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Magistratura e società
L’handicap come risorsa
anche per i tribunali
di Ivana Azzalini e Patrizia Bellucci
Laboratorio di Linguistica Giudiziaria – LaLiGi Università degli Studi di Firenze
Il manuale di Linguistica forense è il risultato delle lezioni di un corso sperimentale per perito fonico - trascrittore forense rivolto a giovani laureati non vedenti
L’handicap come risorsa anche per i tribunali

A tutti coloro che vivono con entusiasmo, curiosità, voglia di esplorare e di lasciarsi contaminare…: questa dedica, con la quale viene presentato il Manuale di linguistica forense (Bulzoni Editore, Roma, 2013) a cura di Luciano Romito, esprime già l’apprezzabile spirito di un progetto nato attraverso la positiva collaborazione tra l’I.RI.FO.R. – Istituto per la Ricerca, la Formazione e la Riabilitazione – e il Laboratorio di Linguistica Forense dell’Università della Calabria.

Il volume, infatti, è il risultato delle lezioni di un primo Corso sperimentale (di 700 ore) per perito fonico – trascrittore forense rivolto a giovani laureati con disabilità visiva.

L’iniziativa è stata senz’altro felice e tiene conto del fatto che i ciechi hanno particolari abilità uditive ed elevata capacità di ascolto: già nella seconda guerra mondiale – come ricorda il Direttore dell’Istituto Luciano Paschetta (p. 19) – essi proprio per questo furono preziosi come “aerofonisti” per segnalare anticipatamente l’arrivo dei bombardieri, così come molti di loro da decenni lavorano come operatori ai centralini telefonici e simili.

Per di più la professione di “tecnico dell’analisi e della trascrizione di segnali fonici e di gestione della perizia di trascrizione in ambito forense” comincia ad essere opportunamente codificata – ad esempio nel decreto N. 1513 del 16 aprile 2012 della Regione Toscana, che fa anch’esso esplicito riferimento ai non vedenti – con l’obiettivo di risolvere l’assai problematica situazione attuale: Considerata la grande richiesta di perizie foniche, si è sviluppato ed è cresciuto un esercito di periti bravi e meno bravi ma tutti comunque esclusivamente con esperienza maturata sul campo e con studi e percorsi formativi personali […]. In Italia viene confusa, sempre o quasi, l’esperienza con la competenza […]. Il Giudice e il Procuratore chiedono quasi sempre solo quali e quanti incarichi abbia svolto il perito e non quali competenze abbia. Non esiste alcun controllo sugli operatori e sui metodi utilizzati, alcuni dei quali risultano essere ascientifici (L. Romito, p. 25).

Traendo spunto dall’esperienza fatta, il volume offre un percorso formativo interdisciplinare che mira a creare in modo strutturato e definito il profilo professionale del perito fonico trascrittore in ambito forense e si propone di fornire le variegate competenze essenziali per svolgere al meglio questa professione, in considerazione del fatto che la trascrizione di un dialogo o di una conversazione registrata è operazione assai complessa e strumento di ricostruzione della realtà e di ricerca della verità (L. Romito, p. 26).

L’obiettivo pubblico, dunque, è quello di cominciare a costruire un iter formativo standardizzabile, che offra competenze certe e verificabili: è proprio questa la strada da perseguire perché le perizie escano primariamente dal terreno paludoso dell’opinabile e dell’antidemocratico poi.

Il libro – che si configura, appunto, come “manuale” per corsi finalizzati a questa specifica professione – si apre con la presentazione di alcuni concetti fondamentali della linguistica generale (A. Mendicino, pp. 29-78) e, poi, della psicologia, della percezione e della scienza del comportamento (R. Servidio, pp. 79-104) oltre che del diritto e della procedura penale (C. Petitto, pp. 105-122).

I successivi tre capitoli giungono al cuore del tema e dei problemi.

V. Galatà (pp. 123-172) descrive gli strumenti, le tecniche e i supporti utilizzati nelle registrazioni/intercettazioni, i tipi e le modalità di intercettazione, le tecniche di riduzione del rumore nei segnali audio: infatti una parte significativa delle intercettazioni perde il proprio valore per la cattiva qualità del segnale sonoro e non di rado costringe ad arrendersi anche il miglior perito.

L. Romito – nel ricco saggio centrale dedicato a La linguistica forense (pp. 173-306) – parte dalla definizione stessa di questo specifico ambito disciplinare e, dopo aver considerato teorie e problemi connessi alla percezione, ai modelli di comunicazione e all’analisi conversazionale, analizza tipi, finalità e livelli delle trascrizioni (pp. 241-306) a partire da una opportuna comparazione tra le ben più facili trascrizioni di udienza e quelle assai più complesse di intercettazione.

In ogni caso, tutti i linguisti sono concordi nel richiamare l’attenzione sul fatto che la trascrizione, per compensare la perdita dei tratti para- ed extralinguistici annessi ai vari codici semiotici attivi nel parlato intercettato – soprattutto se faccia a faccia come nelle ambientali – necessita di alte competenze in diversi settori per eseguire al meglio, fra l’altro, la “traduzione” dall’oralità alla scrittura: Trascrivere un parlato orale significa tradurre, interpretando, un codice in un altro (p. 180) e Se la registrazione è un primo livello della realtà la trascrizione è sicuramente un secondo livello, il più importante e incisivo poiché rendiamo digitale, spaziale e visivo un atto che è continuo e uditivo. La trascrizione dovrebbe rispondere fondamentalmente a tre criteri: affidabilità, validità e sensitività (p. 289). Né si può dimenticare che la trascrizione di una intercettazione […] ricostruisce un fatto accaduto, una verità, un indizio e una prova e ciò implica che il trascrittore debba necessariamente essere un esperto (p. 244), anche perché in ogni caso egli si pone inderogabilmente a filtro tra la registrazione e il magistrato.

Ha ragione Romito quando osserva che attualmente: L’incertezza sui ruoli, sulle competenze, sulle professionalità rende inattendibile e poco oggettiva la prova voce registrata. Non raggiungendo standard elevati di competenza linguistica nella trascrizione di intercettazioni ambientali, lo stesso valore di prova della trascrizione da una parte verrà demandato all’abilità delle parti, quindi alle possibilità economiche (oggi la maggior parte dei linguisti universitari vengono contattati e nominati dalla difesa, che in molti casi ha una maggiore disponibilità economica rispetto al Tribunale o alle Procure), alla competenza della difesa o dell’accusa e dall’altra la cattiva competenza rende sempre più debole e basso il valore della prova stessa (p. 245).

M. Cronin, L. Romito e M. Albanese (pp. 307-320) affrontano poi le questioni relative alla traduzione, sia da altre lingue che dai dialetti: problema quest’ultimo troppo spesso drasticamente sottovalutato proprio per mancanza – oltre che di finanziamenti – di competenza e consapevolezza scientifica adeguata dei complessi e imprescindibili nessi che intercorrono fra lingua e cultura, lingua e mentalità.

Gli autori ripercorrono le teorie della traduzione a partire fin da Roman Jakobson che, in un saggio del 1959, indicava la traduzione come una forma di interpretazione, una ri-codificazione di una lingua nel codice di un’altra.

La questione della traduzione, che da tempo impegna traduttori e linguisti, si concentra principalmente sul rapporto tra la lingua di partenza e quella di arrivo e sulla scelta della fedeltà, linguistica o culturale, più pertinente.

Questa delicata attività – in molti Tribunali ancora troppo spesso erroneamente considerata un semplice processo di conversione “meccanica” – che, come abbiamo detto, nelle trascrizioni di intercettazione per di più si associa anche alla traduzione dall’oralità alla scrittura, ha bisogno di saperi molteplici e sicuri per rispondere a criteri di fedeltà da “contrattare” di volta in volta all’interno delle diverse culture, dei soggetti coinvolti e dei diversi registri, in una prospettiva pragmatica che vada oltre la mera superficie linguistica e riconosca e attesti il senso, la funzione e l’intenzione del messaggio: Ricevere una comunicazione in un’altra lingua significa interpretare un codice comunicativo attraverso barriere linguistiche e filtri culturali. Il giudice che legge un testo frutto di una intercettazione tradotta da un dialetto in italiano deve poter cogliere il messaggio nella sua completezza non solo linguistica ma anche culturale, l’interpretazione è una necessità pragmatica del processo traduttivo e del suo ruolo di mediatore (p. 317).

Infatti in ambito forense – come si ribadisce continuamente anche nel libro – la descrizione di un fatto, di un evento, potenzialmente può diventare un indizio o una prova di colpevolezza o di innocenza (p. 315) e sicuramente l’anello più importante e l’anello più debole della catena nel processo di trascrizione è il trascrittore che deve percepire, interpretare e tradurre il codice orale in codice scritto e a volte riportare un dialetto in italiano (p. 287).

Tutti i linguisti sono concordi nel considerare inaccettabile la situazione attuale, per cui In tribunale la traduzione si affida a parlanti di quella lingua […] e non a traduttori specialisti.

Quando la conversazione registrata è in dialetto, per poter ricevere l’incarico è sufficiente avere la residenza nella stessa regione o anche solo essere nati in quella regione (p. 317).

La raccolta si conclude, infine, con un saggio informatico di B. Leporini (pp. 321-371) su applicativi e software utilizzati dai non vedenti per interfacciarsi con il personal computer.

Ogni capitolo è corredato da bibliografia capace di guidare gli approfondimenti.

Complessivamente il volume accoglie e rilancia i molti punti di preoccupante debolezza scientifica nelle prassi diffuse, che non di rado vanno a depotenziare pesantemente uno strumento di tanto rilievo come le intercettazioni, ma nello stesso tempo costruttivamente indica le soluzioni possibili e “a portata di mano” che i saperi mettono a disposizione per l’obiettivo specifico dell’Istituzione Giustizia: l’accertamento della verità.

16 novembre 2013
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