Rivista trimestrale
Fascicolo 2/2015
Editoriale

Editoriale

di Renato Rordorf

Perché un numero monografico di Questione giustizia dedicato ai temi del carcere?

La domanda potrebbe apparire persino oziosa. Certo, vi sono ragioni che possono sembrare occasionali: il quarantennale della legge n. 354 del 1975, che costituì il vero punto di svolta dell’Ordinamento penitenziario italiano, avviandolo verso approdi più consoni al dettato costituzionale ed al riconoscimento anche del carcere come luogo di esercizio di diritti; e così pure, naturalmente, l’apertura degli Stati generali dell’esecuzione penale, in svolgimento da maggio a novembre di quest’anno, che hanno lo scopo di fare il punto sulla situazione del nostro sistema penitenziario sotto il profilo sia normativo sia organizzativo.

Ma l’attenzione al mondo carcerario ed agli interrogativi, complessi e drammatici, che quel mondo pone a chiunque si occupi di problemi di giustizia non nasce solo da occasioni contingenti. Sono temi che sono stati da sempre oggetto di riflessione del gruppo di magistrati che ha dato vita a Magistratura democratica. Temi che, perciò, hanno trovato costantemente spazio nelle pagine di questa Rivista, e non è certo un caso che, sin dal suo primo numero uscito nell’anno 1982, essa ospitò uno scritto di Alessandro Margara dal titolo Carceri: riflessioni sulla possibilità della riforma fra le esigenze di sicurezza e quelle di progresso.

Ed allora torniamo – non possiamo non tornare – ad occuparci dei problemi del sistema carcerario perché quei problemi sono uno dei nodi nevralgici della giustizia. Problemi, per così dire, di lungo periodo, che costringono ad interrogarci ancora sul senso stesso della pena e su quanto, nella dimensione carceraria, si esaltino drammaticamente le differenze sociali, moltiplicando le ingiustizie che da esse derivano. Problemi che non cessano di essere attuali – anzi viepiù lo divengono – in un momento nel quale il nostro Paese sembra sempre più avvitarsi in una spirale d’illegalità e di corruzione diffusa, che investe il mondo degli affari, quello della pubblica amministrazione e quello della politica, generando di riflesso nell’opinione pubblica pulsioni punitive che tendono però ad assumere sovente connotati tanto vaghi quanto irrazionali.

Nodi difficili da districare ma, per tentare di allentarli, chi intende parlare di giustizia è fatalmente destinato a continuare ancora a lungo ad affaticarsi intorno ad essi.

 

*  *  *

 

«Tutto il terribile male di cui era stato testimone in prigioni e galere, e la tranquilla sicurezza di coloro che questo male producevano, derivava solamente dal fatto che gli uomini pretendevano di fare una cosa impossibile: correggere il male essendo loro stessi cattivi».

Questa riflessione, che Tolstòj attribuisce al protagonista di Resurrezione, il suo ultimo grande romanzo, a molti può apparire forse troppo radicale. Del resto lo si sa: sul finire della sua vita le posizioni di Tolstòj erano divenute davvero estremamente radicali ed il suo umanesimo si era andato viepiù tingendo di utopia. Eppure in quella riflessione c’è qualcosa che ci interroga nel profondo, perché mette in discussione la stessa giustificazione del potere che, pur se in un quadro di affermata legalità, alcuni uomini esercitano su altri infliggendo loro delle pene ed, in particolare, la più terribile tra esse: la privazione della libertà.

Si può non condividere, ovviamente, l’approccio radicalmente abolizionista del grande romanziere e pensatore russo (e certo non solamente suo). Comunque la si pensi, però, è innegabile che la complessità del tema punitivo – e della pena detentiva in specie – ponga problemi che si collocano al cuore stesso dello sviluppo civile dell’umanità e dei modelli sociali di cui si è dotata. 

Lo coglie molto bene Gustavo Zagrebelsky nella postfazione ad uno snello ma assai ben calibrato libro, Abolire il carcere, pubblicato quest’anno dall’editore Chiarelettere e scritto a più mani da Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta. L’esigenza del carcere – dice Zagrebelsky – è frutto della dialettica tra aggregazione e segregazione. La società presuppone una forza di aggregazione, che produce solidarietà e determina la coesione sociale; la quale, tuttavia, non potrebbe conservarsi senza definire chi ne è al di dentro e chi al di fuori, perché ogni inclusione genera necessariamente il suo contrario: l’esclusione – e dunque la segregazione – di chi appare come asociale dal momento che si pone contro la società e le sue regole. Il polo negativo rafforza il polo positivo. È allora il carcere una necessità sociale ineliminabile? Si tratta, per certi versi, dell’incoercibile ripetizione del terribile schema del capro espiatorio, così ben descritto nei suoi connotati antropologici di base da René Girard e che forse (contrariamente a quel che lo stesso Girard sembra auspicare) nemmeno l’avvento del cristianesimo è mai davvero riuscito a ribaltare?

Oppure, viceversa, la segregazione carceraria – la terribile pena della privazione della libertà, che sottrae al carcerato una parte della sua stessa umanità, perché lo separa dal flusso normale delle vicende di cui è fatta la vita degli uomini e delle donne – è solo uno dei modi nei quali la società si è organizzata lungo il corso della storia, certo per un non breve periodo, ma non per questo immutabilmente?

Domande che investono necessariamente anche il fondamento stesso della giustizia, in specie di quella che mostra il suo volto più temibile esibendo la bilancia dell’equità ma brandendo, nel medesimo tempo, anche la spada del castigo: un castigo che siamo tutti quasi istintivamente portati ad associare immediatamente (in Italia non più, per fortuna, con la pena di morte, bensì) con la cella di un carcere.

Quel volto terribile la nostra Costituzione ha inteso, come si sa, non del tutto cancellarlo ma di certo mitigarlo, rendendolo più umano. Il terzo comma dell’art. 27 è perentorio nell’escludere che le pene possano consistere in comportamenti contrari al senso di umanità, e prescrive che debbano tendere alla rieducazione del condannato. Gli scritti ospitati in questo numero della Rivista danno ampiamente conto del se e del come questi precetti hanno trovato concreta attuazione nelle norme dell’ordinamento e nella realtà delle nostre carceri. Non li citerò qui singolarmente. La pregevole introduzione di Riccardo De Vito già fa assai bene intendere non soltanto la varietà dei profili di analisi ma anche la diversità delle esperienze e dei punti di vista dai quali i singoli autori hanno esaminato la multiforme realtà carceraria.

Per parte mia vorrei solo notare come, di quelle due regole poste dall’art. 27 della Costituzione cui sopra accennavo, la prima mi sembra meno radicale ed ambiziosa della seconda. L’una mira a mitigare gli aspetti della pena che la moderna coscienza dei diritti civili considera ormai intollerabili, evitando il ripetersi degli orrori che spesso hanno connotato la condizione umana delle prigioni; l’altra però vorrebbe di più: cioè che la pena divenisse qualcosa di diverso da ciò che sovente storicamente è stato. Non uno strumento non più di vendetta sociale bensì di redenzione civile.

Né l’uno né l’altro di tali obiettivi può certo dirsi acquisito.

La storia del carcere è purtroppo, da sempre, storia di degradazione e disumanità: Tolstòj, ancora una volta, ce lo mostra e ce lo ricorda assai bene. Si può però riconoscere che molto si è fatto, in Italia ed in altre parti del mondo (non dappertutto, purtroppo), per dare oggi al carcere una dimensione meno feroce ed inaccettabile. La legislazione italiana dell’ultimo quarantennio (per non parlare che di noi) va indubbiamente in questo senso, benché la realtà non vi abbia del tutto corrisposto, come le recenti condanne in sede europea eloquentemente dimostrano; ma è fuor di dubbio che molto si può e si deve ancora fare per migliorare la situazione. Resta però inevasa la domanda di fondo: fino a qual punto non contrasti col senso di umanità il fatto stesso della privazione della libertà, che nella sua evoluzione storica sempre più si va configurando come uno degli elementi fondanti dell’umano.

Ma è il secondo obiettivo ad apparire di gran lunga il più problematico: siamo davvero riusciti a concepire strumenti in grado di far sì che la pena, e quella detentiva in particolare, operi nel senso della rieducazione del condannato? Nelle condizioni attuali delle nostre carceri c’è davvero poco da far conto sulla funzione rieducativa della pena detentiva, ed infatti tra coloro che hanno già sofferto precedenti carcerazioni la percentuale dei recidivi è notoriamente molto elevata. Ma, più in generale, si tratta di capire se o in qual misura con un così difficile ed ambizioso traguardo, quale è quello di modificare l’attitudine di un individuo nei confronti della società e delle sue regole, risulti compatibile l’esperienza della segregazione carceraria e la conseguente separazione dalla società civile: ché tale al fondo resta, pur con tutte le possibili attenuazioni, l’essenza della disciplina carceraria.

Nelle pagine di questo numero della Rivista qualcuno tra i pazienti lettori troverà forse la chiave per dare risposta a siffatti interrogativi. Io non ho la pretesa di farlo, ma sono convinto che sia indispensabile continuare a riflettere su queste cruciali domande.

Fascicolo 2/2015
Editoriale
di Renato Rordorf
di Riccardo De Vito

Un’introduzione per passare in rassegna le reti di significato e i fili ideali che si intrecciano in questo approfondimento monografico, tra passato e presente, bilanci e prospettive.

Le voci di dentro
di Marcello Dell'Anna

Il carcere in presa diretta, raccontato da chi ci vive dentro, da un “fine pena mai” che continua ad attraversare corridoi, sezioni, celle. Scorrono, dunque, le immagini di una staedycam che non si limita a registrare l’ambiente, ma ne racconta gli effetti sul vissuto di anima e corpo. Tra ansie, frustrazioni, processi di vittimizzazione e una promessa mai completamente attuata: quella costituzionale, secondo la quale nessun uomo è perso.

di Ornella Favero

Questo sarebbe il destino di “ladri e assassini”, per dirla con Fabrizio De Andrè, se qualcuno, e primo fra tutti il volontariato in carcere, non facesse un paziente lavoro di informazione per accorciare la distanza fra la società e le sue galere.

Eppur (non) si muove: la riforma e i suoi esiti
di Claudio Sarzotti

L’analisi della riforma penitenziaria come prodotto letterario, come racconto di quel che il carcere rappresentava nella cultura Sessanta e Settanta e immaginazione di quello che avrebbe dovuto essere attraverso l’attuazione dei principi costituzionali. Una narrazione con le sue tecniche, i suoi protagonisti – amministrazione, detenuti, giudici – e i suoi messaggi. Una “storia” del carcere da leggere con attenzione per dare solidità al progetto del futuro.

di Pietro Buffa

Il tradimento dello spirito della Riforma del ’75 e della sua promessa di inveramento dei principi costituzionali è sotto gli occhi di tutti, testimoniato da un carcere in grado di meritarsi una condanna per trattamento inumano e degradante. Lo iato tra lettera della legge e realtà è il portato, tra l’altro, di una terribile normalità: visione semplificante dei problemi, pendolarismo delle politiche criminali, scarsa lungimiranza, ritardi organizzativi, logiche burocratiche, separatezza delle amministrazioni. Se ne può uscire ridando fiato e orizzonte a quella promessa.

di Franco Corleone

La cappa plumbea del panpenalismo e della “sbornia giustizialista” a senso unico – dal welfare al prisonfare – ha lasciato sul campo insuccessi evidenti: il carcere non ha prodotto sicurezza e nel suo operare ha violato sistematicamente i diritti fondamentali. L’Italia non è più il paese di Beccaria, ma quello di Torreggiani. Dalla condanna della Corte europea dei diritti umani, però, può nascere un rovesciamento teorico e delle prassi. A una condizione: che si abbandonino le emergenze della “democrazia emotiva” in favore di un nuovo pensiero radicale che sappia ritrovare la strada di «un diritto penale migliore e di qualcosa di meglio del diritto penale».

Visioni sul futuro
di Carlo Fiorio

Il testo del disegno di legge di iniziativa ministeriale di riforma dell’Ordinamento penitenziario diventa il punto di partenza per una riflessione approfondita sull’equipaggiamento giuridico necessario per rendere, nel 2015, l’esecuzione della pena conforme alla Costituzione. Una vera e propria road map per il futuro (prossimo venturo, possibilmente).

di Marco Ruotolo

La trama della riforma penitenziaria del 1975 è andata logorandosi. Le ragioni vanno rinvenute in resistenze amministrative, normative penali securitarie e demagogiche, politiche sociali deficitarie.  Il coraggio di parte della giurisprudenza (di merito, costituzionale, europea) non è stato assecondato dalla politica. Questo “passato” è la migliore lente per guardare al futuro, nella speranza che il  legislatore sappia ritrovare un pensiero lungo sul tempo e sullo spazio della pena e sappia traghettare il carcere verso il modello costituzionale.

di Glauco Giostra

Il diktat della Corte europea dei diritti dell’uomo ha generato una stagione di novelle “penitenziarie” approssimative quanto a formulazione tecnica, ma senza dubbio finalizzate al progresso dell’ordinamento. I recenti innesti normativi, tuttavia, non possono essere un punto d’arrivo, ma la premessa di un processo riformatore organico. In questo senso, il disegno di legge delega in materia penitenziaria costituisce un segnale politico di effettiva volontà di riforma, realizzabile nella misura in cui gli Stati generali dell’esecuzione penale sapranno preparare un adeguato e condiviso terreno sociale.

di Marco Bouchard

Dall’esperimento di Kitchener agli esempi  della “giustizia di transizione”, dalle prime prassi riparative dell’area nordamericana alle normative italiane ed europee: un percorso denso di suggestioni – letterarie, ideali, giuridiche – e, allo stesso tempo, realistico ci conduce sui sentieri della giustizia riparativa. Per rispondere a domande capitali: è possibile una risposta al reato che non sia legalizzazione della vendetta e che sostituisca allo sguardo sul fatto passato la visione delle persone future?

di Antonella Calcaterra

Il processo di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari come occasione di  sviluppo di rinnovate matrici culturali: non solo chiusura di “antiche scale”, ma riaffermazione di paradigmi inclusivi e riabilitativi, volti a restituire la soggettività alle persone malate. Una storia di de istituzionalizzazione con avvisi importanti per tutti i naviganti nel mare delle detenzioni.

Carcere, diritti, giudici
di Patrizio Gonnella

La dignità dell’uomo come chiave di lettura delle contraddizioni e dei conflitti del sistema penitenziario, per ragionare di un carcere compatibile con lo Stato di diritto sociale e abbandonare le ambiguità dell’ideologia correzionalista.

di Fabio Gianfilippi

La realtà penitenziaria mostra al magistrato di sorveglianza uno scenario non esente da criticità e mancanze che, incidendo su un panorama di forte disagio sociale, corre il rischio di tradursi in lesione di diritti fondamentali e di inibire perciò la funzione risocializzante della pena. L’ordinamento penitenziario, nella sua evoluzione quarantennale, ha apprestato strumenti giuridici sempre più efficaci per la tutela dei diritti delle persone detenute. La strada da compiere non è però priva di insidie e richiede, innanzitutto, di mettersi in cammino per conoscere direttamente chi vive e come si vive dentro le mura.

di Grazia Zuffa

Uno sguardo nuovo su “tutto” il carcere dall’ottica della soggettività femminile, per uscire dalle ambiguità di un trattamento penitenziario sempre in bilico tra approcci retributivi e prospettiva correzionale. Può essere la via per sperimentare un sistema penitenziario che trasformi i corpi da custodire e la anime da salvare in soggetti responsabili e che alla logica dei premi sostituisca quelli dei diritti.

di Marcello Bortolato

Una ricognizione del ruolo del lavoro nell’ambito della detenzione carceraria sino ai giorni d’oggi, con uno sguardo (preoccupato) sul futuro. Così, se Rasphuis, Gand e Gloucester rappresentano i luoghi di un passato in cui il lavoro penitenziario assurgeva a strumento principe della redenzione, l’art. 27 della Costituzione e la legge del 1975 sono i simboli di un lavoro inteso come fattore di risocializzazione ed emancipazione. Spirano venti gelidi, tuttavia, e per i detenuti tornano pericolosamente a suonare le sirene di un lavoro forzato e non remunerato.

Il carcere e noi. Un'antologia
di Sandro Margara

L’attacco a tutto campo contro la magistratura può fare sembrare fuori tempo la riflessione che cerco di fare. Considero, però, questo uno dei rischi a cui ci si deve sottrarre. Pensare essenzialmente a difendere la stessa nostra esistenza da chi ci vuole riportare ai silenzi e alle gerarchie da cui siamo partiti, può fare mettere in seconda linea i percorsi specifici che abbiamo attuato in questi anni e la riflessione sugli stessi. Non credo, quindi, che ci dobbiamo impedire di riflettere e di pensare le singole esperienze fatte, il loro significato e come proseguire. Devo dare atto che non appartengo più a coloro che possono proseguirle, perché collocato a riposo per raggiunti limiti di età, come si usa dire. Se queste considerazioni hanno un pregio è quello di rappresentare una conclusione e di escludere un seguito.

di Livio Pepino

«Quando ho iniziato la carriera di magistrato ero convintissimo che la prigione servisse, ma presto ho cominciato a nutrire dubbi. Anche se non l’ho detto mai, ritenevo giusto, ad esempio, proporre che i giudici, prima di essere abilitati a condannare, vivessero qualche giorno in carcere come detenuti. Continuavo a pensare che il carcere fosse utile: ma piano piano ho conosciuto meglio la sua realtà e i suoi effetti. Se il carcere non è una soluzione efficace, ci si arriva a chiedere: somministrando condanne, sto davvero esercitando giustizia?».

di Edmondo Bruti Liberati

L’intervento di Edmondo Bruti Liberati, ci riporta ai momenti della gestazione della “legge Gozzini”, un testo normativo innestatosi in maniera talmente profonda nel tessuto della legge del 1975 che ancora oggi, nel linguaggio comune e a volte in quello giornalistico, parlare di “Gozzini” significa parlare tout court di ordinamento penitenziario (NdR)

di Igino Cappelli

Per l’Autore il carcere è, prima di tutto, una questione sociale. In quest’ordine di idee, il modello di carcere cui si aspira non è disgiunto dal modello di “città” da costruire, ostile oppure solidale. (NdR)

di Franco Maisto

Un quesito di fondo si aggira per l’Europa: il carcere è riformabile? Provo a rispondere premettendo la mia profonda convinzione che la confusione dei messaggi mediatici non può avere degli effetti di lunga durata e, prima o poi, emerge che un conto è il cambiamento, un conto è la trasformazione, un conto è il look, altro conto è la riforma.

ARCHIVIO
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Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali