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Editoriali
Nello Stato di diritto non c’è posto per l’eversione dei poliziotti
di Beniamino Deidda
direttore Questione Giustizia
Considerazioni sugli applausi di Rimini e il ruolo della Polizia
Nello Stato di diritto non c’è posto per l’eversione dei poliziotti

Le immagini dell’assemblea riminese, che la TV ha diffuso nelle case di tutti noi, in cui si vedono e si sentono due minuti di applausi ai poliziotti responsabili della morte del giovane Federico Aldrovandi, sono certo impressionanti e colpiscono i sentimenti di molti. Si vedono persone in piedi e sedute che applaudono i condannati freneticamente e con convinzione in un crescendo di consenso. I plaudenti, che s’immaginano poliziotti, non sono tutti giovani.

Alcuni sembrano avere alle spalle una certa esperienza e forse anche molti interventi per l’ordine e la sicurezza pubblica; eppure tutti indistintamente sembrano percorsi dallo stesso sentimento di manifesta approvazione e solidarietà verso i colleghi condannati. Nelle foto comparse sui quotidiani solo una donna appare composta e non applaude, segno che la pietà e la ragione trovano sempre qualche espressione in un volto femminile.

La reazione che si è avuta a quelle immagini (lo sdegno dei familiari, la rabbia per l’indifferenza al loro dolore, la disapprovazione dei più) appartiene al mondo delle emozioni ed è naturalmente giustificata dal fatto che si tratta della morte di un giovane per opera di chi, secondo la legge, avrebbe dovuto costituire la garanzia della sua’incolumità e sicurezza. Ma chi si occupa della salute delle istituzioni ha il dovere di ragionare e di capire, senza lasciarsi travolgere dall’emozione. Da cosa nasce il disagio e l’insofferenza di qualche sindacato della polizia e le dure posizioni corporative che sfociano in manifestazioni che non è esagerato definire eversive da parte di chi deve essere il presidio della vita civile e democratica? C’è evidentemente un problema e soprattutto c’è la necessità di individuare le soluzioni giuste e di perseguirle con saggezza e con celerità.

Cominciamo col dire che questo malessere non è nato in questi giorni. Per stare ai tempi più recenti è almeno dallo sciagurato intervento alla Diaz che le Forze dell’ordine talvolta si lasciano andare ad atteggiamenti di grave violazione dei diritti fondamentali dei cittadini ed è parallelamente da qualche tempo che la violenza di molti manifestanti assume i caratteri della premeditazione e dell’aperta provocazione. Sarebbe stato necessario evitare che si innescasse una pericolosa spirale di reazioni difficili da controllare. Ma sono stati compiuti errori da ogni parte. Da un lato la reazione dei vertici dei vari corpi di polizia dinanzi a qualche abuso è stata esitante e, a volte, equivoca. Si è lasciato che fosse la magistratura a stabilire, fra mille ostacoli, la liceità di quei comportamenti anche quando filmati, fotografie e testimonianze erano da subito in grado di dimostrare che la condotta della polizia era stata molto lontana da quella che ci si dovrebbe aspettare da parte di corpi addestrati e professionali.

Dall’altro non si è fatta la necessaria attenzione alla trasformazione di pacifiche manifestazioni in gravi episodi di guerriglia urbana che andavano stroncati con estrema decisione. Occorreva agire su più fronti solo apparentemente contrapposti. E invece anziché intervenire censurando esemplarmente i rari comportamenti violenti della polizia, si è preferito tollerare in silenzio oppure rivendicare orgogliosamente la legittimità di quei comportamenti e, addirittura, sfidare l’opinione pubblica con la promozione dei dirigenti che avevano autorizzato e guidato azioni irresponsabili.

Dall’altra parte abbiamo visto la violenza programmata nelle curve degli stadi, l’aggressione premeditata e sempre più sfrontata alle Forze dell’ordine, il cui comportamento molto sorvegliato è apparso a molti come troppo timido. Gli stadi continuano ad essere luoghi pericolosi e la politica ha fatto poco o nulla per renderli civili.

E’ così che siamo arrivati ad una deriva corporativa che non promette niente di buono, solleticata qualche volta da politici in cerca di facile consenso negli strati più impermeabili alle regole democratiche. Quel consenso qualche volta fa ancora capolino sotto varie forme, spesso dirette in apparenza a sostenere il duro lavoro dei poliziotti e a evitare che diventino il bersaglio di gratuiti attacchi. E’ successo anche qualche giorno fa con le critiche al capo della Polizia, reo di avere dato del ‘cretino’ al poliziotto  che durante una manifestazione aveva gratuitamente calpestato una ragazza distesa a terra. Paradossalmente, e senza volerlo, i critici avevano ragione: non si è trattato di un cretino che eccezionalmente aveva perso la testa, ma dell’incosciente testimonianza di una discutibile cultura della violenza tragicamente manifestata troppe volte per essere considerata come un trascurabile infortunio.

Questa cultura del resto non si mostra solo nelle piazze o durante gli interventi di ordine e sicurezza pubblica. Dopo l’infelice applauso ai poliziotti colpevoli della morte di Aldrovandi, il segretario del SAP, durante un’incauta intervista, ha dichiarato che l’applauso non voleva essere irriverente per il ragazzo morto, ma era diretto a denunziare l’ingiustizia della condanna subita dai poliziotti per quell’episodio. Qui si svela una preoccupante  ignoranza dell’a,b,c dello Stato di diritto. S’ignora, cioè, quello che ogni servitore dello Stato dovrebbe sapere, che spetta all’autorità giudiziaria accertare le responsabilità penali e che i poliziotti, che sono tra l’altro gli insostituibili collaboratori dei magistrati, non organizzano manifestazioni per contestare le decisioni dei giudici. Sono anche queste le responsabilità di una politica poco accorta, che solo per scopi di puro consenso ha usato talora parole poco rispettose dei principi costituzionali senza capire che si seminavano esempi destinati inevitabilmente a produrre frutti avvelenati.

Bisogna peraltro riconoscere che, di fronte agli applausi indecenti di questi giorni, sia il Presidente della Repubblica, sia il Presidente del Consiglio, sia il Ministro dell’Interno hanno reagito duramente e in maniera appropriata. Era necessario, ma deve essere solo l’inizio di una strategia che ha come fine un punto irrinunciabile per una democrazia matura: uno strettissimo rapporto di fiducia e di rispetto tra i cittadini e le forze dell’ordine.

Oggi il Governo e la classe politica si trovano a fronteggiare manifestazioni di violenza da parte dei manifestanti, alcuni dei quali vanno in piazza già bardati di tutto punto per la guerriglia e gratuite e violente reazioni da parte della polizia, tanto più gravi quando avvengano in situazioni di assenza di pericolo. Fenomeno diverso, e certamente più grave, è l’uso della violenza nei cofronti di persone inermi e bisognose d’aiuto. L’ultimo episodio di questo tipo ha registrato la morte di Riccardo Magherini, mentre era ammanettato e tenuto fermo faccia a terra da quattro Carabinieri nel centro di Firenze. Lasciamo che la magistratura accerti eventuali responsabilità, ma sappiamo già dalle immagini diffuse dalla TV che l’intervento delle Forze dell’ordine non può essere giudicato esemplare. L’indifferenza o il silenzio di fronte a questi episodi non consentono nessun passo in avanti e rischiano di alimentare atteggiamenti di chiusura ispirati a un malinteso spirito di corpo capace di giustificare inammissibili violenze.

C’è, dunque un urgente bisogno di ricostituire i rapporto di reciproca fiducia tra stato e cittadini e in particolare tra le Forze dell’ordine e i cittadini. Se da un lato una parte delle Forze dell’ordine sembra avere smarrito il senso del rapporto tra Stato e cittadini, dall’altra una parte non inconsistente di cittadini sembra non sapere che il diritto costituzionale di manifestare si esercita pacificamente e senz’armi (art. 17 Cost.)

Proprio per instaurare questo vitale rapporto tra Stato e cittadini sono nati i sindacati della polizia, in un tempo nel quale i soggetti più illuminati tra le Forze dell’ordine sentirono di dover mostrare a tutti che la Polizia non era più quella di Tambroni  o quella che sparava sui braccianti a Reggio Emilia. E così che la Polizia ha iniziato a improntare i propri comportamenti ai principi democratici. Da allora sono stati fatti enormi passi avanti e sono state molte le occasioni in cui le Forze dell’ordine hanno dimostrato di sapersi portare in modo pressoché perfetto: fermi di fonte alle violenze dei facinorosi, insensibili alle provocazioni, capaci di tutelare l’incolumità degli inermi e dei manifestanti pacifici.

Le Forze di polizia hanno al loro interno persone preparate e d’indubbia professionalità. Non si può consentire che i migliori e i più ricchi di umanità (ne conosciamo tantissimi) appaiano come una minoranza isolata. E’ importante a questo proposito la decisa reazione alla desolante scena di Rimini da parte di altri sindacati di polizia. Del resto, se il cammino virtuoso intrapreso dalla Polizia sembra oggi interrotto, ciò è dovuto principalmente alle scelte inadeguate della politica. Eppure sarà proprio il potere politico a dover risolvere i problemi di questa delicata fase. Innanzitutto spetta alla politica farsi carico del disagio e del malessere che è di tutta la Polizia. Quando si concedono salari insufficienti a vivere dignitosamente, quando si operano tagli insensati per la sicurezza pubblica, quando si costringono poliziotti e carabinieri a lavorare in condizioni spesso disumane, è irragionevole non aspettarsi manifestazioni di malessere e di disagio.

Certo questo non po’ bastare per diffondere nuovamente l’auspicata fiducia. E’ necessaria una grande collettiva mobilitazione di idee e di iniziative. Inevitabilmente occorreranno nuove regole e una più trasparente condotta da parte di tutti, a cominciare dal legislatore. Ma intanto vanno tenute ferme alcune condizioni irrinunciabili.

La prima è che d’ora in poi il comportamento della polizia dovrà essere prudente e sorvegliato in ogni occasione, ispirato, com’è necessario, all’esigenza di garantire l’ordine democratico e l’incolumità dei cittadini e specialmente dei più deboli. I cittadini hanno bisogno di sapere che le Forze dell’ordine sono lì per proteggere la loro sicurezza e che sapranno fronteggiare i violenti di ogni risma con fermezza. Perché questa fermezza appaia giusta, occorre che il comportamento della polizia sia irreprensibile e non sia macchiato da gratuite violenze. Perché questo obiettivo possa essere perseguito in modo democratico, i membri della polizia devono ricevere una formazione adeguata in materia di riconoscimento della dignità delle persone e garanzia dei diritti umani e condizioni minime di trattamento di manifestanti, fermati e arrestati. Non basta, occorre inoltre che siano trasmessi ordini chiari sul rispetto dei diritti attraverso la catena di comando e che il potere disciplinare intervenga senza indulgenza mettendo da parte difese corporative e coperture.

La seconda condizione è che si introduca un codice di identificazione per ciascun agente partecipante ad operazioni di ordine pubblico. Sappiamo che questa proposta trova ancora molte contrarietà  soprattutto tra gli appartenenti alle forze di polizia. Credo che non si sia riflettuto abbastanza non solo sul fatto che un tale codice è stato introdotto in tanti paesi in cui non vi sono certo debolezze verso i manifestanti violenti, ma soprattutto sul fatto che chi rappresenta lo Stato e l’ordine ed è legittimato ad usare la forza, non si può nascondere. Lo Stato di diritto ha bisogno di essere rappresentato da persone e non può essere anonimo.

La terza condizione è che il Parlamento si decida finalmente ad introdurre nel nostro ordinamento il reato di tortura. Subito, non nei tempi biblici che hanno caratterizzato il dibattito su questa fattispecie criminosa. Sono passati 26 anni dalla Convenzione dell’Onu che impone agli Stati di adeguare la loro legislazione e ancora si tergiversa. Ed necessario che sia un reato proprio, nonuna generica fattispecie, come qualcuno propone. L’opposizione che a questa introduzione viene dalla polizia è giuridicamente insostenibile e politicamente miope. Non ci vuole molto a capire quale iniezione di fiducia scaturirebbe dall’introduzione di leggi capaci di garantire l’integrità dello stato e l’intoccabilità della forza pubblica e, insieme,  le libertà e i diritti fondamentali dei cittadini.

Se queste condizioni saranno rispettate è probabile che inizi un percorso  nel quale il malessere sia destinato a sparire ed il prestigio delle Forze dell’ordine a crescere.

Se poi, nonostante tutto, accadrà che qualche malaugurato eccesso si verifichi, la stessa polizia abbia il coraggio di isolare e denunziare i comportamenti dei suoi membri che siano inconciliabili con il diritto e la Magistratura, quando è il caso, si impegni ad accertare le responsabilità senza riguardi per nessuno.

 

                                                                                              

4 maggio 2014
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