Rivista trimestrale
Fascicolo 4/2015
Obiettivo 3. Associazionismo giudiziario

I giovani magistrati e l’associazionismo giudiziario

di Rocco Gustavo Maruotti

I magistrati più giovani, se avvertono normalmente il richiamo dell’Anm, vista come “casa comune” e autorevole riferimento identitario, altrettanto normalmente rifuggono, invece, dall’impegno nelle “correnti” che animano l’Associazione. Le ragioni spaziano dalla maggiore maturità delle nuove leve della magistratura (che, per le modalità del concorso, vi approdano in genere a un’età più avanzata rispetto al passato), che induce a scelte mediate e consapevoli, piuttosto che a giovanili entusiasmi; al coinvolgimento delle correnti nel conflitto con la politica, visto come un appannamento, comunque, della “sacralità” della funzione giudiziaria. Ma, soprattutto, ciò che allontana i magistrati più giovani dalle correnti è il malcostume cui esse si sono abbandonate nella gestione del potere di autogoverno, anzitutto nelle nomine a uffici direttivi o altrimenti prestigiosi.

«La libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un’opinione, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione».
(Giorgio Gaber, La libertà)

«Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.
E ora? Anche ora ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo».

(Giorgio Gaber, Qualcuno era comunista)

Svolgo le funzioni di sostituto procuratore da meno di un anno (sono del dm 2013) e, come tanti neo-magistrati, sono entrato in magistratura ormai non più giovanissimo.

L’era dei “giudici ragazzini” (definizione coniata per indicare quei giovanissimi magistrati che, poco più che ventenni, si sono trovati, in un passato neppure poi così lontano, a fronteggiare i disagi e le difficoltà di uffici giudiziari di frontiera), nel bene o nel male, può ormai dirsi sostanzialmente superata a seguito della trasformazione del concorso in magistratura in un concorso di secondo livello, a cui è possibile accedere soltanto previa acquisizione di un titolo “abilitante”. Questo ha comportato, inevitabilmente, un innalzamento dell’età media dei neo-magistrati, con la conseguenza che ormai si approda alla magistratura con una diversa maturità (quantomeno anagrafica) rispetto al passato e, spesso, con un “bagaglio” di pregresse esperienze lavorative: personalmente, prima di superare il concorso in magistratura, ho lavorato come “precario della ricerca” (prima dottorando poi assegnista di ricerca), dipendente statale (per 13 anni impiegato presso l’Ufficio legale del Ministero per i beni culturali) e come libero professionista (una breve esperienza da avvocato).

Che questo sia un fatto positivo o meno (sul nuovo sistema di reclutamento credo sia arrivato il momento di fare un primo bilancio) non sono ancora in grado di dirlo: di certo c’è che non si arriva più “vergini” all’esercizio delle funzioni giudiziarie, il che, se da un lato può avere come risvolto negativo il fatto di doversi reinventare come lavoratore, affrontando un non semplice “processo di auto-purificazione” che consenta di esercitare, per la prima volta, una funzione statuale, quella giurisdizionale, «in nome del popolo» (e non del professore che per cooptazione ti ha messo in cattedra) e in modo «autonomo e indipendente da ogni altro potere» (e non dovendo realizzare le linee politico-programmatiche del ministro pro-tempore); dall’altro può avere come risvolto positivo quello di poter contare su una maturità (questa sì non solo anagrafica) fatta di “conoscenze parallele” (nel senso di professionalità acquisite in ambiti diversi da quello giudiziario ma che a questo possono tornare utili), di difficoltà già affrontate (soprattutto nella gestione dei rapporti interpersonali che animano la vita di qualsiasi contesto lavorativo) e di una maggiore consapevolezza di sé come persona, cittadino, lavoratore.

Ciò premesso, a giudicare dall’approccio che i giovani magistrati hanno avuto negli ultimi anni nei confronti dell’associazionismo giudiziario, mi sembra di poter dire che questa “maggiore maturità” è probabilmente una delle ragioni che sta alla base della “maggiore cautela”, rispetto al passato, con la quale i neo-magistrati si approcciano alla dimensione associativa interna alla magistratura.

A tale proposito, è però doveroso operare subito un necessario distinguo: se, infatti, già nel corso del primo anno di tirocinio o, al più tardi, al momento della presa delle funzioni nella prima sede di destinazione, la maggior parte di quelli che qualche collega “anziano” continua a chiamare “uditori” presentano la loro domanda di iscrizione all’Associazione nazionale magistrati; al contrario, almeno nei primi anni di esercizio delle funzioni, soltanto pochi di loro si avvicinano ad una delle associazioni di magistrati, che vengono in gergo chiamate “correnti”, e che animano il dibattito interno all’Anm, tant’è che uno dei suoi massimi organi interni, il Comitato direttivo centrale, come è noto, è composto da magistrati eletti a seguito di elezioni per liste contrapposte ognuna delle quali è espressione proprio di una di queste diverse “correnti”.

Le ragioni di questa differenza vanno ricercate, a mio giudizio, nel fatto che, nonostante il complessivo scetticismo che i neo-magistrati nutrono nei confronti del fenomeno associativo interno alla magistratura (scetticismo le cui cause si cercherà di indagare nel prosieguo di queste brevi riflessioni), la stragrande maggioranza di loro continua a vedere nell’Anm quella “casa comune” sotto il cui tetto si continua a percepire quel senso di appartenenza che, per lo meno nei confronti del mondo esterno, fa sentire qualsiasi magistrato italiano più sicuro (e ciò vale a maggior ragione per i più giovani, che, in quanto tali, si percepiscono giustamente come i più esposti alle insidie di un mestiere difficile quale è quello del magistrato), in quanto parte di una grande “famiglia” che, anche grazie all’alto profilo istituzionale che, da sempre, i rappresentati dell’Anm hanno saputo mantenere nel dialogo con i loro principali interlocutori (in primis il Governo e l’avvocatura), gode nell’opinione pubblica di un generale apprezzamento, dovuto soprattutto all’autorevolezza con cui i suoi esponenti intervengono nei dibattiti che riguardano i temi della giustizia e della legalità.  

Di contro, per quanto riguarda le ccdd “correnti” - cercando di rifuggire da qualsivoglia tipo di generalizzazione, perché non poche sono le eccezioni -, l’impressione è, invece, che i magistrati reclutati con le ultime procedure concorsuali si sono mostrati complessivamente poco attratti, soprattutto nei primissimi anni di esercizio della professione, dalla partecipazione attiva al dibattito interno alle stesse e, ancor di più, dall’idea di aderire formalmente ad una di esse. Quasi che essere diventati magistrati dopo aver già superato la fase post-adolescenziale ed essere entrati a pieno titolo nell’età matura della vita - il che in molti casi può determinare l’affievolirsi di quelle pulsioni che generalmente caratterizzano il “protagonismo” con cui i giovani stanno nella società e si giocano il proprio ruolo nei contesti in cui operano - induce i neo-magistrati a vivere l’associazionismo giudiziario più da spettatori che, appunto, da “protagonisti”.

Con il passare degli anni, infatti, l’istintività cede il passo alla prudenza, l’impulsività alla riflessività, e se questo è certamente un bene per l’esercizio della funzione giudiziaria, dovendo il magistrato fare dell’equilibrio la sua dote principale, di contro, forse, induce anche ad una maggiore riluttanza rispetto all’impegno associativo, impegno che, invece, indubbiamente, richiede anche una certa dose di entusiasmo, direi quasi, per usare le parole di Giorgio Gaber, «di una spinta verso qualcosa di nuovo … di uno slancio, di un desiderio di cambiare le cose»[1]: aderire ad una “corrente” piuttosto che ad un’altra non è un’operazione neutra, poiché richiede la consapevolezza di operare una scelta quantomeno tra diversi modi di intendere l’essere “magistrato” e tra diverse “visioni” sul ruolo che la stessa Anm deve svolgere nei confronti del mondo esterno. Scegliere di aderire ad una “corrente” significa decidere da che parte stare, prendere posizione, schierarsi, e questa scelta di campo, se non si è mossi da un certo “entusiasmo” e dal desiderio di non limitare il proprio orizzonte al limite estremo della propria scrivania, può diventare una scelta difficile da compiere, dietro la quale si rischia di intravedere “cinicamente” più insidie che aspetti positivi.

Questa scelta richiede poi, per essere compiuta con la dovuta consapevolezza, uno sforzo di comprensione del fenomeno associativo: richiede, in altri termini, l’acquisizione di quelle informazioni di base per poter comprendere, ad esempio, il senso dell’esistenza di più associazioni e del perché non è bastevole la sola Anm; la specificità di ognuna di esse e le tematiche sulle quali ognuna di esse concentra la sua attenzione, e così via. E questa comprensione richiede un tempo che può essere più o meno lungo a seconda anche del Tribunale in cui si svolge il tirocinio, dei diversi input che da quel contesto si ricevono, nonché dei tutors che si incontrano lungo il cammino.   

Aderire ad un gruppo vuol dire, infine, molto banalmente, anche essere disposti a sacrificare, di tanto in tanto, un pomeriggio del proprio, già poco, tempo libero per partecipare ad un assemblea in cui può capitare di discutere di temi “alti”, come i diritti, ovvero di questioni che possono apparire di più “bassa cucina associativa” e che, invece, a ben vedere, stanno alla base del corretto funzionamento della Giustizia e, quindi, dell’effettività di quegli stessi diritti, come, ad esempio, l’organizzazione degli uffici.

In poche parole, fare, come suol dirsi, “vita associativa”, vuol dire “processare” il proprio modo di vedere la professione di magistrato, mettersi in discussione, cercare il confronto e, quando serve, mettere il proprio tempo e le proprie residue energie a disposizione di quella che evidentemente si considera una “giusta causa”.

Tutto questo richiede uno sforzo aggiuntivo a quello, già molto grande, che ogni magistrato di prima nomina deve affrontare per imparare ad essere un buon magistrato. E questo già da solo potrebbe spiegare il perché nei giovani magistrati - anagraficamente più grandi dei loro predecessori e, perciò solo, forse più saggiamente consapevoli dei propri limiti - si riscontra una certa ritrosia nei confronti dell’impegno associativo.

La “maggiore maturità” non è, però, certamente l’unica ragione della, almeno iniziale, “insensibilità” che i neo-magistrati mostrano nei confronti dell’associazionismo giudiziario.

Vi sono, infatti, a mio parere, almeno altre due cause di questo fenomeno: una che riguarda quella che possiamo definire la “sfera esterna” al mondo della magistratura e che ha a che fare con il “confronto/scontro” che si è sviluppato, negli ultimi vent’anni, tra il mondo della politica e quello della magistratura; l’altra, che attiene alla “sfera interna”, che riguarda, cioè, le dinamiche tutte interne al mondo della magistratura e soprattutto alle modalità di gestione del cd “autogoverno”.   

Quanto alla variabile “esogena”, non solo già molto si è detto e scritto negli ultimi anni, ma la stessa recente cronaca quotidiana propone ancora all’attenzione dell’opinione pubblica l’ormai trito e ritrito tema del “conflitto” tra politica e magistratura (che in realtà tale non è e non potrebbe mai essere visto il nostro assetto costituzionale, nel quale gli ambiti riservati al potere esecutivo e a quello giudiziario sono ben distinti e la “forza” dell’uno è volutamente bilanciata dalla “forza” dell’altro in un gioco di “pesi e contrappesi” che rappresenta il principale baluardo del nostro Stato democratico). Eviterò, pertanto, di soffermarmi sulla natura e sulle cause di tale fenomeno, rinviando sul tema ai “fiumi di inchiostro” già versati da chi, con molta maggiore cognizione di causa di me, lo ha raccontato e descritto. Mi limiterò, perciò, a svolgere qualche breve riflessione sul come e perché, a mio giudizio, questo dibattito (a volte artatamente distorto dai commentatori) sul tema dei rapporti tra “potere esecutivo” e “potere giudiziario” ha inciso sull’approccio sempre più “cauto” che i giovani magistrati hanno avuto nei confronti dell’associazionismo giudiziario.

Chi è entrato in magistratura negli ultimi quindici anni è figlio di un’epoca nella quale la politica, dopo la supplenza esercitata dalla magistratura nei suoi confronti non solo sul piano della legalità ma anche su quello dell’etica pubblica (il riferimento è ovviamente al fenomeno di “Mani pulite” che, soprattutto nei primi anni Novanta del secolo scorso, ha fatto venire allo scoperto le mille “Tangentopoli” d’Italia), ha cercato di recuperare terreno, dapprima mediante un rinnovamento, almeno di facciata, della classe dirigente del Paese - facilitato anche e soprattutto dalla necessità di colmare i vuoti lasciati da un sistema politico (quello della cd “Prima Repubblica”) che si era sgretolato sotto i colpi delle numerose inchieste giudiziarie - e poi - tradendo gli stessi presupposti sulla base dei quali i nuovi partiti erano riusciti a rimpiazzare la vecchia nomenclatura (in primis la lotta alla corruzione) - provando a ristabilire i rapporti di forza con il potere giudiziario, sulla base del mistificante presupposto che quello portato dalle Procure, con le indagini che iniziavano a riguardare anche i “volti nuovi” della “Seconda Repubblica”, fosse un attacco “politico”. Questa operazione si è tradotta in un tentativo di delegittimazione della magistratura che è stata accusata di agire per fini politici. A queste accuse, rivolte soprattutto a quella parte di magistrati che si riconosce in Magistratura democratica (i cui componenti si guadagnarono l’etichetta di “toghe rosse” e che più delle altre associazioni è stata percepita, per la sua matrice “progressista”, come il propulsore di un fantomatico progetto “golpista” volto a contrastare i progetti politici dei nuovi partiti democraticamente eletti), la magistratura, tutta, ha sempre risposto con la dovuta fermezza, ribadendo l’autonomia e l’indipendenza da ogni altro potere, con cui da sempre esercita il suo delicato e severo ruolo di garante del rispetto delle leggi.

Il fronte comune che l’intera magistratura ha fatto per contrastare ogni tentativo di “isolamento” di quei magistrati più esposti agli attacchi di una politica “debole”, e per questo più aggressiva nei confronti di una magistratura che veniva vista come un nemico da battere, ha certamente rappresentato uno dei momenti di maggiore forza dell’associazionismo giudiziario. Agli attacchi esterni l’unica risposta possibile non poteva che essere una forte coesione interna: emblematica fu la richiesta di iscrizione di numerosi magistrati italiani a Magistratura democratica all’indomani della richiesta dell’ex Ministro della giustizia, on. Cesare Previti, all’epoca dei fatti imputato di corruzione, di conoscere i nomi degli aderenti ad Md, quasi a voler redigere un sorta di lista di proscrizione[2].

Questo “scontro”, mai cercato ma subito dai magistrati italiani, ha, però, a lungo andare, assuefatto l’opinione pubblica, di cui facevano parte anche quei giovani poi divenuti magistrati negli ultimi dieci anni, al punto che, una volta entrati in magistratura, la loro comprensibile reazione è stata quella di “non volerne più sapere” di quel clima di conflittualità e di tenersi, perciò, il più possibile lontano da quelle realtà, le “correnti”, che, nell’immaginario collettivo, incarnavano ormai quella parte della magistratura che era stata trascinata sul terreno dello scontro con la parte peggiore della politica italiana e che, per ciò solo, aveva in qualche modo scalfito, suo malgrado, quell’aurea di “sacralità” da cui si pensa la magistratura debba essere avvolta. Le conseguenze peggiori di tale fenomeno le ha pagate proprio Magistratura democratica, scelta dalla propaganda politica come il capro espiatorio su cui far ricadere ogni colpa. Il vento per fortuna è cambiato e la storia ha reso giustizia dei torti subiti: basti pensare che nonostante tutti e tre i pubblici ministeri che, con l’inchiesta denominata “Mafia Capitale” (il cui processo ha preso avvio proprio in questi giorni) hanno “messo alla sbarra” un intero pezzo della politica capitolina, siano iscritti a Md o al Movimento per la giustizia, a nessuno è venuto in mente, per ciò solo, di mettere presuntivamente in discussione il loro operato, cercando di strumentalizzare la loro appartenenza alla parte più progressista della magistratura italiana. 

È anche questo, si spera, un segnale che il clima sta cambiando e che, prima o poi, le scorie dell’ultimo ventennio di attacchi (questi sì politici) alla magistratura, saranno il lontano e sbiadito ricordo di una democrazia ancora incompiuta. L’effetto di tutto ciò non potrà che essere positivo anche per quanto riguarda l’approccio che i futuri magistrati avranno nei confronti delle “correnti” in generale e di Md in particolare. 

Venendo, invece, ora a quella che ho definito la causa “endogena” della ritrosia che i magistrati di prima nomina, e negli ultimi tempi non solo loro, hanno dimostrato nei confronti delle “correnti”, essa va individuata senz’altro nella non sempre brillante prova di sé che le stesse hanno dato sul piano soprattutto della coerenza tra quanto professato pubblicamente e quanto praticato nel segreto delle stanze di Palazzo dei Marescialli, soprattutto sul tema delle nomine dei dirigenti degli uffici giudiziari, dei consiglieri di cassazione e dei componenti di uffici quali il Massimario.

A questo proposito mi torna alla mente la e-mail che il 22 marzo 2014, alla vigilia delle primarie per la scelta dei candidati di Area al Csm, il collega Giuseppe Cascini inviò sulla mailing-list «nuovarea» e che, molto probabilmente, gli valse la mancata elezione. In quella e-mail Cascini, con il suo solito stile diretto e che non lascia margine alcuno a qualunque tipo di compromesso al ribasso, denunciava i due mali di cui è affetto il governo autonomo della magistratura e che egli individuava nel correntismo e in quello che definiva il suo “figlio (in)naturale”, il localismo. Scriveva Cascini: «La percezione diffusa, nella magistratura e nel Paese, è che molte decisioni del Csm siano ispirate da logiche di appartenenza, di corrente o di territorio. Non mi pare utile in questa sede discutere in che misura tale percezione corrisponda alla realtà, in quanto essa è troppo diffusa e troppo radicata per poter essere frutto solo di un malinteso o di una generica demagogia antipolitica. E anche perché è una percezione che colpisce anche me, quando vedo nomine a “pacchett” approvate all’unanimità o ritardi nella copertura di posti direttivi chiaramente finalizzati al raggiungimento del numero magico di quattro. Mi pare più utile, e più interessante, riflettere sulle ragioni del fenomeno, cercare di esplorarne le cause e di individuare i possibili rimedi … In queste settimane, infatti, mi sono chiesto come sia possibile che magistrati seri, irreprensibili, persone di grande livello morale e culturale, giunti al Csm, finiscano per partecipare, più o meno consapevolmente, di tali logiche. Cosa sarebbe: una mutazione genetica legata alla istituzione? Un virus che alligna nel palazzo di Piazza Indipendenza? Oppure è una cosa che ci riguarda (e ci interroga) tutti?… Dobbiamo cioè domandarci quanto di quel virus ci sia anche dentro ognuno di noi e quanto ciò possa contribuire ad alimentare, negli elettori e negli eletti, una malintesa idea della rappresentanza». In quella stessa e-mail Giuseppe Cascini indicava anche quella che, secondo lui, è la strada da percorrere per sconfiggere il virus del correntismo: «anteporre l’interesse dell’Istituzione all’interesse degli aderenti al proprio gruppo e scegliere sempre le persone più adeguate per i posti a concorso, indipendentemente da ogni logica (o pregiudizio) di appartenenza, di territorio, oltre che da ogni pressione o sollecitazione che venga dalla base». In poche parole assumere il “merito” come unico criterio nella scelta del candidato più idoneo a ricoprire un posto direttivo o semi-direttivo, operazione che richiede evidentemente un cambiamento radicale, una rottura netta e visibile delle logiche correntizie.

In questi primi due anni in magistratura ho percepito con assoluta chiarezza che per le nuove leve della magistratura è proprio questo il terreno sul quale i gruppi associativi si giocano la loro credibilità. Sebbene, infatti, i giovani magistrati, quantomeno per motivi anagrafici, non siano interessati in modo diretto dalle nomine dei dirigenti degli uffici giudiziari non potendovi concorrere, tuttavia gli stessi sin da subito, nel rapportarsi con il dirigente dell’ufficio di prima destinazione (sia esso il procuratore o il presidente del Tribunale) hanno modo di cogliere l’importanza che la scelta dei dirigenti degli uffici riveste per il buon funzionamento degli uffici stessi e di conseguenza per il loro lavoro. Il superamento di logiche correntizie che mortificano il merito si impone, pertanto, come un imperativo categorico. In questa direzione sembra muoversi il nuovo «Testo unico sulla dirigenza giudiziaria»[3]. Si tratta adesso di vedere come dalle parole si passerà ai fatti, nella consapevolezza che su questo terreno le “correnti”si giocano la sfida più importante, perché la gestione corretta e trasparente dell’autogoverno è l’unica strada per ristabilire, su basi nuove, il dialogo con i giovani magistrati e per costruire un futuro credibile per tutta la magistratura.

Fascicolo 4/2015
Editoriale
di Renato Rodorf
Obiettivo 1
Il valore del dissenso
di Andrea Natale
di Roberto Zaccaria

In questo contributo, l’Autore enuclea una serie di sedi – istituzionali e sociali - nelle quali si pone il problema della tutela dell’opinione minoritaria, richiamando quale sia il fondamento costituzionale che impone la tutela del dissenso e quali siano i limiti costituzionalmente accettabili che possono essere posti al suo esercizio. Il contributo registra poi la tendenza a comprimere sempre più nei processi decisionali delle istituzioni lo spazio di espressione del dissenso (a vantaggio della governabilità); con il rischio però di rendere la democrazia sempre meno contendibile. Nel contributo si prende poi in esame (con preoccupata attenzione) quanto le recenti riforme (elettorale, costituzionale, del sistema di governance della Rai) rischino di marginalizzare sempre più chi è fuori dalle maggioranze consolidate.

di Massimo Villone

In questo contributo, l’Autore ragiona sulle recenti trasformazioni della vita parlamentare e di quella all’interno dei partiti; l’Autore rileva dunque – da una pluralità di elementi – che, anche nelle istituzioni rappresentative, abitate da parlamentari eletti senza vincolo di mandato, sempre più si tende a tacitare chi non aderisce “perfettamente” alla linea dettata dalle leadership parlamentari o di partito o chi – dai banchi dell’opposizione (o da quelli di una maggioranza “critica”) tenta di emendare disegni di riforma proposti dal Governo. E così il dissenso spesso viene soffocato con la sostituzione di membri di una commissione parlamentare, proliferare di questioni di fiducia (poste anche su temi che riguardano “le regole del gioco”), proposizione di maxi-emendamenti (sino al caso del «maxi-canguro») che hanno l’effetto di far decadere tutti gli altri (tra i quali, spesso, quelli “scomodi”).

di Umberto Romagnoli

Gli interessi del datore di lavoro e quelli del lavoratore non sempre coincidono e – nel rapporto di lavoro – esiste una parte forte e una categoria sottoprotetta. In questo contributo, l’Autore segue la traiettoria del diritto del lavoro, dalla legislazione corporativa alle speranze indotte dalla Carta costituzionale, sino alla constatazione del fatto che, oggi, tornano a prevalere le logiche economiche. E qui si innesta una riflessione sul senso profondo di una disciplina – quella del diritto del lavoro – che sempre più sembra faticare a trovare una propria missione. Per adempiere alla sua funzione di garanzia, il diritto del lavoro deve godere di consenso nella società, nelle istituzioni e nell’accademia. Ma una società sempre più stretta dalla crisi, un’accademia sempre meno incline a riconoscere la speciale autonomia del diritto del lavoro non sembrano in grado di garantire questa base di consenso. Per dirla con l’Autore, sembra che «il lavoro abbia potuto rompere un millenario silenzio a condizione di metabolizzare il divieto di non alzare troppo la voce».

di Marco Pelissero

In questo contributo, l’Autore mette in evidenza come – al di là delle declamazioni di principio – l’art. 21 Cost. e la tutela che esso offre alla libertà di espressione possa essere messo seriamente in discussione dallo strumento penale; l’Autore constata, anzitutto, come la categoria dei reati di opinione attinga a criteri valutativi pregiuridici, tanto nella definizione dei suoi confini, quanto nella sua pratica applicazione; l’Autore registra poi – come un dato di fatto – la sostanziale continuità riscontrabile tra l’assetto ereditato dal regime fascista e norme sul controllo penale del dissenso vigenti in epoca repubblicana. L’Autore passa poi in rassegna una serie di fattispecie che, tuttora, criminalizzano la manifestazione di pensieri “scomodi”, interrogandosi – per ciascuna – se esse si fondino su una necessità costituzionale di repressione penale o se, viceversa, si possa rinunziare in una democrazia matura - almeno per alcune incriminazioni - allo strumento penale.

di Elisabetta Grande

Il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero fa parte del DNA delle istituzioni statunitensi, ricevendo esplicita protezione sin dal 1791. Tuttavia – osserva l’Autrice in questo contributo – occorre considerare che, ove non ne venga garantita l’effettività, la proclamazione di un diritto può rivestire una funzione puramente retorica e, dunque, di dubbia concludenza. E, così, in questo contributo, si passano in rassegna tanto le decisioni della Corte Suprema che hanno effettivamente garantito un ampio spazio all’espressione del dissenso, quanto le decisioni che, con diversi strumenti interpretativi, hanno infine compresso la formazione ed espressione di opinioni minoritarie. E l’Autrice ci consegna questa riflessione attraverso una lettura degli orientamenti giurisprudenziali condotta in parallelo con gli eventi della storia.

di Silvia Niccolai

Dei pregi e dei difetti immediati che deriverebbero dall’introduzione nel nostro ordinamento della dissenting opinion si è già detto molto (soprattutto con riferimento alla giurisprudenza costituzionale). In questo contributo, l’Autrice – prendendo come un dato di fatto il mancato ricorso a tale strumento nelle nostre istituzioni – ragiona sulle ragioni culturali profonde di tale ritrosia. Ripercorrendo allora vari filoni di pensiero (storico-comparatistico e costituzionalistico), l’Autrice giunge ad ipotizzare che – dietro la scelta (o non scelta) di non introdurre nel nostro sistema la dissenting opinion – si celi una precisa visione dei rapporti tra legge e diritto (con il prevalere di una visione imperativistica e esclusivamente legalistica del diritto) e della stessa funzione del giudice (anche costituzionale): mero esecutore della legge o creatore (con il legislatore) del diritto; non senza notare, però, che il dissenso nella pratica giudiziaria sarebbe coerente con la nostra esperienza storica e potrebbe dare un importante contributo ad una istanza di garanzia coessenziale alla giustizia (l’arginare i possibili abusi degli organi di governo).

di Daniela Piana e Leonardo Morlino

In questo contributo, gli Autori inquadrano prima da un punto di vista teorico il valore del dissenso all’interno della teoria democratica; passano poi ad indagare quali siano gli effetti benefici del pluralismo e del conflitto inter-istituzionale e intra-istituzionale, soffermandosi poi ad indagare sulle dinamiche di conflitto che coinvolgono l’istituzione giudiziaria (rispetto ad altre istituzioni) e su quelle che si verificano all’interno di questa istituzione.

Il contributo si chiude rilevando un apparente paradosso: il dissenso – pur espletando un’importante funzione di autocorrezione e auto-mutamento all’interno del regime democratico – rischia, ove esasperati i momenti di conflittualità, di comportare dei costi sul piano della stessa legittimazione delle istituzioni (e sulla fiducia che, in esse, i cittadini ripongono, come forse avvenuto nel caso del calo di fiducia nella magistratura).

di Giovanni Palombarini e Gianfranco Viglietta

In questo contributo, gli Autori ripercorrono l’esperienza di Magistratura democratica e ricordano come – tra i suoi elementi fondativi – vi sia stata la scelta di campo in favore di un garantismo di impronta liberaldemocratica e una caparbia attenzione alla tutela della manifestazione del pensiero.

Da qui – in un affresco di quella difficile stagione – gli Autori muovono per ricordare le nette prese di posizione di Magistratura democratica contro alcune iniziative giudiziarie che comprimevano tale libertà, l’impegno di Magistratura democratica per l’abrogazione dei reati di opinione e il prezzo che i suoi aderenti dovettero pagare.

Gli Autori concludono il loro contributo registrando – come un dato di fatto – il diverso atteggiamento che Magistratura democratica ha recentemente assunto in relazione a procedimenti penali scaturiti a seguito della manifestazione di un pensiero.

Obiettivo 2
Il punto sul processo civile
di Luca Minniti
di Remo Caponi

L’Autore richiamati i tratti essenziali del processo ordinario di cognizione e puntualizzati gli elementi distintivi che differenziano i modelli di processo ordinario di cognizione adottati nei diversi Paesi, evidenzia che la tendenza prevalente a livello europeo promuove una disciplina elastica del processo a cognizione piena, che affida lo svolgimento alle determinazioni discrezionali del giudice nel caso concreto. In questa direzione l’Autore mette in rilievo il portato della recente introduzione dell’art. 183 bis cpc (convertibilità in sommario del rito ordinario) e saluta con favore l’annunciata modifica della fase introduttiva che a suo avviso marcia nella direzione della valorizzazione della udienza principale.

In conclusione l’Autore rappresenta problematicamente la discrasia tra obiettivi perseguiti dal disegno di legge delega del Governo e strumenti proposti.

di Elena Riva Crugnola

L’autore nella prima parte del suo intervento tratta le questioni concernenti il modello e la struttura del processo di cognizione ordinario e rileva che in ordine al processo di cognizione di primo grado il principio/criterio direttivo contenuto nella delega è generico e tale da non consentire alcuna ragionevole previsione circa il contenuto delle future norme delegate, ricavabile solo dalla lettura della relazione. Nel merito delle scelte operate dalla relazione (e non dal ddl) nega decisamente che ci si possa attendere alcuna “accelerazione evidente” dei tempi processuali in dipendenza delle modifiche proposte. Ed in ciò richiama l’esperienza, rimossa dal legislatore, del cd rito societario di cui al dlgs n. 5/2003. Secondo l’autore lo scambio di atti difensivi, anticipati rispetto alla comparizione dei difensori avanti al giudice è inefficiente costoso ed inutile. Ma segnala che tutta l’impostazione della Relazione al ddl dimostra la sua lontananza dalle aule giudiziarie di primo grado, appare volta a consolidare le prassi meno efficaci in termini di tempi complessivi di definizione, enfatizzando una trattazione scritta “anticipata” e “obbligata”, trascurando il pregio di una conduzione della trattazione orientata alla formazione progressiva della decisione, nel dialogo tra parti e giudice.

Nella seconda parte invece, ove la delega ha un contenuto effettivo, Riva Crugnola analizza nel dettaglio le proposte di modifica della disciplina del Tribunale delle imprese e alcune sue criticità in relazione alle quali formula puntuali osservazioni anche propositive.

di Annamaria Casadonte

Il disegno di legge di delega presentato dal Governo presentato l’11.3.2015 prevede l’istituzione presso i tribunali ordinari della sezione specializzata per la famiglia e la persona, cui vengono accorpate una serie di competenze già devolute al tribunale ordinario in materia di stato, capacità delle persone, separazione, divorzio, figli nati fuori dal matrimonio, procedimenti di competenza del giudice tutelare e quelli di cui all’art. 38 disp att cc non di competenza del tribunale per i minorenni, secondo la modifica restrittiva che viene pure prevista dalla delega.

La delega opta per il mantenimento delle competenze civili in capo al tribunale per i minorenni, con particolare riguardo alla materia del pregiudizio del minore (artt.330 e 333 cc, quest’ultimo al di fuori dei casi trattati avanti al tribunale ordinario).

La soluzione va a discapito del principio di concentrazione delle tutele e non appare idonea a realizzare la ratio di un processo comprensibile e spedito, che pure il legislatore delegante si prefigge.

di Domenico Dalfino

Nel corso degli ultimi decenni, a fronte della perdurante crisi della giustizia civile, definitivamente accantonate le tesi “iconoclastiche” favorevoli alla soppressione dell’appello, i dubbi degli interpreti si sono polarizzati sull’adesione al modello della revisio prioris instantiae o a quello del novum iudicium, sebbene il sistema vigente e il «diritto vivente» propendano evidentemente per il primo, mentre taluni recenti progetti di riforma puntano a trasformarlo in una sorta di azione di impugnativa. A ben vedere, se un secondo grado totalmente chiuso ai nova sembra inidoneo a perseguire la giustizia della decisione, non va neppure assolutizzata la questione dell’inquadramento nell’uno o nell’altro modello d’impugnazione, giacché l’efficienza del giudizio dipende principalmente dalla virtuosa organizzazione degli uffici e dall’adeguata allocazione delle risorse.

di Giulio Cataldi

L'Autore sottolinea da una parte come sarebbe stato necessario, prima di proporre una nuova modifica del giudizio di appello, verificare in concreto come la riforma del 2012 stia incidendo sul complessivo andamento dei giudizi in appello con attenzione alle differenti prassi adottate nelle Corti.

Dall'altra evidenzia la problematicità di una ulteriore chiusura di spazi di rivisitazione del materiale esaminato in primo grado e della soppressione dell’inammissibilità per improbabilità di accoglimento dell’appello.

di Piero Curzio

La crisi del giudizio di cassazione ha origine nell’eccessivo numero di ricorsi. Deve essere affrontata partendo da scelte che conducano la Corte ad essere solo giudice di legittimità, il cui compito è quell’unificazione dell’interpretazione senza la quale il principio di uguaglianza viene leso proprio nella sede più delicata costituita dall’applicazione giurisprudenziale delle norme. A tal fine è necessario che il ricorso per cassazione sia proponibile solo per violazione di legge, come sancito dalla Costituzione, senza ampliamenti, o, quanto meno, è necessario che il legislatore non contraddica con nuovi interventi estensivi le scelte in senso restrittivo fatte solo pochi anni fa. Ma è poi assolutamente indispensabile l’adozione di misure “non legislative”, strutturali ed organizzative, sostenute con investimenti seri in termini di risorse umane ed economiche.

di Giorgio Costantino

Si riferisce dello stato delle proposte di legge pendenti in Parlamento. Si dà conto della successione delle riforme del procedimento di legittimità. Si indicano le soluzioni accolte dalla Corte sulle più recenti riforme. Si auspica un improbabile intervento di razionalizzazione della disciplina processuale e si ricorda il potere di autoregolazione delle corti supreme. Si conclude segnalando i limiti e le conseguenze di una modifica della Costituzione in funzione di una restrizione dell’accesso alla Corte.

di Francesco Vigorito

Negli ultimi venti anni vi è stata ad una profonda trasformazione della disciplina dell’esecuzione forzata civile nel tentativo, che finora ha portato a risultati limitati, di portare il sistema italiano più vicino ai modelli esteri per tempi ed efficacia dei procedimenti. L’esigenza è nata dalla considerazione che il sistema del recupero dei crediti costituisce un parametro importante per l’intera economia del Paese; il ritardo in questo settore comporta, quindi, un grave danno in termini macroeconomici. Le molteplici riforme di questi anni hanno riguardato tutti i settori del processo esecutivo: basta scorrere il libro terzo del codice di procedura civile per rilevare che tutti gli istituti generali e la gran parte dei procedimenti esecutivi sono stati modificati. Non tutte le riforme sono state efficaci né tecnicamente impeccabili e, tuttavia, sarebbe opportuna una fase di applicazione pratica della nuova disciplina prima di pensare ad ulteriori interventi normativi. Resta, per un verso, l’esigenza di effettuare qualche intervento, anche urgente, su norme di dettaglio allo scopo di eliminare alcune contraddizioni esistenti nella normativa e di correggere disposizioni che comportano, tra l’altro, pesanti aggravi per la finanza pubblica e, per altro verso, di iniziare ad esplorare la possibilità di interventi di sistema che ridefiniscano l’ambito delle esecuzioni mobiliari e, per le esecuzioni immobiliari, prevedano, una volta accertato il disinteresse del mercato per l’immobile, modalità nuove di liquidazione dei beni.

di Bruno Capponi

Lo scritto esamina con sguardo d’insieme le riforme del processo esecutivo dalla metà degli anni ’80 ad oggi. Gli strumenti sono cambiati in corso d’opera: dalla legge ordinaria al decreto-legge sino alla legge di stabilità, con la conseguenza di aver consegnato nelle mani di pochi, fuori da qualsiasi controllo, la funzione di creazione di nuovo diritto. Il più grave e iterativo incidente di percorso è stato quello dell’espropriazione presso terzi, in cui sono stati importati istituti propri della cognizione (come il principio di non contestazione) che hanno, da un lato, reso impropriamente il terzo una parte dell’esecuzione e, dall’altro lato, costruito un modello all’esito del quale può risultare non identificato l’oggetto stesso del pignoramento. La rincorsa della competitività, della crescita economica, dell’efficienza nella realizzazione del credito ha fatto del giudice dell’esecuzione una sorta di indice istituzionale del Doing Business: col rischio che venga meno la sua posizione di terzietà, perché compito del giudice non è di sostenere la crescita economica del Paese ma far osservare in un processo di parti, qual è anche quello di esecuzione forzata, i principi di giustizia di derivazione costituzionale e anche comunitaria. Ulteriore rischio è quello del trasferimento fuori della giurisdizione di attività dell’esecuzione sempre più vaste: se la crescita economica dipende dalla tutela esecutiva del credito, presto verranno poste sul tappeto forme di autotutela che della massima efficienza – ma a detrimento delle garanzie del processo – faranno il loro segno distintivo.

di Angelo Danilo De Santis

L’applicazione pratica dell’insieme di regole costituenti l’apparato del processo civile telematico ha fatto emergere molte criticità, in parte preconizzate da quanti hanno assistito alla fase di gestazione del disomogeneo e complicato sistema della fonti. Nonostante le perplessità degli operatori del diritto e le resistenze a quello che non sempre viene percepito come un’occasione di miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e di incremento di efficienza della giustizia, il Pct assurge a modello di riferimento anche per il processo amministrativo, tributario, contabile e, in parte, penale. L’ennesima riforma del processo civile, attualmente al vaglio delle commissioni parlamentari, reca con sé il germe di una rifondazione del sistema da compiersi nella consapevolezza che si tratta di un’occasione da non perdere.

di Pasquale Liccardo

L’individuazione delle possibili linee di sviluppo del processo telematico sia esso civile che penale, deve necessariamente muovere da una ricognizione della sua storia recente, dello stato attuale dei sistemi realizzati ed in corso di realizzazione, evidenziando l’intreccio realizzato tra norma, tecnologie ed istituzioni della giuridicità.

Le attività in corso sono state oggetto di analitica esposizione nelle sedi istituzionali Qui si cercherà uno sguardo di insieme.

La difficoltà registrata dalle istituzioni della giuridicità nel terzo millennio nella loro relazione con il concreto non è episodica ma riflette la condizione stessa della modernità declinante ormai incapace di manifestare nella legge la propria ragione ordinante e giustificatrice del mondo: si è interrotto il meccanismo di traduzione nella norma di concetti, di universi simbolici, di idee che hanno connotato per lungo tempo il processo di giuridificazione del concreto, sempre più lontano dalla norma statale per essere retto da regole prodotte dall’economia globalizzata, dal pragmatismo delle relazioni di forza, dallo specialismo delle tecniche contrattuali prive di ogni aspirazione valoriale: l’eccedenza del mondo dal diritto non può essere colmata dalle sole tecnologie ma semmai per il loro tramite letta.

Obiettivo 3
Associazionismo giudiziario
di Carlo De Chiara
di Luigi Ferrajoli

L’associazionismo giudiziario è stato un potente fattore di cambiamento e di democratizzazione della magistratura, secondo il disegno del Costituente: all’interno di essa, con il superamento della gerarchia e l’affermazione dell’eguaglianza di tutti i magistrati, distinti soltanto per le loro funzioni, e, all’esterno, con l’impegno civile dei magistrati per l’inveramento dei valori costituzionali, in cui si è specialmente distinta Magistratura democratica. La quale deve sapersi liberare con decisione della minaccia all’uguaglianza, e quindi all’indipendenza interna, costituita dalle varie forme di riemergente carrierismo, che non l’hanno risparmiata, e deve svolgere il suo ruolo storico di contrasto dei plurimi rischi di involuzione della magistratura: da quello burocratico, a quello “bellicista”, a quello neocorporativo.

di Giuseppe Cascini

Le ragioni della crisi attuale di Magistratura democratica, iscritte nella crisi dell’associazionismo giudiziario in generale, possono essere ricercate nella difficoltà di definire un modo “diverso” di gestire il potere, oggi affidato anche a suoi esponenti all’interno degli uffici giudiziari, ma anche in altre ragioni che riguardano la magistratura in generale: la declinazione dell’uguaglianza interna come disattenzione alla professionalità e all’efficienza del servizio reso ai cittadini; l’attacco violento della politica e il patto consociativo-corporativo di riflesso scattato all’interno della magistratura; l’aggravarsi quantitativo e qualitativo delle condizioni di lavoro e il fallimento dei tentativi di rispondere efficacemente all’attenzione sempre maggiore dell’opinione pubblica al problema dei tempi della giustizia; la riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006, il cui risultato è stata l’accentuazione degli aspetti deteriori della magistratura italiana (carrierismo, gerarchia interna, conformismo, clientelismo).

Compito di Md e di Area, per superare la crisi, è elaborare un progetto per ricostruire un modello di magistratura democratico, partecipato, aperto, ma allo stesso tempo non corporativo e sensibile ai diritti degli utenti e alla qualità del servizio reso: un progetto che preveda, per cominciare, l’abolizione dei pareri dei capi degli uffici e dei giudizi sulle valutazioni di professionalità (inutili in sé e fonte indiretta di conformismo e infeudamento) e la realizzazione di una effettiva temporaneità negli incarichi direttivi.

di Lionello Mancini

Che le correnti della magistratura politicizzino la giurisdizione, torcendo le inchieste o i processi verso obiettivi di parte, è un falso diffuso ad arte dagli ambienti politici e dalla stampa soprattutto (ma non esclusivamente) di centrodestra.

Altri sono, invece, e più gravi, i guasti del “correntismo” della magistratura: le pure logiche di spartizione del potere, che affondano le radici nella fragilità culturale di tutti i gruppi, intralciano il percorso di miglioramento del servizio giustizia, e l’autoreferenzialità della “casta” alimenta la questione morale.

di Enrico Manzon

In vista delle elezioni per il Comitato direttico centrale dell’Anm del prossimo anno, ragionare sulle prospettive dell’associazionismo giudiziario e sul ruolo di Area all’interno di esso implica una precisa, attualizzata analisi dello “stato” della magistratura italiana. Che è cambiata nel profondo e non sempre in meglio. Non comprendere a fondo la “cifra” di questo mutamento e, allo stesso tempo, non fare una calibrata, costruttiva autocritica, può comportare seri problemi ed altrettanto gravi danni per un indirizzo di politica associativa coerente con i nostri principi ed i nostri valori, quali “ereditati” da Md e dal Movimento per la giustizia, ora transitati in Area. Molti magistrati, giovani e meno giovani, continuano a guardare con rispetto ed attenzione alla tradizione migliore dell’Anm, della quale quei principi e quei valori sono parte essenziale, ma chiedono alla nostra Associazione un “cambio di passo”. La tesi è dunque che Area abbia prospetticamente le maggiori e migliori chance per tenere insieme nell’azione associativa l’ interesse dei magistrati/della magistratura con le aspettative della collettività nazionale all’efficienza ed alla qualità del servizio giudiziario. Il corollario è che ciò sia doverosamente praticabile negli assetti associativi che verranno. La condizione predicata è che si mettano in campo idee nuove e che si facciamo scelte adeguate al tempo presente, ma soprattutto a quello futuro. Senza incertezze, con coraggio.

di Rocco Gustavo Maruotti

I magistrati più giovani, se avvertono normalmente il richiamo dell’Anm, vista come “casa comune” e autorevole riferimento identitario, altrettanto normalmente rifuggono, invece, dall’impegno nelle “correnti” che animano l’Associazione. Le ragioni spaziano dalla maggiore maturità delle nuove leve della magistratura (che, per le modalità del concorso, vi approdano in genere a un’età più avanzata rispetto al passato), che induce a scelte mediate e consapevoli, piuttosto che a giovanili entusiasmi; al coinvolgimento delle correnti nel conflitto con la politica, visto come un appannamento, comunque, della “sacralità” della funzione giudiziaria. Ma, soprattutto, ciò che allontana i magistrati più giovani dalle correnti è il malcostume cui esse si sono abbandonate nella gestione del potere di autogoverno, anzitutto nelle nomine a uffici direttivi o altrimenti prestigiosi.

di Tommaso Giovannetti

C’è una parola che descrive bene il rapporto tra il magistrato ordinario in tirocinio e tutto ciò che riguarda l’ordinamento giudiziario, il mondo dell’associazionismo ed il fenomeno delle correnti: distanza.

Distanza da alcuni poi coltivata come un bene da preservare; da altri vista come un vuoto da colmare; da altri ancora vissuta con sostanziale indifferenza. Generale è, comunque, nei nuovi magistrati il genuino desiderio di imparare e di formarsi professionalmente, sia pure con attenzione quasi esclusiva agli aspetti tecnico-giuridici della formazione e con assai scarso interesse per le implicazioni del quadro ordinamentale in cui il magistrato si colloca.

Per sollecitare il loro interesse su quest’ultimo versante, potrebbe essere preziosa la partecipazione ai momenti di discussione che si svolgono nell’ambito dei gruppi associativi, come l’autore ha avuto modo di sperimentare di persona avvicinandosi a uno di essi.

di Valerio Savio

L’enorme rilievo delle elezioni per il CdC – Sullo sfondo del dilemma culturale di sempre “magistrati o funzionari?”, l’Anm ad un bivio storico: sposare o rifiutare la deriva neocorporativa. Il rischio che le spinte neo-corporative si saldino con le aspettative di larga parte delle forze politiche ad un ridimensionamento del protagonismo politico-istituzionale della magistratura. L’idea di giurisdizione che dobbiamo combattere. Gli impraticabili “carichi esigibili”: incompatibili con l’idea stessa di giurisdizione quale potere costituzionale inerente la sovranità dello Stato, volano e simbolo della resa senza condizioni alla definitiva burocratizzazione della magistratura, leva su cui fondare la mutazione genetica della natura e della funzione dell’Anm. Per Area l’esigenza identitaria di non confondere la sua proposta con nulla che li richiami. Le linee di un programma che rifiutando il neocorporativismo e mantenendo il profilo “storico” dell’associazionismo nella difesa degli assetti costituzionali della giurisdizione accetti la sfida di una Anm impegnata con forza sulle condizioni di lavoro così come sulla questione morale e sull’autoriforma del governo autonomo. Per Area in Anm, tre linee guida: operare in primo luogo per restare al governo dell’Associazione cercando la più ampia convergenza possibile, mediare ma senza compromessi con il corporativismo, rivendicare il valore storico, per la giurisdizione, di ciò che si è fatto nell’alleanza con UpC. La composizione della lista. La natura e la gravosità dell’impegno del singolo in CdC ed in Gec.

di Antonella Meniconi

L’associazionismo giudiziario ha avuto, fin dal 1909, un ruolo importante nella storia della magistratura italiana con la fondazione dell’Agmi, ma non si è trattato, da subito, di un percorso facile. Nel 1925, con “l’autoscioglimento” dell’Associazione, i suoi dirigenti furono espulsi dal corpo giudiziario e solo al termine della guerra, nel 1945, si potette ricostituire l’Anm.

Pesavano, però, sul nuovo soggetto non solo l’eredità virtuosa della partecipazione di molti alla Resistenza, ma anche l’intrinseco rapporto che altri, in specie alti magistrati, avevano intrattenuto con il regime fascista.

La lenta attuazione della Costituzione, con l’istituzione solo nel 1958 del Csm, nascose, in realtà, anche nella magistratura, una lotta sorda tra “innovatori” e “conservatori”. Solo negli anni Sessanta, l’entrata in ruolo di una nuova generazione favorì anche l’inveramento dei valori costituzionali.

È precisamente in questa chiave che ancora oggi il ruolo del magistrato e il suo impegno nelle correnti giudiziarie può avere un ruolo “politico”, ovvero costituzionale.

Cronache americane
di Luigi Marini

Le complessità proprie del riconoscimento e della tutela dei diritti conoscono a livello sovrannazionale un moltiplicatore che risente anche delle differenze di luoghi e tempi che segnano i processi decisionali. Il rapporto fra Assemblea generale e organi ausiliari e i gradi di rilevanza autonoma di questi ultimi rispetto ai compiti di indirizzo e di consolidamento della prima costituiscono fattori importanti allorché si esaminano le Nazioni Unite quale entità che opera per la promozione dei diritti e della pace. Una prima lettura dei percorsi decisionali e della molteplicità degli attori istituzionali può aiutare a introdurre un tema meritevole di ulteriori analisi.

ARCHIVIO
Fascicolo 2/2018
L'ospite straniero.
La protezione internazionale
nel sistema multilivello di tutela
dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali