home search menu
Messa alla prova e decreto penale di condanna
Giurisprudenza e documenti / giurisprudenza costituzionale
Messa alla prova e decreto penale di condanna
di Federico Piccichè
Avvocato del Foro di Monza e membro del Consiglio Direttivo della Scuola Forense di Monza
Corte Costituzionale, Sentenza 6 luglio 2016 (dep. 21 luglio 2016), n. 201, Pres. Grossi, Rel. Lattanzi

Con la sentenza in esame, la Consulta ha dichiarato “l'illegittimità costituzionale dell'art. 460, comma 1, lettera e), del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che il decreto penale di condanna contenga l'avviso della facoltà dell'imputato di chiedere mediante l'opposizione la sospensione del procedimento con messa alla prova”.

Il caso, da cui si è originato l'incidente di costituzionalità, è il seguente.

Nei confronti dell'imputato viene emesso un decreto penale di condanna per il reato previsto dall'art. 44, comma 1, lettera c), D.P.R. n. 380/01.

L'imputato propone opposizione senza richiesta di riti alternativi o di messa alla prova.

Nel corso dell'udienza dibattimentale, l'imputato chiede la sospensione del procedimento con messa alla prova.

Il Giudice, però, osserva che la richiesta di messa alla prova dovrebbe ritenersi inammissibile, atteso che, in forza dell'art. 464bis, comma 2, c.p.p., avrebbe dovuto essere presentata con l'atto di opposizione.

Sennonché, così ragionando, l'imputato vedrebbe leso il proprio diritto di difesa.

Infatti, nella specie, nel decreto penale di condanna emesso nei suoi confronti mancava l'avviso della facoltà di chiedere mediante l'opposizione la messa alla prova.

Da qui, secondo il Giudice rimettente, la necessità di sollevare, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., la questione di legittimità costituzionale dell'art. 460, comma 1, lettera e), c.p.p., “nella parte in cui non prevede che il decreto penale di condanna debba contenere l'avviso all'imputato che ha facoltà di chiedere la sospensione del procedimento per messa alla prova unitamente all'atto di opposizione”.

In questo modo, se la questione venisse accolta, verrebbe posto rimedio alla lesione del diritto di difesa subita dall'imputato, atteso che quest'ultimo sarebbe rimesso in termini per chiedere la messa alla prova.

Nello specifico, secondo il Giudice rimettente, la norma censurata violerebbe l'art. 24 Cost. in quanto, in vista di una migliore tutela del diritto di difesa, la scelta dei riti alternativi, ai quali va equiparata la messa alla prova, dovrebbe essere sempre preceduta da uno specifico avviso, specialmente nei casi in cui tale scelta debba essere compiuta entro brevi termini di decadenza, che maturino fuori udienza.

Il contrasto con l'art. 3 Cost., invece, deriverebbe dal fatto che vi sarebbe una disparità di trattamento tra situazioni analoghe, dal momento che, diversamente da quanto avviene per la messa alla prova, l'avviso della facoltà di accedere ai riti alternativi e all'oblazione viene dato, a pena di nullità, unitamente al decreto di citazione a giudizio[1], al decreto penale di condanna[2] e al decreto di giudizio immediato[3], seppure in quest'ultimo caso non sia necessario far menzione dell'oblazione.

I Giudici della Consulta, come anticipato, ritengono la questione fondata, sebbene con riferimento alla censura relativa all'art. 24 Cost., rimanendo quella relativa all'art. 3 Cost. assorbita.

In particolare, la Corte, dopo aver precisato che il nuovo istituto del probation si configura come un procedimento speciale, alternativo al giudizio, e che l'art. 464bis, comma 2, c.p.p., stabilisce che, nel procedimento per decreto, la richiesta di messa alla prova deve essere presentata, a pena di decadenza, con l'atto di opposizione, constata, però, che, a differenza di quanto accade per gli altri riti speciali, l'art. 460, comma 1, lettera e), c.p.p., non prevede che all'imputato sia dato avviso della facoltà di chiedere con l'atto di opposizione la messa alla prova.

Dalla mancanza di tale avviso deriva, secondo la Corte, la perdita di una garanzia, che è essenziale per il corretto e pieno esercizio del diritto di difesa, atteso che può determinare sostanzialmente “la perdita irrimediabile” della facoltà di accedere alla messa alla prova.

Invero, secondola Corte, “quando il termine entro cui chiedere i riti alternativi è anticipato rispetto alla fase dibattimentale, sicché la mancanza o l'insufficienza del relativo avvertimento può determinare la perdita irrimediabile della facoltà di accedervi, la violazione della regola processuale che impone di dare all'imputato esatto avviso della sua facoltà comporta la violazione del diritto di difesa”.

Conseguentemente, dal momento che, nel procedimento per decreto, il termine entro cui chiedere la messa alla prova è anticipato rispetto al giudizio, la mancata previsione tra i requisiti del decreto penale di condanna di un avviso, come quello previsto dall'art. 460, comma 1, lettera e), c.p.p., per gli altri riti speciali, della facoltà di chiedere, nel fare opposizione, la messa alla prova, causa una lesione del diritto di difesa, con conseguente violazione dell'art. 24 della Costituzione.

Prima di concludere, è opportuno evidenziare che, secondo la Corte, l'avviso non è necessario nel caso in cui il termine ultimo per avanzare la richiesta di riti alternativi venga a cadere all'interno di un'udienza, preliminare o dibattimentale, a partecipazione necessaria, in cui l'imputato è obbligatoriamente assistito dal difensore, che è tenuto a garantire una completa informazione circa la facoltà e/o la opportunità di chiedere i riti.

Quest'ultimo appunto è importante perché, alla luce delle sopra esposte argomentazioni della Corte, dalla omessa indicazione, all'interno del decreto di citazione a giudizio di cui all'art. 552 c.p.p., dell'avvertimento all'imputato della facoltà di chiedere, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, la sospensione del procedimento con messa alla prova, non dovrebbe derivare alcuna nullità di ordine generale per violazione del diritto di difesa ai sensi dell'art. 178, comma 1, lettera c), c.p.p., avendo sbocco l'atto in questione in una udienza a partecipazione necessaria, all'interno della quale viene a cadere il termine ultimo per avanzare la richiesta di messa alla prova[4]

 


[1] Si veda l'art. 552, comma 1, lettera f) e comma 2, c.p.p.

[2] Si vedano gli artt. 460, comma 1, lettera e), c.p.p. e 141, comma 3, disp. att. c.p.p.

[3] Si veda l'art. 456, comma 2, c.p.p.

[4] Molti dei decreti di citazione a giudizio emessi dopo l'entrata in vigore della legge n. 67/14 non contengono l'avviso all'imputato della facoltà di chiedere, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, la sospensione del procedimento con messa alla prova, non essendo tale avviso espressamente richiesto dalla legge. Non si può escludere, però, che il legislatore modifichi in futuro l'art. 552, comma 1, lettera f), c.p.p., nel senso di stabilire che il decreto di citazione a giudizio è nullo, ai sensi dell'art. 552 comma 2, c.p.p., anche nel caso in cui manchi o sia insufficiente al suo interno l'avviso all'imputato della facoltà di avvalersi della messa alla prova, in ragione degli importanti benefici che da tale nuovo istituto derivano a favore dell'imputato, che impongono un'informazione la più ampia possibile e, soprattutto, anticipata rispetto al giudizio. 

5 settembre 2016
Se ti piace questo articolo e trovi interessante la nostra rivista, iscriviti alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove pubblicazioni.
Processo Cappato, tra diritto di morire e reato di aiuto al suicidio. La questione è rimessa alla Corte costituzionale
Ilva e il diritto alla salute. La Corte costituzionale ci ripensa?
Ilva e il diritto alla salute. La Corte costituzionale ci ripensa?
di Gianfranco Amendola
Il contributo che pubblichiamo ragiona sulla recente decisione n. 58 del 2018, con cui la Consulta torna ad occuparsi del tema della tutela della salute e sicurezza dei lavoratori negli stabilimenti dell’Ilva di Taranto. L’autore registra qualche non irrilevante mutamento di rotta nella giurisprudenza costituzionale rispetto alla precedente sentenza n. 85 del 2013 e rimarca con forza come il diritto alla salute non può soggiacere, se non a prezzo di qualche forzatura del dettato costituzionale, a bilanciamenti con altri interessi pur costituzionalmente rilevanti (essendo il diritto alla salute l’unico diritto che, non a caso, è definito fondamentale dalla nostra Costituzione).
10 aprile 2018
La salute, il lavoro, i giudici
La salute, il lavoro, i giudici
di Riccardo De Vito
Un breve commento alla sentenza (n. 58/2018) con la quale la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del cd. decreto Ilva. Vi si leggono parole chiare sul rapporto tra i diritti fondamentali della persona e iniziativa economica
24 marzo 2018
Il seguito in Cassazione della pronuncia della Corte costituzionale n. 269 del 2017: prove pratiche di applicazione
Il seguito in Cassazione della pronuncia della Corte costituzionale n. 269 del 2017: prove pratiche di applicazione
di Diletta Tega
Di fronte al problema di doppia pregiudizialità rappresentato dalla violazione tanto della Costituzione (e di fonti internazionali, come la Cedu, che operano attraverso la mediazione dell’art. 117, primo comma, Cost.), quanto della Cdfue, l’ordinanza in commento della Corte di cassazione, seguendo l’impostazione della sentenza costituzionale n. 269/17, solleva una articolata questione di legittimità costituzionale, nella quale operano come parametri (interposti) anche le norme della Cdfue, pure quando esse, secondo la Suprema corte, avrebbero efficacia diretta. È espressamente lasciata alla Corte costituzionale la valutazione se rivolgersi con un rinvio pregiudiziale di interpretazione alla Corte di giustizia: alle prese con dubbi di compatibilità della normativa italiana con la Cdfue, la Cassazione avrebbe voluto – e dovuto, in base all’art. 267 Tfue – far rinvio pregiudiziale alla Corte di Lussemburgo; ma consapevole di quanto affermato dalla Corte costituzionale, ha deciso di rivolgersi, in prima battuta, a Palazzo della Consulta.
12 marzo 2018
Dj Fabo: la Corte d’assise di Milano solleva una questione davanti alla Corte costituzionale*
Dj Fabo: la Corte d’assise di Milano solleva una questione davanti alla Corte costituzionale*
di Francesca Paruzzo
Contrasto tra la disposizione dell’art. 580 cp e, da un lato, gli artt. 3, 13 primo comma e 117 primo comma Cost. – in relazione, quest’ultimo, agli artt. 2 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – e, dall’altro, gli artt. 3, 13, 25 secondo comma e 27 terzo comma Cost.
16 febbraio 2018
Un bambino e le sue mamme: dall’invisibilità al riconoscimento <i>ex</i> art. 8 legge 40
Profili di ammissibilità delle questioni incidentali di costituzionalità (rilevanza, incidentalità, interpretazione conforme)
La Corte Edu e le leggi retroattive*
Conciliare e risarcire non sono la stessa cosa. Notarella in margine ad un convegno di Villa Vigoni
<i>Sweetening the pill</i>. Il caso Taricco e l'illusionismo prospettico della Consulta
Newsletter


Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Giurisprudenza e documenti
Dissequestrata la nave Open Arms: soccorrere i migranti non è reato
Dissequestrata la nave Open Arms: soccorrere i migranti non è reato
di Marco Patarnello
Pur nella difficoltà di trovarsi al centro del Mediterraneo nel disinteresse molto interessato del resto d’Europa e nella preoccupazione di divenire la meta di ogni migrante, con la decisione del gip di Ragusa l’Italia si sforza di non interrompere il collegamento fra diritto e umanità.
19 aprile 2018
Processo Cappato, tra diritto di morire e reato di aiuto al suicidio. La questione è rimessa alla Corte costituzionale
Campi libici, l'inferno nel deserto. La sentenza della Corte di assise di Milano
Campi libici, l'inferno nel deserto. La sentenza della Corte di assise di Milano
La qualità delle indagini e della loro resa dibattimentale, insieme alla ritenuta credibilità delle dichiarazioni delle persone offese, ha confermato, secondo i giudici dell’assise, un contesto di privazione della libertà dei migranti e di violenze di ogni tipo che scolpisce una realtà che per la sorte dei diritti umani è fondamentale non ignorare.
3 aprile 2018
Il sequestro della nave Open Arms: è reato soccorrere migranti in pericolo di vita?
Il sequestro della nave Open Arms: è reato soccorrere migranti in pericolo di vita?
di Simone Perelli
Dopo l’intervento del gip di Catania che ha escluso il fumus dell’associazione per delinquere nei confronti degli appartenenti alla ong Open Arms, è importante interrogarsi sulla sussistenza del reato di cui all’art. 12, comma 3, d.lgs 286/98: è configurabile nei confronti dei volontari che partecipano alle operazioni di soccorso se non concorrono nelle azioni delittuose dei trafficanti che caricano i migranti sui gommoni? La risposta negativa è preferibile per l’operatività della causa di giustificazione.
31 marzo 2018
Reato di scarico di acque reflue industriali oltre i limiti tabellari: metodiche di campionamento e punto di prelievo
Concorrenza tra banche e diffusione di informazioni denigratorie e vere
Concorrenza tra banche e diffusione di informazioni denigratorie e vere
di Aldo Angelo Dolmetta
Prendendo spunto da un caso contenzioso, in cui una banca aveva agito per ottenere il risarcimento del danno derivante dalla condotta di una sua concorrente, che aveva diffuso in una propria pubblicazione periodica il suggerimento di non partecipare all’aumento di capitale della prima (comportamento che la banca attrice qualificava come atto di concorrenza sleale ex art. 2598 cc), il contributo analizza la rilevanza attuale dell’exceptio veritatis quale presupposto di liceità della diffusione al pubblico, da parte di un’impresa, di informazioni denigratorie su un proprio concorrente. In particolare, lo scritto evidenzia la progressiva apertura del diritto vivente verso l’attribuzione di un effetto scriminante alla verità della notizia denigratoria; apertura che però continua a intendere il fatto denigratorio tra concorrenti come dotato di rilevanza meramente negativa (come elemento, cioè di esclusione dell’antigiuridicità di una condotta in sé disapprovata), e non già – ciò che invece si auspica – come dinamica fisiologica e approvata dall’ordinamento, nella prospettiva della promozione di un superiore livello di trasparenza del sistema finanziario.
26 marzo 2018