Rivista trimestrale
Fascicolo 2/2017
Obiettivo 1. Le nuove disuguaglianze

Ripartire dalle disuguaglianze.
Giudici e nuovi disuguali. I compiti della giurisdizione

di Nello Rossi

Spesso le disuguaglianze non si “vedono”, perché ci appaiono naturali o almeno incancellabili ed inevitabili in quanto indistricabilmente connesse con gli assetti sociali, economici e culturali, e perché nascoste sotto la coltre dell’uguaglianza formale, sotto gli schemi dell’autonomia privata, sotto il peso del senso comune.

Si distinguono agevolmente gli “ultimi” – i migranti, i vecchi e nuovi marginali, i detenuti – i quali restano il metro della effettività dei diritti, che sugli ultimi appunto si misura. Ma occorre saper riconoscere anche i tanti “penultimi”, che alla giurisdizione si rivolgono nella speranza di ascolto o tutela: per esempio il risparmiatore, frastornato dalla complessità del mercato, non di rado ingannato e depredato; gli analfabeti di ritorno del digitale, divenuto indispensabile dalla stipula dei contratti di servizio al funzionamento degli apparati assistenziali e burocratici; i precari permanenti di una classe lavoratrice frantumata e dispersa.

1. Vedere le disuguaglianze

L’esordio del congresso è stato un atto di umiltà intellettuale di cui possiamo essere orgogliosi.

Abbiamo voluto un apporto di conoscenza e di analisi dall’esterno del nostro mondo sulla fisionomia e sulle dimensioni della moderna disuguaglianza.

Abbiamo chiesto un aiuto per capire, per penetrare, per “vedere” le nuove disuguaglianze.

Ritenendo che questa conoscenza e questa percezione siano la premessa necessaria per comprendere quali siano i nuovi compiti dei magistrati civili e penali nell’affermazione rigorosa del principio di uguaglianza formale e nell’opera di rimozione degli ostacoli all’uguaglianza sostanziale che si manifestano nel processo e nella realtà che nel processo si esprime e si riflette.

Guardate: io credo che non solo i magistrati di Md – che hanno sempre avuto nell’art. 3, secondo comma, della Costituzione la loro stella polare – ma tutti i magistrati degni di questo nome , quando “vedono” che determinate norme sostanziali o processuali danno vita ad asimmetrie nell’ambito dei processi o dettano regole che creano o mantengono squilibri nella vita economica e sociale delle persone, siano portati a compiere uno sforzo interpretativo e applicativo del diritto che cancelli o attenui quelle disuguaglianze.

Il punto è che spesso le disuguaglianze non si “vedono”, perché ci appaiono naturali o almeno incancellabili ed inevitabili in quanto indistricabilmente connesse con gli assetti sociali, economici e culturali e perché nascoste sotto la coltre della uguaglianza formale, sotto gli schemi dell’autonomia privata, sotto il peso del senso comune.

In passato è stata necessaria una opera di identificazione e di disvelamento per far emergere anche sul piano giuridico le tante disuguaglianze esistenti tra le parti nel rapporto di lavoro o per mettere in luce la condizione di minorità dei pazienti negli ospedali o l’impotenza dei singoli cittadini di fronte all’inquinamento ambientale o all’operato delle agenzie pubbliche erogatrici di servizi.

E la realtà di oggi ci dice che sono nate nuove forme di disuguaglianza cui i giudici di orientamento democratico devono rivolgere la loro attenzione ed il loro impegno.

Considerando questa attenzione e questo impegno come prioritari, quali che siano le forme associative e le modalità di presenza organizzata nella magistratura e nella società che sceglieranno nel corso del congresso.

2. Il primo compito: prendere sul serio l’uguaglianza davanti alla legge

In quest’ottica il primo compito è prendere sul serio l’uguaglianza davanti alla legge.

Il che significa portare in primo piano l’immenso valore dell’uguaglianza nel processo (ed in particolar modo nel processo penale così affollato di disuguali) e valorizzare la figura chiave nella quale questa uguaglianza si esprime, la persona.

Per spiegare meglio quello che intendo, attingo ad uno splendido romanzo di Antonio Tabucchi che si intitola: La testa perduta di Damasceno Monteiro.

«Nella città portoghese di Oporto vi è stato un orribile delitto.

Un giovane è stato ucciso e decapitato.

Ad occuparsi del caso sono un giornalista alle prime armi ed un maturo avvocato che tutti chiamano “Loton” per la sua straordinaria rassomiglianza all’attore Charles Laughton, indimenticabile protagonista del film “Testimone d’accusa” di Billy Wilder.

Del delitto, commesso da poliziotti corrotti per uno sgarro nel mondo della droga, l’avvocato scova un solo testimone oculare che ha visto tutto.

Si chiama Wanda ma in realtà è un uomo Eleuterio Santos: un travestito, con un passato in un ospedale psichiatrico, schedato per prostituzione.

Un testimone così, dice scettico il giornalista: “Figuriamoci”.

E l’avvocato replica severo: “è una persona… si ricordi questo, giovanotto, prima di tutto è una persona”.».

Ecco. Non dimenticare mai la persona che c’è nell’imputato, nel testimone, nella vittima è opera quotidiana di uguagliamento da fare nel corso delle indagini, nei dibattimenti, nelle sentenze.

Ricordandoci che giudichiamo “fatti” che possono essere sgradevoli, nocivi, perfidi, orribili.

Ma che abbiamo il diritto di giudicare esseri umani solo come autori di quei fatti, senza distribuire bollini di infamia, marchi di ignominia perché appunto si tratta di “persone” la cui dignità il processo non può né deve scalfire.

Ritorna qui il dualismo dell’idea di uguaglianza nel processo penale, che corre lungo tutta la storia di Magistratura democratica e ne ha ispirato il garantismo penale, peraltro non senza qualche sbandamento.

Parlo del fatto che c’è una idea di uguaglianza emancipatrice, in forza della quale nel corso delle indagini e nel processo ci impegniamo a trattare l’ultimo cittadino o straniero condotto nelle aule dei tribunali con le stesse garanzie e con lo stesso scrupolo che riserviamo al cittadino o straniero colto e potente incappato nelle maglie della giustizia.

E c’è un’altra concezione, sprezzante e punitiva, del canone secondo cui «tutti sono uguali davanti alla legge» che è diametralmente opposta: la pretesa di trattare, nel circuito della giurisdizione, il cittadino o lo straniero più colto o potente con la stessa sbrigativa disinvoltura e sottovalutazione delle garanzie che talvolta si riserva ai diseredati.

Nella stessa formula «tutti sono uguali davanti alla legge» sono racchiuse due idee opposte di uguaglianza: l’uguaglianza livellatrice che livella verso il basso le garanzie di tutti, tutt’altro che marginale nella pratica giudiziaria al punto che occorre darle incessantemente battaglia e l’uguaglianza emancipatrice che rivendichiamo.

È questo il garantismo penale di cui non abbiamo solo parlato ma che abbiamo tentato di mettere in pratica.

Dal nostro atteggiamento verso i fatti di protesta sociale ai difficili processi della stagione del terrorismo, dai tanti processi nei confronti di esponenti del potere economico e politico al caso Tortora , quando il segretario ed il presidente di Md, Franco Ippolito e Giovanni Palombarini, a nome di Md e sfidando la corporazione andarono a Napoli a criticare la conduzione di quel processo.

E poiché non dimentico che siamo in un congresso politico e non in un convegno di studi ricordo che, dopo quella iniziativa, l’unità associativa si ruppe (presidente dell’Anm era un magistrato di valore come Alessandro Criscuolo) per ricomporsi su basi più salde un mese dopo.

Segno, questo, che non è l’abdicazione, il silenzio, il mutismo di fronte ai dissensi interni che salva il grande valore dell’unità associativa ma la chiarezza ed il rigore dei principi e delle impostazioni di fondo di chi ha deciso di lavorare insieme nell’Anm.

3. Una nuova mappa delle disuguaglianze

Al di là di questa sfera che resta essenziale, ci sono altri compiti più sofisticati e complessi da svolgere per essere agenti – nell’interpretazione delle norme e nella risoluzione dei conflitti – di una uguaglianza sostanziale.

Compiti che per essere assolti reclamano una meditata visione della società in cui operiamo, una mappa delle disuguaglianze.

Quando è nata Md i protagonisti di quella stagione avevano in mente, insieme ad una idea forte della funzione del diritto e del giudice, una mappa delle disuguaglianze.

Non dico che fosse una mappa assolutamente precisa, dettagliata, veritiera.

In qualche punto poteva essere falsata da un di più di ideologia.

Ma era una mappa che individuava i soggetti in campo, le grandi strade da percorrere, le principali asperità del terreno, le mete possibili.

Oggi quella mappa occorre aggiornarla.

Non basta, lo dico francamente, parlare ed occuparsi degli “ultimi” – i migranti, i vecchi e nuovi marginali, i detenuti.

Beninteso gli “ultimi” restano il parametro indispensabile di ogni nostro ragionamento, il metro della effettività dei diritti che sugli ultimi appunto si misura.

Ma ci sono realtà più complesse, più articolate, più sfumate da conoscere nella vasta categoria degli svantaggiati, nella società delle molte minoranze.

Ci sono i tanti “penultimi” che alla giurisdizione si rivolgono nella speranza di ascolto o tutela.

Se questi penultimi li facciamo entrare nella nostra sfera privilegiata di osservazione, se li “vediamo” cercheremo e troveremo anche gli strumenti di intervento.

Ciascuno nel suo campo di intervento, sfruttando come forza i tanti mestieri che facciamo e le tante competenze che accumuliamo nel campo del lavoro, della famiglia, della economia, del contrasto al crimine in tutte le sue forme.

Per parte mia indico qui alcune di queste figure che equivalgono ciascuna a molti milioni di persone.

Il risparmiatore, frastornato dalla complessità del mercato e, come ci raccontano le cronache, non di rado ingannato e depredato, coinvolto in vicende finanziarie che lo sopravanzano e lo travolgono.

I nuovi semianalfabeti, gli analfabeti di ritorno del mondo digitale, sperduti nella complessità della vita sociale che si digitalizza nelle modalità di stipula dei contratti di servizio, nel funzionamento degli apparati assistenziali e nel processo.

I precari permanenti, ultimo approdo ed incarnazione di una classe lavoratrice frantumata nella sua unità, dispersa nei meandri dei mille rapporti di lavoro subordinato, parasubordinato, autonomo, divisa nel pulviscolo di organizzazioni sindacali aziendalistiche, corporative e settoriali che fondano il loro potere più sui veti che sui progetti.

A ciascuna di queste figure non posso che dedicare pochi cenni tratti dalla mia esperienza professionale, soprattutto negli ultimi otto anni trascorsi in una Procura della Repubblica ad occuparmi di criminalità economica ed informatica.

Soffermiamoci per un attimo sul piccolo risparmiatore figura centrale nel moderno assetto socio-economico del Paese.

Nell’epoca del capitalismo finanziario – il capitalismo del nostro tempo – l’asimmetria informativa del singolo rispetto ai soggetti che operano nel mercato finanziario è divenuta enorme.

Si ricorda spesso che gli italiani hanno un basso livello di conoscenze economiche; ma non si aggiunge che anche se essi disponessero di più ampie cognizioni sarebbero comunque disarmati rispetto alla complessità dei meccanismi societari e finanziari.

Eppure gli strumenti che il diritto penale tradizionale mette a disposizione del risparmiatore per crimini ai suoi danni sono dei ferri vecchi, come la truffa o l’appropriazione indebita.

Reati con pene edittali relativamente basse, che non permettono intercettazioni, spesso scoperti in ritardo rispetto alla loro consumazione e facili a prescriversi a fronte di agguerrite strategie difensive, che non ammettono il sequestro per equivalente.

Perfino le possibili ruberie ai danni dei fondi pensioni non meritano alcuna tutela speciale diversa da quella prevista per il reato di truffa.

La più efficace tutela penale che ha potuto essere offerta al piccolo risparmiatore, sia esso obbligazionista, azionista o depositante, è stata sino ad ora una sorta di tutela indiretta e riflessa, dipendente dalla attivazione delle più incisive forme di tutela apprestate per il corretto funzionamento del mercato: le sanzioni penali previste contro gli ingressi abusivi di soggetti privi di requisiti nel mercato finanziario, la norma incriminatrice dell’ostacolo alla vigilanza, le norme sulle manipolazioni del mercato e sull’insider trading.

Qualcosa di simile alle vecchie concezioni dell’interesse legittimo riconosciuto al privato rispetto all’interesse della amministrazione pubblica tutelato in via prioritaria.

È questo un terreno di iniziativa dei pubblici ministeri, di attenzione dei giudici, di proposta di nuove norme che non può essere affidato solo ai gruppi specializzati di pubblici ministeri di alcune grandi Procure o ai raffinati civilisti di alcuni Tribunali ma che dovrebbe essere assunto come prioritario da tutta l’area di magistrati di orientamento democratico.

E lo stesso vale per le difficoltà, talora enormi, che la digitalizzazione della società crea ad un’ampia cerchia di persone nello stesso momento in cui rende più ricca, colta, varia l’esistenza della parte più giovane, colta ed avvertita della società.

Il dramma – vividamente rappresentato nel film di Ken Loach – di Daniel Blake, il cittadino intelligente, ironico, orgoglioso che quando si ammala dopo una vita di lavoro, finisce stritolato dalla dimensione impersonale di una assistenza digitalizzata, dovrebbe essere oggetto di studio e di riflessione dappertutto: nelle scuole, nelle sedi delle associazioni, nei nostri convegni.

E deve essere tenuto presente anche nelle aule di tribunale nel misurare l’adeguatezza delle nostre condotte e nella revisione continua delle buone prassi che devono continuamente adeguarsi alle trasformazioni del processo e dei suoi modi di funzionamento nell’epoca della informatizzazione.

E infine nel mondo dell’economia e del lavoro, di cui parlerà il collega Riverso, occorrerà concentrarsi sulla forbice drammatica, sul dilemma che si ripropone quasi ad ogni passo della vicenda economica.

Se si vuole risanare una impresa – sia essa una banca, un’azienda di servizi o altro – si deve ridurre drasticamente il numero degli occupati e con esso la forza contrattuale di chi resta al lavoro.

Aumentando così il numero dei disoccupati effettivi e virtuali per i quali non basta a mio avviso postulare un reddito assistenziale che li mantenga nel numero dei consumatori e senza che siano alle viste politiche pubbliche che si facciano carico di questa drammatica forbice

Per affrontare questi ed altri temi non basta da sola la magistratura né è sufficiente l’opera giurisdizione.

Ma magistratura e giurisdizione saranno più utili e giuste se opereranno con la consapevolezza piena di queste problematiche, traducendo questa consapevolezza in soluzioni concrete dei casi giudiziari spinosi, in dubbi di costituzionalità delle norme in vigore, in motivi di proposta culturale, tecnica, politica al mondo del lavoro, dell’economia, della politica.

Aggiungo, infine, che per muoverci efficacemente su questo terreno avremmo un vitale bisogno della nascita o della rinascita di una “avvocatura democratica”, capace di organizzarsi per portare in giudizio tutta una serie di istanze, dagli small claims, i piccoli soprusi ai danni del consumatore o dell’utente, ai grandi interessi collettivi negletti o dimenticati e di essere parte civile rappresentativa nei processi per fatti di criminalità politico amministrativa.

Si tratta in definitiva di non restare da soli – né all’interno né all’esterno del mondo della giurisdizione – perché da soli si è destinati ad essere inutili o sconfitti e di non rinunciare ad idee che si sono affermate perché non sono rimaste solo idee ma sono divenute azioni, prassi e modi di intervento.

Non è poco, non è facile ma è possibile e perciò occorre farlo.

Fascicolo 2/2017
Editoriale
di Renato Rordorf
Obiettivo 1
Le nuove disuguaglianze
di Carlo De Chiara
di Franco Ippolito

Dopo i decenni dell’egemonia liberista iniziata negli anni del thatcherismo e del reaganismo, finalmente anche le istituzioni economiche mondiali hanno scoperto che l’abnorme disuguaglianza tra gli uomini finisce col compromettere le stesse prospettive di sviluppo dell’economia. Ma le disuguaglianze, specialmente oggi, non si esauriscono sul piano dell’economia, coinvolgono la libertà, l’identità culturale e religiosa correlate alla condizione di immigrato, i rapporti tra i generi, l’accesso alle informazioni, ai servizi fondamentali, e incidono sullo stesso funzionamento dei processi democratici. In questo contesto, va rinnovata la scelta di campo dei magistrati democratici, quella indicata dall’art. 3 cpv. della Costituzione, sorretta dalla indispensabile conoscenza dei nuovi meccanismi, normativi e di fatto, istituzionali e sociali, che determinano e accrescono le disuguaglianze.

di Paolo Guerrieri

Le disuguaglianze economiche stanno crescendo all’interno di molti Paesi, mentre si stanno riducendo quelle tra Paesi avanzati e Paesi emergenti.

Nell’area più avanzata l’aumento maggiore si registra negli Stati Uniti; in Europa gli andamenti medi rivelano forti differenze tra i Paesi del Nord, con livelli sostanzialmente stabili, e Paesi del Sud, tra cui l’Italia, che hanno visto al contrario aumentare le disuguaglianze al loro interno. Dietro questo andamento non è rinvenibile alcun trend strutturale, ma grandi ondate cicliche di crescita e successiva riduzione.

Globalizzazione, progresso tecnologico, finanziarizzazione delle economie, inefficacia delle politiche fiscali e del welfare sono tra i principali fattori alla base dell’aumento delle disuguaglianze, che va contrastato mediante politiche di “crescita inclusiva”, orientate a ripristinare il giusto equilibrio tra mercati e fornitura di beni pubblici compromesso nella fase del liberismo ideologico e della globalizzazione senza regole.

di Elena Granaglia

Le statistiche italiane registrano nel 2015 il 7,6% della popolazione in condizioni di povertà assoluta, il 13,7% in condizioni di povertà relativa, il 28,7% a rischio di povertà o esclusione sociale, con un incremento del 140% della povertà rispetto a dieci anni prima, soprattutto tra i giovani e gli stranieri.

Il nostro Paese si colloca spesso ai vertici delle statistiche europee riguardanti la povertà e il disagio sociale. Le ragioni risiedono nella bassa/assente crescita economica e nell’inefficacia del sistema di tax and transfer.

Occorre superare l’anomalia italiana dell’assenza di un sistema uniforme di reddito minimo, sciogliendo i nodi critici relativi alle risorse necessarie, alla selezione dei beneficiari, ai presupposti, alla collocazione delle politiche contro la povertà all’interno della più complessiva politica economica e sociale.

di Nello Rossi

Spesso le disuguaglianze non si “vedono”, perché ci appaiono naturali o almeno incancellabili ed inevitabili in quanto indistricabilmente connesse con gli assetti sociali, economici e culturali, e perché nascoste sotto la coltre dell’uguaglianza formale, sotto gli schemi dell’autonomia privata, sotto il peso del senso comune.

Si distinguono agevolmente gli “ultimi” – i migranti, i vecchi e nuovi marginali, i detenuti – i quali restano il metro della effettività dei diritti, che sugli ultimi appunto si misura. Ma occorre saper riconoscere anche i tanti “penultimi”, che alla giurisdizione si rivolgono nella speranza di ascolto o tutela: per esempio il risparmiatore, frastornato dalla complessità del mercato, non di rado ingannato e depredato; gli analfabeti di ritorno del digitale, divenuto indispensabile dalla stipula dei contratti di servizio al funzionamento degli apparati assistenziali e burocratici; i precari permanenti di una classe lavoratrice frantumata e dispersa.

di Roberto Riverso

Ripartire dalla disuguaglianza, per un giudice, significa in fondo ripartire dalla realtà, che registra nel nostro Paese un massiccio spostamento di ricchezza dal lavoro al capitale e alla rendita e il forte indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali.

Questa realtà non è il frutto ineluttabile delle trasformazioni tecnologiche o della competitività giocata sul mercato globale, bensì il frutto di politiche del lavoro orientate alla flessibilità senza sicurezza.

Tocca a Md assolvere al compito di riagganciare la giustizia alla realtà, superando derive formalistiche e distorsioni burocratiche.

di Riccardo De Vito

In troppi casi il diritto e la giurisdizione penale scaricano i loro effetti a senso unico sui marginali, gli esclusi, i subalterni. Alcune fotografie della composizione sociale del carcere chiariscono l’affermazione in maniera plastica. Occorre indagare i nessi causali, dalle strutture normative, alle prassi giurisdizionali, dalle culture professionali ai modelli organizzativi.

L’inversione di rotta può nascere soltanto dalla rivitalizzazione di un modello di giudice e giurista che non si limiti alla contemplazione dell’esistente.

di Nadia Urbinati

L’argomento più accattivante usato per giustificare le disuguaglianze è quello del merito. Ciascuno – si dice – prevale nella competizione economica e sociale grazie ai propri meriti (trascurando però che col succedersi delle generazioni taluni accumulano sugli altri, per successione, un vantaggio ingiustificato destinato per di più ad aumentare nel corso della gara) secondo una regola naturale su cui la legge degli uomini non deve incidere.

Nella relazione tra economia e legge, la teoria della disuguaglianza meritata implica che nessun bene è sottratto al mercato, neppure la salute, l’educazione, l’arte. Invece la società può reggersi soltanto sul cemento invisibile della solidarietà, della consapevolezza che alcuni beni seguono il bisogno, altri l’intelligenza o l’amore, non la possibilità economica o il reddito.

di Ermanno Vitale

Rappresenta la dottrina dei beni comuni – in tutte o in alcune delle sue distinte declinazioni – un’alternativa credibile, praticabile e desiderabile alla visione del mondo neoliberale oggi dominante? Oppure, sia pur mossa dalle migliori intenzioni, si tratta di una proposta teorica alla fine inconsistente, un esercizio di retorica che alimenta nostalgie e pericolose illusioni, senza peraltro neppure scalfire le pareti dell’edificio del capitalismo contemporaneo? La discussione mostra, di tanto in tanto, un corto circuito fra dimensione giuridica della ricerca intorno ai beni comuni e la proposta politica imperniata sui beni comuni.

L'Autore rilancia la riflessione di Luigi Ferrajoli, secondo cui quel che occorre non è l’andare a cercare il comune in un mitico oltre, oltre al pubblico e al privato, ma la riqualificazione del pubblico mediante una sua più rigorosa costituzionalizzazione

di Ugo Mattei

In questo saggio l’autore affronta il tema dei beni comuni nella prospettiva dell’ecodiritto e cioè di un sistema di regole ispirato alla protezione della natura e prodotto dalle comunità impegnate nell’attività di cura dei commons. Il testo è tratto da Ecologia del diritto. Scienza, politica, beni comuni di U. Mattei e F. Capra, di recente edito per i tipi di Aboca (San Sepolcro, 2017).

di Tomaso Montanari

L’altissimo progetto della Costituzione della Repubblica sul paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione affonda le sue radici in una storia plurisecolare che ha messo quell’inestimabile bene comune come fondamento stesso della nostra identità nazionale. Oggi, al contrario, una serie di gravi scelte politiche mette radicalmente in discussione questo progetto, sostituendolo con una visione estrattiva ed economicistica. Ma invertire la rotta è possibile.

di Alessandra Quarta

Il saggio si propone di indagare le analogie e le differenze che esistono tra la categoria dei beni comuni e quella dei beni oggetto della condivisione. Quest’ultima sta emergendo anche nel discorso giuridico, in parallelo alla grande diffusione dell’economia collaborativa, e presenta molti elementi che consentirebbero di associarla all’idea dei commons. Lo studio, che si sviluppa a partire dall’analisi delle caratteristiche delle cose e quindi dallo statuto dei beni, ricostruisce il contesto giuridico in cui le categorie in esame si sono sviluppate per capire come esse possono contribuire da una parte a fondare una teoria dei beni finalmente libera dal soggetto e, dall’altra, a disegnare nuove forme di appartenenza.

di Maria Rosaria Marella

Dopo aver richiamato le sfide che il riconoscimento dei beni comuni pone al diritto, evidenziandone i limiti, e aver tracciato il perimetro della loro rilevanza giuridica, l’articolo si concentra sullo spazio urbano considerato come bene comune nella sua interezza e complessità. La lettura dello spazio urbano come commons non è tuttavia neutra dal punto di vista giuridico; al contrario essa solleva questioni tanto complesse quanto delicate che impattano direttamente sulla nozione di proprietà che si assuma come vigente nel sistema attuale. La nozione di comune (e di spazio urbano come commons) diventa, infatti, la parola chiave di una strategia che si oppone alla sistematica appropriazione del valore prodotto collettivamente dalla cooperazione sociale. La teoria e le pratiche del comune, in virtù di una rilettura del principio della funzione sociale della proprietà condotta alla luce della centralità assunta nel sistema dai diritti fondamentali, sottendono la possibilità che la proprietà possa essere disarticolata in un fascio di situazioni soggettive scomponibile e variamente allocabile, affinché delle utilità che essa genera nel contesto produttivo della metropoli possano godere anche soggetti diversi dal proprietario. In questa chiave, che si avvale dell’analisi giuridica delle esperienze italiane e internazionali di commoning urbano, i diritti collettivi di accesso e uso dei non proprietari si rivelano non meno centrali dello ius excludendi alios del proprietario, mettendo in crisi la stessa “compattezza” del dominio individuale.

L’articolo si conclude gettando uno sguardo sull’attività della Clinica legale di Perugia «Salute, Ambiente e Territorio», impegnata dal 2013 ad ampliare l’accesso alla giustizia in materia di commons urbani e rurali.

di Elisa Contu

La dimensione globale di internet presenta uno scenario particolarmente favorevole per una riconsiderazione del rapporto tra beni e persone, che si ponga come alternativo al modello proprietario classico, attraverso la valorizzazione del profilo relazionale in luogo di quello individuale. Il presente scritto intende analizzare la teoria dei beni comuni con riferimento al sapere prodotto in ambito accademico e diffuso online in formato digitale. In particolare, si vuole riflettere sulla sua configurazione in termini di open access commons, quale presupposto per una valorizzazione di processi di produzione e diffusione della conoscenza maggiormente inclusivi e democratici

di Antonello Ciervo

L’obiettivo del saggio è quello di individuare quale tipologia di interesse, meritevole di tutela giudiziaria, sia sotteso alla categoria dei beni comuni. A partire dalla recente traduzione in italiano di un importante saggio di Yan Thomas, l’autore ritiene che la tutela processuale dei beni comuni potrebbe essere accostata a quella dei cd. “interessi diffusi”, sebbene tale tipologia di interessi non si adatti perfettamente alla particolare specificità dei beni comuni. In attesa di una presa di posizione da parte del legislatore sul punto, tuttavia, già la magistratura potrebbe dare riconoscimento giuridico a questa ulteriore species di interessi processuali, anche in continuità con la ormai consolidata giurisprudenza in materia di “interessi diffusi”.

di Rocco Alessio Albanese

Questo scritto ha due obiettivi. In primo luogo si riassumerà sommariamente la sensibilità che la giurisprudenza civile italiana ha mostrato verso le situazioni collettive di appartenenza. Una attenzione carsica ma costante, quella dei giudici, che culmina nella cd. giurisprudenza di San Valentino, con cui le Sezioni Unite della Cassazione accolsero nel 2011 la nozione di “beni comuni” nel diritto vivente italiano; ma che prende le mosse da pronunce relative ai diritti d’uso pubblico di poco successive all’unificazione.

In secondo luogo, detto itinerario giurisprudenziale consentirà di mostrare che l’omologia tra cose in uso pubblico e commons è stata offuscata dal crescente ruolo teorico della tecnica proprietaria. Al fine di suggerire l’opportunità di rivisitare l’organizzazione tassonomica del diritto italiano dei beni si adotterà allora la prospettiva rimediale, ossia un punto di vista particolarmente affine alla posizione degli operatori pratici del diritto e dei giudici.

Cronache americane
di Luigi Marini

A partire dal 2014 la disciplina internazionale in materia di terrorismo ha conosciuto una importante opera di aggiornamento. Evoluzioni significative si registrano anche rispetto al mio intervento in occasione del seminario tenutosi a Pisa nel mese di marzo 2016, i cui atti sono stati pubblicati da questa Rivista. In effetti, alle nuove risoluzioni emanate dalle Nazioni Unite si aggiunge la Direttiva 2017/541 del Parlamento e del Consiglio del marzo 2017.

Il presente intervento intende, innanzitutto, fornire un aggiornamento rispetto ai contenuti resi disponibili un anno fa, concentrando adesso l’attenzione su quelle tematiche che ritengo di più diretto interesse per l’interprete e il pratico che operano nel nostro Paese. Intende, poi, far emergere come in materia di terrorismo l’azione e la disciplina messe in campo dalle Nazioni Unite presentino una incidenza diretta sulla normativa e sull’azione delle istituzioni a livello nazionale e diano vita a categorie interpretative essenziali per l’attività di coloro che quelle norme sono chiamati ad applicare.

Il sasso nello stagno
di Elena Falletti

La legge 76/2016 non prevede il dovere di fedeltà tra gli obblighi della coppia dello stesso sesso unita civilmente. Tale circostanza costituisce una discriminazione rispetto ai doveri delle coppie eterosessuali coniugate?

Lo scopo di questo contributo è verificare come il concetto di fedeltà sia mutato nel tempo: da garanzia di certezza legale sulla paternità dei figli avuti dalla moglie in costanza di matrimonio a elemento che rappresenta la lealtà e il rispetto verso la persona con la quale si è scelto di condividere la vita.

Per comprendere come questo passaggio sia potuto avvenire si discutono le influenze di religione, scienza e evoluzione sociale su questo tema.

Post scriptum
di Domenico Pulitanò

Il penalista contemporaneo è impegnato su un duplice fronte: contro vecchie versioni ingenue o maliziose del mito dell’interpretazione letterale, e contro moderne, ben intenzionate ideologie. Storicamente, il rifiuto del modello del giudice «bocca della legge» ha favorito lo smantellamento di aspetti inaccettabili della codificazione fascista e la valorizzazione del novum costituzionale. Da respingere è l’idea di un «giudice di scopo», che sottende un modello di funzione giudiziaria cui non sono estranei possibili tratti di autoritarismo. Non si può più trascurare il rilievo che assume nel sillogismo giudiziario l’ermeneutica del diritto e del fatto; tuttavia, il modello illuminista è ancora oggi capace di assicurare le irrinunciabili garanzie che competono agli attori coinvolti nel processo penale e, in definitiva, di assicurare la necessaria legittimazione al potere giudiziario.

ARCHIVIO
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali