Rivista trimestrale
Fascicolo 1/2016
Prospettive e proposte per la Scuola del futuro

Per il futuro della formazione dei magistrati

di Rita Sanlorenzo

La ricognizione delle esperienze maturate intorno alla istituzione della Scuola della magistratura è funzionale essenzialmente a tracciare le linee per la sua futura attività, essenziale per assicurare una efficace difesa dell’indipendenza di tutti i magistrati.

Il rapporto con il Csm deve arricchirsi di una leale, reciproca collaborazione, da cui non potrà che scaturire una positiva sinergia in grado di dare ai magistrati italiani un supporto ed un riferimento indispensabili, non solo sul piano strettamente tecnico ma soprattutto per l’accrescimento della consapevolezza del singolo nel proprio ruolo.

1. Il recente rinnovo del Comitato direttivo della Scuola allo scadere del primo quadriennio di attività è l’occasione di questo numero monografico, ma certo non la linea del suo orizzonte di discussione: molti dei contributi proposti offrono un bilancio, secondo diverse visuali, di questa innovativa esperienza, ma Questione Giustizia si propone soprattutto, con il suo primo numero del 2016, di guardare al futuro della formazione dei magistrati, che da sempre è stato individuato da questa Rivista come un ganglio assolutamente basilare nella costruzione del disegno costituzionale di una magistratura indipendentemente ed autonoma.

Tra i tanti contributi che negli anni sono confluiti nel dare vita ad un pensiero collettivo consapevole dell’importanza del tema, e propositivo rispetto agli sviluppi che poi in parte si sono avverati, non deve mancare il ricordo delle parole di Carlo Maria Verardi[1], e della sua capacità progettuale rispetto ad un disegno complessivo che della Scuola faceva un tassello fondamentale, ma non assorbente rispetto ad un sistema di formazione diffuso e ramificato. A quella ispirazione Questione Giustizia non smette, e non ha mai smesso, di fare riferimento.

 

 

2. La Scuola è nata nel contesto di una profonda opera riformatrice dello status dei magistrati. Ad essa il Legislatore del 2006 ha affidato uno dei compiti nodali per la realizzazione del mosaico a cui ha messo mano: quello di rafforzare la legittimazione dell’intera magistratura attraverso l’arricchimento costante e continuo della professionalità dei singoli. La Scuola assurge così da un lato a baluardo della indipendenza di giudici e pubblici ministeri, e da argine concreto al pericolo di una sostanziale separazione delle carriere rappresentando il luogo della crescita della comune cultura della giurisdizione, dall’altro si fa strumento per il perseguimento di un dovere istituzionale, quello dello sforzo verso un sempre più elevato livello di qualità del servizio. La realizzazione di una funzione di tale delicatezza può essere realizzato, secondo lo stesso decreto legislativo che l’ha istituita, da un lato attraverso il coordinamento con l’organo costituzionale di autogoverno, dall’altro nel rispetto di quel principio di indipendenza che la norma riconosce in favore dei membri chiamati a far parte del Comitato direttivo. Le recenti tensioni sorte in occasione del corso sulla giustizia riparativa, con la presa di posizione non del Csm ma del suo Comitato di presidenza, evidenziano, anche alla luce della storia di questi quattro anni come raccontata da alcuno degli interventi raccolti, la necessità di definire un nuovo, più bilanciato, rapporto tra le due istituzioni, fondato sul dialogo e sulla collaborazione, mai sulla censura di tipo verticistico.

In proposito, va detto che se da un lato è insufficiente la sporadicità della elaborazione delle linee guida annuali da parte del Csm, ormai frutto di un burocratico adempimento all’obbligo di legge, dall’altro deve essere respinta con forza ogni tentazione di assoggettamento della Scuola all’organo di autogoverno (e tanto più,al suo vertice). Occorre evitare ogni antagonismo tra Csm e Ssm, che finirebbe per indebolire la stessa difesa delle prerogative costituzionali di autonomia ed indipendenza (oltre che compromettere l’autorevolezza e la visibilità internazionale della formazione italiana, come insegna la passata vicenda della mancata elezione di un componente italiano nel Comitato direttivo della rete europea di formazione giudiziaria): ma sarebbe perdente anche la linea della reciproca indifferenza e dell’incomunicabilità.

È necessario piuttosto favorire ed ampliare le occasioni di interlocuzione e di scambio tra due istituzioni che giocano un ruolo fondamentale nel dare corpo e materia alla collocazione istituzionale della magistratura nel sistema costituzionale, anche attraverso la crescita della consapevolezza del proprio ruolo presso gli stessi magistrati.

In quest’ottica, Questione Giustizia è convinta della opportunità di una valorizzazione del compito del Consiglio nell’ideazione delle linee generali per la formazione dei magistrati, che però non trasmodi mai nella tentazione di improvvidi interventi di  controllo, e tantomeno di censura. 

La stessa proposta di ricostituzione della IX commissione in seno al Consiglio può comportare ricadute positive se ed in quanto miri alla valorizzazione del dialogo con la Scuola: ma attraverso la stessa non deve passare surrettiziamente il tentativo di introdurre un mezzo di controllo dei contenuti della formazione stessa.

Come ricorda nel suo editoriale Renato Rordorf, la Scuola finirebbe per perdere la sua stessa ragion d’essere se le venisse negata l’autonomia nel dare concreta attuazione ai criteri ispiratori della formazione dei magistrati elaborati dall’organo di autogoverno. Solo una illuminata sinergia, ispirata ad una doverosa lealtà istituzionale, può realizzare il progetto di una formazione professionale destinata non solo ad elevare la consapevolezza del ruolo in capo ai singoli, e ad impedire la deriva burocratica dell’intero corpo dei magistrati, ma anche a costituire l’occasione di avvicinamento e di immedesimazione in un autogoverno che si fa veramente carico delle difficoltà della professione, e che si adopera per farvi fronte.

Le parole di Gaetano Silvestri, nel suo discorso di esordio come Presidente del comitato direttivo, vanno in questa direzione, procedendo a comporre un disegno dai contorni netti, lucidi, del tutto condivisibili: ed è un disegno che va sostenuto, completato e rafforzato nei fatti, a partire da subito.

 

 

3. L’avvio della Scuola ha rappresentato un’impresa di notevole complessità e delicatezza. Si è compiuto uno sforzo titanico, attraverso il quale si è dovuto affrontare il nuovo, partendo da pochissimi mezzi e dalla necessità di risolvere problemi organizzativi non da poco, dovuti anche a quella che è la particolare ubicazione di Castel Pulci e dalla impossibilità di farne un luogo non solo in cui si dispensa sapere, ma più pienamente, in cui si trascorrono i periodi destinati alla propria formazione: meglio sarebbe stato disporre di un campus, vero e proprio, in cui trovare modo e tempo di condividere esperienze e vita quotidiana, in una dimensione collettiva capace di strappare il magistrato, soprattutto il più giovane e quello destinato alle sedi più remote, alla paura della solitudine.A questa mancanza bisogna sapere ovviare per altre vie.

Lo sforzo ha comunque prodotto molto (si vedano in proposito i dati sulla formazione iniziale e su quella permanente), e soprattutto va detto che è stato capace di radicare nel corpo della magistratura l’idea che quella di Scandicci è la sua Scuola, che accompagnerà la carriera sin dagli esordi e poi negli snodi essenziali quali il passaggio ai ruoli direttivi. Semmai dai contributi raccolti si avverte il bisogno di più Scuola, di una presenza ancora più significativa e assidua, che marchi la sua presenza anche nell’evolvere della carriera (soprattutto dopo l’accesso alle funzioni direttive) consentendone il progressivo adeguamento culturale.Una Scuola che accentui coraggiosamente la sua originalità e la sua unicità abbandonando o comunque riducendo la reiterazione di schemi tradizionali di insegnamento, per incrementare e potenziare l’approccio alla specificità dell’essere magistrato. Sfuggendo dalla tentazione di prefigurare un modello di magistrato al quale adeguarsi (queste le condivisibili parole di Gaetano Silvestri nel suo discorso al Csm), ma piuttosto mettendo in mano al singolo un armamentario ragionato che sappia rompere la crosta della routine e stimolare alla sfida intellettuale.

Per ottenere questo serve anche un adeguato investimento. Ed è ora di sollecitare il Ministro a prendere consapevolezza della necessità di aumentare dotazioni di materiale e di personale, e di ampliare il numero dei componenti del Comitato direttivo, evitando i distacchi solo parziali.

 

 

4. Ma la Scuola potrà difendere la propria indipendenza, e sottrarsi ad ogni tendenza egemonica esterna, se saprà avvicinarsi di più e meglio alla realtà della magistratura odierna e rappresentarne al meglio la contemporaneità, senza mai perdere la dimensione della sua storia e della strada compiuta negli anni di esperienza repubblicana attraverso una serie di cambiamenti di tipo sia ordinamentale, sia sociale. La sua ubicazione appartata, sopraelevata rispetto al disordine quotidiano, non sia simbolo di una sua lontananza dalla vita professionale e dai suoi bisogni. Spaventano le affermazioni (dettate soprattutto da intento polemico) di coloro che proprio in occasione del deflagrare del caso sul corso in materia di giustizia riparativa, hanno negato che si potesse dare ingresso agli ex terroristi nel “tempio” della formazione della magistratura. Che quello che sarebbe consentito in un convegno, non sia invece permesso in un corso di formazione a Castel Pulci, è frutto di una visione che, lungi dal valorizzare il ruolo della Scuola, lo mortifica in una dimensione distaccata e sterilizzata, che non serve a crescere.

E per aprire le porte al cambiamento serve innanzitutto affrontare la questione di genere, che sembra ingiustificatamente trascurata nella composizione del Comitato direttivo e nella scelta dei relatori. Il punto sta non solo e non tanto nella formale rappresentanza della reale composizione del corpo dei magistrati (il 65% dei Mot appartiene al genere femminile), quanto nella necessità di una riflessione a proposito di una possibile ricaduta sui contenuti, e sui linguaggi,  della giustizia.

Né può eludersi la questione generazionale. Il massiccio ingresso di nuovi magistrati negli ultimi anni, peraltro spesso già provenienti da precedenti esperienze lavorative, e d’altro canto il pesante pensionamento delle generazioni più avanzate dovute anche alla riduzione del limite di permanenza, è un fatto che non può essere ignorato né nella progettazione dei piani di formazione, né nella individuazione del corpo docente su cui devono innestarsi con maggiore determinazione le energie di coloro ai quali oggi in così elevato numero è affidata l’amministrazione della giustizia.

 

 

5. Sui contenuti, per punti:

Formazione iniziale

È giusto partire dalle osservazioni di chi ne ha usufruito, che chiede espressamente l’abbandono dello schema della lezione frontale, per consentire l’approccio per punti problematici, rispetto ai quali offrire le possibili soluzioni interpretative. D’altronde, lo studio sostenuto per il concorso ha già costituito l’occasione per la costruzione di un sapere sistematico: è poco utile la ripetizione di insegnamenti teorici, è giusto invece che la Scuola elabori prima, e fornisca poi, un materiale specificamente rivolto alla formazione di una professionalità calata nel vivo del lavoro di magistrato. Ed è fondamentale che la Scuola aiuti a riflettere, e ad interrogarsi, sulla funzione e sul ruolo del magistrato, sul significato dell’autonomia come garanzia e non come privilegio. Occorre uno sforzo di elaborazione, ed un portato di esperienza, che deve sfuggire da ogni episodicità: è davvero impraticabile la strada di un gruppo di tutor stabilmente destinato allo svolgimento del compito di seguire i Mot, capace di interpretare i bisogni formativi e soprattutto di fornire a ragion veduta concreti elementi di valutazione, su cui incominciare a costruire un fascicolo personale sganciato da stereotipi e da formule ripetitive?

Formazione permanente

Il recente “caso” del corso sulla giustizia riparativa è l’occasione per riprendere il tema centrale sulla formazione che vogliamo. L’esperimento tentato dal precedente Comitato direttivo ha sollevato una serie di reazioni in parte anche inaspettate, per veemenza ma soprattutto per la chiusura mostrata rispetto a temi e storie che pure riguardano – eccome – l’attività dei magistrati. Ora, se vogliamo evitare quel pericolo di distacco dal sentire dei magistrati di cui si diceva sopra, forse occorre che progetti di tale impatto e capacità innovativa (quanto più necessari) perdano del tutto ogni aura intellettualistica e coinvolgano in prima persona gli operatori giudiziari ed i magistrati professionalmente coinvolti nella specificità del tema. Nell’occasione occorre riflettere sul fatto che in argomento non si sono sentite voci contrarie provenienti dai destinatari privilegiati del corso, ossia dei magistrati di sorveglianza, e questo a priori avrebbe dovuto costituire il punto di forza dell’iniziativa. Occorre avere ancora e sempre il coraggio di sperimentare, consentendo allo sguardo di spaziare altrove, ma tenendo ben saldi i piedi nel quotidiano e nello specifico del lavoro. È necessario rafforzare lo scambio con le esperienze della formazione decentrata: anzi, sarebbe doveroso rendere stabili e costanti questi rapporti.

Formazione dei dirigenti

Il tema è nodale. Il sistema ordinamentale introdotto con le riforme del 2006/2007 nel volgere di pochi anni ha determinato un cambiamento antropologico nel profilo individuale del Magistrato. La carriera diventa obbiettivo primario e il sistema di selezione si rivela in molti casi insoddisfacente. Bisogna potenziare il ruolo della Scuola nel fornire al Consiglio elementi concreti di valutazione sui candidati. Oggi, la partecipazione al corso propedeutico non sembra rispondere ad altro scopo che a quello di adempiere all’obbligo di legge.

Su un punto così nevralgico si misura l’importanza fondamentale della collaborazione tra Ssm e Csm. Sin qui, il Consiglio ha puntato soprattutto a circoscrivere gli ambiti di possibile interferenza nella scelta da compiersi. Gli elementi di valutazione offerti dalla Scuola consistono essenzialmente,oltre che nel giudizio sulla «diligente e proficua partecipazione al corso», nella valutazione di un elaborato svolto dai partecipanti «in remoto», entro 20 giorni dalla fine del corso, la cui qualità è determinata anche dall’investimento di tempo da dedicarvi, lasciata alla discrezione del singolo. Su queste premesse, si tratta di materiale che non può dare oggettivi e credibili elementi di discernimento, sì che dall’attività della Scuola non può venire un concreto ausilio rispetto a quello che è il momento delicatissimo della scelta del futuro dirigente. Una diversa collaborazione tra le istituzioni potrebbe e dovrebbe portare al potenziamento delle fonti conoscitive, nell’ottica di rendere il giudizio (che solo al Csm spetta) maggiormente ancorato alla conoscenza diretta delle capacità del candidato. Né avrebbe senso lasciare poi il dirigente nominato assolutamente arbitro dei propri successivi bisogni formativi: alla Scuola bisognerebbe dare il compito dopo quell’iniziale insegnamento, di seguire e supportare la successiva attività del singolo, attraverso la predisposizione di attività formative che ne curino la crescita professionale.

Formazione internazionale

Le difficoltà di dialogo e di cooperazione che si sono registrate in occasione del passaggio di testimone tra il Csm e la Scuola meritano una riflessione autocritica, soprattutto a seguito dell’accaduto in occasione del rinnovo del Consiglio direttivo della rete di formazione europea dei magistrati: occorre superare quelle divisioni, per mettere in campo una strategia comune che punti ad occupare nuovamente il centro della scena di un settore fondamentale. Continuare a guardare, ed a confrontarsi, con i sistemi stranieri, ed alle diverse modalità con cui si affrontano gli snodi decisivi della formazione dei magistrati (i rapporti con gli organi di autogoverno, la stretta connessione tra strutturazione della formazione iniziale e metodi di reclutamento, la specifica formazione dei dirigenti), è fattore di crescita e di rafforzamento della nostra struttura nazionale che oggi ha una storia ancora breve, ma a cui teniamo a garantire un solido e felice futuro. Questo numero di Questione Giustizia vuole contribuire a questo scopo.

[1] C.M.Verardi, Il reclutamento e la formazione dei magistrati e degli avvocati, in questa Rivista, 1997, I, 91, edizioni F. Angeli.

Fascicolo 1/2016
Editoriale
di Renato Rordorf
La costruzione del ruolo e della funzione della Scuola della magistratura
di Valerio Onida

Le condizioni di una buona giustizia sono condizioni di metodo, di modo di operare e di sostanza: certamente una buona competenza e una buona preparazione tecnica che però devono unirsi alla capacità di ascolto da parte del magistrato e all’attitudine a conoscere il contesto umano e sociale in cui si muove e le sue caratteristiche. L’apprezzamento delle realtà economiche e culturali, che costituiscono il contesto nel quale il giudizio si colloca, non può mai restare estraneo al giudicante. Dunque un ruolo fondamentale per una giustizia giusta ha la formazione del magistrato, che non può chiudersi nei confini di un mondo a sé stante, ma deve aprirsi al mondo che circonda quello del diritto. Perciò il “datore di lavoro” che deve occuparsi della formazione dei magistrati non è il Csm o l’istituzione giudiziaria, ma la società in cui il magistrato amministra giustizia. Ne consegue l’esigenza che la Scuola, cui è affidato il compito di curare la formazione, goda di effettiva autonomia e responsabilità.

Il primo quadriennio di vita della Scuola ha visto molte novità di rilievo, ma è stato caratterizzato anche dal riaffiorare di spinte alla riappropriazione di poteri di controllo sulla Scuola da parte del Consiglio, come dimostra anche la decisione contra legem del Csm di considerare come necessario il rinnovo di tutti i componenti del Comitato direttivo, compresi quelli che non avevano ancora compiuto il quadriennio.

Formazione ed autogoverno della magistratura
di Piergiorgio Morosini

“Indottrinare” i magistrati. Ritorna il passato. Si salda con l’idea della “giustizia-azienda” e con il “giudice bocca della legge”. Ma è una visione anacronistica della formazione. Sono cambiati il ruolo della giurisdizione nel circuito istituzionale e nella società, i “signori del diritto”, la natura delle domande di giustizia. La Scuola oggi deve sviluppare: l’approccio critico alle questioni tecniche e valoriali; la capacità di costruire legami ed ordini su dati, emozioni, richieste, pressioni che sono il “contesto” dell’attività giudiziaria. Obiettivi ambiziosi. La Scuola deve coltivare in autonomia, nel rispetto degli atti di indirizzo del Consiglio superiore della magistratura. Per farlo, ha bisogno del pluralismo delle iniziative nei distretti. Queste restano il “cuore” della formazione e fanno comprendere che occorre andare oltre il “culto dell’efficienza”. Perché oggi c’è una nuova priorità. Le “gerarchia” e “carriera”, riproposte dalle riforme del 2006-2007, mettono i magistrati a rischio di mutazione genetica. La Scuola deve lavorare soprattutto sul valore della “indipendenza interna”.

di Franco Cassano

Dove si affrontano, in particolare, due questioni, tra loro distinte, che si sono intersecate nell’acceso dibattito pubblico seguito alla prospettata partecipazione degli ex brigatisti Bonisoli e Faranda ad un corso di aggiornamento professionale organizzato dalla Scuola della magistratura, ingenerando timori e perplessità sulle prospettive dell’attività di aggiornamento professionale dei magistrati, e sui suoi caratteri essenziali: da un lato, l’auspicio di alcuni di riportare l’attività di formazione sotto la direzione del Consiglio superiore, mediante un intervento normativo che ne ampli le competenze; dall’altro, l’idea che la formazione debba tendere esclusivamente a fornire ai magistrati gli strumenti tecnici per l’interpretazione giuridica formalmente corretta e metodologicamente rigorosa delle norme.

Formazione iniziale
di Ernesto Aghina e Giovanna Ichino

Giovanna Ichino ed Ernesto Aghina, componenti del primo Comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura e responsabili, in seno ad esso, del settore formazione iniziale, forniscono un quadro di dettaglio delle attività svolte nel quadriennio 2011-2015.

Spiegano quali siano stati gli obiettivi prescelti, nella cornice dettata dalle disposizioni del d.lgs n. 26/2006, e quali le iniziative messe in campo per conseguirli; danno conto delle opzioni originarie e dei correttivi via via adottati, così come della risposta, sicuramente positiva, fornita dai magistrati in tirocinio, destinatari delle azioni formative, e dalle istituzioni coinvolte.

Una esperienza fortemente innovativa ed in rapido divenire, quella descritta, nella quale la soddisfazione per i risultati ottenuti non fa velo alla consapevolezza della persistenza di profili problematici, in relazione ai quali vengono ipotizzate soluzioni e proposte.

di Matteo Marini

Il tirocinio iniziale rappresenta un’occasione irripetibile per i giovani che, raggiunto un traguardo tanto agognato, affilano le armi prima di entrare nell’agone della giurisdizione. Fondamentale è, in questo periodo – che l’autore non esita a definire magico – saper cogliere l’essenza del bisogno formativo, da soddisfare nell’esclusivo interesse dei destinatari, privilegiando un approccio pratico-casistico e senza indulgere nella reiterazione di schemi più consoni agli ambienti accademici.

Una efficace azione formativa rifugge dal conformismo interpretativo o dalla necessaria individuazione di soluzioni universalmente condivise per privilegiare, invece, l’abitudine alla riflessione critica ed al franco confronto dialettico.

Il magistrato che la Scuola deve concorrere a forgiare coniuga l’attenzione alla intelligente ed equilibrata gestione del ruolo ed ai concreti e quotidiani profili applicativi con la tendenziale adesione ad uno dei modelli che la storia giudiziaria ci ha consegnato, efficace rimedio contro il pericolo di confinare l’esercizio della giurisdizione in una prospettiva di mero tecnicismo e, nondimeno, breve respiro.

di Daniele Cappuccio

L’informale interlocuzione con alcuni giovani magistrati che hanno svolto il tirocinio iniziale dopo l’istituzione della Scuola superiore della magistratura fornisce il destro per mettere a fuoco, innanzitutto nella prospettiva dei destinatari dell’intervento formativo, i punti forti del nuovo sistema e quelli per i quali possono ipotizzarsi correzioni di rotta.

Dalla durata alla metodologia, dai contenuti alla valutazione, dalla logistica ai rapporti tra le istituzioni coinvolte, stella polare della riflessione è l’indagine sulle finalità della formazione e sugli obiettivi da perseguire in via prioritaria, individuati nell’apertura culturale ed ideale del magistrato, nel rifiuto della concezione burocratica del ruolo, nella coscienza del rango costituzionale della funzione.

Formazione continua
di Guglielmo Leo

La formazione dei magistrati si trova, una volta ancora, ad un punto di svolta, soprattutto per quanto riguarda l’offerta mirata, in forma permanente, a favorire nei fruitori la capacità di agire con consapevolezza ed efficacia nel sistema della giurisdizione, a prescindere dai mutamenti del proprio ruolo funzionale.

Due fattori su tutti interrogano sulle possibili linee di sviluppo: la tensione tra esigenze di quantità sempre più marcate e la necessaria assicurazione di livelli qualitativi elevati, anche in punto di innovazione dei metodi e dei contenuti; la fine della fase istitutiva e sperimentale della Scuola superiore, con la possibilità di valutare gli obiettivi conseguiti e quelli da perseguire, anche in rapporto ad una rinnovata attenzione dell’autogoverno per il proprio ruolo istituzionale nell’ambito, appunto, della formazione.

Nelle note che seguono, alcuni spunti sulle linee auspicabili per la soluzione dell’ennesima crisi di crescita d’un sistema ormai irrinunciabile di presidio della professionalità dei magistrati.

di Sergio Sottani

La continua formazione professionale rappresenta la precondizione per l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, come servizio destinato ad aiutare in modo continuativo e permanente le esigenze professionali dei magistrati, togati ed onorari.

Dal 2012 ad oggi la Scuola superiore della magistratura è divenuta una “casa stabile”, unica ed unitaria.

La rilevazione delle esigenze formative dei magistrati si rivela un momento qualificante ed imprescindibile per il raggiungimento dell’obiettivo della migliore qualità sostenibile dell’attività di formazione.

di Silvia Governatori e Joëlle Long

Nel primo semestre del 2015 si è svolta l’edizione pilota del corso a distanza organizzato dalla Scuola Superiore della magistratura e dal Consiglio d’Europa (Programma Help per la formazione dei professionisti del diritto) sul tema Diritto di famiglia e diritti umani.

Obiettivo generale del corso era favorire lo sviluppo di una metodologia di lavoro quotidiano Cedu-oriented nel diritto di famiglia e minorile.

La tecnica dell’e-learning ha consentito a ciascuno di svolgere l’attività nei tempi e nei luoghi più congeniali, mantenendo un’interazione con il docente e con gli altri partecipanti al corso e condividendo in modo riservato, e – nelle parole di uno dei partecipanti – «appropriandosi così del corso», opinioni, prassi delle diverse realtà territoriali e anche testi di provvedimenti giudiziari inediti scritti nella propria attività professionale. La diversità di ruoli, funzioni e aree geografiche di origine ha reso particolarmente fecondo questo scambio di idee e di esperienze.

Formazione dei dirigenti
di Beniamino Deidda

La tormentata elaborazione dei corsi per aspiranti dirigenti, realizzati con qualche ritardo rispetto ai corsi della formazione permanente, è avvenuta tra molte difficoltà, tra lo scetticismo di gran parte dei colleghi e con qualche incomprensione con il Csm, chiamato ad impartire le linee guida per la formazione.

La novità della struttura dei corsi e la riflessione sui temi dell’organizzazione degli uffici giudiziari dapprima non hanno trovato diffuso apprezzamento tra i frequentanti e nell’opinione dei magistrati più in generale. Ciò ha richiesto al Comitato direttivo e agli esperti della Scuola un lavoro di elaborazione e di aggiustamento dei programmi finalmente apprezzato nelle ultime edizioni dei corsi.

Lo sviluppo della cultura dell'organizzazione degli uffici giudiziari, che non appartiene tradizionalmente alla giurisdizione, ha bisogno del contributo di tutti e specialmente del Consiglio superiore che, nel pieno rispetto dell'autonomia e dell'indipendenza della Scuola, si faccia carico di delineare un modello di dirigente degli uffici capace di rispondere alla domanda di giustizia che sale dal Paese.

di Gabriele Fiorentino e Mariarosaria Guglielmi

Nel settore della formazione dei magistrati aspiranti al conferimento di incarichi direttivi, la prima fase dei rapporti tra Csm e Scuola superiore della magistratura e di avvio dei corsi è stata caratterizzata da aperta cautela nella definizione dei ruoli e delle rispettive responsabilità.

La conseguenza pare essere stata, anche nella percezione dei partecipanti, un approccio sostanzialmente limitativo nei contenuti e nelle metodologie, nonché riduttivo nel contributo conoscitivo che, in vista della selezione, si potrebbe ricavare dall’attività formativa.

Per valorizzare il momento formativo ed evitare che la frequenza dei corsi finisca per costituire mero adempimento formale di un obbligo previsto dalla legge, così frustrando gli obbiettivi e le potenzialità dell’istituto, è necessario piuttosto che Consiglio e Scuola si muovano nella direzione opposta, ampliando ed approfondendo i contenuti ed i moduli partecipativi.

Ciò, oltre che per garantire un generale ed effettivo impulso al consolidamento della consapevolezza e della cultura professionale dei magistrati destinati ad assumere responsabilità direttive, anche per definire un modello culturale condiviso di dirigente degli uffici giudiziari, utile soprattutto in funzione delle successive scelte di selezione per il conferimento degli incarichi che il circuito del governo autonomo è chiamato ad operare.

Formazione decentrata
di Giacomo Fumu

Muovendo dal sistema della formazione decentrata costruito dal Consiglio superiore della magistratura, la Scuola superiore ha creato in autonomia una propria struttura la quale, pur ispirata sia nell’organizzazione territoriale sia nelle finalità a quella preesistente, si caratterizza tuttavia per il superamento – attuato con la previsione di una compagine unica composta da magistrati professionali ed onorari – del precedente assetto che distingueva l’offerta formativa, anche nell’attribuzione delle relative funzioni, a seconda dei destinatari.

Alle strutture periferiche unitarie sono quindi attribuiti vari e rilevanti compiti che, a partire dalla importante cura della formazione iniziale e continua della magistratura onoraria, si snodano attraverso la collaborazione alla formazione dei Mot, alla formazione internazionale, a quella di riconversione, all’innovazione tecnologica, per giungere alla formazione comune dei giovani laureati che, frequentando periodi di tirocinio negli uffici giudiziari, si apprestano ad intraprendere la propria attività nel campo delle professioni e del servizio allo Stato.

di Ilio Mannucci Pacini

L’intervista a un formatore decentrato del Distretto di Milano.

Domande, risposte e commenti affilati. Un ritmo serrato in cui scorrono i temi e i problemi della formazione decentrata: dalla collegialità delle decisioni da assumere in tema di iniziative ai profili metodologici della didattica, dalla “spartizione” dei compiti alla programmazione e progettazione degli interventi formativi. Senza tralasciare gli approcci critici.

di Alfredo Guardiano

L’autore evidenzia la necessità di un nuovo approccio nella formazione culturale del magistrato, che, oltrepassando gli steccati imposti dai formalismi della tradizione giuridica positivistica, incapace di affrontare esaustivamente la crescente complessità del reale, deve fare proprio, nell’attività di interpretazione delle norme, l’insegnamento delle altre scienze umane e sociali, a partire da quelle storiche e filosofiche, in modo da (ri)costruire, aggiornandola, quella figura di “giudice umanista”, che si colloca nell’alveo della cultura giuridica italiana ed europea, soprattutto di matrice illuministica.

Formazione dei giudici amministrativi
di Caterina Criscenti

La formazione professionale dei magistrati amministrativi è stata concepita e avviata nel 2010, con la riscrittura dell’art. 13 del Regolamento di organizzazione degli uffici amministrativi della giustizia amministrativa e la istituzione dell’Ufficio studi, massimario e formazione che ha iniziato ad operare nella primavera del 2011.

La struttura dell’Ufficio e le sue modalità operative vengono analizzate dando sinteticamente conto dell’attività sino ad ora svolta, anche in collaborazione con altre istituzioni.

L’ultima parte dello scritto contiene alcune riflessioni sugli scopi della formazione, sulle peculiari esigenze formative scaturenti dall’organizzazione della giustizia amministrativa, insieme ad una serie di proposte tese a rendere più fruttuoso il lavoro dell’Ufficio nel campo dell’aggiornamento e della formazione dei magistrati.

Formazione ed Europa: esperienze a confronto
di Maria Giuliana Civinini

Nell’introdurre il capitolo che raccoglie i contributi sugli istituti di formazione di Belgio, Francia, Olanda e Spagna, lo scritto fa una breve sintesi dell’evoluzione della formazione internazionale per i magistrati italiani per poi individuare alcune piste di riflessione e azione per la Scuola superiore della magistratura alla luce delle esperienze straniere: rapporto con l’organo di autogoverno, formazione iniziale, corpo dei formatori, formazione dei dirigenti.

di Edith Van Den Broeck

L’articolo ripercorre la storia dell’Istituto di formazione giudiziaria belga mettendone in luce il ruolo nel governare i cambiamenti che attraversano il potere giudiziario in Europa e nell’accompagnarlo nei processi di innovazione.

Per questo un focus particolare è posto sulla formazione all’organizzazione e sui variegati metodi per attuarla.

Un’interesse particolare, nella prospettiva italiana, rivela la formazione dei soggetti che intervengono nel processo di valutazione della professionalità.

Rilevante, infine, il richiamo all’indipendenza dell’istituto di formazione per garantire l’indipendenza della magistratura.

di Simone Gaboriau

Le righe che seguono sono il risultato di una riflessione fondata su una triplice esperienza: quella di 40 anni di magistratura in Francia in diverse funzioni e luoghi, quella di un costante impegno in seno all’Unione dei giudici ed a Medel e quella di missioni di audit in vari Paesi, tra cui la Serbia (per Medel) e, più di recente, la Tunisia, per le Istituzioni europee.

Esse sono state ispirate da numerose fonti normative, ovvero dai testi elaborati dal Syndicat de la magistrature o da Medel, o da molti altri ancora, tra cui l’intervento di Denis Salas al convegno organizzato a Belgrado nel mese di luglio 2014 dall’Associazione dei giudici serbi.

di Rosa H. M. Jansen

La continua evoluzione della società pone il sistema giudiziario davanti a nuove esigenze.

Si chiede ai giudici non solo di avere eccellenti capacità giuridiche, ma anche di prendere in considerazione lo sviluppo della società, di usare le loro abilità sociali nei giudizi e di saper gestire le relazioni con i media.

Per soddisfare queste esigenze, il sistema giudiziario deve trasformarsi in una vera organizzazione con scopi e responsabilità comuni.

La consapevolezza pubblica e la leadership personale dei giudici sono necessari per raggiungere questi obiettivi.

Per soddisfare queste nuove richieste il sistema giudiziario olandese ha riformato il reclutamento, la selezione e la formazione dei giudici.

Gli elementi principali di questo nuovo modello di formazione iniziale influenzeranno anche la formazione permanente dei giudici e lo sviluppo della leadership all’interno del sistema giudiziario.

Il centro Studi di formazione olandese per la magistratura (SSR) è responsabile di questi programmi.

di Carlos Gómez Martínez

Per me parlare di formazione, significa parlare del passato, ed in particolare degli anni, dal 1999 al 2002, in cui ho ricoperto il ruolo di presidente della Scuola della magistratura a Barcellona. Tuttavia, ritengo che l’approfondimento e lo studio condotto dalla Rivista Questione Giustizia, abbia ad oggetto il futuro della formazione. Ciò premesso, le lezioni che possiamo trarre dalle esperienze passate devono essere tenute di conto quando si organizza un’attività di formazione giudiziaria. È necessario sapere “da dove veniamo” per poter pianificare con successo il futuro.

È grazie alla mia esperienza pregressa nel campo della formazione che sono stato invitato a redigere questo articolo. Spero tuttavia di potermi concentrare sul futuro della formazione giudiziaria.

di Kay Evans

Di fronte alle nuove sfide che attendono i dirigenti degli uffici giudiziari, il Judicial College per l’Inghilterra e il Galles, col supporto di un’esperta di formazione degli adulti e leadership e di un gruppo di giudici in posizioni senior, ha individuato qual è il ruolo di un dirigente oggi, ne ha analizzato i bisogni formativi ed ha ideato e realizzato una formazione innovativa e di grande impegno. L’autrice, una degli interpreti di questa esperienza, ce la racconta e ci indica le prospettive di sviluppo.

Prospettive e proposte per la Scuola del futuro
di Rita Sanlorenzo

La ricognizione delle esperienze maturate intorno alla istituzione della Scuola della magistratura è funzionale essenzialmente a tracciare le linee per la sua futura attività, essenziale per assicurare una efficace difesa dell’indipendenza di tutti i magistrati.

Il rapporto con il Csm deve arricchirsi di una leale, reciproca collaborazione, da cui non potrà che scaturire una positiva sinergia in grado di dare ai magistrati italiani un supporto ed un riferimento indispensabili, non solo sul piano strettamente tecnico ma soprattutto per l’accrescimento della consapevolezza del singolo nel proprio ruolo.

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Fascicolo 2/2018
L'ospite straniero.
La protezione internazionale
nel sistema multilivello di tutela
dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali