito» ai rilievi dell’Europa. È chiaro il riferimento all’amnistia come misura urgente che in qualche misura può attenuare la sofferenza delle carceri.

Del resto quali altri interventi ci sono che possano tempestivamente risolvere una situazione in cui per ogni cento posti letto ci sono centosettanta detenuti? Naturalmente nel dibattito politico, così asfittico e provinciale, è bastato accennare all’amnistia, per provocare l’accusa al Presidente Napolitano di voler salvare Berlusconi dalle conseguenze della condanna inflittagli dai giudici. Ci saranno pure i malintenzionati, magari decisi a provarci con un’ennesima legge ad personam, ma non sembra corretto evitare di affrontare un problema che riguarda decine di migliaia di detenuti con il solito pretesto delle sterili contrapposizioni tra i partiti. In proposito l’unica cosa che si può dire è che se il Parlamento userà lo strumento dell’amnistia per lanciare a Berlusconi una ciambella di salvataggio, certamente invisa  alla maggioranza dei cittadini, per evitare le conseguenze della condanna per un reato gravissimo, ne risponderà al Paese.

Ma questo non ci esime dall’affrontare l’emergenza delle carceri e dal fare tutto ciò che è possibile per rendere più umano il trattamento carcerario. Certo è che la questione non sarà risolta con la sola amnistia. La storia giudiziaria di questo Paese ci ricorda che l’amnistia è un palliativo, che alla lunga si rivela inutile se non è accompagnato da misure strutturali e durature. Sono misure che più volte sono state indicate e che riguardano il Governo e il Parlamento. Ma ci sono aspetti che riguardano in particolare noi magistrati. C’è un sicuro eccesso di carcere in questo Paese, se è vero che quasi un carcerato su due è in attesta di giudizio; una percentuale incredibilmente alta, molto distante dalla media europea. Se ci sono troppi detenuti in attesa del giudizio è segno che qualcuno ce li manda. O meglio, c’è sicuramente un pubblico ministero che troppe volte chiede la misura della custodia cautelare in carcere e un giudice che la concede. Non credo che sia ragionevole pensare che la popolazione italiana annoveri delinquenti più pericolosi che nel resto d’Europa.

Forse è necessario cambiare la cultura giuridica e la sensibilità dei magistrati. Ancora una volta si manifesta un problema di formazione per chi esercita un delicatissimo servizio alla comunità. Dovremmo pensarci seriamente.

 

19 dicembre 2013
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