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“Orizzonti internazionali a Torino”
Magistratura e società
“Orizzonti internazionali a Torino”
di Paola Perrone
già presidente di sezione della Corte d'appello di Torino
La recensione al libro a cura di Dora Marucco e Cristina Accornero (Donzelli, 2017) si sofferma sulla riflessione a proposito del "modello Torino", sulla sua storia e sulla sua attualità
“Orizzonti internazionali a Torino”

Il “modello Torino”: cioè quell’insieme di pratiche concertate fra diversi soggetti sociali provenienti dai settori più disparati, pubblici e privati, che però si riconoscono reciprocamente legittimazione ad affrontare i problemi e il futuro della città, costituendone così la classe dirigente. Un’idea di modello che resiste anche nell’attualità politica che rompe con il passato, se è vero che un sindaco di rottura come Chiara Appendino del Movimento 5 Stelle viene subito riconosciuto dagli altri attori istituzionali e non, cittadini e regionali, quale interlocutore legittimo col quale collaborare; se è vero che lo stesso M5S lo indica come proprio esponente più riuscito nel panorama nazionale.

Se davvero questo modello  questo “far sistema”  di Torino sia mai esistito e se esso abbia funzionato rispetto ad una vocazione storica della città, già capitale d’Italia, rappresentata dal suo relazionarsi con altri stati esteri e col mondo intero, è l’oggetto di questo bello e innovativo libro.

Con approccio storico/sociologico (robustamente delineato nelle sue direttrici e metodologie scientifiche da Arnaldo Bagnasco), l’opera raccoglie vari saggi intensi e documentati che ricostruiscono la vocazione internazionale di Torino fra due grandi eventi scelti a delimitare la sua storia recente: le celebrazioni per il Centenario dell’Unità d’Italia nel 1961 e la realizzazione delle Olimpiadi Invernali nel 2006.

Si è detto libro innovativo: perché ai capitoli sistematici storico-sociologici affianca un materiale direttamente fruibile dal lettore (attraverso QR code o visita di un sito) costituito da ben 58 videointerviste rilasciate da testimoni e protagonisti[1] di quella storia che riescono, con i loro ricordi e i loro anche difformi giudizi, a restituire un mosaico polimorfo della città nel suo impegno internazionale. L’aver affiancato ai saggi scritti il materiale delle videoregistrazioni (che ha un illustre precedente piemontese nelle audioregistrazioni di Nuto Revelli per L’anello forte del 1985) conferisce all’opera un’innegabile vivezza di comunicazione, il che finisce per dare, come voluto da Peppino Ortoleva, un valore aggiunto rispetto ad una esposizione saggistica meramente scritta e finisce per costituire di per sé patrimonio assicurato a future ricerche.

Troppo numerosi e variegati gli ambiti di Torino internazionale studiati dall’opera nel periodo 1961-2006 perché se ne possa qui dare un resoconto completo. Se ne offre dunque un elenco necessariamente monco, rinviando alla lettura del libro, che risulta davvero interessante per il lettore comune e che offre un patrimonio importante per lo studioso.

Si parte dal lavoro e dalla annessa vocazione di formazione tecnica e professionale (strettamente correlati alla presenza in città della grande fabbrica e di uno dei politecnici più accreditati in campo nazionale e mondiale): l’occasione della celebrazione dell’Unità d’Italia si sposa nel 1961 con l’Esposizione internazionale del lavoro per dar vita all’importante iniziativa di creare in città un Centro internazionale di formazione tecnica e professionale per i Paesi in via di sviluppo, in stretta collaborazione con le Nazioni Unite e il Bureau International du Travail (Bit) di Ginevra; il Centro, non senza le difficoltà che vengono illustrate nel capitolo svolto da Dora Marucco, utilizzerà le infrastrutture create per Italia ’61 e permetterà a Torino, posta al centro del triangolo industriale Genova-Torino-Milano, di diventare sede di varie articolazioni europee e internazionali.

Qui vediamo realizzarsi la sinergia fra diversi interessi riunificati in un obiettivo comune: la visione strategica dell’Italia in Europa e nel mondo, in un tempo di guerra fredda, con un ruolo di formazione delle classi dirigenti dei Paesi del Terzo Mondo, visione  rappresentata da illuminati personaggi fra cui spiccano il sindaco Amedeo Peyron, Giustino Arpesani, Roberto Ago (cui il libro dedica un capitolo storico svolto da Francesco Campobello), Vittorino Chiusano; e la visione produttiva e commerciale di espansione nel mondo della Fiat rappresentata da Gianni Agnelli, che mette a frutto le sue relazioni personali e cosmopolite anche in viaggi oltreoceano per ottenere l’appoggio degli Stati Uniti.

Il libro mette in chiaro che questo percorso internazionale di Torino non fu sempre senza ostacoli: alla diffidenza della Chiesa locale (preoccupata dell’arrivo in città di studenti africani di orientamento marxista) si aggiunse quello degli Usa che diffidarono di Italia e Francia (Paesi in cui forze politiche e sindacali si rifacevano al blocco sovietico) temendo che Torino, città rossa che nel ‘75 si era data il sindaco comunista Diego Novelli e aveva ospitato frange del terrorismo di sinistra, potesse diventare un nido di infiltrati. Un altro limite dell’azione degli organismi internazionali con sede a Torino sta poi, secondo il sindaco Valentino Castellani, nella distanza, non colmata da politiche di promozione, fra la cittadinanza e tali istituzioni, spesso del tutto ignorate dai torinesi. 

A iniziare a rompere gli equilibri sta poi la crisi petrolifera del 1973 che imporrà alla classe dirigente torinese una reimpostazione delle sue strategìe in un’era che si avvia ormai alla globalizzazione dei mercati.

Si è già detto della tradizione tecnologica della città che risale al periodo militare/tecnico sabaudo e che si incarna nell’ottimo livello non solo dell’accademia ma anche dei vari istituti tecnici. Si deve a partire dagli anni ‘90 a rettori del Politecnico quali Rodolfo Zich, Giovanni Del Tin e Francesco Profumo la visione strategica di una modifica degli obiettivi dell’ateneo in una fase di contrazione della produzione industriale: la città dovrà riconvertirsi da una cultura meramente produttiva ad una economia della conoscenza tecnologica che veda Torino al centro di una rete di innovazione e ricerca internazionali. L’obiettivo è condiviso dalle componenti politiche della città e porterà al raddoppio delle dimensioni del Politecnico, sempre più aperto fino ad oggi anche nel moltiplicare la cooptazione di docenti e l’iscrizione di studenti provenienti da diversi continenti.

Né sono in ritardo altre branche scientifiche cittadine: nell’ambito delle Scienze sociali ed economiche, si muovono in sinergia con l’università e rafforzano l’identità culturale e di ricerca della città istituzioni come il Collegio Carlo Alberto e la Scuola di Amministrazione aziendale, fondazioni come Luigi Einaudi, Luigi Firpo, Giovanni Agnelli. Dora Marucco mette in particolare in risalto la vocazione che si danno la Fondazione Agnelli e la Fondazione Einaudi a stimolare l’accademia ad aprirsi a ricerche comparatiste con altri paesi (Giappone, Usa, Paesi dell’America Latina, Cina, Paesi dell’Est) favorendo l’interscambio di relatori italiani e stranieri.      

Vi è poi il settore più propriamente politico che cerca di reagire al fenomeno della globalizzazione attraverso una più stretta connessione fra tutti gli attori mondiali: qui si registra l’iniziativa di Giulietto Chiesa che contribuisce a creare il World Political Forum, pensatoio politico raccolto intorno al carisma del presidente Gorbačëv e orientato a superare il monopolio occidentale e statunitense. Il libro dà conto, nelle interviste rilasciate da Chiesa e Edoardo Greppi, di come questa iniziativa sia poi fallita, per la miopia della classe politica piemontese, qui non in grado di cogliere le prospettive a lungo termine di una tale apertura culturale della città. 

Sempre vivo in città è stato poi l’interesse per i grandi eventi politici internazionali: i sindacati e alcune articolazioni cattoliche locali si impegnano nelle manifestazioni di protesta contro i fatti del Cile del 1973 e per il sostegno degli antifranchisti, delle popolazioni del Centro America, dei minatori inglesi sotto il governo Thatcher, di Solidarność in Polonia.

Meno coinvolti i sindacati locali, invece, rispetto ai temi dell’integrazione europea, benché fin dal 1973 fosse nata a Bruxelles la Confederazione Europea dei Sindacati che ebbe con l’Italia rapporti solo nazionali e verticistici, come testimoniato da Alberto Tridente, all’epoca segretario nazionale della Flm e responsabile del suo ufficio internazionale.  

Inizia poi una sinergia destinata a proseguire nel tempo fra il Comune e componenti cattoliche, con la creazione fin dal 1982 dell’Ufficio Stranieri municipale per governare il fenomeno dell’immigrazione (raccolta qui la testimonianza di Fredo Olivero che di tale settore è stato uno degli artefici essenziali e ha ricoperto anche cariche nell’Ufficio internazionale della Cisl torinese).

Questa sinergia dura tuttora se è vero che Comune e Curia collaborano nel 2017 per il reperimento di soluzioni abitative, diverse da quelle abusive, per un alto numero di immigrati e profughi stanziatisi a Torino. 

Nel settore alimentare si assiste a due fenomeni ben diversi ma entrambi attrezzati a governare la globalizzazione: da un lato, l’impresa imprenditoriale classica (rappresentata dalla Ferrero) che affronta e vince la battaglia contro rivali agguerriti; dall’altra, l’innovazione culturale portata da Carlo Petrini che promuove la produzione tradizionale locale dei vari siti mondiali, portando a Torino, qui in sinergia con le classi politiche cittadine e regionali,  eventi internazionali come il Salone del gusto e Terra madre.

Il libro coglie nel contributo di Sergio Pace anche il passaggio cruciale dell’immagine della città da metropoli grigia e monoculturale/operaia, più volte raffigurata nei film nazionali soprattutto incentrati sulla vita degli immigrati meridionali, a città sempre più bella e curata sotto il profilo artistico e urbanistico. La politica artistica della città e quella urbanistica si aprono ad apporti e relazioni internazionali attraverso, fra l’altro, mostre itineranti di autori internazionali di calibro, il rilancio del Museo Egizio, il recupero della Venaria Reale e del Castello di Rivoli. È pure registrato l’interesse internazionale per opere innovative a committenza privata che vengono inquadrate in un extraordinario neoliberty. La riconversione di aree dismesse dalla produzione occupa a fondo le energie di architetti ed ingegneri cittadini, spesso in relazione con scuole internazionali. Il riutilizzo della fabbrica del Lingotto si trasforma da questione dell’azienda ad affare internazionale, con indizione di una gara per i progetti che raccoglie contributi in massima parte internazionali, contribuendo a rilanciare all’estero un’immagine del tutto diversa dal passato grigio di Torino.

È infine attraverso la preparazione e la realizzazione delle Olimpiadi invernali del 2006 che Torino si rilancia compiutamente in campo internazionale come città d’arte e di innovazione architettonica, con un trend che ancora oggi si avverte nei flussi crescenti di turismo nazionale ed internazionale del tutto inconcepibili in un passato non troppo lontano. Le Olimpiadi segnano pure una riappropriazione orgogliosa e festosa della metropoli abbellita da parte della sua cittadinanza, che inonda le strade infrangendo le abitudini tradizionali legate ai vecchi ritmi della città operaia.     

In campo urbanistico, Dora Marucco, attraverso le testimonianze di Valentino Castellani e Mercedes Bresso, ricostruisce la difficoltà della classe dirigente di ridisegnare la città non più con riferimento alla sua natura di città-fabbrica, ormai tramontata, ma in una visione prospettica nuova che si interroghi in maniera lungimirante sul futuro di Torino. Anche qui la ponderata soluzione (trasfusa nel Piano regolatore generale del 1995) è in vista di una Torino città della conoscenza, che veda l’auspicata collaborazione fra accademia e amministrazione pubblica.   

***

Luci ed ombre, dunque, del modello Torino internazionale: il capitolo di Cristina Accornero riconnette le ombre alla miopia dimostrata dalla classe politica cittadina e regionale, dimostratasi a volte non in grado di cogliere le implicazioni a lunga portata delle scelte da adottare, così restringendo il proprio orizzonte temporale alla gestione dell’attuale.

È recente la notizia[2] che la giunta M5S del Comune ha varato l’atto di indirizzo per la revisione del piano regolatore generale della città in una chiave conservativa dell’esistente, nella constatazione che il vecchio Prg era calibrato su un’espansione cittadina a oltre 1 milione di abitanti, previsione battuta da una contrazione a 888.921. A tale constatazione dell’oggi si contrappone il giudizio di uno degli autori del Prg del 1995, Augusto Cagnardi, che invita la classe dirigente ed in specie politica a pensare al futuro della città fra vent’anni, non limitandosi a tagliare le opere di nuova urbanizzazione sulla scia delle richieste dei cittadini, ma studiando a fondo le prospettive di una possibile riconversione di Torino.   

Nella città della conoscenza, l’invito di Cagnardi allo studio approfondito e immune da interferenze contingenti ci sembra davvero apprezzabile.



[1] Sono: Francesco Abbona, Franco Aloia, Cesare Annibaldi, Giovanni Avonto, Maria Paola Azzario Chiesa, Alessandro Barberis, Piero Bassetti, Alberto Bersani, Giuseppe Berta, Guido Bodrato, Giuseppe Bracco, Mercedes Bresso, Benedetto Camerana, Valentino Castellani, Giulietto Chiesa, Vittorino Chiusano, Evelina Christillin, Andrea Comba, Luigi Roberto Einaudi, Piero Fassino, Toni Ferigo, Enrico Filippi, Gianluigi Gabetti, Piero Gastaldo, Franzo Grande Stevens, Edoardo Greppi, Gianfranco Gribaudo, Paolo Griseri, Pedro Guglielmetti, Luigi Guidobono Cavalchini, Eric Maertens, Rosanna Maggio Serra, Bruno Manghi, Carlo Masuello, Gian Giacono Migone, Aldo Alessandro Mola, Bruno Musso, Diego Novelli, Fredo Olivero, Carlo Olmo, Donatella Pacces, Francesco Panzica, Gabriella Pecetto Amodei, Alberto Ernesto Perduca, Fulvio Perini, Carlo Petrini, Ettore Peyron, Giuseppe Porro, Francesco Profumo, Pierre Ricca, Enrico Salza, Adriano Serafino, Gemma Sereno Corradini, Rosanna Tassinari, Pietro Terna, Maddalena Tirabassi, François Trémeaud, Ernesto Vellano    

[2] La Repubblica, 14 aprile 2017

6 maggio 2017
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Fascicolo 2/2017
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