Rivista trimestrale
Fascicolo 2/2015
Il carcere e noi. Un'antologia

L'altro carcere *

di Igino Cappelli **

Per l’Autore il carcere è, prima di tutto, una questione sociale. In quest’ordine di idee, il modello di carcere cui si aspira non è disgiunto dal modello di “città” da costruire, ostile oppure solidale. (NdR)

Il discorso sul carcere speciale va portato avanti, ma senza perdere di vista il vergognoso panorama penitenziario quale ancora si presenta a oltre due anni dalla legge di riforma. Alcune rifrangenze negative sono presenti e immediate, come si è visto a proposito della funzione “deterrente” degli istituti speciali. Altri condizionamenti, non meno negativi, possono intravedersi in prospettiva. Deve bene preoccupare l’osservazione di Bricola, che nel raffronto tra due linee di tendenza – «assimilazione della politica penitenziaria alla politica dell’ordine pubblico» con la riaffermazione del carattere violento e terroristico del carcere, e tendenza «verso la depenalizzazione e la previsione per i reati minori di pene alternative alla detenzione» – intravede «il corollario secondo cui il carcere di massima sicurezza dovrebbe essere se non l’esclusiva, la principale forma di carcere del più o meno prossimo futuro»[2]. L’osservazione è tanto più da condividere ove si consideri che è nella logica di tutte le istituzioni cosiddette totali la tendenza a uniformarsi in concreto ai livelli corrispondenti alle massime chiusure repressive e alle maggiori comodità di una gestione custodialistica.

Senonché il reale problema è rappresentato già oggi dal carcere, tutto il carcere, così com’è e come s’intende che permanga, stanti le ormai conosciute carenze di volontà politica e, più in generale, di attitudine “culturale”; al di là delle vere o presunte ragioni dell’emergenza e del modo in cui si ritiene di farvi fronte. L’essere, oggi, il carcere “speciale” al centro della polemica può rappresentare un alibi per noi stessi, il rischio di eludere una contraddizione che involge tutt’intero il problema.

Percorrendo la terra di Sardegna verso l’Asinara, leggevo un servizio giornalistico sui “ragazzi” rinchiusi a Cagliari in un braccio del carcere del Buoncammino; «un’ora d’aria al giorno e celle come gabbie», secondo la testimonianza del parlamentare comunista Maria Cocco[3]. Abbiamo deplorato nelle carceri speciali la «privazione delle attività in comune»: ma quale attività comunitaria è promossa o resa possibile nell’“altro carcere”?

Quali aperture verso l’esterno consente “l’ideologia del trattamento” nel vigore della legge di riforma? Quali interventi “sociali” dall’esterno? E dimenticheremo i manicomi giudiziari, gli incrollabili bastioni della doppia repressione psichiatrica e carceraria? Vogliamo rischiare di allarmarci  secondo il clamore suscitato caso per caso dal “lager” di turno, salvo a dimenticare di volta in volta, senza una visione d’insieme, una visione politica? “Un compagno”, questa volta anonimo, ha scritto a Il manifesto (27 ottobre 1977): «Guardiamo al tipo di attenzione prestata (per lo più proprio nel senso letterale del termine) al carcere in occasione dell’istituzione dei carceri speciali. È ingenuo e ipocrita denunciare i criteri speciali senza mettere in discussione il carcere in quanto tale, nella sua funzione essenziale, nella sua stessa nozione oltre che nel suo specifico modo di essere nella realtà italiana. Tra il carcere e il carcere speciale non c’è soluzione di continuità».

Antonia Bernardini, Petra Krause, l’Asinara… e man mano si arretra nel tentativo di difendere i margini di legalità offerti da una riforma monca, contraddittoria, non voluta, rinnegata ogni giorno.

Erano il 3, il 4 o il 5% i non rientrati dai permessi? E chi contava il 95, 96, 97% dei rientrati? Acqua passata. Ma chi tiene conto degli impiccati nelle carceri di questa repubblica? Chi lotta e vuole continuare a lottare contro una società che continua a emarginare, segregare e reprimere chi già è perdente in partenza; i segnati dalla condizione economica, dalla diversità culturale, dal dissenso ideologico?

Ecco che il discorso si sposta, inevitabilmente, fuori del carcere, e qui, al di là del tema di questo convegno, nel cuore politico del problema, ciascuno rivendica per sé la parzialità della sua scelta, la non neutralità, la faziosità, anche di fronte alla grande scommessa del nostro tempo; sfruttamento o emancipazione, esclusione o partecipazione, integrazione o emarginazione.

[*] Si tratta di uno stralcio dal più ampio Il carcere controriformato, intervento nell’ambito del convegno dal titolo «La realtà del carcere a due anni dalla riforma» promosso da Magistratura democratica e dalla Giunta regionale toscana, nel dicembre 1977, svoltosi a Firenze. Gli interventi introduttivi possono trovarsi in Magistratura democratica, Il carcere dopo le riforme, Milano, 1979.

[1]Igino Cappelli (1931-1993), in magistratura dal 1955, consigliere della Corte di cassazione. Dal 1970 al 1982 è stato magistrato di sorveglianza a Napoli. Nelle sue competenze sono rientrati in particolare il carcere di Poggioreale, il penitenziario di Procida, i manicomi giudiziari di Sant’Efremo e Pozzuoli. Autore de Gli avanzi della giustizia. Diario del giudice di sorveglianza, Editori Riuniti, 1988.

[2] F. Bricola, Il carcere riformato, p. 11.

[3] l’Unità, 11 settembre 1977.

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Fascicolo 2/2015
Editoriale
di Renato Rordorf
di Riccardo De Vito

Un’introduzione per passare in rassegna le reti di significato e i fili ideali che si intrecciano in questo approfondimento monografico, tra passato e presente, bilanci e prospettive.

Le voci di dentro
di Marcello Dell'Anna

Il carcere in presa diretta, raccontato da chi ci vive dentro, da un “fine pena mai” che continua ad attraversare corridoi, sezioni, celle. Scorrono, dunque, le immagini di una staedycam che non si limita a registrare l’ambiente, ma ne racconta gli effetti sul vissuto di anima e corpo. Tra ansie, frustrazioni, processi di vittimizzazione e una promessa mai completamente attuata: quella costituzionale, secondo la quale nessun uomo è perso.

di Ornella Favero

Questo sarebbe il destino di “ladri e assassini”, per dirla con Fabrizio De Andrè, se qualcuno, e primo fra tutti il volontariato in carcere, non facesse un paziente lavoro di informazione per accorciare la distanza fra la società e le sue galere.

Eppur (non) si muove: la riforma e i suoi esiti
di Claudio Sarzotti

L’analisi della riforma penitenziaria come prodotto letterario, come racconto di quel che il carcere rappresentava nella cultura Sessanta e Settanta e immaginazione di quello che avrebbe dovuto essere attraverso l’attuazione dei principi costituzionali. Una narrazione con le sue tecniche, i suoi protagonisti – amministrazione, detenuti, giudici – e i suoi messaggi. Una “storia” del carcere da leggere con attenzione per dare solidità al progetto del futuro.

di Pietro Buffa

Il tradimento dello spirito della Riforma del ’75 e della sua promessa di inveramento dei principi costituzionali è sotto gli occhi di tutti, testimoniato da un carcere in grado di meritarsi una condanna per trattamento inumano e degradante. Lo iato tra lettera della legge e realtà è il portato, tra l’altro, di una terribile normalità: visione semplificante dei problemi, pendolarismo delle politiche criminali, scarsa lungimiranza, ritardi organizzativi, logiche burocratiche, separatezza delle amministrazioni. Se ne può uscire ridando fiato e orizzonte a quella promessa.

di Franco Corleone

La cappa plumbea del panpenalismo e della “sbornia giustizialista” a senso unico – dal welfare al prisonfare – ha lasciato sul campo insuccessi evidenti: il carcere non ha prodotto sicurezza e nel suo operare ha violato sistematicamente i diritti fondamentali. L’Italia non è più il paese di Beccaria, ma quello di Torreggiani. Dalla condanna della Corte europea dei diritti umani, però, può nascere un rovesciamento teorico e delle prassi. A una condizione: che si abbandonino le emergenze della “democrazia emotiva” in favore di un nuovo pensiero radicale che sappia ritrovare la strada di «un diritto penale migliore e di qualcosa di meglio del diritto penale».

Visioni sul futuro
di Carlo Fiorio

Il testo del disegno di legge di iniziativa ministeriale di riforma dell’Ordinamento penitenziario diventa il punto di partenza per una riflessione approfondita sull’equipaggiamento giuridico necessario per rendere, nel 2015, l’esecuzione della pena conforme alla Costituzione. Una vera e propria road map per il futuro (prossimo venturo, possibilmente).

di Marco Ruotolo

La trama della riforma penitenziaria del 1975 è andata logorandosi. Le ragioni vanno rinvenute in resistenze amministrative, normative penali securitarie e demagogiche, politiche sociali deficitarie.  Il coraggio di parte della giurisprudenza (di merito, costituzionale, europea) non è stato assecondato dalla politica. Questo “passato” è la migliore lente per guardare al futuro, nella speranza che il  legislatore sappia ritrovare un pensiero lungo sul tempo e sullo spazio della pena e sappia traghettare il carcere verso il modello costituzionale.

di Glauco Giostra

Il diktat della Corte europea dei diritti dell’uomo ha generato una stagione di novelle “penitenziarie” approssimative quanto a formulazione tecnica, ma senza dubbio finalizzate al progresso dell’ordinamento. I recenti innesti normativi, tuttavia, non possono essere un punto d’arrivo, ma la premessa di un processo riformatore organico. In questo senso, il disegno di legge delega in materia penitenziaria costituisce un segnale politico di effettiva volontà di riforma, realizzabile nella misura in cui gli Stati generali dell’esecuzione penale sapranno preparare un adeguato e condiviso terreno sociale.

di Marco Bouchard

Dall’esperimento di Kitchener agli esempi  della “giustizia di transizione”, dalle prime prassi riparative dell’area nordamericana alle normative italiane ed europee: un percorso denso di suggestioni – letterarie, ideali, giuridiche – e, allo stesso tempo, realistico ci conduce sui sentieri della giustizia riparativa. Per rispondere a domande capitali: è possibile una risposta al reato che non sia legalizzazione della vendetta e che sostituisca allo sguardo sul fatto passato la visione delle persone future?

di Antonella Calcaterra

Il processo di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari come occasione di  sviluppo di rinnovate matrici culturali: non solo chiusura di “antiche scale”, ma riaffermazione di paradigmi inclusivi e riabilitativi, volti a restituire la soggettività alle persone malate. Una storia di de istituzionalizzazione con avvisi importanti per tutti i naviganti nel mare delle detenzioni.

Carcere, diritti, giudici
di Patrizio Gonnella

La dignità dell’uomo come chiave di lettura delle contraddizioni e dei conflitti del sistema penitenziario, per ragionare di un carcere compatibile con lo Stato di diritto sociale e abbandonare le ambiguità dell’ideologia correzionalista.

di Fabio Gianfilippi

La realtà penitenziaria mostra al magistrato di sorveglianza uno scenario non esente da criticità e mancanze che, incidendo su un panorama di forte disagio sociale, corre il rischio di tradursi in lesione di diritti fondamentali e di inibire perciò la funzione risocializzante della pena. L’ordinamento penitenziario, nella sua evoluzione quarantennale, ha apprestato strumenti giuridici sempre più efficaci per la tutela dei diritti delle persone detenute. La strada da compiere non è però priva di insidie e richiede, innanzitutto, di mettersi in cammino per conoscere direttamente chi vive e come si vive dentro le mura.

di Grazia Zuffa

Uno sguardo nuovo su “tutto” il carcere dall’ottica della soggettività femminile, per uscire dalle ambiguità di un trattamento penitenziario sempre in bilico tra approcci retributivi e prospettiva correzionale. Può essere la via per sperimentare un sistema penitenziario che trasformi i corpi da custodire e la anime da salvare in soggetti responsabili e che alla logica dei premi sostituisca quelli dei diritti.

di Marcello Bortolato

Una ricognizione del ruolo del lavoro nell’ambito della detenzione carceraria sino ai giorni d’oggi, con uno sguardo (preoccupato) sul futuro. Così, se Rasphuis, Gand e Gloucester rappresentano i luoghi di un passato in cui il lavoro penitenziario assurgeva a strumento principe della redenzione, l’art. 27 della Costituzione e la legge del 1975 sono i simboli di un lavoro inteso come fattore di risocializzazione ed emancipazione. Spirano venti gelidi, tuttavia, e per i detenuti tornano pericolosamente a suonare le sirene di un lavoro forzato e non remunerato.

Il carcere e noi. Un'antologia
di Sandro Margara

L’attacco a tutto campo contro la magistratura può fare sembrare fuori tempo la riflessione che cerco di fare. Considero, però, questo uno dei rischi a cui ci si deve sottrarre. Pensare essenzialmente a difendere la stessa nostra esistenza da chi ci vuole riportare ai silenzi e alle gerarchie da cui siamo partiti, può fare mettere in seconda linea i percorsi specifici che abbiamo attuato in questi anni e la riflessione sugli stessi. Non credo, quindi, che ci dobbiamo impedire di riflettere e di pensare le singole esperienze fatte, il loro significato e come proseguire. Devo dare atto che non appartengo più a coloro che possono proseguirle, perché collocato a riposo per raggiunti limiti di età, come si usa dire. Se queste considerazioni hanno un pregio è quello di rappresentare una conclusione e di escludere un seguito.

di Livio Pepino

«Quando ho iniziato la carriera di magistrato ero convintissimo che la prigione servisse, ma presto ho cominciato a nutrire dubbi. Anche se non l’ho detto mai, ritenevo giusto, ad esempio, proporre che i giudici, prima di essere abilitati a condannare, vivessero qualche giorno in carcere come detenuti. Continuavo a pensare che il carcere fosse utile: ma piano piano ho conosciuto meglio la sua realtà e i suoi effetti. Se il carcere non è una soluzione efficace, ci si arriva a chiedere: somministrando condanne, sto davvero esercitando giustizia?».

di Edmondo Bruti Liberati

L’intervento di Edmondo Bruti Liberati, ci riporta ai momenti della gestazione della “legge Gozzini”, un testo normativo innestatosi in maniera talmente profonda nel tessuto della legge del 1975 che ancora oggi, nel linguaggio comune e a volte in quello giornalistico, parlare di “Gozzini” significa parlare tout court di ordinamento penitenziario (NdR)

di Igino Cappelli

Per l’Autore il carcere è, prima di tutto, una questione sociale. In quest’ordine di idee, il modello di carcere cui si aspira non è disgiunto dal modello di “città” da costruire, ostile oppure solidale. (NdR)

di Franco Maisto

Un quesito di fondo si aggira per l’Europa: il carcere è riformabile? Provo a rispondere premettendo la mia profonda convinzione che la confusione dei messaggi mediatici non può avere degli effetti di lunga durata e, prima o poi, emerge che un conto è il cambiamento, un conto è la trasformazione, un conto è il look, altro conto è la riforma.

ARCHIVIO
Fascicolo 2/2018
L'ospite straniero.
La protezione internazionale
nel sistema multilivello di tutela
dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
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Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
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Forme di governo,
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IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
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Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
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Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali