Rivista trimestrale
Fascicolo 1/2016
Formazione iniziale

La formazione iniziale vista da un giovane magistrato

di Matteo Marini

Il tirocinio iniziale rappresenta un’occasione irripetibile per i giovani che, raggiunto un traguardo tanto agognato, affilano le armi prima di entrare nell’agone della giurisdizione. Fondamentale è, in questo periodo – che l’autore non esita a definire magico – saper cogliere l’essenza del bisogno formativo, da soddisfare nell’esclusivo interesse dei destinatari, privilegiando un approccio pratico-casistico e senza indulgere nella reiterazione di schemi più consoni agli ambienti accademici.

Una efficace azione formativa rifugge dal conformismo interpretativo o dalla necessaria individuazione di soluzioni universalmente condivise per privilegiare, invece, l’abitudine alla riflessione critica ed al franco confronto dialettico.

Il magistrato che la Scuola deve concorrere a forgiare coniuga l’attenzione alla intelligente ed equilibrata gestione del ruolo ed ai concreti e quotidiani profili applicativi con la tendenziale adesione ad uno dei modelli che la storia giudiziaria ci ha consegnato, efficace rimedio contro il pericolo di confinare l’esercizio della giurisdizione in una prospettiva di mero tecnicismo e, nondimeno, breve respiro.

Premessa

Non sono capace di scrivere fiumi di parole; il mio pensiero, al massimo, si struttura in capitoletti nei quali mettere nero su bianco le riflessioni sulla formazione iniziale che ho maturato nel periodo del tirocinio e che sto cercando di mettere meglio a fuoco nel corso della attività giurisdizionale.

Ovviamente, sono opinioni personali ma che spero possano, anche se non condivise, sollecitare il dibattito. Se così sarà, sarei di già molto contento.

La magia del periodo del tirocinio

Il periodo del tirocinio costituisce per tutti i nuovi magistrati un periodo magico: dopo l’abbuffata di nozioni, sentenze, articoli per la preparazione del concorso, i patemi d’animo per quella sentenza (che conoscevo, ma poi me la sono dimenticata...), la contentezza per essere in quella lista, insomma, dopo tutto questo, si apre un momento, unico nella vita di ogni magistrato, in cui si è sostanzialmente pagati per lo studio (una sorta di risarcimento, forse, per tutti gli anni in cui lo studio avveniva gratis et gratia Dei); tra l’altro (il che costituisce la principale fortuna), senza che nessuno ti metta troppa pressione e con molto tempo a disposizione per approfondire le tematiche che gli affidatari di volta in volta ci pongono.

In questo contesto, parlare di formazione potrebbe risultare superfluo, dato l’alto numero di dati immagazzinati e metabolizzati per la preparazione ad un concorso che, in genere, impone uno studio che va oltre il mero sforzo di acquisizione di nozioni istituzionali, privilegiando il loro confronto con specifiche problematiche emerse nella pratica.

Dunque, si potrebbe dire che così formati non si sia mai stati (e, ahinoi, forse non lo si sarà mai più).

Occorre quindi domandarsi quali possano essere i bisogni cui la formazione centrale (ed, oggi, quella della Scuola) deve rispondere.

I veri bisogni formativi dei Mot (e dei magistrati in genere)

La formazione iniziale (ma anche quella successiva) dovrebbe fornire gli strumenti operativi per padroneggiare le principali questioni che possano presentarsi nella futura attività giurisdizionale. Per fare un esempio: credo non interessi poi così tanto che l’ennesimo professore ci dica che cosa sia il possesso o il dolo eventuale, mentre maggiore interesse desterebbe l’analisi delle modalità di riconoscimento dell’uno e dell’altro, perché solo in questo modo riusciremmo a capire – in tempi brevi come questa frenesia efficientistica ormai impone (forse a scapito della qualità) ed anche con pochi elementi di fatto forniti dalle parti – che strada è destinato a prendere il giudizio.

Nella mia esperienza (dm del 2010), ricordo con piacere e gratitudine due colleghi relatori nel periodo della formazione centrale: uno incentrò tutta una lezione sulle notifiche in sede civile, portandoci esempi tratti dalla pratica quotidiana, e l’altro, in una chiarissima relazione, ci illustrò le principali tematiche sulle nullità in sede penale.

Quelle relazioni sono ancora nel mio cassetto, sempre pronte per saltare fuori nel caso in cui avessi qualche dubbio.

Quale metodologia per la formazione?

Altra questione è la metodologia.

Parafrasando le parole di un noto cantante, si potrebbe dire che «le lezioni frontali hanno fatto il loro tempo». Dopo otto ore di lezioni così strutturate, i caduti si contano a centinaia. Nessun dubbio sul risultato finale.

Uno strumento alternativo potrebbero essere le slides: in questo modo l’uditorio ha maggiore agio nel seguire il ragionamento del relatore, sempre che si abbia cura di evitare di inserire nella slide la relazione stessa, pena la sostanziale riproposizione della metodologia frontale sotto mentite spoglie.

Sarebbe molto più utile per l’uditorio che la presentazione fosse sviluppata per punti problematici e con l’enucleazione, per ognuno di essi, delle diverse soluzioni interpretative sostenute dalla dottrina e dalla giurisprudenza e, se possibile, alla luce del vaglio critico del relatore. L’effetto sarà sicuramente utile: il magistrato in tirocinio potrà, una volta al lavoro, già conoscere le tesi che si incontrano (e scontrano) in giurisprudenza ed in dottrina e, così, motivatamente prendere la propria posizione.

Se la formazione è un servizio, dovrebbero essere evitare scene imbarazzanti in cui professori universitari tentano di convincere i magistrati relatori, specie se provenienti dai ranghi della Cassazione, della bontà della loro tesi: un monologo, questo, che, al massimo, é utile all’autore, mentre per l’uditorio la distrazione (od un pisolino innocuo) costituisce difesa legittima, proporzionata e non violenta.

La citazione delle sentenze della Cassazione, ovvero il gioco della morra

Altra questione che, a mio avviso, merita attenzione attiene alla parossistica attenzione che, in taluni casi, si pone alla citazione delle sentenze della Corte di cassazione: il dibattito, in tali frangenti, si esaurisce in una lotta di numeri tra infinite sentenze della Suprema corte, non sorprendendosi certo nessuno del fatto, che da qualche parte, a ben vedere, ci sarà una sentenza che ne contraddice altre mille.

È forse banale ricordarlo, ma capita spesso che, rispetto ad un determinato problema, siano espresse posizioni differenti, tutte pienamente legittime e ragionevoli: l’essenziale non è chi lo ha detto e quando, ma, piuttosto, che cosa si è detto e quale ragionamento vi sia alle spalle.

Il rischio è che, altrimenti, tutto si riduca ad uno scontro di numeri che termina solo se, come nel gioco della morra, i contendenti si ritrovino a citare lo stesso numero di sentenza (salvo il rischio che essa abbia anche un terzo significato).

A mio modestissimo parere, la citazione delle sentenze della Cassazione, sempre comode, non può essere finalizzata a se stessa e dovrebbe, piuttosto, servire ad identificare i filoni della giurisprudenza su cui aprire un effettivo dibattito, specie se il relatore, con arguzia, è capace di segnalarti gli eventuali punti deboli di una o dell’altra pronunzia.

Allora, davvero, si potrà uscire dal convegno arricchiti: magari verrà sostenuta la tesi poi rivelatasi minoritaria ma, almeno, si sbaglierà, come diceva il solito cantante, «da professionisti», ovvero dopo avere argomentato la tesi (poi rivelatasi momentaneamente errata) in maniera onesta, umile e trasparente.

I trucchi del mestiere: ovvero come difendersi da se stessi, dagli avvocati e dalla Cancelleria

«Tribunale di Reggio Emilia, verbale dell’udienza del 27 aprile 2015. Davanti al giudice dott. Marini sono comparsi l’avv. X e l’avv. Y. Il giudice invita le parti a precisare le conclusioni. L’avv. X precisa come da atto di citazione e l’avv. Y come da comparsa. Le parti chiedono la concessione dei termini ex art. 190 cpc. Il giudice trattiene la causa a decisione ed assegna i termini di cui all’art. 190 cpc.».

Ottimo: il 15 agosto scadono i termini dei trenta giorni per il deposito della sentenza. Spiegalo poi alla fidanzata che devi tornare in Ufficio (ammesso che la beva).

Sono errori che si fanno una volta sola, la seconda te lo ricordi.

Però, nessuno mai ha richiamato la tua attenzione sulla necessità di calibrare la tua agenda per evitare che le ferie diventino, come spesso succede, “lavorative”, magari tornando al lavoro più stanco che mai.

Né ti è mai stato insegnato a difenderti dai molti che non hanno un buon rapporto con il diritto (e viceversa).

Questo il caso: opposizione di terzo all’esecuzione in cui l’opponente si dichiarava addirittura «fratello del proprietario del bene pignorato». Fissare o non fissare udienza? Su suggerimento di un arguto collega, nel decreto di fissazione è bastato precisare che nel corso dell’udienza sarebbe stata preliminarmente vagliata la questione della legittimazione dell’opponente, per determinare un’insperata riappacificazione tra l’istante ed il diritto: niente notifica e rinuncia all’opposizione.

Nessuno ti ha nemmeno mai insegnato come difendersi dalla Cancelleria.

Nei primi mesi di lavoro, può capitare di essere ancora pervasi dal fuoco sacro della Giustizia e, in uno slancio di coraggio (assai vicino all’incoscienza), di decidere di fissare per ogni settimana tre fascicoli per la precisazione delle conclusioni, con scadenze sfalsate di settimana in settimana.

La scelta si rivela vincente se la Cancelleria è in grado di monitorare anch’essa il calendario delle scadenze per trasmettere in tempo i fascicoli: è sufficiente che non vengano trasmessi al magistrato i primi tre fascicoli affinché essi si accumulino su quelli successivi; il risultato è che, in un ristretto lasso di tempo, devono essere decisi dodici fascicoli.

Eppure, il rispetto dei termini è un elemento di primaria importanza per la valutazione della professionalità, ma pare sia necessario che ognuno di noi si scontri con il sistema per imparare, a sue spese, come difendersi dallo stesso. E pensare che sarebbe bastato tenere una sorta di calendario parallelo a quello della Cancelleria per tenere sotto controllo le scadenze: se la Cancelleria non va dal Magistrato, sarà il Magistrato che va in Cancelleria... a prendersi i fascicoli una volta che, secondo la propria tabella, i termini per le parti sono decorsi.

Come si vede, si tratta di piccoli suggerimenti che avrebbero fatto decisamente comodo per lavorare in serenità e nel rispetto delle regole.

Ma che magistrato si vuole diventare?

Nessuno di noi, all’inizio, sa cosa significa essere e fare il magistrato (ammesso che lo si sappia mai). Non c’è ovviamente un unico modo di farlo (ed è questa la ricchezza della magistratura) ed ognuno deve trovare il proprio; credo che, però, bisognerebbe «scegliere in tempo e non arrivarci per contrarietà», come cantava altro grande autore.

Insomma: per davvero la Giustizia è cieca? Bisogna cercare di prevedere gli effetti del nostro lavoro (parlo di lavoro e non delle decisioni) sulla vita delle persone o occorre lavorare come se non ci fosse mai un “fuori” rispetto al nostro ufficio? Si deve essere un magistrato che, come un burocrate sperso nell’Amministrazione, svolge asetticamente il proprio lavoro o occorre coniugare l’imparzialità del giudizio con la necessaria parzialità dei suoi effetti?

Il bello non sta nella risposta ma nella domanda.

A me pare che, nel corso del tirocinio, sia mancata la possibilità di avere un minimo di confronto e di riflessione sul ruolo e la funzione del magistrato, pure in una cornice in cui ognuno può interpretare il ruolo (ovviamente nei limiti della legalità) come crede in una maniera che deve essere libera ma, allo stesso modo, necessariamente consapevole. L’approfondimento di questi temi, per così dire “etici”, costituisce forse la formazione più alta che si possa avere ed è questa che, forse, ci può sostenere nei momenti di sconforto e di crisi.

Interrogarsi sul proprio ruolo, dovrebbe in primo luogo consentire di sottolineare il fatto che si è diventati magistrati senza raccomandazioni, esclusivamente per meriti propri, che l’autonomia è una garanzia e non un privilegio e che tutto questo ha un senso se la tutela della legalità è finalizzata a proteggere chi è socialmente ed economicamente più debole.

Non si tratta di una parentesi effimera di auto celebrazione quanto di un momento di consapevolezza sulle responsabilità del ruolo assunto.

In questo contesto, quale migliore strumento che la testimonianza di colleghi che sono stati considerati “buoni magistrati”? Non si tratta di dimostrare alcun teorema, quanto di evidenziare per ognuno di loro particolari “stili” di comportamento da prendere a spunto per strutturare il proprio, magari anche in chiave opposta e contraria (per chi così ritenga).

Ancora qualche esempio: per quale motivo non raccontare la storia di Antonino Caponnetto e del pool antimafia con Falcone e Borsellino? Perché, rimanendo ad esperienze più locali, nel corso del mio tirocinio a Firenze, nessuno mi ha parlato di Silvio Bozzi, il cui nome ho letto solo su una fredda targa di pietra nella ex Pretura ma che, leggendo una pubblicazione in ricordo della sua morte, doveva essere stato davvero un “buon giudice”? E perché nessuno ha mai parlato dei giudici Galli, Alessandrini e di tutti quelli che hanno perso la vita perché facevano seriamente quel lavoro che mi appresto a fare anch’io?

Per quale motivo, poi, nel corso del tirocinio e della formazione non si è prestato un po’ di attenzione a quel capolavoro di Piero Calamandrei che è L’elogio di un giudice scritto da un avvocato, in cui tutto è già stato scritto? Basta leggere qualche pagina per capire come, ancora oggi, quel libro non smetta di regalare preziosi spunti di riflessione camuffati da aneddoti raccolti nel corso della carriera forense, che spalancano spazi sterminati di pensieri e cultura giuridica e tanta umanità.

Insomma: il magistrato che tutto il percorso formativo intende plasmare deve essere solo tecnicamente preparato o capace anche di interpretare il proprio ruolo nella maniera più funzionale all’esigenza ed alla richiesta di giustizia? Non si tratta di indottrinare nessuno, ma semplicemente di presentare modelli cui ognuno può essere libero di aderire o meno; l’assenza di proposte di modelli indebolisce il senso del ruolo, ci costringe a non alzare mai gli occhi dalle sudate carte e ci toglie quel “respiro più lungo” che possa richiamarci al vero motivo per cui si è diventati magistrati.

Fascicolo 1/2016
Editoriale
di Renato Rordorf
La costruzione del ruolo e della funzione della Scuola della magistratura
di Valerio Onida

Le condizioni di una buona giustizia sono condizioni di metodo, di modo di operare e di sostanza: certamente una buona competenza e una buona preparazione tecnica che però devono unirsi alla capacità di ascolto da parte del magistrato e all’attitudine a conoscere il contesto umano e sociale in cui si muove e le sue caratteristiche. L’apprezzamento delle realtà economiche e culturali, che costituiscono il contesto nel quale il giudizio si colloca, non può mai restare estraneo al giudicante. Dunque un ruolo fondamentale per una giustizia giusta ha la formazione del magistrato, che non può chiudersi nei confini di un mondo a sé stante, ma deve aprirsi al mondo che circonda quello del diritto. Perciò il “datore di lavoro” che deve occuparsi della formazione dei magistrati non è il Csm o l’istituzione giudiziaria, ma la società in cui il magistrato amministra giustizia. Ne consegue l’esigenza che la Scuola, cui è affidato il compito di curare la formazione, goda di effettiva autonomia e responsabilità.

Il primo quadriennio di vita della Scuola ha visto molte novità di rilievo, ma è stato caratterizzato anche dal riaffiorare di spinte alla riappropriazione di poteri di controllo sulla Scuola da parte del Consiglio, come dimostra anche la decisione contra legem del Csm di considerare come necessario il rinnovo di tutti i componenti del Comitato direttivo, compresi quelli che non avevano ancora compiuto il quadriennio.

Formazione ed autogoverno della magistratura
di Piergiorgio Morosini

“Indottrinare” i magistrati. Ritorna il passato. Si salda con l’idea della “giustizia-azienda” e con il “giudice bocca della legge”. Ma è una visione anacronistica della formazione. Sono cambiati il ruolo della giurisdizione nel circuito istituzionale e nella società, i “signori del diritto”, la natura delle domande di giustizia. La Scuola oggi deve sviluppare: l’approccio critico alle questioni tecniche e valoriali; la capacità di costruire legami ed ordini su dati, emozioni, richieste, pressioni che sono il “contesto” dell’attività giudiziaria. Obiettivi ambiziosi. La Scuola deve coltivare in autonomia, nel rispetto degli atti di indirizzo del Consiglio superiore della magistratura. Per farlo, ha bisogno del pluralismo delle iniziative nei distretti. Queste restano il “cuore” della formazione e fanno comprendere che occorre andare oltre il “culto dell’efficienza”. Perché oggi c’è una nuova priorità. Le “gerarchia” e “carriera”, riproposte dalle riforme del 2006-2007, mettono i magistrati a rischio di mutazione genetica. La Scuola deve lavorare soprattutto sul valore della “indipendenza interna”.

di Franco Cassano

Dove si affrontano, in particolare, due questioni, tra loro distinte, che si sono intersecate nell’acceso dibattito pubblico seguito alla prospettata partecipazione degli ex brigatisti Bonisoli e Faranda ad un corso di aggiornamento professionale organizzato dalla Scuola della magistratura, ingenerando timori e perplessità sulle prospettive dell’attività di aggiornamento professionale dei magistrati, e sui suoi caratteri essenziali: da un lato, l’auspicio di alcuni di riportare l’attività di formazione sotto la direzione del Consiglio superiore, mediante un intervento normativo che ne ampli le competenze; dall’altro, l’idea che la formazione debba tendere esclusivamente a fornire ai magistrati gli strumenti tecnici per l’interpretazione giuridica formalmente corretta e metodologicamente rigorosa delle norme.

Formazione iniziale
di Ernesto Aghina e Giovanna Ichino

Giovanna Ichino ed Ernesto Aghina, componenti del primo Comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura e responsabili, in seno ad esso, del settore formazione iniziale, forniscono un quadro di dettaglio delle attività svolte nel quadriennio 2011-2015.

Spiegano quali siano stati gli obiettivi prescelti, nella cornice dettata dalle disposizioni del d.lgs n. 26/2006, e quali le iniziative messe in campo per conseguirli; danno conto delle opzioni originarie e dei correttivi via via adottati, così come della risposta, sicuramente positiva, fornita dai magistrati in tirocinio, destinatari delle azioni formative, e dalle istituzioni coinvolte.

Una esperienza fortemente innovativa ed in rapido divenire, quella descritta, nella quale la soddisfazione per i risultati ottenuti non fa velo alla consapevolezza della persistenza di profili problematici, in relazione ai quali vengono ipotizzate soluzioni e proposte.

di Matteo Marini

Il tirocinio iniziale rappresenta un’occasione irripetibile per i giovani che, raggiunto un traguardo tanto agognato, affilano le armi prima di entrare nell’agone della giurisdizione. Fondamentale è, in questo periodo – che l’autore non esita a definire magico – saper cogliere l’essenza del bisogno formativo, da soddisfare nell’esclusivo interesse dei destinatari, privilegiando un approccio pratico-casistico e senza indulgere nella reiterazione di schemi più consoni agli ambienti accademici.

Una efficace azione formativa rifugge dal conformismo interpretativo o dalla necessaria individuazione di soluzioni universalmente condivise per privilegiare, invece, l’abitudine alla riflessione critica ed al franco confronto dialettico.

Il magistrato che la Scuola deve concorrere a forgiare coniuga l’attenzione alla intelligente ed equilibrata gestione del ruolo ed ai concreti e quotidiani profili applicativi con la tendenziale adesione ad uno dei modelli che la storia giudiziaria ci ha consegnato, efficace rimedio contro il pericolo di confinare l’esercizio della giurisdizione in una prospettiva di mero tecnicismo e, nondimeno, breve respiro.

di Daniele Cappuccio

L’informale interlocuzione con alcuni giovani magistrati che hanno svolto il tirocinio iniziale dopo l’istituzione della Scuola superiore della magistratura fornisce il destro per mettere a fuoco, innanzitutto nella prospettiva dei destinatari dell’intervento formativo, i punti forti del nuovo sistema e quelli per i quali possono ipotizzarsi correzioni di rotta.

Dalla durata alla metodologia, dai contenuti alla valutazione, dalla logistica ai rapporti tra le istituzioni coinvolte, stella polare della riflessione è l’indagine sulle finalità della formazione e sugli obiettivi da perseguire in via prioritaria, individuati nell’apertura culturale ed ideale del magistrato, nel rifiuto della concezione burocratica del ruolo, nella coscienza del rango costituzionale della funzione.

Formazione continua
di Guglielmo Leo

La formazione dei magistrati si trova, una volta ancora, ad un punto di svolta, soprattutto per quanto riguarda l’offerta mirata, in forma permanente, a favorire nei fruitori la capacità di agire con consapevolezza ed efficacia nel sistema della giurisdizione, a prescindere dai mutamenti del proprio ruolo funzionale.

Due fattori su tutti interrogano sulle possibili linee di sviluppo: la tensione tra esigenze di quantità sempre più marcate e la necessaria assicurazione di livelli qualitativi elevati, anche in punto di innovazione dei metodi e dei contenuti; la fine della fase istitutiva e sperimentale della Scuola superiore, con la possibilità di valutare gli obiettivi conseguiti e quelli da perseguire, anche in rapporto ad una rinnovata attenzione dell’autogoverno per il proprio ruolo istituzionale nell’ambito, appunto, della formazione.

Nelle note che seguono, alcuni spunti sulle linee auspicabili per la soluzione dell’ennesima crisi di crescita d’un sistema ormai irrinunciabile di presidio della professionalità dei magistrati.

di Sergio Sottani

La continua formazione professionale rappresenta la precondizione per l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, come servizio destinato ad aiutare in modo continuativo e permanente le esigenze professionali dei magistrati, togati ed onorari.

Dal 2012 ad oggi la Scuola superiore della magistratura è divenuta una “casa stabile”, unica ed unitaria.

La rilevazione delle esigenze formative dei magistrati si rivela un momento qualificante ed imprescindibile per il raggiungimento dell’obiettivo della migliore qualità sostenibile dell’attività di formazione.

di Silvia Governatori e Joëlle Long

Nel primo semestre del 2015 si è svolta l’edizione pilota del corso a distanza organizzato dalla Scuola Superiore della magistratura e dal Consiglio d’Europa (Programma Help per la formazione dei professionisti del diritto) sul tema Diritto di famiglia e diritti umani.

Obiettivo generale del corso era favorire lo sviluppo di una metodologia di lavoro quotidiano Cedu-oriented nel diritto di famiglia e minorile.

La tecnica dell’e-learning ha consentito a ciascuno di svolgere l’attività nei tempi e nei luoghi più congeniali, mantenendo un’interazione con il docente e con gli altri partecipanti al corso e condividendo in modo riservato, e – nelle parole di uno dei partecipanti – «appropriandosi così del corso», opinioni, prassi delle diverse realtà territoriali e anche testi di provvedimenti giudiziari inediti scritti nella propria attività professionale. La diversità di ruoli, funzioni e aree geografiche di origine ha reso particolarmente fecondo questo scambio di idee e di esperienze.

Formazione dei dirigenti
di Beniamino Deidda

La tormentata elaborazione dei corsi per aspiranti dirigenti, realizzati con qualche ritardo rispetto ai corsi della formazione permanente, è avvenuta tra molte difficoltà, tra lo scetticismo di gran parte dei colleghi e con qualche incomprensione con il Csm, chiamato ad impartire le linee guida per la formazione.

La novità della struttura dei corsi e la riflessione sui temi dell’organizzazione degli uffici giudiziari dapprima non hanno trovato diffuso apprezzamento tra i frequentanti e nell’opinione dei magistrati più in generale. Ciò ha richiesto al Comitato direttivo e agli esperti della Scuola un lavoro di elaborazione e di aggiustamento dei programmi finalmente apprezzato nelle ultime edizioni dei corsi.

Lo sviluppo della cultura dell'organizzazione degli uffici giudiziari, che non appartiene tradizionalmente alla giurisdizione, ha bisogno del contributo di tutti e specialmente del Consiglio superiore che, nel pieno rispetto dell'autonomia e dell'indipendenza della Scuola, si faccia carico di delineare un modello di dirigente degli uffici capace di rispondere alla domanda di giustizia che sale dal Paese.

di Gabriele Fiorentino e Mariarosaria Guglielmi

Nel settore della formazione dei magistrati aspiranti al conferimento di incarichi direttivi, la prima fase dei rapporti tra Csm e Scuola superiore della magistratura e di avvio dei corsi è stata caratterizzata da aperta cautela nella definizione dei ruoli e delle rispettive responsabilità.

La conseguenza pare essere stata, anche nella percezione dei partecipanti, un approccio sostanzialmente limitativo nei contenuti e nelle metodologie, nonché riduttivo nel contributo conoscitivo che, in vista della selezione, si potrebbe ricavare dall’attività formativa.

Per valorizzare il momento formativo ed evitare che la frequenza dei corsi finisca per costituire mero adempimento formale di un obbligo previsto dalla legge, così frustrando gli obbiettivi e le potenzialità dell’istituto, è necessario piuttosto che Consiglio e Scuola si muovano nella direzione opposta, ampliando ed approfondendo i contenuti ed i moduli partecipativi.

Ciò, oltre che per garantire un generale ed effettivo impulso al consolidamento della consapevolezza e della cultura professionale dei magistrati destinati ad assumere responsabilità direttive, anche per definire un modello culturale condiviso di dirigente degli uffici giudiziari, utile soprattutto in funzione delle successive scelte di selezione per il conferimento degli incarichi che il circuito del governo autonomo è chiamato ad operare.

Formazione decentrata
di Giacomo Fumu

Muovendo dal sistema della formazione decentrata costruito dal Consiglio superiore della magistratura, la Scuola superiore ha creato in autonomia una propria struttura la quale, pur ispirata sia nell’organizzazione territoriale sia nelle finalità a quella preesistente, si caratterizza tuttavia per il superamento – attuato con la previsione di una compagine unica composta da magistrati professionali ed onorari – del precedente assetto che distingueva l’offerta formativa, anche nell’attribuzione delle relative funzioni, a seconda dei destinatari.

Alle strutture periferiche unitarie sono quindi attribuiti vari e rilevanti compiti che, a partire dalla importante cura della formazione iniziale e continua della magistratura onoraria, si snodano attraverso la collaborazione alla formazione dei Mot, alla formazione internazionale, a quella di riconversione, all’innovazione tecnologica, per giungere alla formazione comune dei giovani laureati che, frequentando periodi di tirocinio negli uffici giudiziari, si apprestano ad intraprendere la propria attività nel campo delle professioni e del servizio allo Stato.

di Ilio Mannucci Pacini

L’intervista a un formatore decentrato del Distretto di Milano.

Domande, risposte e commenti affilati. Un ritmo serrato in cui scorrono i temi e i problemi della formazione decentrata: dalla collegialità delle decisioni da assumere in tema di iniziative ai profili metodologici della didattica, dalla “spartizione” dei compiti alla programmazione e progettazione degli interventi formativi. Senza tralasciare gli approcci critici.

di Alfredo Guardiano

L’autore evidenzia la necessità di un nuovo approccio nella formazione culturale del magistrato, che, oltrepassando gli steccati imposti dai formalismi della tradizione giuridica positivistica, incapace di affrontare esaustivamente la crescente complessità del reale, deve fare proprio, nell’attività di interpretazione delle norme, l’insegnamento delle altre scienze umane e sociali, a partire da quelle storiche e filosofiche, in modo da (ri)costruire, aggiornandola, quella figura di “giudice umanista”, che si colloca nell’alveo della cultura giuridica italiana ed europea, soprattutto di matrice illuministica.

Formazione dei giudici amministrativi
di Caterina Criscenti

La formazione professionale dei magistrati amministrativi è stata concepita e avviata nel 2010, con la riscrittura dell’art. 13 del Regolamento di organizzazione degli uffici amministrativi della giustizia amministrativa e la istituzione dell’Ufficio studi, massimario e formazione che ha iniziato ad operare nella primavera del 2011.

La struttura dell’Ufficio e le sue modalità operative vengono analizzate dando sinteticamente conto dell’attività sino ad ora svolta, anche in collaborazione con altre istituzioni.

L’ultima parte dello scritto contiene alcune riflessioni sugli scopi della formazione, sulle peculiari esigenze formative scaturenti dall’organizzazione della giustizia amministrativa, insieme ad una serie di proposte tese a rendere più fruttuoso il lavoro dell’Ufficio nel campo dell’aggiornamento e della formazione dei magistrati.

Formazione ed Europa: esperienze a confronto
di Maria Giuliana Civinini

Nell’introdurre il capitolo che raccoglie i contributi sugli istituti di formazione di Belgio, Francia, Olanda e Spagna, lo scritto fa una breve sintesi dell’evoluzione della formazione internazionale per i magistrati italiani per poi individuare alcune piste di riflessione e azione per la Scuola superiore della magistratura alla luce delle esperienze straniere: rapporto con l’organo di autogoverno, formazione iniziale, corpo dei formatori, formazione dei dirigenti.

di Edith Van Den Broeck

L’articolo ripercorre la storia dell’Istituto di formazione giudiziaria belga mettendone in luce il ruolo nel governare i cambiamenti che attraversano il potere giudiziario in Europa e nell’accompagnarlo nei processi di innovazione.

Per questo un focus particolare è posto sulla formazione all’organizzazione e sui variegati metodi per attuarla.

Un’interesse particolare, nella prospettiva italiana, rivela la formazione dei soggetti che intervengono nel processo di valutazione della professionalità.

Rilevante, infine, il richiamo all’indipendenza dell’istituto di formazione per garantire l’indipendenza della magistratura.

di Simone Gaboriau

Le righe che seguono sono il risultato di una riflessione fondata su una triplice esperienza: quella di 40 anni di magistratura in Francia in diverse funzioni e luoghi, quella di un costante impegno in seno all’Unione dei giudici ed a Medel e quella di missioni di audit in vari Paesi, tra cui la Serbia (per Medel) e, più di recente, la Tunisia, per le Istituzioni europee.

Esse sono state ispirate da numerose fonti normative, ovvero dai testi elaborati dal Syndicat de la magistrature o da Medel, o da molti altri ancora, tra cui l’intervento di Denis Salas al convegno organizzato a Belgrado nel mese di luglio 2014 dall’Associazione dei giudici serbi.

di Rosa H. M. Jansen

La continua evoluzione della società pone il sistema giudiziario davanti a nuove esigenze.

Si chiede ai giudici non solo di avere eccellenti capacità giuridiche, ma anche di prendere in considerazione lo sviluppo della società, di usare le loro abilità sociali nei giudizi e di saper gestire le relazioni con i media.

Per soddisfare queste esigenze, il sistema giudiziario deve trasformarsi in una vera organizzazione con scopi e responsabilità comuni.

La consapevolezza pubblica e la leadership personale dei giudici sono necessari per raggiungere questi obiettivi.

Per soddisfare queste nuove richieste il sistema giudiziario olandese ha riformato il reclutamento, la selezione e la formazione dei giudici.

Gli elementi principali di questo nuovo modello di formazione iniziale influenzeranno anche la formazione permanente dei giudici e lo sviluppo della leadership all’interno del sistema giudiziario.

Il centro Studi di formazione olandese per la magistratura (SSR) è responsabile di questi programmi.

di Carlos Gómez Martínez

Per me parlare di formazione, significa parlare del passato, ed in particolare degli anni, dal 1999 al 2002, in cui ho ricoperto il ruolo di presidente della Scuola della magistratura a Barcellona. Tuttavia, ritengo che l’approfondimento e lo studio condotto dalla Rivista Questione Giustizia, abbia ad oggetto il futuro della formazione. Ciò premesso, le lezioni che possiamo trarre dalle esperienze passate devono essere tenute di conto quando si organizza un’attività di formazione giudiziaria. È necessario sapere “da dove veniamo” per poter pianificare con successo il futuro.

È grazie alla mia esperienza pregressa nel campo della formazione che sono stato invitato a redigere questo articolo. Spero tuttavia di potermi concentrare sul futuro della formazione giudiziaria.

di Kay Evans

Di fronte alle nuove sfide che attendono i dirigenti degli uffici giudiziari, il Judicial College per l’Inghilterra e il Galles, col supporto di un’esperta di formazione degli adulti e leadership e di un gruppo di giudici in posizioni senior, ha individuato qual è il ruolo di un dirigente oggi, ne ha analizzato i bisogni formativi ed ha ideato e realizzato una formazione innovativa e di grande impegno. L’autrice, una degli interpreti di questa esperienza, ce la racconta e ci indica le prospettive di sviluppo.

Prospettive e proposte per la Scuola del futuro
di Rita Sanlorenzo

La ricognizione delle esperienze maturate intorno alla istituzione della Scuola della magistratura è funzionale essenzialmente a tracciare le linee per la sua futura attività, essenziale per assicurare una efficace difesa dell’indipendenza di tutti i magistrati.

Il rapporto con il Csm deve arricchirsi di una leale, reciproca collaborazione, da cui non potrà che scaturire una positiva sinergia in grado di dare ai magistrati italiani un supporto ed un riferimento indispensabili, non solo sul piano strettamente tecnico ma soprattutto per l’accrescimento della consapevolezza del singolo nel proprio ruolo.

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Fascicolo 2/2017
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Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali