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Il sasso nello stagno
a cura di Antonio Lamorgese, consigliere Corte di cassazione
Il sasso nello stagno
Perché questa rubrica

Nessuno meglio di Gianni Rodari ha descritto gli effetti di un sasso nello stagno: Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano sulla sua superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore. Oggetti che se ne stavano ciascuno per conto proprio, nella sua pace o nel suo sonno, sono come richiamati in vita, obbligati a reagire, a entrare in rapporto tra loro... Innumerevoli eventi, o microeventi, si succedono in un tempo brevissimo. Forse nemmeno ad aver tempo e voglia si potrebbero registrare tutti, senza omissioni.

Sono le parole con le quali l’Autore, nel 1973, introduceva il primo capitolo della sua Grammatica della Fantasia e con le quali vogliamo inaugurare questa nuova rubrica, che da quella celebre pagina trae spunti e suggestioni.

Un titolo che svela subito le intenzioni: lanciare argomenti di discussione e di provocazione; provare a scavare dietro la superficie di alcune interpretazioni sedimentate, granitiche o sinora indiscusse, per verificarne la persistente attualità o svelarne l’obsolescenza, anche in termini di distanza dai valori costituzionali; analizzare e criticare la fenomenologia dei provvedimenti giudiziari e delle decisioni dell’autogoverno; proporre ermeneutiche alternative che allarghino il campo dei diritti.

La uniformità degli orientamenti giurisprudenziali è essenziale, in una certa misura, per la stessa tenuta dell’ordinamento giuridico e lo dimostra la presenza dell’art. 65 dell’Ord. giud., sulla funzione nomofilattica della Corte di cassazione, elevata al rango di valore-principio fondamentale.

Uniformità, tuttavia, non significa conformismo, cioè acritica ripetizione di massime giurisprudenziali, ma riflessione costante sul significato e sull’attualità dei precedenti. Solo così la formula del diritto vivente acquista senso, diventando il prodotto di un esercizio democratico della giurisdizione.

Come ha scritto efficacemente Nicolò Lipari (in Perché in Italia non si crede più nella giustizia), “Il diritto sorge come il sentiero nel segreto della boscaglia. Nessuno può dire il momento in cui quel sentiero è sorto perché i primi che l’hanno percorso, consapevoli di essere al di fuori dei tracciati consueti, lo hanno fatto a loro rischio e pericolo, ma vi è certo un momento in cui il sentiero risulta tracciato e tutti lo possono tranquillamente percorrere: quel momento è certo anteriore a quando interviene una qualunque autorità pubblica ad opporvi segnali di individuazione o cartelli. Fuor di metafora, questo soggetto che appone i segni individuanti del sentiero è il legislatore, ma interviene quando già il sentiero è tracciato, cioè quando il diritto è operante”.

La nostra rubrica si propone di snidare i sentieri tradizionali usurati e di contribuire a tracciarne di nuovi. Il metodo di trattazione degli argomenti è in forma sintetica e non paludata, non disgiunta da una certa dose di provocazione, coerentemente con il titolo e con l’obiettivo della rubrica: di suscitare reazioni e confronti dentro e fuori dal mondo della giustizia.

Qualcuno direbbe: “è un compito facile e, per questo, immenso”.