Rivista trimestrale
Fascicolo 1/2015
Editoriale

Editoriale

di Renato Rordorf

Occorre rinnovarsi, non ci si oppone allo scorrere del tempo. E dunque anche la nostra Rivista trimestrale si rinnova: sia nella veste, non più cartacea ma informatica, sia nella composizione del Comitato di redazione, più ampio del precedente.

Si rinnova anche nella persona del direttore editoriale, e mi si perdonerà allora un accento personale – ma sono certo di esprimere il pensiero della redazione tutta – nel ringraziare Beniamino Deidda e Livio Pepino, che prima di me hanno svolto questo compito con passione ed intelligenza straordinarie, e nel rivolgere un pensiero commosso alla memoria di Pino Borré.

Ed è proprio pensando a Pino Borré, allo spirito in cui egli concepì ed impostò la linea politico-culturale di Questione giustizia, riprendendo il testimone della più antica Quale giustizia, nel solco della tradizione di Magistratura democratica, che vorrei sottolineare come, pur nel necessario rinnovamento, la Rivista non debba perdere il legame con le proprie origini e con la propria storia, con l’impulso ideale che la ha fatta nascere e che la ha costantemente spinta ad interrogarsi intorno al grande tema della giustizia, nelle sue tante e mutevoli declinazioni.

Perché la parola “giustizia” evoca un concetto difficile da definire, e spesso financo terribile nella sua attuazione; né certo è senza significato che già nel nome di Quale giustizia fosse evidentemente sottintesa la possibilità di concepire ed attuare la giustizia in molti modi: donde la necessità d’interrogarsi su quale fosse l’idea di giustizia da privilegiare e su quali presupposti sociali e culturali essa dovesse basarsi.

Il nome che oggi reca la rivista – Questione giustizia – rende forse ancor più esplicito il carattere intrinsecamente problematico della giustizia: quanto la sua attuazione sia sempre gravida di difficili interrogativi e come perciò essa ponga inesauribili domande, che la mettono permanentemente in questione, sicché essa stessa è una questione. Una questione alla quale non credo si possano mai dare risposte definitive, valide in ogni luogo ed in ogni tempo, ma che si ripresenta continuamente, ed in forme sempre nuove, lungo i mutevoli tornanti della storia.

 

 

Ciò che vorremmo tuttavia non mutasse è l’atteggiamento critico ed al tempo stesso aperto della Rivista nell’affrontare i variegati temi della giustizia.

Atteggiamento che aspira ad esser critico verso chiunque dimentichi, tanto nelle aule giudiziarie quanto al di fuori di esse, che nell’ottica della nostra costituzione repubblicana non si dà mai vera giustizia senza il rispetto di quei principi di eguaglianza e solidarietà – nei rapporti individuali e nei rapporti sociali – che sono il fondamento del vivere in società ed ai quali lo Stato di diritto deve inderogabilmente conformare le proprie leggi e gli interpreti debbono ispirare la concreta ed effettiva applicazione di esse. Ma atteggiamento che al tempo stesso vuole essere aperto alle istanze culturali, intellettuali e politiche (nel senso nobile che tale parola ha, e dovrebbe sempre conservare) provenienti da ogni ambito della società: perché deriva dalla migliore e più radicata tradizione di Magistratura democratica la spinta a non restringere l’analisi dei temi giuridici ai profili meramente tecnici ed a rifuggire dall’ottica corporativa ed autoreferenziale che ha spesso rischiato d’impoverire la discussione dei magistrati in sede associativa. E si dovrà perciò soprattutto prestare attenzione a come i temi della giustizia e, più in generale, i temi etici, sociali ed economici che alla giustizia rimandano, vanno oggi evolvendo in campo sovranazionale – soprattutto, naturalmente, in ambito europeo – giacché è sotto gli occhi di tutti che, ad onta del riaffacciarsi talvolta rumoroso di spinte nazionalistiche non scevre da pericolose istanze xenofobe, il fenomeno ormai noto col nome di “globalizzazione” ha determinato in molti campi un progressivo ritrarsi degli ordinamenti nazionali e delle relative istituzioni giudiziarie ed un progressivo espandersi di regole giuridiche di origine sovranazionale, la cui interpretazione ed applicazione chiama sempre più spesso in causa corti anch’esse sovranazionali. La scena giudiziaria sulla quale si svolge il dramma della giustizia si è fatta insomma più larga, forse per ciò stesso talvolta meno facilmente decifrabile, ma proprio per questo è al fondo di essa che occorre maggiormente sforzarsi di scrutare.

Non è dunque casuale che il primo numero di Questione giustizia di quest’anno sia in parte dedicato a temi, quale quello dei diritti umani e dell’immunità giurisdizionale degli Stati, che ci proiettano in uno scenario sovranazionale e ci interrogano sul modo in cui l’operare delle corti sovranazionali si rapporta al nostro ordinamento interno.

 

 

Ma questo, ben s’intende, non vuol dire certo disinteressarsi dei tanti e complessi problemi che la giustizia e la sua faticosa amministrazione pongono in ambito nazionale: del tormentato rincorrersi di riforme spesso più propagandate che realizzate, ma talvolta pregne di significati anche simbolici, come nel caso del cosiddetto jobs act, recentemente approvato tra vivacissime polemiche, e della nuova legge elettorale in gestazione (di cui in questo numero, infatti, ci si occupa); degli affanni di una giustizia penale che la riluttanza dei titolari del potere politico è andata snaturando sino al punto da rendere il processo un ginepraio di cavilli, che lo trasformano in una lotta col tempo per evitare o per conseguire, a seconda dei punti di vista, la paventata o agognata prescrizione, e che per ciò stesso ne hanno fatto un terreno in cui più che mai fa differenza la possibilità di avvalersi del costoso ausilio di abili professionisti legali; della drammatica situazione delle carceri, nonché del significato stesso della pena (ed in specie di quella detentiva) in società che pretendono ancora di ispirarsi al pensiero di Cesare Beccaria; dell’eterno tema dell’inefficienza della giustizia civile, alla cui profonda crisi si è cercato da ultimo di porre rimedio, ma forse alquanto maldestramente, con strumenti alternativi di non sicura efficacia (di cui pure in questo numero già ci si occupa); del progressivo ampliamento dei settori d’intervento della giustizia amministrativa, che da un lato ha acuito l’annoso problema dell’unità della giurisdizione, complicandone non poco il riparto e facendo ancor più risaltare l’incongruenza di un sistema che nel medesimo ambito o in ambiti giuridici contigui rischia di dar vita ad un diritto vivente schizofrenico, ispirato ad orientamenti giurisprudenziali non coordinati, e, dall’altro lato, pone seri interrogativi in ordine ai limiti dell’intervento giurisdizionale nella sfera di azione della pubblica amministrazione e del ruolo che in quegli interventi può o deve assumere la considerazione del pubblico interesse.

L’elenco dei temi sui quali l’esigenza di giustizia ci interroga potrebbe continuare a lungo, e basta d’altronde gettare uno sguardo alle molteplici questioni che già da tempo sono quotidianamente affrontate sulla Rivista on line per rendersene conto; questioni molte delle quali meritano quel maggiore approfondimento proprio in vista del quale la Rivista trimestrale continua ad esistere, pur se anch’essa ormai in forma digitale. Non mancheremo di occuparcene.

 

 

Tra i temi che occorrerà esaminare non potrà ovviamente mancare neppure quello, che è stato in questi giorni al centro dell’attenzione non solo dei diretti interessati ma anche dell’intera opinione pubblica, della riforma della responsabilità civile dei magistrati. Questione giustizia vi ha dedicato un apposito Obiettivo nel n. 5 dell’anno 2013 (pagg. 23 e ss.) e varrà certo la pena di tornarvi in uno dei prossimi numeri della Rivista trimestrale per riflettere a mente fredda sulla valenza e sugli effetti della nuova normativa. Sin d’ora, però, sembra possibile fare alcune brevissime considerazioni.

È innegabile che la nuova normativa, al di là di quanto possa dipendere dall’impulso datole dalla nota sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 24 novembre 2011, in causa C-379/10, ha inteso ampliare l’area della responsabilità civile in cui possono incorrere i magistrati nell’esercizio delle loro funzioni e rendere più agevole l’esperimento dell’azione da parte di chi si pretenda danneggiato. L’enfasi mediatica con la quale, almeno ad opera del Presidente del consiglio, si è accompagnato il varo della nuova legge con il facile slogan «finalmente chi sbaglia paga» non mi pare lasci dubbi a questo riguardo. Non entrerò qui nel merito delle disposizioni che sono state introdotte per realizzare quell’obiettivo. Sarà meglio – ripeto – farlo in uno dei prossimi numeri della Rivista con più approfondimento ed a mente fredda.

Due cose però immediatamente colpiscono.

In primo luogo la scarsa consapevolezza di come la previsione di responsabilità anche per «travisamento del fatto e delle prove» rischi di facilmente di tracimare in responsabilità del giudice per l’interpretazione che dei fatti e delle prove egli abbia dato. La parte che con quell’interpretazione non sia d’accordo sarà tentata di scorgervi un travisamento, e chiunque nell’attuale contesto italiano abbia una anche minima esperienza dei motivi d’impugnazione avverso provvedimenti giudiziari sa bene quanto facilmente e quanto spesso il dissenso sull’interpretazione delle risultanze processuali operata dal giudice venga prospettato dall’impugnante proprio in termini di travisamento di quelle medesime risultanze. Donde l’impressione che il legislatore abbia qui finito per abbracciare una concezione a dir poco ingenua dell’esercizio della giurisdizione: quasi si trattasse di un’operazione combinatoria di dati normativi e fattuali di per sé incontrovertibili, e non invece della faticosa e sempre problematica ricerca di una corretta interpretazione degli uni e degli altri, il cui esito dovrebbe esser valutato soprattutto in termini di persuasività della motivazione ma raramente si presta alla secca alternativa tra vero e falso.

Si obietterà che, dopo tutto, anche la fondatezza delle azioni di responsabilità intentate nei confronti di magistrati è destinata ad esser valutata da altri magistrati, e che dunque starà a loro evitare il rischio di un’applicazione troppo estesa dei criteri di responsabilità che sfoci in un indebito sindacato sulla valutazione e sull’interpretazione delle risultanze istruttorie. Qui si colloca la seconda breve osservazione che intendevo fare: la quale si lega soprattutto all’eliminazione del filtro di ammissibilità preventiva dell’azione di responsabilità – con un implicito quanto evidente incoraggiamento ad esercitarla – ed alla possibilità che ciò avvenga anche prima che sia giunto a compimento il giudizio che vi avrebbe dato causa e nel corso del quale si sarebbe prodotto il danno (a seguito, per esempio, di un provvedimento cautelare). In questa situazione – e con il sovraccarico di enfasi mediatica che, come detto, ha accompagnato il varo della nuova legge sulla responsabilità dei magistrati – il maggior pericolo non è probabilmente quello di una pioggia di condanne (se e quando dovessero esser pronunciate), bensì di un proliferare di azioni (magari anche solo strumentalmente intraprese), destinate comunque nell’immediato a rendere più difficile l’esercizio della giurisdizione e, quel che è peggio, a spingere i magistrati meno sicuri di sé verso soluzioni che non li espongano al rischio dell’azione di responsabilità. Ci vorrà insomma più coraggio per assumere decisioni sfavorevoli alla parte forte del processo.

È questo che soprattutto lascia un sapore amaro. La constatazione che, in un Paese nel quale il tasso d’illegalità è tra i più alti ed in cui solo per effetto dell’opera della magistratura (pur con tutti gli errori e le manchevolezze che le si possono rimproverare) nei decenni scorsi è stato posto un qualche argine (ben fragile, ahimè) al dilagare della corruzione, non solo nella classe politica ma nella classe dirigente in generale, il legislatore adotti misure volte più a condizionare l’opera della magistratura medesima – fosse pur solo simbolicamente – che a rafforzarne il ruolo di contrasto all’illegalità.

Marzo 2015

Renato Rordorf

Fascicolo 1/2015
Editoriale
di Renato Rordorf
di Mauro Volpi

Il 27 gennaio 2015 il Senato ha approvato, con modifiche, il testo della legge elettorale, a sua volta approvato dalla Camera il 12 marzo 2014, meglio noto come Italicum. L’autore prende in esame il testo del Senato, cd. Italicum due, per evidenziarne le criticità con riferimento al metodo di presentazione e di discussione, ai profili di illegittimità costituzionale ed all’incompatibilità con la forma di governo parlamentare delineata dal nostro Costituente. Sotto quest’ultimo aspetto, l’Autore evidenzia il pericolo che la forma di governo possa essere surrettiziamente modificata da una legge ordinaria di riforma del sistema elettorale e non, invece, espressamente da una legge di revisione costituzionale.

di Gino Scaccia

L’Autore affronta i problemi di costituzionalità che pone la legge elettorale in corso di approvazione. Sulla base di una formula matematica che vieta di attribuire ai voti conseguiti dalla lista vincente un peso in uscita più che doppio rispetto ai voti ottenuti dalle altre liste, conclude per la compatibilità con la Costituzione dell’attuale premio di maggioranza, ma avverte che il giudizio potrebbe mutare, ove si applichi la soglia di sbarramento del 3% ai fini dell’accesso alla Camera delle liste minori. Si aggiunge che una simile soglia pare di dubbia legittimità nell’ambito di un sistema elettorale che già assicura la governabilità grazie al premio di maggioranza.

L’Autore ritiene censurabile anche il meccanismo delle pluricandidature, nella parte in cui permette all’eletto di optare liberamente per un collegio o per un altro. Non mancano suggerimenti tecnici per adeguare il disegno di legge alla Costituzione, su taluni punti critici così evidenziati.

di Chiara Gabrielli

Ancora oggi il punto di riferimento per l’autorità giudiziaria che nel corso di intercettazioni telefoniche si imbatta nelle conversazioni intrattenute dal Capo dello Stato è rappresentato dalle indicazioni fornite dal Giudice delle leggi nella pronuncia n. 1 del 2013.

Si tratta di indicazioni imperniate, tuttavia, su una discutibile esegesi sistematica, che non soltanto conducono a esiti costituzionalmente opinabili – sacrificando il principio del contraddittorio, la parità fra le parti e il diritto di difesa – ma risultano anche difficili da interpretare in modo univoco; condizioni che rendono tali coordinate sia di problematica applicazione da parte dell’operatore sia incapaci di guidare il legislatore nel porre mano alla materia.

Obiettivo 1
Dialogo sui diritti umani
di Vincenzo Ferrone

Con ampi riferimenti storici e letterari, l’Autore fornisce una lettura colta dei diritti dell’uomo, soffermandosi sull’ambivalenza del relativo concetto, tra visione utopica e proclamazioni solenni in dichiarazioni che ne esprimono il carattere universalistico e mirano anche a proteggere l’individuo dallo Stato e, dall’altro lato, interessi realisticamente concreti protetti dall’ordinamento, segnati dal passaggio dai diritti civili e politici a quelli sociali, dai diritti della seconda generazione a quelli della terza, e sottolineando il ruolo svolto dal pensiero italiano nella nascita del moderno linguaggio dei diritti dell’uomo.

di Vladimiro Zagrebelsky

Evidenziando come, in relazione a ricorsi individuali fondati su nuove richieste di tutela che gli ordinamenti nazionali non sapevano garantire, il giudice esterno all’ordinamento abbia tutelato i diritti fondamentali a livello sovranazionale con giurisprudenza evolutiva, l’Autore sottolinea che tale allargamento della tutela non ha portato a banalizzare i diritti perché si tratta sempre di diritti fondamentali, frutto di evoluzione culturale e sociale. Semmai di banalizzazione della tutela può parlarsi non per l’area dei diritti protetti ma per il livello di protezione assicurata, nei casi in cui la lesione ai diritti fondamentali, pur non essendo grave, richiede comunque (ad esempio, perché si rivelano carenze strutturali dell’ordinamento nazionale) l’intervento del giudice sovranazionale, il quale finisce con il proteggerli con meri indennizzi, come se fossero diritti qualunque.

di Pasquale De Sena

Nel registrare come la lotta al terrorismo o, per altro verso, politiche imposte dalla crisi finanziaria ed economica mondiale abbiano compromesso alcuni diritti fondamentali, l’Autore rileva che la crisi dei diritti umani è in realtà espressione di un fenomeno profondo, che si manifesta nell’allontanamento progressivo da alcuni dei motivi sostanziali posti a fondamento del funzionamento del sistema internazionale di tutela dei diritti umani e nella sottovalutazione del legame tra le varie categorie di diritti.

di Francesco Buffa
Obiettivo 2
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
di Salvatore Senese

L’Autore nel disegnare il percorso del mutamento subito dal diritto internazionale, attraverso le pronunce delle Corti internazionali e nelle decisioni della nostra Corte di cassazione, ripercorre le tracce della “rivoluzione mondiale” identificata nel passaggio dalla sovranità degli Stati alla ‘‘sovranita dei valori’’ e, considerata la sentenza della Corte internazionale sui crimini nazisti una battuta di arresto, iscrive invece nel sentiero principale la pronuncia n. 238/2014 della Corte costituzionale.

di Gaetano Silvestri

Secondo l’autore la sentenza n. 238 del 2014 nel riconoscere che l’avvento della Costituzione democratica del 1948 – dopo la dittatura, gli orrori della guerra e la Resistenza al nazifascismo – ha sostituito il fondamento di valore a quello di autorità ed ha scardinato, di conseguenza la nozione tradizionale di sovranità, spiega come il favor Constitutionis, che presiede a tutto il sistema di giustizia costituzionale, imponga l’eliminazione progressiva di tutte le “zone d’ombra”, nelle quali si producono ed hanno efficacia norme giuridiche in grado di incidere sul livello primario del sistema normativo ed esprime infine i propri dubbi sul dispositivo interpretativo di rigetto, dato che le norme interne di adeguamento alle consuetudini internazionali esistono, ancorché non scritte, in quanto frutto del processo di “adattamento”, che implica perciò la formazione “automatica” di norme non scritte interne.

di Ernesto Lupo

L’autore mette in rilievo che, per la prima volta, i controlimiti sono rivolti verso una sentenza della Cig vincolante per lo Stato italiano, rappresenta il rischio che il dispositivo interpretativo di rigetto porti con sé il riconoscimento del potere dei giudici comuni di esercitare il controllo di costituzionalità sul diritto consuetudinario internazionale, apprezza che l’ultima parola sulla tutela dei diritti nell’ordinamento nazionale sia stata nuovamente radicata nella Corte costituzionale, sottolinea la coerenza della sentenza n. 238/14 con la dichiarazione italiana di adesione alla Convenzione di New York, del 2 dicembre 2004, rappresenta il rischio che la dichiarazione di incostituzionalità dell’intero art. 3 della legge n. 5/2013 implichi conseguenze più ampie dell’oggetto della questione sottoposta alla decisione della Corte costituzionale.

di Nicola Colacino

L’autore si propone di identificare, nel caso concreto, l’ambito materiale in cui i precetti costituzionali entrano in conflitto, evidenzia la difficoltà di delineare i contenuti di una (nuova) regola vigente nell’ordinamento costituzionale, difforme da quella consuetudinaria, si chiede se e in che modo si possa realmente contribuire allo sviluppo del droit international coutumier in materia di immunità dopo la cristallizzazione del contenuto della regola da parte della Corte internazionale di giustizia, propone di riflettere sulle conseguenze della distinzione tra la categoria generale degli acta e quella dei “crimina” iure imperii.

di Elisabetta Lamarque

Il contributo tenta di rispondere, dalla prospettiva costituzionalistica, ai seguenti tre interrogativi: a) Come si è arrivati a questa sentenza costituzionale?; b) Quali sono le caratteristiche delle questioni presentate alla Corte costituzionale che rendono – e non potevano non rendere – la sentenza in commento del tutto unica e peculiare nel panorama della giurisprudenza costituzionale?; c) Quali sono gli effetti che la sentenza è in grado di produrre all’interno dell’ordinamento italiano, nei confronti dei giudici civili e delle parti dei loro giudizi? (par. 4)

di Massimo Luciani

L’Autore analizza i problemi teorici e le conseguenze dell’operatività del controlimite (artt 2 e 24 Cost.) opposto dalla Corte costituzionale al diritto internazionale consuetudinario con la sentenza n. 238/2014, dubita dell’assoggettabilità a controllo di costituzionalità di una fonte fatto, nella specie consuetudine internazionale, evidenzia i problemi teorici implicati dalla estensione del controllo di costituzionalità alle consuetudini internazionali anteriori alla Costituzione e critica la formula decisoria con cui la Corte costituzionale ha accertato il mancato recepimento interno della immunità degli Stati dalla giurisdizione civile per crimini di guerra e contro l’umanità. Infine nell’apprezzare il merito della sentenza l’Autore mette in luce l’unità strutturale e la duplicità funzionale dei controlimiti e la difficoltà di dare effettiva tutela sul piano internazionale alla tutela giurisdizionale dei diritti portati all’attenzione dei giudici nazionali.

di Federico Girelli

L’Autore, esaminate le possibilità che il Tribunale di Firenze e la Corte costituzionale avrebbero avuto di risolvere diversamente la controversia, propone una lettura originale della pronuncia interpretativa di rigetto della questione di legittimità costituzionale della norma consuetudinaria. Secondo l’Autore essa avrebbe il senso di una proposta di collaborazione rivolta ai giudici comuni nazionali, alle Corti internazionali e di altri Stati, rivolta a promuovere la ricerca di una diversa nozione di immunità dalla giurisdizione compatibile con gli elementi identificativi dell’ordinamento costituzionale.

di Luigi Marini

È probabilmente prematuro pensare all’esistenza di un contrasto fra lo Stato italiano e gli obblighi derivanti dalla sentenza della Corte internazionale di giustizia del febbraio 2012. Tuttavia, qualora i principi fissati con la sentenza n. 238 del 2014 comportassero la condanna dello Stato tedesco, si porrebbe il problema dei rimedi che questo potrebbe attivare. Vengono così in luce l’art. 94, par.2, della Carta delle nazioni unite e l’intervento del Consiglio di sicurezza. L’analisi dei precedenti e le logiche che presiedono al dibattito in Consiglio sembrano sottolineare la centralità della via del rapporto diretto e delle transazioni fra gli Stati interessati dalla controversia.

Obiettivo 3
La risoluzione amichevole dei conflitti
di Maria Giuliana Civinini
di Maria Angela Zumpano

Numerosi gli interventi recenti del legislatore in materia di risoluzione amichevole dei conflitti.

L’Autore traccia un ampio quadro dei diversi strumenti messi oggi a disposizione delle parti litigiose per supportarle nella ricerca di una soluzione concordata del conflitto, esaminandone aspetti positivi e criticità e guardando ai possibili sviluppi futuri.

di Marcello Marinari

L’articolo muove dalla disciplina europea della mediazione per analizzarne lo stato di attuazione, il successo pratico a livello internazionale, le possibili linee di evoluzione e le prospettive culturali di una giustizia integrata tra livello giudiziario e strumenti alternativi di risoluzione delle controversie cui dovrebbe tendersi.

di Maria Pia Lessi

L’articolo trasporta il lettore in un viaggio appassionato attraverso 35 anni di evoluzione culturale, politica, sociale del ruolo dell’avvocato. Non più solo si richiede oggi all’avvocato di essere un eccellente tecnico del diritto, collaboratore primo del giudice nell’attuazione della giustizia. L’avvocato deve essere sensibile interprete delle trasformazioni, attore nella risoluzione delle crisi, supportato da buone prassi ormai sperimentate (dalla mediazione familiare al diritto collaborativo) e sospinto dalle modifiche normative e dalle numerose sfide lanciate alla professione forense, realizzando non una «“esternalizzazione” o “ privatizzazione” della giustizia, ma l’apertura a strumenti che si affiancano alla giurisdizione per consentire maggiore e migliore soddisfazione alla stessa sete di giustizia, che continuiamo a considerare degna di ascolto e risposta».

di Massimo Vaccari

L’Autore affronta, col supporto di ampi riferimenti alla giurisprudenza più recente, molti dei più rilevanti nodi pratici in tema di mediazione: mediazione e cumulo oggettivo e soggettivo di domande, domanda riconvenzionale e reconventio reconventionis, intervento, tutela cautelare, opposizione a decreto ingiuntivo, senza dimenticare le problematiche legate all’attuazione del principio del contraddittorio e le sanzioni per mancata partecipazione alla mediazione.

di Luciana Razete

Accanto all’esame della norma per gli aspetti relativi al suo ambito di applicazione, ai tempi ed alle modalità di formulazione della proposta, l’articolo analizza i profili del rapporto del giudice con le parti ed i loro difensori, delle tecniche persuasive, finora affidate all’iniziativa spontaneistica ed alla sensibilità individuale del singolo magistrato, della cumulabilità con altri istituti mediaconciliativi, della potenzialità e degli effetti della conciliazione ex art.185-bis cpc sulla durata ragionevole del processo in una prospettiva di ampio respiro, sotto il profilo programmatico e formativo.

di Luciana Breggia

Nell’ambito dei sistemi di risoluzione dei conflitti diversi dalla giurisdizione, la mediazione è, negli ultimi anni, quello di cui più si discute, con toni variegati e contrastanti.

Il Progetto Nausicaa del Tribunale di Firenze, grazie alla sinergia tra Osservatorio sulla giustizia civile e Università, propone una pratica riflessiva che consente di conoscere la mediazione “sul campo”.

L’Autore ne propone una lettura ragionata dei presupposti e delle ricadute culturali e pratiche.

di Gloria Servetti e Giuseppe Buffone

La nona sezione del Tribunale di Milano è da sempre un luogo di elaborazione di nuove prassi che talvolta si trasformano in soluzioni normative (si pensi al rinvio in mediazione). Attraverso la bella metafora dell’isola della famiglia nella tempesta del processo e nella quiete della mediazione, gli Autori (presidente e giudice della “nona”) ci accompagnano in un viaggio appassionante attraverso variate esperienze di mediazione dentro e fuori del processo, alla ricerca di soluzioni che guardano allo stesso tempo alla sensibilità della materia e all’efficienza dei risultati.

di Gilbert Cousteaux

La mediazione, un’idea nuova? Si rispetto alla legge, perché la mediazione è stata introdotta nel codice di procedura civile francese nel 1995. Ma, a ben guardare, la mediazione è, in realtà, un’idea antica profondamente radicata nella storia delle relazioni umane. Così Voltaire scriveva, in una lettera del 1739, che «la miglior legge, la più eccellente pratica, la più utile che ho visto, è in Olanda. Quando due uomini vogliono farsi causa, sono obbligati ad andare prima di tutto al tribunale dei giudici conciliatori, detti pacificatori, facitori della pace: Se le parti arrivano con un avvocato o un procuratore, prima di tutto si fanno ritirare questi ultimi come si toglie la legna da un fuoco che si vuole spengere. I pacificatori dicono alle parti: siete veramente folli a voler mangiare il vostro denaro a rendervi reciprocamente scontenti. Noi sistemeremo le cose senza che vi costi niente. … Se la loro follia è incurabile, viene concesso loro di andare in giudizio, come si abbandonano all’amputazione del chirurgo delle membra in cancrena; allora la giustizia fa la sua parte.».

di Giovanni Buonomo

Il modello italiano di mediazione delegata dalla Corte di appello, risultante dalle modifiche introdotte recentemente al Dlgs n. 28/2010 e dalle misure tendenti a favorire il trasferimento, ad istanza di parte, delle cause pendenti davanti agli arbitri, ipotizza un uso degli strumenti alternativi di definizione delle controversie per lo smaltimento del pesante arretrato accumulatosi nel secondo grado di giudizio principalmente per effetto della riforma del giudice unico di primo grado. L’esperienza degli altri Paesi, tuttavia, dimostra che, per funzionare come strumento di deflazione, l’Adr postula un processo civile tanto efficiente e rapido da scoraggiare il ricorso al giudice a scopi meramente dilatori e favorire l’accordo tra le parti.

Così com’è congegnata, dunque, la mediazione «forzata» in appello è destinata ad operare solo in un numero assai limitato di casi e rischia di ripetere, alimentando un contenzioso «di ritorno», l’esperienza delle note sezioni-stralcio istituite nei tribunali nel 1997.

di Edoardo Campese

L’articolo offre un’analisi approfondita delle molte questioni poste dal nuovo arbitrato deflattivo o di prosecuzione e dall’arbitrato sostitutivo dell’appello; attraverso la disanima delle opzioni dottrinali ad oggi formulate, si prospettano soluzioni possibili soffermandosi in particolare su ambito di operatività dell’istituto, natura sostitutiva della convenzione arbitrale dell’istanza comune delle parti, scelta dell’arbitro e limitazione della libertà delle parti.

di Vincenzo Roppo

Muovendo dall’assunto che il ruolo di arbitro sia in crescita, l’articolo ne analizza alcuni profili problematici, costituenti vere sfide per chi intende misurarsi con questa funzione: ragionevolezza dei costi, competenza e serietà, deontologia, indipendenza dalla parte che ha effettuato la nomina.

di Andrea Graziosi
L’arbitrato sembra evolvere da strumento di portata operativa ristretta, riservato a controversie di valore rilevante o di rilevante complessità a metodo alternativo di risoluzione delle controversie. Alla luce dell’evoluzione normativa, l’Autore si domanda se ciò non implichi un travisamento dei caratteri salienti ed immodificabili dell’arbitrato con rischio di comprometterne anche la funzionalità, efficienza ed appetibilità nella sfera d’azione che gli sarebbe propria.
ARCHIVIO
Fascicolo 2/2018
L'ospite straniero.
La protezione internazionale
nel sistema multilivello di tutela
dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali