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Europa e immigrazione: il Programma della Commissione europea
Osservatorio internazionale / Europa
Europa e immigrazione: il Programma della Commissione europea
di Guglielmo Taffini
LLM Interernational Law
Il 13 maggio sono state indicate le misure che l'Unione dovrebbe adottare nei prossimi anni per cercare di risolvere i problemi derivanti dall'immigrazione

Il 13 maggio 2015 la Commissione europea ha adottato il Programma europeo sull’immigrazione (Communication on the European Agenda on Migration). Il programma indica le misure che l’UE dovrebbe adottare nei prossimi anni al fine di creare un quadro legislativo idoneo a contrastare i problemi derivanti dall’immigrazione.

Innanzitutto la Commissione ha proposto di triplicare il budget delle operazioni di Frontex, Triton e Poseidon. L’incremento del budget servirà ad allargare l’area geografica delle operazioni di Frontex e permetterà  all’agenzia di supportare più efficacemente gli stati membri in difficoltà.

In tema di lotta al traffico di esseri umani, l’Alto rappresentante ha presentato un piano per il lancio di operazioni finalizzate all’identificazione e distruzione delle imbarcazioni usate dai trafficanti di esseri umani. Europol rafforzerà JOT MARE, una task force composta da membri delle forze dell’ordine degli stati membri col compito di contrastare tale traffico. 

In base al terzo paragrafo dell’art.78 del TFUE, che recita:“Qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati. Esso delibera previa consultazione del Parlamento europeo”; la Commissione proporrà l’adozione di una risposta all’emergenza immigrazione, che comprenderà la distribuzione dei richiedenti asilo tra gli stati membri. Ogni stato membro ricevente dovrà esaminare le domande di asilo. La distribuzione dei richiedenti asilo tra gli stati membri sarà determinata da una serie di criteri tra cui il PIL, la popolazione, i tassi di disoccupazione, il numero di richiedenti asilo e il numero di rifugiati.

La Commissione ha affermato che l’UE deve dotarsi di un sistema permanente per la ripartizione delle responsabilità per quanto concerne i richiedenti asilo e i rifugiati. All’uopo, la Commissione proporrà entro la fine dell’anno un testo legislativo che disciplinerà un sistema obbligatorio di ricollocamento per distribuire i soggetti bisognosi di protezione internazionale tra gli stati membri. 

Fino a che la proposta nascitura della Commissione non verrà adottata, gli stati membri dovranno dimostrare solidarietà e raddoppiare i loro sforzi per assistere gli stati membri in difficoltà. 

La Commissione ha intenzione di promuovere uno schema per il ricollocamento dei soggetti bisognosi di protezione internazionale, per cui ogni anno, da qui al 2020, l’UE si impegnerà a creare 20.000 posti per tali soggetti. All’uopo nel biennio 2015/2016 verranno stanziati 50 milioni di euro per agevolarne la realizzazione.

La Commissione stanzierà 30 milioni di euro per lo sviluppo di programmi nei paesi di origine del fenomeno migratorio, al fine di prevenire i viaggi pericolosi. In Niger e in Mali, le missioni UE rafforzeranno il controllo delle frontiere.

Frontex, Europol e l’EASO (l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo) coopereranno con gli stati membri più in difficoltà e gli aiuteranno nei processi di identificazione e registrazione degli immigranti.

La Commissione mobiliterà 60 milioni che andranno a supporto dei servizi medici e sanitari per gli immigranti. 

La crisi attuale ha messo a nudo la limitatezza degli strumenti e la debolezza della politica dell’UE in materia di immigrazione. Al riguardo, Juncker ha affermato la necessità di rafforzare la lotta all’immigrazione irregolare, ai trafficanti di esseri umani e di creare una forte politica comune in materia di asilo. 

La Commissione ritiene che sia necessario: da un lato,adottare misure idonee a favorire l’integrazione dei rifugiati e degli immigranti regolari; dall’altro espellere i migranti irregolari e tutti coloro che non abbiano avuto successo nella domanda di asilo.

A fianco di ciò occorrerà valutare i problemi alla radice degli attuali flussi migratori, e promuovere lo sviluppo di una migrazione regolata e controllata.

Il programma della Commissione individua quattro linee di azione che dovrebbero essere intraprese nel breve e nel medio termine, per rafforzare la politica comune sull’immigrazione.

I. Ridurre l’immigrazione irregolare

Al fine di ridurre l’immigrazione irregolare è fondamentale assicurarsi la cooperazione proattiva dei paesi d’origine e di transito dell’immigrazione. All’uopo, la Commissione ha affermato che verrà rafforzato il ruolo delle delegazioni dell’UE in tali paesi, al fine di assicurare e consolidare la cooperazione nel controllo dei flussi migratori. Nelle delegazioni verranno inseriti i funzionari europei di coordinamento per l’immigrazione (European migration liaison officers), che coadiuveranno e supporteranno l’azione dei funzionari di coordinamento per l’immigrazione (trattasi di rappresentanti degli stati membri che hanno la funzione di assicurare l’effettività delle misure contro l’immigrazione irregolare nei paesi d’origine e di transito dell’immigrazione) e delle autorità locali competenti.

La lotta ai trafficanti di esseri umani è cruciale nella riduzione dell’immigrazione irregolare. Se al momento l’attività della tratta è a basso rischio, e ad alto profitto, l’UE si deve impegnare perché divenga at alto rischio, e con basso profitto. Al proposito, la Commissione redigerà un piano programmatico di lotta alla tratta.

Anche nella lotta ai trafficanti sarà necessaria una cooperazione ravvicinata con i paesi d’origine dell’immigrazione. Infatti, i trafficanti operano al di fuori del territorio dell’UE, costituendo esso mero punto di arrivo della tratta.

Anche in questa materia è opportuno evidenziare l’opportunità di creare un procuratore europeo per combattere un fenomeno criminale dalla natura squisitamente transnazionale. 

E’ importante evidenziare che il sistema europeo dei rimpatri degli immigranti irregolari è altamente inefficiente. Per esempio, nel 2013 solo il 39% delle decisioni di rimpatrio sono state eseguite. Tale inefficienza è dettata innanzitutto dall’assenza di una cooperazione effettiva tra gli stati membri. A ciò si aggiungano le difficoltà nel promuovere la collaborazione con gli stati d’origine. Infatti anche in relazione ai rimpatri, la collaborazione dei paesi d’origine è essenziale. All’uopo la Commissione ha affermato che offrirà supporto ai paesi d’origine sotto forma di aiuti per la politica dei rimpatri.

II. La gestione dei confini.

La Commissione ha affermato la necessità di rafforzare il ruolo e le funzioni di Frontex e il livello di coordinamento tra le guardie costiere degli stati membri. In più, nel Programma vengono delineate le caratteristiche dei c.d. Smart Borders, per cui verrebbe creata una banca dati che registrerebbe tutti i movimenti nell’UE dei cittadini degli stati terzi.

III. Una forte politica comune in materia di asilo.

L’attuale politica comune in materia di asilo è fortemente compromessa dalla mancanza di coesione e di fiducia reciproca tra gli stati membri, che determina il fenomeno dell’”asylum shopping”, per cui gli immigrati cercano di eludere il sistema di registrazione di uno stato membro al fine di poter chiedere l’asilo in un altro stato membro. Oltre a ciò, si noti come si sia ben lontani da un’equa distribuzione dei richiedenti asilo tra gli stati membri. A prova di ciò, nel 2014, cinque stati membri hanno esaminato il 72% di tutte le domande di asilo pervenute alla totalità degli stati membri.

Per correggere i malfunzionamenti nell’attuale sistema comune dell’asilo occorrerà modificare radicalmente il regolamento di Dublino. La Commissione ha dichiarato che darà il via ai lavori di revisione del regolamento nel 2016.

IV. Una nuova politica per l’immigrazione regolare.

La Commissione ha affermato che sarebbe nell’interesse dell’UE attrarre individui altamente qualificati da paesi terzi. Perciò occorrerà modificare la Blue Card Directive, che per il momento ha avuto un successo alquanto limitato (nei primi due anni dall’entrata in vigore della direttiva sono state concesse solo 16.000 Blue Cards). 

L’immigrazione regolare dovrebbe essere accompagnata da politiche di integrazione degli immigrati. Ai fini dell’integrazione, l’UE ha intrapreso diverse azioni e programmi finanziati dal fondo per l’asilo e l’integrazione; dal fondo europeo per lo sviluppo regionale; e dal fondo sociale europeo.

Conclusioni

Occorre effettuare due riflessioni: la prima sul tema della cooperazione coi paesi d’origine della migrazione; la seconda sulla mancanza di un’efficace politica comune per l’asilo.

Molti dei punti indicati dal programma indicano come essenziale o necessaria la cooperazione con i paesi d’origine della migrazione.

Si noti al proposito come sia difficile e piena di ostacoli la cooperazione con paesi che si trovano o in stato di guerra o comunque in una condizione di penuria di risorse da dedicare alla programmazione e alla regolazione della migrazione. In particolare, la mancanza di benefici (perlomeno nel breve termine) per i paesi d’origine, contribuisce a rendere tale cooperazione un miraggio, che solo grazie ad interventi ben più sostanziali di quelli previsti dal Programma della Commissione, potrà concretizzarsi.

E’ proprio l’impossibilità di giungere ad una cooperazione efficace coi paesi d’origine che impedirà all’Europa di raggiungere l’obiettivo della regolarizzazione dell’immigrazione perlomeno nel breve-medio periodo. 

A parere di chi scrive, tale cooperazione, fino a ché si protrarrà la guerra civile in Libia, e la guerra in Siria e Iraq, sarà impossibile. Altrettanto impossibile, e tutt’altro che auspicabile, è un intervento militare. Esso andrebbe ad inasprire e complicare ulteriormente una situazione già estremamente frammentata. Scartata la possibilità dell’intervento militare, occorrerebbe investire fortemente in aiuti umanitari e programmi per la creazione o il rafforzamento dello stato di diritto. Ma soprattutto sarebbe necessario promuovere il dialogo tra le diverse fazioni che al momento si contendono il potere. In tal senso, gli stati membri dell’UE dovrebbero evitare di supportare una delle fazioni, come è per l’appunto avvenuto in Libia, riconoscendola come l’unica legittimata a governare. Il riconoscimento di una sola delle due parti in campo da parte dell’UE ha l’unico effetto di rendere il dialogo più difficile tra le parti in conflitto. Infatti, da un lato il governo che gode del supporto dell’UE si sentirà legittimato a protrarre gli scontri fino alla “vittoria finale” sull’altra parte. Dall’altro lato, la mancanza di riconoscimento da parte dei paesi UE, determinerà certamente una radicalizzazione ulteriore del governo opposto.

Tenuto conto delle carenze strutturali e dell’inefficienza dell’attuale sistema comune per l’asilo, non si può che sperare che la Commissione proponga al più presto un nuovo testo. 

Nel frattempo, l’unica speranza per i paesi in difficoltà, primi fra tutti l’Italia e la Grecia, risiede nella solidarietà degli altri stati membri. 

In conclusione, è necessario affermare che il ruolo della Commissione è notevolmente limitato in materia di immigrazione. Logicamente, la limitatezza delle soluzioni predisposte dalla Commissione riflette la limitatezza dei suoi poteri in materia. Chi potrebbe far di più per aiutare i paesi che devono gestire situazioni di emergenza caratterizzate da flussi anomali di migranti, sono gli stati membri dell’UE. Tuttavia, nonostante le esortazioni provenienti dai paesi in difficoltà e dalla Commissione stessa, gli stati membri, per il momento, hanno dimostrato ben poca solidarietà,ammesso e concesso che ne abbiano dimostrata alcuna.

Il motto dell’Unione recita: “Uniti nella diversità”. Sintagma curioso, campione di flessibilità, adattabile a tutte le esigenze politiche del caso. Ora la lotta al razzismo, poi la tolleranza, infine l’imposizione dell’austerità ai paesi più poveri dell’Unione. 

Sorge spontanea la domanda; siamo veramente uniti? 

Certo, abbiamo creato il mercato comune. Ora tutto è interconnesso, e ogni stato membro dipende dagli altri 27 per il raggiungimento di livelli sempre più alti di prosperità economica.

Cosa rimane a fianco di questo aspetto economico? 

Può l’Italia, al di là delle dichiarazioni politiche di buoni intenti, fare affidamento sugli altri stati membri? 

Infine, siamo disposti noi stessi ad andare oltre i vantaggi economici dell’UE? Esiste negli italiani la volontà di far parte di uno Stato Europeo? 

Questi sono tutti interrogativi che non hanno ancora una risposta precisa. I governi che si sono alternati negli ultimi vent’anni hanno dimostrato orientamenti opposti, talvolta, magari per ragioni di convenienza economica in favore dell’Europa, talvolta, soprattutto quando è necessario dimostrare la propria solidarietà verso gli stati membri in difficoltà, a sfavore.

Probabilmente è ancora troppo presto per lo Stato Europeo. Tuttavia, come tanti europeisti, chi scrive ha il timore che quando il tempo sarà maturo, sarà già troppo tardi.

Intanto accontentiamoci della solidarietà degli altri stati membri.

 

3 giugno 2015
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