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Media e fenomeni mafiosi: le ragioni di un ritardo culturale
Magistratura e società
Media e fenomeni mafiosi: le ragioni di un ritardo culturale
di Pasquale Notargiacomo* e Giovanni Zaccaro**
*giornalista
**giudice del Tribunale di Bari
Il saggio “Mediamafia. Cosa Nostra fra cinema e Tv” ricostruisce la storia della rappresentazione mediatica di Cosa Nostra. L’intervista all’autore e la sua lettura del recente dibattito che si è sviluppato attorno alla serie “Gomorra”
Media e fenomeni mafiosi: le ragioni di un ritardo culturale
La copertina del libro (con una foto di Letizia Battaglia)

ROMA - Ci sono libri capaci di inserirsi nel dibattito pubblico anche a distanza di tempo dalla loro pubblicazione. Ne è un esempio il saggio di Andrea Meccia “Mediamafia. Cosa Nostra fra cinema e Tv” (Di Girolamo, 2014). E davvero la cifra originale di quest’opera e la sua attualità si percepiscono intatte nel momento in cui l’opinione pubblica si sta finalmente interrogando, in maniera più consapevole e strutturata, sul tema della rappresentazione mediatica dei fenomeni mafiosi. Prova ne è il dibattito, alimentato in queste settimane da autorevoli interventi, sulla serie tv “Gomorra”, di cui Sky sta trasmettendo la seconda stagione. O le recenti fiction realizzate e trasmesse dalla Rai sulle figure di Felicia Impastato e Boris Giuliano.  

La parabola storica del rapporto tra mafia e media è il cuore dell’opera di Andrea Meccia, che da studioso interroga oltre 40 anni di repertorio mafiologico. Una storia del cinema su Cosa Nostra e della sua rappresentazione televisiva e musicale. «E’ uno strumento utile per orientarsi nel mondo delle iconizzazioni degli ultimi anni – scrive nella sua prefazione Umberto Santino – anche quando, o forse soprattutto quando, pone problemi e suscita interrogativi». 

Prima di tutto colpisce il metodo: fonti alte e basse si mischiano in una ricerca che mira a isolare nuclei di senso, senza la pretesa dell’esaustività, ma con l’umiltà di un percorso aperto, ancora in divenire. Così accanto alla prima parte dell’opera, quella più propriamente storica, nella seconda, denominata “Visioni”, l’autore passa in rassegna una galleria di materiali (in prevalenza film, ma c’è anche uno spot televisivo), dal 1976 fino ai giorni nostri. Da "Cadaveri eccellenti" a "La mafia uccide solo d'estate". Nella sezione conclusiva, infine, le testimonianze di Letizia Battaglia e Roberto Scarpinato aggiungono atmosfera e umanità al contesto.

Incontriamo l’autore per affrontare le questioni poste, in questo periodo, attorno alla rappresentazione cinematografica e televisiva dei fenomeni criminali.

Partiamo dai tempi, perché se ne parla in maniera più articolata soltanto adesso?
“C’è un grandissimo ritardo culturale, che non riguarda soltanto il rapporto tra mafia e media. C’è un ritardo di cultura mediale. I media sono sempre visti in maniera apocalittica. Non capiamo, invece, che governarne la lettura ci rende cittadini migliori, più consapevoli, che quando si trovano di fronte a dei racconti che non rispecchiano la realtà, ma la re-interpretano, li sanno analizzare. Conviviamo con questo tipo di ritardo mentre i media si complicano sempre di più, si mescolano, si intrecciano costantemente soprattutto attraverso i social network, che rendono tutti non più fruitori, ma tutti potenziali creatori di contenuti″.
                                       
Come è nata la discussione pubblica di queste settimane?                                                      “C’è stata una convergenza. Solo il fatto che nello stesso giorno siano andati contemporaneamente in onda la prima puntata della seconda stagione della serie "Gomorra" su Sky e la fiction su Felicia Impastato su Rai1 ha restituito un’idea dicotomica di come si possono raccontare i fenomeni criminali. Da un lato un prodotto per il pubblico familiare della Rai, dall’altro lato uno destinato a un pubblico più giovanile, magari anche più preparato, attratto moltissimo dalla serialità televisiva. La convergenza ha fatto esplodere questa contrapposizione forte. L’altro fattore scatenante riguarda la questione Gomorra e la figura pubblica di Roberto Saviano, a dieci anni dall’uscita del libro. Lo scrittore che “ci ha aperto gli occhi” oggi viene anche demonizzato, da certa parte, perché si ritiene che la serie sia sempre una sua creatura. E se ne critica la descrizione di un universo del male che non lascia spazio al suo contraltare. Così, mentre il libro aveva avuto un impatto molto forte dal punto di vista dell’impegno civile, i detrattori della serie tendono a sottolineare che, in questo caso, si tratta prettamente di un’opera commerciale”.
 
E’ possibile individuare criteri da tenere presenti come autori e come spettatori nel momento in cui ci si accosta a una rappresentazione cinematografica o televisiva della mafia?
“La prima cosa è conoscere la storia della rappresentazione della mafia. La storia del cinema ha delle pietre miliari che sono “In nome della legge”, “Il giorno della civetta”, “A ciascuno il suo”, “Il padrino”. La televisione non può prescindere ovviamente da “La Piovra”. Una volta che gli autori conoscono bene pregi e difetti di queste opere, devono rifuggire da quelli che sono stati i grandi stereotipi che hanno accompagnato la rappresentazione del fenomeno criminale. Ma questo vale anche per il pubblico, che non è esente da responsabilità″.
 
Esempi di stereotipi da evitare?
“Per esempio inquadrare i fenomeni criminali come fenomeni meridionali, oppure come fenomeni di marginalità sociale o urbana, raccontarli attraverso le biografie delle vittime o attraverso quelle  degli eroi negativi. Lo sforzo da fare è quello di rimescolare il tutto per restituirci la complessità del reale. Va sempre tenuta a mente qual è la natura delle mafie: fenomeni politici, interclassisti, che hanno a che vedere con il consenso sociale e anche con la classe dirigente del nostro Paese. Detto questo, non credo che debba esistere il manifesto del film antimafia o il manifesto della fiction antimafia. Un grande critico cinematografico siciliano che scriveva per il quotidiano "L’Ora”, Vittorio Albano, sosteneva che non bisogna "misurare mai la nobiltà di un film con la nobiltà del suo contenuto”. Noi, invece, spesso siamo portati a pensare che soltanto perché quel film mette in scena il fenomeno mafioso, ci ricorda la biografia di una vittima, racconta un criminale, è un film degno di attenzione, di studio o di analisi”.
 
Lei ha evidenziato, citando alcuni recenti prodotti tv, i rischi di una eccessiva semplificazione del racconto, una semplificazione che può valere sia in negativo (Gomorra) sia in positivo (Felicia Impastato). Come si superano queste difficoltà?
“Abbiamo degli esempi grandissimi nella storia del cinema italiano, come le opere di Francesco Rosi. Un cinema capace di fare inchiesta, spettacolo, di arrivare a un pubblico molto ampio e di promuovere passioni. Certo al tempo c’era anche un pubblico diverso, che guardava al cinema come un mezzo di alfabetizzazione culturale e democratica e quindi si aspettava di saperne qualcosa di più. Ma questo cinema di Rosi ha dato il meglio di sé, non quando risolveva la questione che raccontava, ma quando la problematizzava ulteriormente e lasciava allo spettatore la voglia di conoscere, di andare oltre quello che aveva visto sullo schermo. Il pubblico va abituato a opere che lo emozionano e che sono complesse. Anche “La Piovra” è stata un’opera complessa, che ha intrecciato tanti aspetti delle organizzazioni mafiose, ha parlato di finanziarizzazione dell’economia, di traffico dei rifiuti, di una mafia che già si globalizzava e che guardava ai grandi mercati che si potevano aprire dopo la caduta del muro di Berlino. Queste cose la Piovra le ha intercettate″.
 
La seconda parte del suo saggio si intitola “Visioni”. Se potesse attualizzarla a questi giorni aggiungerebbe qualche materiale?
“Aggiungerei per la storia della mafia un film come “Belluscone” di Franco Maresco, perché il cinema (e la televisione) che Maresco ha fatto, con Daniele Ciprì, è stato un prodotto unico, che ci ha dato l’idea di come sia possibile raccontare con altri occhi il fenomeno mafioso. Il fatto che avessero vissuto sulla loro pelle la violenza che è esplosa nella loro Palermo negli anni ’70 e ’80 li ha come “vaccinati”. Questo gli ha permesso di andare al di là di un racconto sterile, che fosse solo pedagogico o intriso di impegno civile. E invece il loro occhio è stato una visione alternativa della realtà e questo, in “Belluscone”, Franco Maresco è stato capace di farlo, raccontandoci il nostro presente anche attraverso piccole schegge televisive. Dal lato di altri fenomeni criminali, segnalerei un film come “Anime nere” perché la ‘ndrangheta è stata tradizionalmente una mafia molto poco raccontata. Questo film, invece, ci porta nel cuore antropologico dell’organizzazione. Ci fa conoscere il contesto in cui tutto ha avuto origine. Dove si scontrano l'immagine realistica di una malavita globalizzata con quella che sente ancora battere il proprio cuore in un'atmosfera arcaica e pre-moderna”.

                                                                                                                                                        
E le serie?
“Sono tutti prodotti interessanti, non fosse altro perché “Romanzo Criminale” e “Gomorra” sono stati anche prodotti d’esportazione, dimostrando anche grandi risorse tecniche e umane. Quando parliamo di “Romanzo criminale” e di “Gomorra” è difficile, però, analizzare singolarmente la serie TV, il film e il romanzo. Non si può non guardare con interesse alla trasformazione di questi prodotti. Dalla forma letteraria alla forma cinematografica, per approdare poi alla serialità televisiva. Per "Gomorra", ad esempio, il film e la serie sembrano due prodotti completamente diversi. Personalmente, comunque, non credo che una serie TV come "Gomorra" promuova passioni o alfabetizzi alla comprensione delle dinamiche camorristiche, così come "Romanzo Criminale". Però prese une e “trine” ti dicono molto su come ci stiamo rapportando con i fenomeni criminali in Italia. Esistono i prodotti che esistono, esiste il pubblico che esiste. Più che di critica abbiamo bisogno di saperli analizzare, abbiamo bisogno di non aderire a quello che vediamo nello schermo al 100% e di non rifuggirne con la stessa intensità”.
 

 

 

11 giugno 2016
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