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Quel che resta, quel che si è perduto
Magistratura e società
Quel che resta, quel che si è perduto
di Michele Passione
Avvocato del Foro di Firenze
Formazione, giustizia riparativa, vittime e colpevoli: l'opinione di un avvocato

Dopo il nostro articolo su "Formazione dei magistrati e giustizia riparativa", riceviamo e pubblichiamo un ulteriore contributo sulla vicenda.

 

Sono trascorse due settimane dal Corso svoltosi alla Scuola Superiore della Magistratura su “Giustizia riparativa e alternative al processo e alla pena”, che ha dato origine a molte polemiche, che non sono cessate neanche a distanza di tempo.

Ho partecipato a quel corso, quale relatore e componente del Tavolo di lavoro sulla RJ (Tav.13) nell’ambito degli Stati Generali dell’esecuzione penale, fortemente voluti dal Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

Quelle che seguono sono considerazioni del tutto personali, maturate dall’esterno del contesto in cui si è sviluppata la vicenda; il pensiero di un avvocato, che da sempre si sforza di riflettere laicamente sui temi della Giustizia. Parte di esse sono state già trasmesse al Comitato Direttivo della Scuola, all’indomani del corso; quelle ulteriori tengono conto delle successive prese di posizione assunte, a vario titolo, nel dibattito politico e istituzionale.

Com’è ormai noto, l’incontro previsto per il 4 febbraio (“I percorsi della giustizia riparativa”, questo il titolo) prevedeva la presenza di Agnese Moro, Manlio Milani, Sabina Rossa, Franco Bonisoli ed Adriana Faranda (coordinati dai mediatori penali, Prof. Claudia Mazzucato, Prof. Adolfo Ceretti, Dott. Guido Bertagna), che avrebbero riferito della loro personale esperienza a 81 magistrati italiani, e 10 provenienti dall’estero. A tal proposito, è appena il caso di ricordare come “il rapporto reo/vittima” fosse proprio uno dei tre focus della sessione, che prevedeva altresì ulteriori approfondimenti su “le persone offese e il processo penale” e “il reo, la sanzione e il reinserimento sociale”.

Come si vede, e com’è stato del resto reso pubblico dal Comitato Direttivo della Scuola,... “non si configurava un’attività didattica da parte dei signori Bonisoli e Faranda, ma soltanto la testimonianza di un percorso riparativo i cui protagonisti sono le vittime dei reati”.

Quanto alla precisazione sopra citata, evidentemente condizionata dalla campagna di stampa creatasi in quelle ore (di cui si dirà più avanti), non pare secondario evidenziare come la Giustizia riparativa consente di riconoscere appieno la persona, prevedendo opportune esigenze di tutela delle vittime e al contempo promuovendo, ove possibile, il superamento di modalità reattive dell’Ordinamento imperniate su meccanismi incapacitanti. La RJ è Giustizia narrativa; pare dunque quanto meno parziale aver evidenziato il ruolo “protagonista” delle vittime, poiché l’equiprossimità è il suo dato coessenziale.

A riprova di quanto sopra, vi è da ricordare come una significativa e straordinaria esperienza riparativa sia stata raccontata nel “Libro dell’incontro”, storia di un lungo percorso, durato sette anni, tra persone coinvolte nella lotta armata tra gli anni ’70 e ’80 e le vittime o familiari di delitti di quel tempo; quel percorso, per molti versi, non è ancora terminato, perché nei cammini delle persone non vi sono certezze, e molte sono le pietre di inciampo.

Del resto, uno dei curatori del volume, Adolfo Ceretti, aveva segnalato come fosse avvertita l’esigenza da parte di coloro che hanno preso parte al percorso oggetto del libro di “interloquire con la sfera politica e con quella della giustizia”.

I colpevoli hanno bisogno del racconto degli offesi, per conoscere davvero, e fino in fondo, cosa hanno fatto”, ricorda Claudia Mazzucato. Allo stesso tempo, ed anche grazie a questo percorso, gli autori di gravi delitti possono confrontarsi con i precetti ed i valori ad essi sottesi, traendo da essi il significato del disvalore del proprio agito.

In questo quadro di maturata consapevolezza e riflessione, dopo aver recepito la decisione assunta dal precedente Comitato Direttivo della Scuola, i nuovi componenti hanno tuttavia “proceduto a una nuova considerazione dell’iniziativa”, decidendo di “annullare l’incontro, ritenendolo inopportuno”, poiché l’iniziativa risultava “ormai inevitabilmente condizionata, nella sua attuazione, dalle discussioni delle ultime ore, che hanno visto anche l’intervento del Comitato di presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura”.

Torneremo a breve sulla parte finale della decisione citata, poiché credo che in essa si annidi, al netto delle singole opinioni maturate (tardivamente) nel caso di specie, il rischio profondo della perdita di autonomia ed indipendenza della Scuola.

Tralasciando volutamente le prese di posizione delle ore precedenti la giornata del 4 febbraio, che hanno determinato la scotomizzazione della seconda sessione del corso, vorrei riflettere in questa sede su ulteriori aspetti della vicenda che, a mio modo di vedere, hanno assunto un significato che va ben oltre la già grave decisione assunta, che ha privato la platea dei presenti della possibilità di toccare con mano le enormi potenzialità sottese alla Giustizia riparativa.

In primo luogo, more solito, si è assistito ad un plateale, e scomposto, intervento dei media, soprattutto della carta stampata, che dopo aver ottenuto il risultato perseguito, senza alcun approfondimento di merito sull’iniziativa in oggetto, hanno poi taciuto, evidentemente paghi dell’obiettivo raggiunto.

Viceversa, nei giorni successivi, questa volta in continuità all’esterno con il dibattito sviluppatosi per lo più sulle varie mailing list della magistratura associata, all’opinione (?) dei cronisti si è sostituita su alcuni quotidiani la presa di posizione di altri magistrati e politici, che merita in questa sede riprendere, sia pure per sintesi.

Censurando “il modo improvvisato e imparaticcio con cui, anche ai massimi livelli istituzionali, si cerca di introdurre in Italia esperienze maturate all’estero” (citandosi, a mo’ di esempio, in un eterogeneo quadro di riferimento, perfino... “il famoso processo accusatorio all’americana”), si è contestato (anche “in omaggio alla sensibilità delle vittime”) “la disinvolta trasformazione dei due ex brigatisti in maestri dei giovani magistrati”.

Dal virgolettato di Michele Marchesiello (ex magistrato, autore, tra gli altri, del volume “Politica e Magistratura. La vocazione della responsabilità”), comparso sul Secolo XIX del 7 febbraio, si coglie la preoccupazione di tutelare la sensibilità delle vittime, così trascurando che oltre a chi, anche personalmente e dolorosamente coinvolto, aveva manifestato la propria contrarietà all’iniziativa, vi era chi, viceversa, aveva positivamente intrapreso un cammino di segno diverso. Non si tratta, all’evidenza, di operare giudizi di valore tra questo o quel pensiero, né voler riconoscere maggiore legittimazione ad esprimersi all’uno piuttosto che all’altro, bensì di liberare il campo dalla pretesa uniformità di vedute delle “vittime”, del resto resa manifesta dalla multiforme esperienza esperita in proposito anche dalle molteplici associazioni, oltre che dai singoli.

Diversamente opinando, ogni vittima resterebbe prigioniera del suo ruolo; per sempre vittima, quasi fosse uno statuto speciale, una libera scelta.

Di minore importanza, salvo forse per i soggetti evocati, il malcelato pregiudizio rispetto alla solidità scientifica e culturale dell’iniziativa contestata dall’Autore.

Il giorno successivo, facendo seguito alle menzionate prese di posizione apicali di cui alla nota della Scuola, sul Corriere della Sera è intervenuto il Presidente della Sesta Commissione del CSM, Luca Palamara; l’Autore ricorda come “il decreto legislativo del 2006 che ha istituito la Scuola Superiore della Magistratura ha introdotto un nuovo riparto di competenze nella materia della formazione e dell’aggiornamento dei magistrati”, e che “al Consiglio è rimasto il solo potere di formulare le linee guida generali sulla formazione dei magistrati”.

Muovendo da tale premessa, il Dott. Palamara auspica “un intervento normativo che ampli le competenze dell’Organo di autogoverno nella materia delle formazione giudiziaria in modo da renderle più confacenti alle prerogative costituzionali del CSM e consentire il superamento di quelle criticità che, com’è sotto gli occhi di tutti, in questi primi anni di funzionamento della Scuola, si sono manifestate”.

La considerazione merita un approfondimento, poiché essa muove “dalla posizione di assoluta centralità conferita dalla Costituzione al CSM a tutela dell’autonomia ed indipendenza dei magistrati, delle quali la formazione costituisce espressione e presupposto indispensabile”.

Dalle riflessioni svolte dall’Autore (ex Presidente dell’ANM) emerge, all’evidenza, una vera e propria eterogenesi dei fini; appare infatti incomprensibile come si possa immaginare di preservare l’autonomia e l’indipendenza intervenendo, consapevolmente, in uno spazio didattico e culturale proprio della Scuola, tanto da auspicare un intervento normativo.

Allo stato attuale, com’è ovvio, vi è stata una grave interferenza consiliare rispetto alle prerogative della Scuola; se si perde l’indipendenza, si perdono credibilità ed autonomia, e ciò costituisce per un magistrato il peggior rischio per la sua formazione ed il suo lavoro.

Ma vi è di più; il Dott. Palamara evoca, senza citarle, criticità evidenti nei programmi formativi, e ritiene più confacente che la Scuola si conformi, in futuro, ai desiderata del Consiglio.

Sul punto, non saprei dire più chiaramente di quanto fatto dal Prof. Valerio Onida sulle pagine del Corriere della Sera del 12 febbraio, ove si evidenzia come “una formazione solo tecnico-giuridica, o solo autoreferenziale, di categoria, non può servire allo scopo. La Costituzione ha voluto che la Magistratura avesse un suo governo autonomo (il CSM) per sottrarla alle indebite influenze di altri poteri, ma non ha voluto che essa si costituisse come un corpo separato”, rischiando così concretamente di “asservirsi strettamente a logiche di categoria o alle maggioranze politiche che si formano nel Consiglio Superiore”.

Parole chiare.

Altrettanto chiaramente, e con viva franchezza, sullo stesso quotidiano, sempre il 12 febbraio, si è espresso Luigi Ferrarella, che ha avuto il merito di rimarcare l’enorme pregiudizio che ha contraddistinto la vicenda.

Come già rilevato, il tema della RJ è stato posto dal Ministro Orlando tra quelli di studio e riflessione nell’ambito degli Stati generali dell’Esecuzione Penale (il report conclusivo del Tavolo 13, con gli annessi allegati – tra i quali quello per la “formazione in materia di giustizia riparativa per magistrati, avvocati e personale penitenziario”, è pubblicato sul sito del Ministero della Giustizia).

Anche il Legislatore, con il DDL n.2798/2014, ha ritenuto di innervare nell’Ordinamento, così allineandosi a numerosi altri Paesi, programmi di giustizia riparativa, quali “momenti qualificanti il percorso di recupero sociale, sia in ambito intra murario sia nell’esecuzione delle misure alternative”.

“Una volta capito di cosa si tratta, si può ovviamente dissentire, criticare, bocciare. Ma senza aver paura di parlarne e confrontarsi. Anche, e anzi a maggior ragione, in una Scuola della Magistratura”; così Ferrarella, sul Corriere della Sera.

Viene a mente la riflessione del Prof. Lombardi Vallauri (Corso di Filosofia del diritto, Padova, 2012, p.213 ss.), secondo cui “il diritto, per sfuggire al rischio di porsi come dinamica autoreferenziale, deve essere giustificato filosoficamente a partire da opzioni valoriali che attengono alla concezione della Giustizia”, e soccorre l’insegnamento di Jacques Derrida (Forza di legge. Il fondamento mistico dell’autorità, 1994), secondo cui “Il diritto non è la Giustizia...le esperienze aporetiche sono delle esperienze tanto improbabili quanto necessarie della Giustizia, cioè di momenti in cui la decisione fra il giusto e l’ingiusto non è mai garantita da una regola”.

“Giustizia è tante cose : verità, richiamo alle responsabilità, pentimento, consapevolezza, incontro, riconciliazione, riparazione, accoglienza, memoria, tenerezza, relazione. Quello che il sistema giudiziario non dà”; così scrivono in una lettera pubblicata ne “Il libro dell’incontro” gli ex e le vittime.

Cronache finali

Il 18 febbraio prossimo, così si legge sulle notizie di cronaca, il CSM e i vertici della Scuola avranno un confronto, seguito il giorno successivo da un’iniziativa istituzionale sulla formazione dei magistrati, alla quale prenderà parte anche il Presidente della Repubblica. Secondo il Consigliere Palamara, l’incontro del 19 avrà luogo “per fissare le linee guida della formazione dei magistrati” (cui, per vero, concorre anche il Ministro della Giustizia).

C’è da augurarsi che non si approfitti della vicenda, e che il CSM non si appropri di spazi di autonomia che non gli competono, cancellando esperienze utili e irripetibili.

Sarebbe utile che gli avvocati facessero proprie, come sanno fare, le istanze di apertura culturali, politiche, giuridiche, come segnalato dal Consiglio Direttivo della Camera penale di Milano, col documento del 4 febbraio.

Ad oggi, resta la consapevolezza dell’importanza dell’incontro, del dialogo; quando le persone si parlano, quando un percorso è avvenuto, e sta avvenendo, fermarlo è impossibile. 

 

18 febbraio 2016
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Fascicolo 2/2017
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Magistratura e società
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29 luglio 2017