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Il Giudice delle donne
Magistratura e società
Il Giudice delle donne
di Rita Sanlorenzo
Sostituto Procuratore generale presso la Corte di cassazione
Il romanzo di Maria Rosa Cutrufelli (Frassinelli, 2016) narra di una vicenda lontana oltre un secolo, ma che ancora oggi merita memoria perché ha segnato in qualche misura la storia del costume, nonché della giurisprudenza, del nostro Paese
Il Giudice delle donne

La trama si svolge nel 1906 e racconta del tentativo generoso e sfortunato di dieci donne, dieci maestre di scuola, di conseguire “per via giudiziaria” un diritto negato alle donne, quello di votare.

L'Unità d'Italia si era già compiuta da più di sessant'anni ma nessuna delle forze politiche mostrava interesse alla questione. La richiesta prese voce, come si dice, “dal basso” a partire proprio dal mondo della scuola rapidamente femminilizzatosi dopo la diffusione nel Paese delle scuole “normali” (magistrali) a partire dal 1859. Il percorso dell'emancipazione femminile non prese però in Italia la via dello scontro duro e del conflitto che assunse in altre realtà, una fra tutt'e quella inglese (per evocarne la durezza basti ricordare il bel film del 2015, Suffragette).

Nei fatti, l'iniziativa fu ispirata da una grande intellettuale e scienziata, nota come pedagogista ed educatrice, ideatrice del metodo di insegnamento che da lei prese il nome, Maria Montessori, che proprio agli inizi del 1906 invitò tutte le donne ad iscriversi nelle liste elettorali.

Dieci maestre raccolsero questa sfida: marchigiane, nove di Senigallia e una, quella che direttamente compare nella storia, Luigia, di Montemarciano, paese che è anche il teatro dove prevalentemente agiscono i tre personaggi a cui viene affidata la narrazione: Alessandra, la giovanissima maestrina neodiplomata incaricata di una supplenza annuale nella scuola del paese e che tramite la conoscenza del movimento delle donne acquisterà una maggiore consapevolezza di sé, da cui partire per costruire il proprio futuro; Teresa, una ragazzina che dopo la tragica perdita della madre ha perso la parola ma che accoglie l'arrivo della maestrina come una novità capace di schiuderle una relazione di affetto e solidarietà; Adelmo, giovane brillante che si cimenta nel giornalismo e che diventa testimone e cronista della vicenda.

Attraverso le tre voci, ed i tre diversi angoli visuali, prende vita innanzitutto la realtà della vita di paese ad inizio '900, il quadro di una società prevalentemente rurale, ancora a forte impronta patriarcale, in cui però attraverso l'insegnamento alle donne è concesso uscire dalle mura domestiche e trovare una propria collocazione professionale.

Sono diverse le spinte verso la modernità, il progresso tecnologico, l'informazione della carta stampata, in qualche misura anche la voce dei giudici. La pretesa delle dieci maestre di vedersi riconoscere la qualifica di elettrici, accolta un po' distrattamente dagli organismi politico-amministrativi, finisce per approdare su ricorso del Procuratore del Re davanti alla Corte di appello di Ancona.

Qui le dieci maestre incontrano il loro giudice, il “Giudice delle donne”, Lodovico Mortara. Il racconto lo incrocia direttamente solo nel momento dell'intervista data ad Adelmo dopo la sentenza; ma nella descrizione dell'incontro viene centrata l'essenza del personaggio, di quello reale, che del racconto finisce per essere protagonista. Scienziato del diritto, già professore di procedura civile, autore di testi importanti, entra in magistratura dove sale la scala della carriera sino a ricoprire il ruolo di Presidente della Corte di cassazione romana. Dopo l'unificazione non viene nominato Primo Presidente, come gli sarebbe spettato, ma costretto ad un pensionamento anticipato, perché ebreo.

In poche righe il “Giudice delle donne” viene reso in termini vivi ed indimenticabili. Soprattutto perché nella narrazione è riportata una storia vera, quella dell'intervista resa dopo la sentenza in cui Lodovico Mortara dichiarò la sua personale contrarietà al voto alle donne, ritenute ancora immature per questa delicata funzione. Ed è vero che in relazione alla decisione presa dichiarò che per esaminare il testo della legge si era “dovuto spogliare di ogni prevenzione personale”.

Un caso esemplare del difficile dovere del giudicare.

Perché è fuorviante e ipocrita pretendere un giudice privo di idee e di convinzioni proprie, estraneo al mondo in cui vive. È invece corretto pretendere che pur dopo averle espresse pubblicamente, poi se ne sappia spogliare nel momento in cui interpreta ed applica la legge. Questo è il percorso che consente al giudice di difendere la propria autonomia, e di rendersi – come deve  soggetto solo alla legge.

La sentenza si fondò sul l'interpretazione del testo dell'art. 24 dello Statuto albertino che prevedeva per tutti i “regnicoli” l’eguaglianza dinanzi alla legge e l’eguale godimento dei diritti civili e politici. Secondo la Corte di appello, tra i diritti politici si doveva ricomprendere quello di voto che dunque poteva escludersi solo nei casi previsti dalla legge. Nel caso del voto politico la legge non prevedeva nessuna esclusione e pertanto anche alle donne doveva riconoscersi il diritto di votare.

La Storia, quella vera, riportata nel romanzo che ad essa si mostra fedele, racconta poi che il verdetto fu rovesciato dalla Corte di cassazione. La vicenda è nota ai lettori di questa Rivista, per essere stato oggetto del racconto di Piero Curzio intitolato Le maestre di Senigallia (pubblicato nel n. 4/2013, pp. 165 ss.), dove si evidenzia come in sede di legittimità, il giudizio fu ribaltato sulla base di un’argomentazione esattamente opposta. Data la sua specialità, il diritto di voto richiedeva una espressa previsione, dal momento che la regola generale era pur sempre quella della esclusione delle donne dai diritti politici. Il riconoscimento del diritto per via giudiziaria avrebbe finito per innovare il diritto pubblico «non solo nelle disposizioni scritte, ma anche nelle norme, nelle tradizioni sempre riconosciute, che le completano e formano parte integrante».

Un'ottica completamente rovesciata, dunque. Per il “Giudice delle donne”, la forza dei diritti andava ritenuta tale da non poter essere compressa se non in forza di una espressa previsione di legge.

Per la Cassazione, il principio dell'esclusione delle donne dal voto doveva ritenersi così introiettato dall'ordinamento, così strettamente intessuto nella trama della consuetudine e del sentire sociale, da necessitare di una legge per vincere il divieto intrinseco.

Il racconto termina con il verdetto negativo della Cassazione. Ma tutti i personaggi sono profondamente cambiati dopo quell’esperienza, e in parte, lo è anche la società italiana.

Nell’appendice si ricorda infatti che Mortara, come ministro, sarebbe stato poi promotore della legge che abolì l'autorizzazione maritale alla stipulazione dei negozi giuridici e riconobbe l'abilitazione all'esercizio di tutte le professioni, con l'eccezione di quelle militari e giurisdizionali. Nonostante la sfiducia personale verso il genere femminile, il politico Mortara sentì suo dovere adottare una misura essenziale per favorirne l’emancipazione e l’autonomizzazione.

Il primo tratto di strada, intrapreso dalle maestre marchigiane, raggiunse comunque un traguardo. Il cammino sarebbe stato (e lo è ancora) lungo e difficile. Ma merita oggi, come meritava allora, che ci si impegni, per una ragione di civiltà, e di giustizia.

*In copertina: Donne al voto durante la Seconda Repubblica Spagnola, 5 novembre 1933. Fonte: wikipedia.org

10 giugno 2017
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Fascicolo 2/2017
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