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Quale memoria? I crimini nazifascisti senza giustizia
Magistratura e società
Quale memoria? I crimini nazifascisti senza giustizia
di Luca Baiada
Magistrato della Corte d'appello militare di Roma
Il 27 gennaio è il Giorno della memoria istituito con la legge n. 211/2000. Anche sul risarcimento esistono leggi. Ma fra memoria e risarcimento che rapporto c’è?

Sono ventitremila, secondo gli ultimi conteggi, i morti delle stragi nell’Italia occupata dal 1943 al 1945: antifascisti, ebrei, partigiani catturati e uccisi, persone senza collocazione politica, persino fascisti senza ruoli nella repubblichina, morti insieme agli altri in massacri indiscriminati. Ci furono poche condanne dopo la guerra, poi tutto fu nascosto in un armadio, l’armadio della vergogna. Finita la guerra fredda e riunificata la Germania, nel 1994 i fascicoli sono stati ripresi per celebrare alcuni dibattimenti importanti. Quell’archivio, appunto, comprendeva anche eccidi di ebrei, sicché le stragi, la Shoah e l’armadio della vergogna si intersecano in molti modi.

Lo Stato tedesco non ha mai consegnato i colpevoli, neanche dopo le condanne definitive, neppure Heinrich Nordhorn, l’ultimo condannato in Italia per assassinio di ebrei, né Wilhelm Kusterer con due ergastoli per almeno 1.147 morti, che l’anno scorso ha avuto la medaglia d’onore dal sindaco di Engelsbrand, il suo comune. La Germania non ha mai risarcito le famiglie delle vittime, un debito di molti miliardi. Del resto non ha mai risarcito nemmeno per le deportazioni. E anche lì ci sono morti: quelli uccisi selettivamente nei Lager, quelli che si spensero di stenti durante l'internamento, quello che morirono dopo il ritorno in Italia.

Però la Germania ha agito davanti alla Corte internazionale dell’Aia, costruendo a tavolino una colpa italiana: «Superior stabat lupus, longeque inferior agnus…». L’agnello della favola seppe almeno rispondere un po’ meglio, invece la difesa italiana è stata deludente, e nel 2012 l’Italia è stata condannata per aver osato pignorare qualche proprietà statale tedesca. C’è voluta una sentenza della Corte costituzionale, la n. 238 del 2014, per ristabilire il diritto ai risarcimenti e sbarrare la strada alla licenza di uccidere per ragion di Stato, un principio che la decisione dell’Aia voleva buono per la Seconda guerra mondiale e anche per oggi e per domani.

Dopo il 2014 in Italia ci sono state altre condanne civili dello Stato tedesco, per deportazioni e stragi, e hanno superato il vaglio della Cassazione. Da ultimo, Cass. sezioni unite civili, 3 maggio 2016, dep. 29 luglio 2016, n. 15812. Da ultimissimo, fresca di deposito, Cass. sezioni unite civili, 20 dicembre 2016, dep. 13 gennaio 2017, n. 762, dove si legge: «L’immunità dalla giurisdizione civile degli Stati esteri per atti iure imperii costituisce una prerogativa (e non un diritto) riconosciuta da norme consuetudinarie internazionali, la cui operatività è preclusa nel nostro ordinamento, a seguito della sentenza della Corte cost. n. 238 del 2014, per i delicta imperii, per quei crimini, cioè, compiuti in violazione di norme internazionali di ius cogens, in quanto tali lesivi di valori universali che trascendono gli interessi delle singole comunità statali (Cass. sezioni unite 15812/2016). (…) Allo Stato straniero non è accordata un’immunità totale dalla giurisdizione civile dello Stato territoriale, in presenza di comportamenti di tale gravità da configurarsi quali crimini contro l’umanità che, in quanto lesivi di quei valori universali di rispetto della dignità umana che trascendono gli interessi delle singole comunità statali, segnano il punto di rottura dell’esercizio tollerabile della sovranità» (Cass. sezioni unite 14201/2008; Cass. sezioni unite 5044/2004; Cass. sezione prima 11163/2011).

Prima del 2014, forse dando per scontato che l’Aia avesse detto l’ultima parola, erano state avviate trattative per sole attività memoriali a spese dei tedeschi: le chiamano «riparatorie». Magia del linguaggio: cosa non si inventa, per togliere al risarcimento il corpo e lasciargli l’ombra. Così, in un apposito capitolo della sua finanza pubblica, il Deutsch-Italienischer Zukunftsfonds (Fondo per il futuro), Berlino ha messo un po’ di denaro per ricerche, film, lapidi, esposizioni. Fra le più importanti iniziative c’è l’Atlante delle stragi, un contenitore di episodi di sangue consultabile in rete, che presto sarà stampato. È un ampio repertorio, anche se robotico, condizionato dai tecnicismi e dagli incasellamenti della ricerca informatica.

L’esito di tutto questo è così riassumibile: le famiglie a mani vuote, spiccioli per gli storici e gli enti locali. Secondo qualcuno bisogna ringraziare, e infatti alle presentazioni di queste cose i funzionari tedeschi sono stati accolti come benefattori, ripetendo «memoria», «riconciliazione», «Europa». Però, adesso che gli incontri non si fanno più nei circoli per specialisti, ma nei luoghi degli eccidi, in convegni dove lo storico e il funzionario tedesco si scambiano cortesie mentre un notabile locale dice qualcosa, e nel pubblico ci sono i parenti delle vittime, è diverso.

I conti svelano una realtà imbarazzante. Il Fondo per il futuro costa alla Germania quattro milioni (stanziati, per ora hanno speso di meno). E poi – si è saputo da un’iniziativa di parlamentari tedeschi – più della metà di quanto è stato speso o impegnato è destinata a restare a Schöneweide, per qualcosa che le vittime di stragi e deportazioni vedranno in fotografia. Colmo di paradosso, dal Fondo si trarrà un vantaggio economico a Berlino, e per saperlo bisogna leggere i resoconti del Bundestag, perché l’Italia è distratta.

Ma poniamo che il Fondo spenda tutti i quattro milioni per attività memoriali. Se i morti sono ventitremila, a ogni vittima corrispondono 170 euro. Vale così poco, il colonnello Cordero di Montezemolo massacrato alle Ardeatine. E sempre alle Ardeatine, vale così Michele Di Veroli, il più piccolo, un ebreo di quindici anni. Sono 170 euro per don Alcide Lazzeri che a Civitella non abbandonò i fedeli. E lo stesso per Genny Bibolotti Marsili, che a Sant’Anna di Stazzema scagliò uno zoccolo contro un soldato e morì salvando suo figlio.

Eppure, la Germania con le iniziative memoriali fa «un gesto di generosità». Lo scrive la Commissione storica italo-tedesca, quella annunciata a novembre 2008 dai ministri degli esteri Frattini e Steinmeier, a un vertice bilaterale governativo svolto a Trieste. Una vicenda dalla tempistica interessante. Era già cominciata la crisi economica, la Lehman Brothers era appena fallita, e proprio nel 2008, prima a maggio con le sezioni unite civili (6 maggio 2008, dep. 29 maggio 2008, n. 14199), e poi a ottobre con la prima sezione penale (21 ottobre 2008, dep. 13 gennaio 2009, n. 1072), la Cassazione aveva consolidato il suo orientamento: lo Stato tedesco deve risarcire i cittadini italiani. A novembre, appunto, Berlusconi incontrò Angela Merkel, e al vertice fu significativa la presenza di capitani d’industria dei due paesi.

Adesso, al Centro italo-tedesco di Villa Vigoni, a Como, si sta preparando un convegno giuridico che ha il suono di una scatola degli attrezzi. Si svolgerà a maggio, sotto un titolo accademico: Riconciliare il diritto internazionale e il diritto interno dopo la sentenza della Corte costituzionale 238/2014. Per qualcuno la decisione della Consulta sembra proprio indigesta. Gli studiosi promotori del convegno sono seri, nei documenti di convocazione ci si ripromette «the necessary confidentiality», si respira un’aria distesa, si vuole uno spirito «forward-looking and conciliatory». La posta in gioco è di miliardi, non sono mene da azzeccagarbugli, e per questo si muove il prestigioso Istituto Max Planck. A finanziare è anche la Fondazione Fritz Thyssen, intitolata a un nazista. Thyssen, ecco un nome caloroso, mica freddo come gli elenchi di morti. La ThyssenKrupp, sette operai bruciati a Torino nel 2007, le fonderie di Terni. A proposito, chi si rivede: fra i capitani d’industria presenti al vertice di Trieste del 2008, c’era proprio il presidente della ThyssenKrupp (lo notò anche Il Sole 24 Ore).

Fa piacere ricordare che fra i giudici del collegio, nella sentenza del 2014 della Corte costituzionale, c’era Sergio Mattarella. E va sottolineato che adesso c’è un ulteriore ridimensionamento dell’immunità giurisdizionale degli Stati: è nel JASTA, Justice Against Sponsor of Terrorism Act, recentemente approvato negli Usa. Chi non digerisce la Consulta dovrà anche rodere l’osso di una decisione del Congresso.

Il riparazionismo è una memoria senza giustizia. Il risarcimento è sostituito da una narrazione spettacolare, cioè da una ripetizione del trauma con altri mezzi, mentre il reo-debitore protegge con manovre furbe il suo inadempimento.

27 gennaio 2017
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