Rivista trimestrale
Fascicolo 1/2019
Le questioni

Populismo, associazionismo giudiziario e Consiglio superiore della magistratura

di Vincenza (Ezia) Maccora
Viviamo in un’epoca di grande mutamento, sono cambiate molte delle personalità del mondo politico e giudiziario, è mutato il rispetto tra Istituzioni e il concetto stesso di rappresentanza. Anche in magistratura vi è chi investe fortemente sui leader, esalta la partecipazione diretta dei magistrati non più mediata da corpi intermedi, contesta il sistema, i professionisti dell’associazionismo e la “casta”, indica il sorteggio come strumento idoneo per la scelta dei componenti del Csm. Occorre verificare se questi elementi evidenzino la presenza di pulsioni populiste e cosa ciò può significare per l’Associazione nazionale magistrati e per il Consiglio superiore della magistratura.

1.Il contesto storico culturale che influenza le politiche associative e il governo autonomo della magistratura

Viviamo in un’epoca di grande mutamento, sono cambiate molte delle personalità del mondo politico e giudiziario, è mutato il rispetto tra Istituzioni e il concetto stesso di rappresentanza.

In questo contesto storico, ben descritto in questo volume nelle sue molteplici sfaccettature, avanza sempre più il rifiuto di avere un luogo politico e culturale per il riconoscimento reciproco tra le Istituzioni.

Tutto viene rimesso in discussione, nel dileggio di ogni competenza  e in nome di un presunto rispetto della volontà del popolo contrapposta al sapere ed alla cultura.

Gli sconfinati orizzonti globali suscitano paura, le persone si sentono minacciate dall’arrivo dei “lontani”, dalla fragilità dell’economia, da un’ Europa vissuta come luogo di doveri e non di diritti; l’egoismo cresce a dismisura e gli stessi migranti vengono percepiti con il volto dell’invasione e si è disposti a volgere lo sguardo altrove anche rispetto alla tragedia del Mediterraneo.  

La razionalità e la solidarietà lasciano il posto alla rabbia, come dimostra la violenza che quotidianamente è sotto i nostri occhi e che riguarda l’Italia così come il resto del mondo, una rabbia violenta che purtroppo non trova proposte politiche capace di introiettarla e trasformarla in un positivo cambiamento. Una rabbia utilizzata anche da interpreti politici capaci di rinfocolarla. Rabbia in tanti soggetti figli della società del consumismo, dell’insoddisfazione, dell’assenza del limite.  

Soggetti che non si trovano più rappresentati nelle Istituzioni che disprezzano, additandole come caste responsabili di tutti i mali, da eliminare e combattere.

Soggetti che vivono spesso nelle periferie delle nostre città, che un tempo erano abitate da associazioni, partiti, sindacati che costituivano una moltitudine di corpi intermedi che li legava alle Istituzioni e alla politica.

Tutto questo oggi non c’è più.

Nell’era della Rete in cui tutti possono partecipare (votare) stando seduti nel salotto della propria casa, non vi è differenza tra premere un bottone per cacciare un cantante da X Factor o un vip dal Grande Fratello ed espellere un parlamentare che non si è attenuto alle direttive.

Ma soprattutto nella diffusa solitudine che contrassegna la nostra epoca, fanno presa gli slogan «vengono prima gli italiani», che oggi trovano seguaci anche nelle Istituzioni[1] se si arriva a definire il contezioso in materia di immigrazione (cioè la richiesta di tutela dei diritti fondamentali) una penosa litania applaudendo a un Governo finalmente meno pavido capace di tutelare i cittadini italiani nati in Italia da cittadini a loro volta italiani.

Non si tratta di mere contingenze ma di cambiamenti profondi che richiedono risposte di lungo periodo a cominciare dal tornare a investire sulla cultura per arginare le paure dei cittadini in un mondo complesso e contenere il populismo che oggi è riuscito a intercettare il malessere della nostra società, dalla ostilità verso i partiti soprattutto quelli cd. di sinistra non più ritenuti in grado di dare risposte soddisfacenti in tema di lavoro e diritti fondamentali alla rottura del patto tra cittadini ed élites[2]; dalla sfiducia verso le Istituzioni della rappresentanza politica, in cui non ci si riconosce, alla ricerca del leader forte capace di allontanare le paure.

Non sono questioni nuove. Vi è una famosa profezia di Pasolini[3] espressa in una intervista rilasciata a Luisella Re, pubblicata sul quotidiano La Stampa, che sembra descrivere proprio questi nostri giorni: «prevedo la spoliticizzazione completa dell’Italia: diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. Lo so: i comitati di quartiere, la partecipazione dei genitori nelle scuole, la politica dal basso … Ma sono tutte iniziative pratiche, utilitaristiche, in definitiva non politiche. La strada maestra, fatta di qualunquismo e di aliante egoismo è già tracciata. Resterà forse, come sempre è accaduto in passato, qualche sentiero: non so però chi lo percorrerà, e come».

Parole amare ma vere. Ed ecco perché occorre prestare sempre più attenzione a quei piccoli segnali che sono sempre più espressione di una preoccupante regressione culturale.

È notizia di questi mesi l’adozione di alcuni libri di testo per le scuole elementari dove per descrivere il ruolo della donna e dell’uomo nella nostra società si perpetuano vecchi stereotipi. La mamma è colei che cucina e stira e il papà quello che lavora e legge.

Luoghi comuni che ben esprimono il contesto culturale che viviamo e in cui trovano terreno fertile scelte legislative come quella del disegno di legge Pillon.

Così come significativa risulta la scelta di abolire la traccia storica nei temi di maturità rispetto alla quale inascoltato è rimasto l’appello rivolto dalla senatrice Liliana Segre che ha sottolineato il forte legame tra conoscenza storica e esercizio della cittadinanza, dato che proprio la conoscenza storica rende capaci di orientare criticamente le proprie azione nel bene e nel male[4].

Si tratta di scelte culturali, che vengono sempre più sbeffeggiate nella stagione della semplificazione in cui tutto viene sbriciolato sulla misura di un tweet, dove ogni problema si consuma nel tempo di un annuncio, dove alla capacità di analisi si sostituisce la battuta o la foto su Instagram e al confronto l’insulto e la delegittimazione dell’interlocutore.

Una stagione in cui il presidente del Consiglio Conte, rispondendo a un giornalista che lo interroga su cosa deve intendersi per popolo, afferma «il Popolo è la somma degli azionisti che sostengono questo Governo» così dimenticando che il popolo sono anche tutti gli italiani che in esso non si riconoscono.

Una risposta che non può essere liquidata relegandola sul piano della superficialità perché nasconde una verità molto più profonda e cioè che nell’epoca dei populismi il pluralismo non è un valore.

I populisti non guidano il popolo, lo trascinano. E riescono ad alimentare il suo risentimento, nei periodi in cui le crisi della società scuotono nel profondo le Istituzione e screditano le forze politiche indicate come responsabili delle crisi stesse[5].

Un contesto storico culturale che interessa anche la magistratura, e i riflessi immediati si manifestano sia nell’ambito più strettamente associativo sia in quello del governo autonomo della magistratura.

2. L’associazionismo giudiziario

L’Italia è l’unico Paese europeo ad avere un’unica Associazione nazionale magistrati, che racchiude in sé più gruppi organizzati (correnti) caratterizzati da una diversa visione della giurisdizione e del ruolo del giudice. Una grande posizione di forza per la rappresentanza della magistratura, se si considera che si tratta di una associazione unica che raccoglie il 93,5% dei magistrati e che è, pertanto, pienamente rappresentativa della magistratura nel suo complesso.

Come ha scritto Edmondo Bruti Liberati nella relazione di apertura del XXVII Congresso Nazionale: l’Anm, quale libera associazione con la sua dirigenza democraticamente espressa, è la magistratura italiana.

Dal congresso di Gardone[6], dove all’unanimità l’associazionismo ha accettato, pur con le diverse sfumature dei singoli gruppi, la dimensione politica dell’attività giudiziaria e il nuovo ruolo dei magistrati quali soggetti che si confrontano con i grandi problemi del Paese, alla scelta di un sistema proporzionale per l’elezione del Comitato direttivo, è dato accertato di questi ultimi 70 anni la continua ricerca di un punto di equilibrio tra chiusura corporativa e ruolo dell’istituzione giudiziaria nella società[7]. Un equilibrio, o forse più propriamente una tensione, ricercato da una rappresentanza fortemente pluralista. La dialettica interna tra i diversi gruppi associativi, nel pieno riconoscimento dell’Associazione come casa comune, contribuisce da sempre a rendere vitale il confronto associativo e ad attribuire all’Anm una forte rappresentanza.

E come affermano, fin dal 1983, diversi autorevoli magistrati[8], quando prevale il ripiegamento corporativo operano le deplorevoli logiche clientelari e lottizzatorie, quando invece prevale il ruolo istituzionale della magistratura si formano ampie convergenze peraltro non sempre rispondenti alle divisioni delle correnti.

Ma in ogni caso all’esterno l’Associazione nazionale magistrati è sempre stata rappresentata da una unica autorevole voce, quella del Presidente, capace di creare sintesi tra le diverse sensibilità presenti nel governo dell’associazione, e ciò le ha consentito di assumere un ruolo sempre più forte nel dibattito pubblico, nonostante i tentativi sterili di contestarne la legittimazione definendola un soggetto politico, una sorta di partito dei giudici. Significative le parole di Alessandro Criscuolo devo spiegare quanto c’è di strumentale o di culturalmente arretrato nella polemica della cosiddetta politicizzazione, che tenta di far passare per una sorta di correntismo partitico quello che è invece un pluralismo reale presente nell’ordine giudiziario e che è stato fattore fecondo di crescita ideale e professionale. Certo anche le correnti dell’Anm registrano cadute, debolezze, disfunzioni. Ma la ricetta giusta è quella di curare codesti mali senza compromissione dei principi, non già quella di riportare la magistratura in un blocco omogeneo funzionale agli interessi del potere dominante, come talune ventilate riforme del sistema elettorale per il rinnovo del Csm ad esempio lasciano intravedere[9].

Una associazione unitaria e compatta che nel ventennio berlusconiano, a fronte di reiterati gravissimi attacchi all’indipendente esercizio della funzione giudiziaria, delle leggi ad personam e della riforma ordinamentale Castelli, ha fatto la sua parte, dando il suo contributo tecnico sui progetti di riforma e intervenendo nel dibattito pubblico a difesa della giurisdizione e della autonomia e indipendenza dei magistrati, sempre più spesso oggetto di pesanti ed ingiuriosi attacchi, rei di aver assicurato il controllo di legalità e l’applicazione delle leggi in modo imparziale ed eguale per tutti.

Alle elezioni del 2012 per il rinnovo del Comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale esordisce nel panorama associativo, una nuova aggregazione di magistrati con una lista – Proposta B - che pone al centro del proprio programma elettorale il contrasto alle degenerazioni correntizie, individuate come il principale problema che affligge l’Associazione nazionale magistrati e il sistema dell’autogoverno della magistratura. Si legge nel programma elettorale di quel gruppo che le correnti, nate con l’alto scopo di dare un’impronta al contenuto della giurisdizione rispetto a una legislazione in gran parte adottata durante il regime fascista, sono principalmente divenute, col tempo, degli apparati di potere che, di fatto, controllano tanto l’Anm quanto il Csm … selezionano di fatto i componenti del Csm e, attraverso loro, condizionano, secondo strettissime logiche di appartenenza, il governo della magistratura, a cominciare dalla selezione dei magistrati dirigenti … la sostanziale commistione tra Anm e Csm rappresenta un pesante freno rispetto all’azione sia dell’uno che dell’altro e, non di rado, un vero e proprio fattore deviante rispetto agli scopi e agli interessi che ciascuno dei due soggetti dovrebbe perseguire e tutelare. In particolare, per l’Anm, essa comporta un effetto paralizzante nell’attività di vigilanza e, se del caso, denuncia e contrasto, rispetto all’azione del Csm e dei dirigenti degli Uffici[10].

Nel corso di quel mandato l’unico eletto della lista (1 su 36 componenti) ha concentrato l’azione politica nella continua opposizione al sistema senza però riuscire a mettere in campo una condivisibile prospettiva costruttiva. Le critiche sono state rivolte indistintamente nei confronti di tutti i gruppi, accumunati dell’essere divenuti meri centri di potere, e la logica sono tutti uguali e tutti egualmente responsabili, è stata la cifra politica di quella nuova presenza all’interno dell’Associazione nazionale magistrati. Con l’inevitabile conseguenza che se sono tutti eguali, non vi sono distinzioni da fare, ed è il sistema nel suo complesso a dover essere mutato.

Quell’esperienza politica non si è tradotta nella stabilità di quel gruppo.

Nella successiva elezione del 2016 vi è stata la presenza di un’altra lista, denominata Democratici ed Indipendenti, con un programma elettorale in linea con quello di Proposta B, chenon ha ottenuto alcun seggio[11]. Quella sensibilità politica ha comunque mantenuto una presenza, per quanto sporadica, nell’ambito associativo e nel dibattito sulle mailing-list, e si è continuata a caratterizzare con posizioni di “contestazione” verso coloro che, di volta in volta, hanno assunto ruoli di rappresentanza, descrivendo questi ultimi anni come di forte chiusura corporativa delle correnti rispetto a qualsiasi altra forma di manifestazione di idee a loro estranee o diverse, riducendo a lumicino gli spazi del confronto assembleare e democratico, obliterando l’attuazione degli esiti di consultazione referendaria rappresentanti il volere della maggioranza degli iscritti, tarpando il confronto persino nella rivista dell’Anm, La Magistratura, con improprie forme di censura[12]

La presenza di questo movimento non ha provocato grandi mutamenti nella rappresentanza associativa se si considera che le ultime elezioni del Comitato direttivo centrale hanno visto i gruppi di Magistratura Indipendente e Unità per la Costituzione mantenere sostanzialmente il loro consenso a scapito delle forze progressiste (gli originari gruppi di Magistratura democratica e Movimento per la giustizia-Articolo 3 sono confluite sin dal 2012 in AreaDG) e si è registrata l’ascesa del nuovo gruppo di Autonomia & Indipendenza che, anche grazie alla presenza di Piercamillo Davigo, personalità particolarmente apprezzata professionalmente e mediaticamente forte, ha avuto una importante affermazione elettorale[13].

È interessante notare che proprio nel programma elettorale predisposto dal gruppo di A&I[14], molte delle istanze che hanno caratterizzato la nascita di Proposta B, sono state assorbite e riproposte in forme di maggiore progettualità politica. Si legge infatti che l’Anm deve essere il cane da guardia del Csm dato che uno degli obiettivi primari fissato nello Statuto di costituzione del gruppo è proprio la lotta alle degenerazioni del correntismo all’interno del Csm ed ancora che A&I intende sperimentare un nuovo modo di fare associazionismo, in cui ognuno vale «uno», senza sovrastrutture dirigistiche e gruppi di potere consolidati, sperimentando il voto telematico così da consentire a tutti di scegliere i propri rappresentanti, senza la presenza dei cosiddetti portatori di deleghe o la mediazione dei maggiorenti della corrente. Sistema già sperimentato nell’elezione dei rappresentati del gruppo e proposto in campagna elettorale come metodo di elezione per tutta l’Anm.

Ed ancora per la prima volta sia il programma elettorale sia i contenuti e le forme della campagna elettorale di quel gruppo hanno indicato, da subito, il loro candidato alla presidenza dell’Anm, una modalità nuova per l’associazionismo giudiziario che fino a quel momento aveva visto la presentazione delle liste come insieme di personalità e con una operatività collettiva rimandando l’indicazione del Presidente a un momento successivo alla elezione del Cdc, dato che per ricoprire tale ruolo assumeva valore non solo il numero di preferenze ottenute ma anche il gradimento degli altri gruppi se si considera che il Presidente dell’Associazione deve rappresentare tutta la magistratura.

Questi elementi di novità (investire fortemente sui leader, esaltare la partecipazione diretta degli associati non più mediata da corpi intermedi, contestare il sistema, i professionisti dell’associazionismo e la “casta”) presentano alcuni tratti caratterizzanti che potrebbero essere lo specchio di quanto accade nel mondo politico tout court.

Ed è per questo che occorre interrogarsi, verificando se questi elementi, uniti ad altri, come la scelta del sorteggio per l’individuazione dei componenti togati del Csm (di cui si dirà nel paragrafo successivo), evidenzino il rischio di spinte populiste anche nell’associazionismo e cosa ciò potrebbe significare per l’Associazione nazionale magistrati, per i suoi compiti di tutela dell’assetto costituzionale della magistratura, per il rapporto con gli altri poteri, per la tutela dei diritti e per l’eguaglianza dei cittadini.

Occorre in definitiva essere consapevoli del rischio che anche il ruolo svolto dell’Anm in questi 110 anni[15] possa modificarsi se al nuovo scenario socio-politico del Paese si sommano le pulsioni “populiste” interne.

Un contesto politico che lo stesso presidente del Consiglio ama definire populista e dove però, ancora una volta, è proprio il ruolo dell’Associazione nazionale magistrati a essere messo in discussione. E così anche il diritto-dovere di esprimersi tecnicamente sulle proposte di legge, evidenziando profili di incostituzionalità, costituisce motivo di scontro, essendo critiche espresse da soggetti non eletti dal popolo e quindi non legittimati alla parola[16].

Ed ancora più grave risulta il comportamento di chi, anche in questo ultimo periodo, rivestendo ruoli pubblici alimenta, senza alcun senso del ruolo e della misura, alla ricerca di un facile consenso, un clima di delegittimazione della magistratura e di quella associata esiziale per la democrazia e lo Stato di diritto.

Vecchi suoni di campane che ritornano, dalla manifestazione sulle scale del palazzo di giustizia di Milano da parte di chi rivestiva ruoli istituzionali per manifestare solidarietà a Silvio Berlusconi nel giorno dell’udienza del processo Ruby alla visita del Ministro degli interni al detenuto condannato per tentato omicidio solidarizzando pubblicamente con chi si ritiene non meriti il carcere nonostante sia responsabile di un gravissimo delitto accertato con sentenza irrevocabile[17].

L’insofferenza verso coloro che sono chiamati ad applicare la legge con cui da sempre l’Associazione nazionale magistrati è chiamata a confrontarsi.

Ecco perché, a fronte della continua delegittimazione della funzione giurisdizionale, appare decisamente sorprendente il comportamento del gruppo di Magistratura Indipendente, che pur partecipando oggi alla Giunta unitaria dell’Associazione, ha ritenuto di prendere pubblicamente le distanze dalle dichiarazioni del presidente Minisci[18], indebolendo la stessa forza dell’Associazione magistrati nella difesa dell’autonomia ed indipendenza della magistratura e nella tutela dei diritti[19].

Un comportamento da leggere unitamente alle perplessità, manifestate sempre dal gruppo di Magistratura Indipendente, rispetto alle posizioni assunte dall’Anm di doverosa critica a quei provvedimenti legislativi che presentano profili di dubbia costituzionalità per la possibile lesione di diritti primari, quasi a voler rimettere in discussione quanto raggiunto nel 1965 al Congresso di Gardone, da tutti sempre ritenuto un punto di non ritorno.[20]

Ecco quindi che anche nell’associazionismo giudiziario si può scorgere, guardando agli avvenimenti che hanno caratterizzato questo ultimo decennio, quell’esito solo apparentemente contraddittorio che riscontriamo nella società e che ben è stato descritto da Massimo L. Salvadori[21]: da un lato l’emergere di una molteplicità di individui inclini a chiudersi nell’anonimato, nell’isolamento, nell’indifferenza, nel perseguimento dei propri interessi personali e dall’altro la pronta disponibilità, quando turbati dal sopraggiungere di difficoltà che li colpiscono o desiderosi di tutela e/o di carriera, a fare massa affidandosi ai leader nuovi o antichi i quali lanciano loro messaggi e promesse di “benessere ponendosi come risolutori dei problemi ma di fatto occupando quelle posizioni di potere che dichiarano di voler contrastare.

Così anche nella magistratura, analogamente alla società, l’avvento di orientamenti cd. liquidi[22] ha portato a una grande piazza aperta (alimentata dalle mailing-list) in cui si entra e si esce a piacere, e dove conta più il rapporto con il singolo rappresentante territoriale che quello, laddove esiste, con il gruppo associativo in cui il rappresentante si riconosce. Una caotica nuova agorà in cui gli associati, lontani dal sentirsi parte di gruppi stabili e riconoscibili nei loro chiari orientamenti culturali e di politica associativa, sono soggetti a rapidi mutamenti di opinione e di posizione in preda a linee politiche superficiali e irrazionali (anche “l’informazione associativa” si è trasformata da lettura politica e urticante su ciò che accade ad approccio superficiale e dallo stile accattivante) e a lusinghe demagogiche.  

In questo contesto di restringimento della politicità dell’associazionismo su temi alti quali sono la salvaguardia dei diritti e la difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, della capacità di far rete con l’avvocatura e l’accademia, della forte caduta della cultura politica diffusa tra i magistrati a perdere consenso è soprattutto la magistratura di orientamento progressista. In primis perché proprio da quei gruppi che hanno iscritto l’aggettivo «democratico» nella loro ragione sociale, cioè «il rapporto con il demos, il dialogo con il popolo, l’attenzione alle istanze popolari che sarebbero stati la loro stella polare nel pensare i problemi della giustizia e dei diritti»,[23] ci si attende una politica razionale, efficace, coerente con i valori proclamati, e quando questa non c’è la delusione fa prendere le distanze, e, negli appuntamenti elettorali, si traduce nella astensione dal voto o nel voto di protesta in favore di altri gruppi.

Per tornare a far innamorare dell’associazionismo, allontanando il rischio di pericolose derive populiste, sia i giovani sia coloro che hanno voltato le spalle a un certo modo di fare e intendere la politica associativa occorre saper spiegare la complessità della stagione che viviamo, smascherare chi propone soluzioni propagandistiche e reinvestire in un associazionismo che sia consapevole del ruolo che la giurisdizione è chiamata a svolgere nell’epoca dei populismi. Occorrono luoghi reali, e non solo virtuali, in cui i magistrati si sentano pienamente partecipi della costruzione di una valida politica associativa, in cui sia possibile l’incontro tra le persone, il dialogo e il confronto dialettico tra tutte le innumerevoli intelligenze che la magistratura possiede.

Soprattutto occorre essere consapevoli che la complessità del momento storico richiede l’unità di tutta la magistratura, e soprattutto di quella di orientamento democratico, senza distinguo rivolti al mondo esterno. 

La realtà associativa della magistratura è una piccola società e vale anche in questo campo l’invito che il presidente Mattarella ha rivolto ai cittadini italiani nel messaggio di fine anno: occorre sentirsi “comunità” e ciò significa condividere valori e prospettive, diritti e doveri. Significa legittimarsi reciprocamente. Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme, rafforzando il ruolo esterno dell’Anm nel dibattito pubblico, senza metterlo inutilmente in discussione, ribadendo ancora oggi l’attualità e la validità di quanto affermato al Congresso di Gardone nel lontano 1965.

3. Il Consiglio superiore della magistratura

La disillusione e la sfiducia dei magistrati verso il proprio organo di governo autonomo, che caratterizza questo momento storico, sono fattori estremamente pericolosi, ma lo saranno ancora di più se si fonderanno con le “insofferenze” del mondo politico verso il Csm, che sono sempre in agguato e che possono dare vita a un cocktail mortale per il sistema ordinamentale che abbiamo fin qui conosciuto.

Innanzitutto occorre precisare che diverse sono le esigenze poste a base di questa insofferenza verso l’Istituzione. Per quanto riguarda la sfiducia che serpeggia tra i magistrati essa è direttamente collegata al modo in cui il Consiglio esercita la discrezionalità nella gestione degli affari che attengono alla vita professionale dei magistrati (conferimento di incarichi direttivi e semidirettivi, nomine alla Corte di cassazione ed alla Procura generale, ecc..); mentre per quanto attiene alle insofferenze che provengono dall’esterno esse si concentrano soprattutto sulle modalità con cui il Consiglio si rapporta con il mondo politico e con il Ministro della giustizia nella formulazione dei pareri e delle proposte fornite ex art 10 legge 24 marzo 1958, n. 195 e in occasione delle cd. pratiche a tutela.

Per comprendere il primo sentimento occorre ricordare cosa è accaduto all’indomani della attuazione, nel 2006-2007, del nuovo sistema ordinamentale. La legge ha attuato molte delle richieste della magistratura associata, a partire da quella storica della temporaneità degli incarichi direttivi fino alla valutazione, nella selezione degli incarichi direttivi e semidirettivi, del parametro dell’anzianità come mero requisito di legittimazione, valorizzando i parametri del merito e delle attitudini. Ci ricorda Mariarosaria Guglielmi[24] «che chi ha vissuto la prima fase di attuazione della riforma dall’interno del Consiglio è stato testimone … del ruolo trainante che il Consiglio ha svolto rispetto a tutto il circuito del governo autonomo: vincendo le resistenze culturali al cambiamento provenienti da una parte della magistratura e, al suo interno, dalle componenti associative che più hanno sostenuto questa azione di resistenza, il Consiglio ha garantito il rapido adeguamento della normativa secondaria necessaria per operare il rinnovamento della dirigenza e consentire a Consigli giudiziari e dirigenti di fornire elementi di valutazione effettivi e attendibili. Una stagione di protagonismo culturale e di assunzione di responsabilità, dunque, che ha prodotto risultati tangibili in termini di rinnovamento della dirigenza e, nell’immediato, un impegno di tutto il circuito di autogoverno finalizzato a raccogliere la “sfida di professionalità”».

Ma dopo cos’è successo? Quali sono state le modalità con cui la riforma del 2006-2007 è stata attuata nella normativa secondaria del Consiglio e come è stata metabolizzata dalla stessa magistratura?

Come molti commentatori hanno osservato,[25] da un lato la magistratura ha interpretato la riforma ricercando nuovi modi per restaurare forme antiche di carriera dall’altro il Consiglio non è riuscito a instaurare quel clima di fiducia verso le sue decisioni che era indispensabile in un momento in cui allontanandosi il requisito rassicurante dell’anzianità aumentava l’ambito della discrezionalità.

È stata sicuramente una grande occasione mancata, perché, come ci ricordava Pino Borrè, con una riflessione ancora oggi di grande attualità: «È necessario che il Csm sappia essere all’altezza del compito che, a ben vedere, è forse il più significativo fra quelli che gli spettano (la scelta dei dirigenti, ndr). Occorre capire che è in gioco non solo l’immagine ma la stessa sopravvivenza del sistema dell’autogoverno. Perché il giorno in cui si potesse dire (non per impeto polemico com’è già accaduto, ma con sicura coscienza) che c’era da avere più fiducia negli antichi strumenti di selezione generale e in una vecchia Commissione giudicatrice che non nella funzione valutativa dell’organo di autogoverno, si tornerebbe incommensurabilmente indietro nella storia del pluralismo e dell’indipendenza della magistratura»[26].

Parole profetiche, quelle di Borrè come quelle di Pasolini già citate.

Ed è infatti da questa sfiducia e disillusione che sono nate le reazione più pericolose, irrazionali e nell’ambito delle proposte, soluzioni errate e comunque non risolutive.

Se da un lato la magistratura progressista è stata quella maggiormente punita dagli elettori, che non le perdonano la mancata coerenza tra quanto proclamato e quanto attuato, dall’altro più preoccupante appare la richiesta proveniente dall’interno della magistratura di modificare il sistema elettorale aderendo all’ipotesi del sorteggio. Proprio in occasione dell’ultima tornata elettorale, infatti, in continuità con quella sensibilità politica-associativa nata intorno a Proposta B, si colloca l’appello firmato da 106 magistrati «La liberazione del Csm dalle correnti» inviatoal Ministro della giustizia a sostegno della modifica del sistema elettorale del Csm in favore del “sorteggio”[27].

Una soluzione da sempre considerata inaccettabile sia dalla stragrande maggioranza dei magistrati sia dalla cultura giuridica più significativa[28], a cui invece sembra voler dar credito l’attuale Ministro della giustizia[29].

Si legge nella relazione della Commissione Scotti che «il Costituente, fissando il principio della elettività dei componenti, ha inteso sia fondare la scelta su base fiduciaria perché, nell’esprimere il voto, l’elettore riconosce idoneità, capacità, valenza istituzionale all’eligendo, il che è incompatibile con una sua individuazione meramente casuale, sia valorizzare la caratteristica essenziale del Consiglio superiore che non è un semplice consiglio di amministrazione; è piuttosto una istituzione di garanzia nonché rappresentativa di idee, di prospettive, di orientamenti su come si effettua il governo della magistratura e su come si organizza il servizio di giustizia, anzi su quale sia il ruolo della magistratura e dello stesso Consiglio superiore. Insomma, anche sotto questo profilo il sorteggio suscita dubbi di costituzionalità. Senza dire che esso risulterebbe quantomeno distonico rispetto al parallelo meccanismo di elezione dei componenti laici»[30].

D’altra partel’idea di sorteggiare se non gli eletti almeno i candidati al Csm appare del tutto coerente alla ormai diffusa avversione sia verso le competenze tecniche in quanto tali (viste come generatrici di “caste”) sia verso lo stesso concetto di “rappresentanza politica” … con l’ulteriore corollario che spesso si sente utilizzare, che se «ogni magistrato, professionista dà ergastoli e sequestra per milioni di euro» perché non potrebbe essere sorteggiato per fare il consigliere superiore da un giorno all’altro[31].

Eppure questa proposta, una volta relegata nella “stravaganza” di qualche politico[32], oggi trae linfa tra le fila della magistratura, dove c’è chi ritiene che «quattro associazioni di diritto privato si siano impadronite di un organo di rilevanza culturale come il Csm, distribuendo incarichi e trasformandolo in un mezzo di asservimento dei magistrati. Il Csm non è affatto un padre amorevole per i magistrati, non è più l’organo di autotutela, non è più garanzia dell’indipendenza, ma è diventato una minaccia, perché non vi siedono soggetti distaccati, ma faziosi che promuovono i sodali e abbattano i nemici, utilizzando metodi mafiosi»[33].

Una metafora gravissima, un’accusa tanto forte quanto generica, che non differenzia le responsabilità e nel non indicarle finisce per criminalizzare il sistema nel suo complesso, delegittimando fortemente l’Istituzione e così aprendo la strada a quei tentativi di modificare il sistema elettorale e le competenze del Consiglio superiore della magistratura da sempre esistenti.

Correttamente si osserva che pretendere che l’autogoverno della magistratura sia affidato alla somma di scelte meramente individuali di magistrati concepiti come monadi non comunicanti più ancora che un’utopia appare un’ipocrisia. Non sono le correnti il male assoluto; il male è la loro degenerazione …  È questo che va combattuto, sapendo che, per fortuna, non sempre è così e che occorre saper distinguere contrastando la pigrizia mentale di chi pone sempre tutto e tutti sullo stesso piano[34].

Occorre quindi denunciare le criticità e le cadute, pur esistenti, nell’attività del Consiglio, affrontarle con spirito costruttivo e in ogni caso identificare le responsabilità dei singoli o dei gruppi di riferimento, avendo sempre cura di salvaguardare l’Istituzione Consiglio superiore.

Uno sforzo che Questione Giustizia ha affrontato dedicando a questo tema un intero volume, L’orgoglio dell’autogoverno una sfida possibile per i 60 anni del Csm[35], evidenziando i motivi che hanno contribuito alla disaffezione dei magistrati verso il proprio organo di autogoverno, fornendo delle possibili soluzioni ma soprattutto sottolineando la necessità per l’Istituzione di dover rendere conto al fine di ricostruire quel legame tra magistrati ed Istituzione che sembra essersi interrotto.

Non si tratta di una questione di bon ton, ma di non sottovalutare il rischio sempre presente di approvazione da parte del Legislatore di progetti di modifica della struttura e delle competenze del Consiglio, dato che all’esterno è proprio il ruolo del Consiglio in difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura (pratiche a tutela) e come interlocutore tecnico del Legislatore (pareri e proposte) a essere sempre messo in discussione.

Un Consiglio superiore delegittimato avrà sempre meno possibilità e autorevolezza nell’intervenire in questi ambiti, dove fondamentale è il suo operato.

Significativi gli esempi recenti.

A fronte dei gravissimi attacchi subiti dai magistrati negli ultimi mesi la richiesta di apertura di pratica a tutela non è stata sottoscritta da nessun componente laico ma solo dai componenti togati, peraltro con l’esclusione di quelli che si riconoscono in Magistratura Indipendente[36]. E come ci ricordano i consiglieri appartenenti al gruppo di AreaDG si tratta di una competenza molto importante e delicata, in quanto sono divenuti ormai sempre più frequenti i comportamenti che mettono in discussione il ruolo della giurisdizione e si susseguono e intensificano reazioni scomposte all’esito di provvedimenti dell’autorità giudiziaria non gradite[37] [38].

Anche i pareri resi al Ministro della giustizia ex articolo 10 legge 195/58 non hanno visto il voto favorevole di molti componenti laici, e addirittura un componente laico che era correlatore del parere sul decreto legge n. 113 del 4 ottobre 2018, recante «Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, pubblica sicurezza, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell’interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata», approvato all’unanimità in Commissione, si è poi astenuto dal voto nell’Assemblea plenaria. Le accuse sono sempre le stesse, ripetute negli anni[39]: invasione nella competenza del legislatore, coltivare ambizioni da terza Camera, agire per fini politici e di opposizione al Governo[40].

Anche in questo caso suoni di vecchie campane che ritornano, indifferenti al contenuto nella Relazione Paladin e dell’attività svolta dal Csm, che costituisce una prassi costante riconosciuta espressamente dal Presidente Ciampi nel 1999 «il Csm è un importante interlocutore anche delle Camere e può recare al dibattito sulle questioni della giustizia un contributo tecnicamente qualificato e politicamente neutrale»[41] e nel 2008 anche dal Presidente Napolitano «si tratta di una facoltà attribuita al Csm espressamente dalla legge 194/1958, il cui esercizio si è consolidato in una costante prassi istituzionale»[42].

La complessità che è sotto i nostri occhi, richiede nel prossimo futuro una paziente opera di ricostruzione, senza la tentazione di cedere a semplificazioni o ammiccamenti con atteggiamenti populisti per ottenere un facile, ma aleatorio, consenso[43], perché come ho già avuto modo di scrivere, … si tratta … di avere chiaro che in assenza del modello ordinamentale di governo autonomo della magistratura che delinea la nostra Carta costituzionale non sarà̀ possibile avere una magistratura autonoma e indipendente e una giurisdizione libera e imparziale. Questa consapevolezza deve spingerci ad operare collettivamente per costruire un sistema di governo autonomo migliore nella sua operatività restituendo a tutti i magistrati l’orgoglio di difenderlo e di sentirsi parte di esso. E per far sì che questo processo di rilegittimazione riparta occorre che ognuno di noi senta il peso della discrezionalità come caratteristica imprescindibile di un organo di rilievo costituzionale e nel contempo si senta parte di quell’autogoverno diffuso che richiede, in ogni suo anello, responsabilità politica e dovere di render conto. Di questo in fondo si nutre ogni Democrazia, che è faticosa sia per gli eletti sia per gli elettori, ma che non dovremmo voler perdere. Quanto sta avvenendo in Turchia, con epurazioni massicce di magistrati, in Polonia e in Romania, in tema di riforme ordinamentali, dovrebbe farci capire qual è oggi la vera posta in gioco e perché́ occorra rifondare un patto etico e culturale nell’associazionismo giudiziario e nell’autogoverno[44].

[1] Così il presidente del Tar di Brescia il 14.3.2019 nella relazione di apertura dell’anno giudiziario.

[2] A. Baricco, E ora le élite si mettano in gioco, La Repubblica, 11.1.2019.

[3] Pierpaolo Pasolini, Il nudo e la rabbia, La Stampa di Torino del 9 gennaio 1975.

[4] Così Gustavo Zagrebelsky cfr. https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2019/02/28/da-asor-rosaazagrebelsky-tutti-in-difesa-della-storia30.html.

[5] M. L. Salvadori, Le ingannevoli sirene, La sinistra tra populismi, sovranismi e partiti liquidi, Collana Rosso e Nero, Donzelli, Roma, 2019, pp. 83 ss

[6] XII Congresso Nazionale dell’Anm che si tenne a Gardone dal 25 al 28 settembre 1965.

[7] E. Bruti Liberati, Cento Anni di Associazione nazionale magistrati, Ipsoa, Milano, p. 21

[8] V. Zagrebelsky, Tendenze e problemi del Consiglio superiore della magistratura, in Quaderni cost., 1983, n. 1, pp. 128 ss; S. Senese, Il Consiglio Superiore della magistratura , in Atti del seminario su La magistratura italiana nel sistema politico e nell’ordinamento costituzionale, Giuffrè, Milano, 1978, pp. 503 ss.

[9] A. Criscuolo, Valori e garanzie della giurisdizione. Responsabilità del magistrato. Ruolo dell’Associazione Nazionale Magistrati, Relazione di apertura al XIX Congresso Nazionale Genova, 18-21-novembre 1987.

[10] www.associazionemagistrati.it/allegati/programma_ed_impegni--proposta-b.

[11] La lista ha riportato un numero di voti molto esiguo pari a 54 voti di lista e 118 voti di preferenza.

[12] A. Reale, Io dico che il Papa ha scomunicato le correnti di noi magistrati, Il Dubbio, 29 marzo 2019, http://ildubbio.news/ildubbio/2019/03/07/io-dico-che-il-papa-ha-scomunicato-le-correnti-di-noi-magistrati/.

[13] Piercamillo Davigo è stato eletto con il numero più alto di preferenze (1041 voti) e la lista ha ottenuto 6 seggi.

[14] www.autonomiaeindipendenza.it/il-programma-di-autonomia-e-indipendenza/.

[15] A Roma, 8 e 9 febbraio 2019, alla presenza del Capo dello Stato, si è svolta la manifestazione per i 110 anni dalla fondazione dell’Anm.

[16] Vedi quanto dichiarato dal Ministro degli interni Matteo Salvini, riportato sui maggiori quotidiani, a fronte delle dichiarazioni critiche del presidente dell’Associazione Minisci sul disegno di legge in tema di legittima difesa. Per tutti www.repubblica.it/politica/2019/02/27/news/legittima_difesa_anm_giustizia_lega_m5s_rinvio-220246281/; www.corriere.it/politica/19_febbraio_27/legittima-difesa-nuovo-scontro-l-anm-salvini-7c4c719e-3aa211e9a94b-7b2b39079b0a.shtml.

[17] Vedi R. De Vito, Legittima difesa: una legge per un Paese più pericoloso, in Questione giustizia on line 28.3.2019, www.questionegiustizia.it/articolo/legittima-difesa-una-legge-per-un-paese-piu-pericoloso_28-03-2019.php. «… il Ministro dell’interno si è recato in carcere a trovare il condannato, eleggendolo così a simbolo delle vittime di una discrezionalità giudiziaria che trasforma la persona offesa in carnefice. Eppure, a leggere la sentenza, emerge la seguente dinamica dei fatti: tre persone si recano sul greto del torrente Tidone per sottrarre gasolio da un escavatore di proprietà di un imprenditore che stava effettuando lavori sul letto del fiume; non appena inserito un tubo di gomma nel serbatoio dell’escavatore, si attiva un sistema di allarme del mezzo, collegato al telefono cellulare dell’imprenditore; quest’ultimo salta a bordo della propria vettura e, portando con sé un fucile a pompa, si reca sul posto, dove nel frattempo giungono anche il figlio e un altro dipendente; arrivato all’altezza del ponte sul torrente l’imprenditore scende dalla vettura, imbraccia il fucile e esplode colpi d’arma da fuoco verso la zona del fiume, mettendo in fuga i ladri e colpendo uno di essi all’altezza dell’epicondilo mediale destro. Non è finita: il dipendente dell’imprenditore intima l’alt ad uno dei ladri in fuga, lo fa inginocchiare con le mani dietro la testa e lo colpisce con due colpi che lo fanno cadere supino a terra; in quel momento arriva l’imprenditore che, a circa un metro di distanza dal ladro ormai immobilizzato, gli esplode due colpi di fucile a pompa in direzione del torace. Non vi è bisogno di troppa attenzione nella lettura della motivazione per rendersi conto di come un dibattito pubblico svincolato dal contenuto degli atti giudiziari possa indurre a confondere le acque e a “pensar male” della discrezionalità dei giudici nella valutazione dei casi concreti.».

[18] Il riferimento va alle dichiarazioni del segretario di MI Antonello Racanelli che si è dissociato dalle dichiarazioni del presidente Minisci volte alla tutela delle prerogative della magistratura e del principio della separazione dei poteri a fronte del rischio di delegittimazione della stessa giurisdizione conseguente alla visita del Ministro Salvini che si è recato a trovare in carcere un imprenditore condannato con sentenza irrevocabile per il tentato omicidio di un uomo affermando all’uscita «qualcosa che non è giusto, che non funziona, … che sia in galera l’imprenditore che si è difeso dopo cento furti e rapina e sia a spasso il rapinatore in attesa di un risarcimento dei danni».

[19] Ed infatti gli organi di informazione hanno presentato la situazione come una spaccatura all’interno dell’Anm per la dissociazione delle toghe di destra. cfr. «Toghe spaccate sul leader Salvini. La destra contro le critiche dell’Anm», https://roma.corriere.it/notizie/politica/19_febbraio_25/toghe-spaccate-leader-leghista-salvini-peveri-anm-9f80bad8-386f-11e9-af2a-db624861da78.shtml.

[20] Il Cdc tenutosi in data 25.11.2018 ha licenziato un parere al decreto legge n. 113/2018, cd. pacchetto sicurezza, con l’astensione dei componenti del Cdc dell’Anm di Magistratura Indipendente che hanno a loro volta presentato ed affidato al dibattito un documento Non vogliamo una Anm che si comporti da soggetto politico.

[21] M. L. Salvadori, Le ingannevoli sirene, La sinistra tra populismi, sovranismi e partiti liquidi, cit., pp. 108 ss.

[22] Secondo la definizione del sociologo polacco Zygmunt Bauman, che ha definito liquida la società globalizzata caratterizzata da un dominante individualismo che ha soppiantato le precedenti solidarietà collettive provocando nella rappresentanza i cd “bacini elettorali fluidi” che si formano e si disfano sotto il condizionamento della “crazia” esercitata dai caminetti televisivi e dai social media.

[23] Così Nello Rossi, I giudici, il popolo, i cittadini, in questo fascicolo.

[24] Mariarosaria Guglielmi, La discrezionalità del Consiglio: una prerogativa irrinunciabile dell’autogoverno o un peso insostenibile per la magistratura?, in questa Rivista, n. 4, 2017, pp. 30-36, www.questionegiustizia.it/rivista/pdf/QG_2017-4_04.pdf.

[25] Riccardo De Vito, Soggetti soltanto alla legge. I magistrati e le carriere, in questa Rivista, n. 4, 2018, pp. 58-65; Rita Sanlorenzo, Le nomine dei dirigenti: banco di prova per la difesa dell’autogoverno, in questa Rivista, n. 4, 2017, pp. 58-65, www.questionegiustizia.it/rivista/pdf/QG_2017-4_08.pdf.

[26] C’è ancora una carriera in magistratura?, in L’eresia di Magistratura democratica, raccolta di scritti di Giuseppe Borrè, a cura di Livio Pepino, pubblicato ne I quaderni di Questione giustizia, Franco Angeli, Milano, 2001.

[27] L. Tedesco, Csm, nuovo attacco dal giudice controcorrenti. La petizione Mirenda arriva fino al Ministro, Corriere di Verona, 6 ottobre 2018.

[28] Cfr. parere ai sensi dell’articolo 10 della L. 24 marzo 1958, n. 195 sullo schema del disegno di legge Modifiche al sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura, approvato dal Csm il 25.10.2001; Gaetano Silvestri, Consiglio superiore della magistratura e sistema costituzionale, in questa Rivista, n. 4, 2017, pp. 19-29, www.questionegiustizia.it/rivista/pdf/QG_2017-4_03.pdf.

[29] Ai lavori del congresso nazionale Forense tenutasi a Catania il 18.10.2018 il ministro Bonafede, come riportano articoli di stampa, ha dichiarato che «all’interno delle ipotesi di possibile sistema elettorale ci sono quelle che prevedono un fase di sorteggio non integrale», cfr. www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/04/csm-bonafede-per-combattere-il-correntismo-cambieremo-sistema-elezione-si-a-ipotesi-sorteggio/4670122/.

[30] La Commissione è stata istituita dal ministro Orlando ed i lavori sono stati ultimati con la consegna della relazione conclusiva al Presidente Mattarella il 7.4.2016.

[31] Valerio Savio, Il sorteggio dei candidati Csm, una riforma incostituzionale, irrazionale, dannosa, in Questione giustizia on line, Rubrica Cronache fuori dal Consiglio, 24-10-2018, www.questionegiustizia.it/articolo/il-sorteggio-dei-candidati-csm-una-riforma-incostituzionale-irrazionale-dannosa_24-10-2018.php.

[32]Nel 1971 il sorteggio era stato proposto dall’on.le Almirante.

[33] Così Andrea Mirenda intervistato da R. Iacona, Palazzo d’ingiustizia, Marsilio, Collana Nodi, Venezia, p. 160

[34] Così Renato Rordorf, Editoriale, in questa Rivista, n. 4, 2017, pp. 3-5, www.questionegiustizia.it/rivista/pdf/QG_2017-4_01.pdf.

[35] Il numero 4 del 2017 è stato pubblicato in concomitanza con lo svolgimento della campagna elettorale per l’elezione dei componenti togati del Csm, ed è stato presentato al Palazzo di Giustizia di Milano il 20 giugno 2018, invitando al confronto i candidati al Consiglio appartenenti a tutti i gruppi associativi

[36] I consiglieri che si riconoscono nel gruppo di magistratura indipendente hanno emesso un comunicato il 6.2.2019 in cui precisano quanto segue: «Con riferimento alla richiesta di apertura di pratica a tutela presentata da alcuni consiglieri in merito al cd. caso “Diciotti”, riteniamo la stessa gravemente inopportuna in quanto interviene nel corso del procedimento presso la Giunta del senato competente per la autorizzazione a procedere. Pur prendendo atto della gravità delle dichiarazioni del Ministro dell’interno laddove ha indicato i nomi ed i cognomi dei componenti del Tribunale dei Ministri, ai quali va la nostra piena ed incondizionata solidarietà, la richiesta di apertura pratica a tutela, per il momento in cui interviene, è destinata oggettivamente ad interferire sule prerogative del Parlamento, trascinando il Consiglio superiore della magistratura in uno scontro politico-istituzionale al quale non intendiamo partecipare».

Gli stessi consiglieri, non hanno sottoscritto la richiesta di apertura di pratica a tutela a favore del giudice monocratico del Tribunale di Avellino aggredito dopo la lettura di un dispositivo di sentenza con minacce ed insulti amplificate mediaticamente dalle reazioni successive che come si legge nella stessa richiesta di apertura di pratica a tutela avanzata in data 16.1.2019 sono solo l’ultimo di una lunga serie di episodi che compromettono l’indipendente esercizio della funzione giurisdizionale, che la magistratura deve esercitare nel solo rispetto della legge, indipendentemente dalla critica e dal consenso che ne possa derivare, con conseguente rischio di pregiudicare i valori fondanti di uno Stato di Diritto , quali il principio di non colpevolezza degli imputati e il diritto di difesa nel processo penale.

[37] www.areadg.it/areacsm/diario/22febbraio2019.

[38] Sempre dal Diario dal Consiglio: ribadire alcuni punti fermi con riferimento alle “pratiche a tutela” oggi espressamente previste dall’art.36 del Regolamento Interno. … noi crediamo nel ruolo “politico” del Consiglio, quale funzione che Salvatore Senese ebbe a definire in anni passati di orientamento in senso democratico dei contraddittori processi in corso nella magistratura, nei rapporti fra magistratura e Paese, istituzione giudiziaria e sfera politica, e intendiamo valorizzarlo, come dimostra anche l’iniziativa assunta in questo caso. reputiamo più convincente e coerente con l’assetto costituzionale l’opinione di chi sottolinea che al Csm compete il governo di ogni aspetto che concerne lo statuto del magistrato, che nell’art. 104 Cost. è definito in termini di "ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere" e che, nell’interesse dei cittadini che ne sono i destinatari, va salvaguardato rispetto ad ogni intervento che possa compromettere o mettere in discussione l’esercizio imparziale e autonomo della giurisdizione. In questo senso riteniamo che le attribuzioni del Consiglio non costituiscano un numerus clausus (come potrebbe ritenersi se si potesse definire il Csm un semplice organo di autogestione delle carriere dei magistrati e del “servizio giustizia”) e che invece al Csm competa intervenire a tutela dell’autonomia della magistratura e di ogni singolo magistrato, anche con interventi esterni, che, pur quando non codificati dalla legge istitutiva, rappresentano comunque un connotato di carattere generale degli organi costituzionali o di rilevanza costituzionale. Perciò reputiamo uno strumento importante – certo da maneggiare con prudenza ed attenzione – quello individuato infine (dopo molte Risoluzioni a partire da quella dell’1.12.1994) dal Decreto 15 luglio 2009 che introduce l’art.21 bis nel Regolamento interno, ora art.36) con cui il Consiglio ha definito la procedura specifica per gli interventi a tutela dell’indipendenza e del prestigio dei magistrati e della funzione giudiziaria e stabilito che detti interventi “hanno come presupposto l’esistenza di comportamenti lesivi del prestigio e dell’indipendente esercizio della giurisdizione tali da determinare un turbamento al regolare svolgimento o alla credibilità della funzione giudiziaria, e devono essere proposti su delibera della commissione competente (previa istruttoria) all’Assemblea plenaria. Riteniamo si tratti di uno dei modi con cui il Csm dialoga con i poteri dello Stato e con l’opinione pubblica non nell’esclusivo interesse della magistratura bensì nell’interesse generale dell’ordinamento nell’ambito del suo ruolo di garanzia.». Vedi www.areadg.it/areacsm/diario/6dicembre2018.

[39] Una giornata calda per il Csm, in questa Rivista, edizione cartacea, Franco Angeli, Milano, n. 4, 2008, pp. 73-108.

[40] Né da conto ampiamente il Diario dal Consiglio www.areadg.it/areacsm/diario/23novembre2018.

[41] Discorso tenuto davanti al Csm all’indomani della elezione, cioè il 26 maggio 1999, consultabile sul sito del Csm: www.csm.it.

[42] Giorgio Napolitano Il messaggio del Presidente della Repubblica al Vicepresidente del Consiglio Superiore Nicola Mancino, in questa Rivista, edizione cartacea, Franco Angeli, Milano, n. 4, 2008, p. 92.

[43] Così Marco Patarnello, 60 anni di vita: la struttura e le nostre rughe,nell’analizzare come «Sedersi in plenum»in questa Rivista, n. 4, 2017, pp. 39 ss., www.questionegiustizia.it/rivista/2017-4.php.

[44] Vincenza (Ezia) Maccora Introduzione. Una prospettiva è possibile per un compleanno difficile, in questa Rivista, n. 4, 2017, pp. 6-18, www.questionegiustizia.it/rivista/pdf/QG_2017-4_02.pdf.

Fascicolo 1/2019
Il problema
di Enrico Scoditti

Populismo e diritto rinviano a forme di legame sociale antitetiche: il primo persegue la risoluzione della questione sociale e di quella identitaria senza alcuna mediazione e connessione di sistema, il secondo mira alla neutrale limitazione di ogni potere. Nel costituzionalismo del Novecento europeo si è avuta l’incorporazione nel diritto della questione sociale e di quella dell’appartenenza ad una comunità grazie alla mediazione della politica quale civilizzazione degli impulsi e addomesticamento di paure e angosce. Se la politica perde tale funzione emerge l’antitesi fra populismo e diritto e per i giuristi si apre un tempo di nuove responsabilità

di Nello Rossi
Non ci sarà retorica populista che possa far dimenticare ai magistrati italiani che nelle aule di tribunale il giudice ed il pubblico ministero affrontano “casi” e giudicano “persone”, senza che vi sia spazio né per “amici del popolo” sottratti al giudizio in virtù del consenso popolare né per “nemici del popolo” oggetto di aprioristiche condanne popolari.
di Gaetano Silvestri
Il populismo è la versione estrema della “democrazia totalitaria”, contrapposta al principio della separazione dei poteri e basata sul presupposto che la volontà generale del popolo fa coincidere sempre l’essere con il dover essere. Esso è in irrimediabile contrasto con il concetto stesso di controllo di legittimità costituzionale delle leggi, il quale è sempre potenzialmente in conflitto con la volontà delle maggioranze politiche, passate e presenti.
di Cesare Pinelli
Lo scritto si propone in primo luogo di mostrare come nello Stato costituzionale contemporaneo l’istanza di legittimazione democratica del potere si presenti inscindibilmente connessa con quella della sua limitazione giuridica, mentre il populismo pretende di poterle scindere. Non per questo però, ed è la seconda questione trattata, il fenomeno si può spiegare ignorando i mutamenti istituzionali e sociali che più hanno caratterizzato i recenti sviluppi della convivenza costituzionale, fornendo inediti spazi e opportunità all’ascesa del populismo.
di Alejandra M. Salinas
Il presente contributo analizza la relazione concettuale tra lo Stato di diritto, il gioco politico democratico e il populismo, illustrandola con riferimento ad alcune recenti esperienze latinoamericane. L’ipotesi da esplorare è l’attitudine del populismo, nella misura in cui risulti animato da una logica antagonistica, egemonica e discrezionale, alla distorsione del gioco politico democratico e all’indebolimento dello Stato di diritto.
di Biagio de Giovanni
La crisi del costituzionalismo politico colpisce la democrazia rappresentativa e determina il ritorno ad una nozione identitaria di popolo. A questo stato di cose bisogna opporre la grandezza culturale del progetto europeo, per quello che è e per la potenzialità che contiene, lavorando intensamente a una seria Mediazione tra territorialità e cosmopolitismo, tra nazionale e sovra-nazionale.
di Mario Tronti
Il concetto di popolo, può avere un significato neutro (popolazione, gente) e un significato specifico, politico. Esso designa una base prepolitica, che può diventare o politica o antipolitica. L’epoca del capitalismo industriale ha conosciuto un popolo strutturato, organizzato, politicizzato, ma poi gli spiriti animali hanno riconquistato dominio politico ed egemonia culturale, stravolgendo il rapporto sociale. Forse oggi solo politica e diritto insieme possono intestarsi il compito operativo di rifare un popolo e rifare la società.
di Pasquale Serra
Il populismo, quale possibile risposta alla crisi della democrazia moderna, va collocato con riferimento all’Italia e all’Europa dentro la categoria di sostituti funzionali del fascismo, perché, pur avendo differenze significative con il tipo ideale classico, ha in comune con esso la passivizzazione politica della società. Una risposta positiva e significativa alla crisi della democrazia moderna può invece venire dalla declinazione inclusiva di populismo che la riflessione argentina propone, benché anche questa forma più avanzata di populismo lascia inevaso, come tutti i populismi, il problema decisivo dei limiti del potere politico. Di qui la necessità di una riflessione nuova sulla democrazia, perché quello che con molta approssimazione definiamo populismo è un’anomalia che si forma all’interno della democrazia e che riguarda noi tutti democratici.
di Barbara Randazzo
Il vulnus alla Costituzione, sia sul fronte dei diritti degli immigrati che sul fronte del diritto penale, può e deve essere combattuto con le armi che la stessa Costituzione fornisce in sua difesa, senza assunzione di compiti anomali da parte della magistratura, con la consapevolezza tuttavia che i populismi politici paiono uno dei sintomi della crisi dei sistemi democratici travolti dalla globalizzazione, e non soltanto mere forme di regressione della civiltà occidentale, a cui guardare come stimoli in vista della correzione dei difetti dei sistemi democratici.
di Giuseppe Martinico
In questo lavoro verranno sviluppate tre considerazioni relative al rapporto fra populismo e costituzionalismo. La prima riflessione è relativa all’uso di categorie proprie del costituzionalismo da parte dei populisti. Il secondo punto concerne le strategie seguite dai populismi di governo, che verranno descritte attraverso due parole-chiave: “mimetismo” e “parassitismo”. Il terzo punto, infine, riguarda la validità analitica del cd. “costituzionalismo populista”.
Le questioni
di Luigi Ferrajoli
L’odierno populismo penale si connota per l’ostentazione di politiche esse stesse illecite. Le misure contro l’ingresso dei migranti in Italia adottate da questo Governo costituiscono violazioni massicce dei diritti umani, le quali hanno l’effetto per un verso dell’abbassamento dello spirito pubblico e del senso morale nella cultura di massa, per l’altro del logoramento dei legami sociali. È necessario introdurre nel dibattito pubblico tre anti-corpi democratici: chiamare queste politiche con il loro nome, e cioè violazioni massicce dei diritti umani; provocare la vergogna con una battaglia culturale a sostegno dei valori costituzionali e un appello alla coscienza civile di tutti; prendere sul serio i diritti umani ed in particolare il diritto di emigrare, quale potere costituente di un nuovo ordine globale.
di Vittorio Manes
Il diritto penale è diventato parte integrante della politica e, in linea con le declinazioni tipiche del populismo penale, risponde ad un nuovo paradigma che si caratterizza per l’utilizzo della penalità protesa a soddisfare pretese punitive opportunisticamente fomentate e drammatizzate ed a legittimare i nuovi assetti di potere politico. Si tratta di un diritto penale sempre più disarticolato dalle proprie premesse fondative liberali, teso al congedo dalla tipicità legale del reato, dal principio di proporzione tra reato e pena e dalla presunzione di innocenza, come dimostra la recente legge cosiddetta “spazzacorrotti”, ed affidato interamente alla gestione del giudice, con l’effetto ulteriore della sovraesposizione della magistratura rispetto a compiti impropri.
di Luciano Violante
Con la delegittimazione delle istituzioni intermedie è cresciuto il cortocircuito fra lessico populistico e utilizzo del diritto penale in chiave di perseguimento di scopi che determina lo schiacciamento della sanzione penale a strumento di legittimazione di politiche populistiche. Per i giuristi si apre la stagione di una nuova funzione civile.
di Claudio Sarzotti
Nell’evento mediatico relativo all’esposizione pubblica del terrorista Cesare Battisti in occasione della sua estradizione in Italia si colgono gli elementi caratterizzanti il populismo penale nel suo fare appello ad istinti primordiali che il processo di civilizzazione moderna ha cercato in tutti i modi di sopire e di governare. La vicenda può essere utilmente interpretata alla luce del concetto di “muta da caccia” elaborato in Massa e potere, capolavoro della letteratura antropologica dovuto ad Elias Canetti.
di Simina Tănăsescu
Mentre il ruolo delle Corti con riferimento al populismo rimane importante, il semplice svolgimento delle loro funzioni non è più sufficiente per la sopravvivenza della democrazia costituzionale nel momento in cui esse diventano uno degli obiettivi principali delle minacce populiste. In ogni caso, anche le Corti possono comportarsi secondo schemi populisti, allo scopo di evitare intrusioni populiste nella propria attività oppure per riallineare le proprie posizioni con gli orientamenti generali della società. Rafforzare il potere giudiziario, e le Corti costituzionali in particolare, ha sempre rappresentato una valida risposta al declino democratico populista. Il caso della Corte costituzionale della Romania è interessante poiché esemplifica una situazione nella quale il populismo giudiziario si sostanzia semplicemente nel supporto al potere politico in carica, mentre un clima di “populismo penale” sembra dominare la società.
di Vincenza (Ezia) Maccora
Viviamo in un’epoca di grande mutamento, sono cambiate molte delle personalità del mondo politico e giudiziario, è mutato il rispetto tra Istituzioni e il concetto stesso di rappresentanza. Anche in magistratura vi è chi investe fortemente sui leader, esalta la partecipazione diretta dei magistrati non più mediata da corpi intermedi, contesta il sistema, i professionisti dell’associazionismo e la “casta”, indica il sorteggio come strumento idoneo per la scelta dei componenti del Csm. Occorre verificare se questi elementi evidenzino la presenza di pulsioni populiste e cosa ciò può significare per l’Associazione nazionale magistrati e per il Consiglio superiore della magistratura.
di Lucia Corso
Si pensa di solito ai giudici come alle prime vittime del populismo ed anzi si costruisce il concetto di populismo proprio a partire dall’atteggiamento che i regimi populisti mostrano nei confronti del potere giudiziario. Attingendo alla letteratura nordamericana, si definirà piuttosto il populismo come un’ideologia, uno dei cui ingredienti caratterizzante è l’antielitismo. Il ruolo dei giudici in una società populista verrà tratteggiato a partire da questa premessa.
di Giuseppe Cotturri
Nel 2001 su proposta di forze della cittadinanza attiva è entrato nella Costituzione italiana il riconoscimento dell’autonoma capacità dei cittadini di svolgere attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà (articolo 118, comma 4, della Costituzione). Si tratta di un cambiamento del rapporto istituzioni-cittadini, per sbarrare la strada alle tendenze disgreganti del populismo. Il popolo dei populismi è incapace di formare politicamente una “volontà generale”. La sfida dei cittadini attivi per il civismo è contribuire invece all’affermazione della sovranità dei valori attraverso cui una diversa costruzione sovranazionale europea può essere realizzata.
di Nicola Colaianni
Il populismo politico è fatto di una materia prima che non sempre si scorge: il senso del religioso o del sacro, che anima la visione olistica, senza corpi intermedi, del popolo. Il populismo politico ha bisogno di simboli e attinge all’antico immaginario religioso. L’intreccio è minaccioso sul piano del diritto perché punta a scardinare le norme fondamentali dello Stato costituzionale, in particolare l’eguaglianza dei cittadini nelle loro differenti culture e identità. A contrastare l’antipluralismo congenito del populismo si erge il principio di laicità, con il suo contenuto di rispetto delle diversità e, per questo aspetto, di limite della sovranità popolare.
di Giuseppe Bronzini
A sostegno del rilancio del tema del reddito di base nel dibattito internazionale degli ultimi anni vi sono le nuove tecnologie informatiche che minacciano di distruggere irreversibilmente il lavoro disponibile e le dinamiche di globalizzazione sregolate che generano un nuovo bisogno di protezione il quale però in Europa, stanti la modestia del suo capitolo sociale e le politiche di austerity, viene ricercato in una nuova chiusura dei confini nazionali, alimentando così le spinte populiste. Solo un deciso rilancio dell’Europa sociale con la garanzia di un reddito minimo che recuperi una solidarietà paneuropea può rompere questa spirale distruttiva mediante la combinazione tra la razionalizzazione inclusiva degli esistenti schemi (nazionali) di reddito minimo garantito (che proteggono chi si trova a rischio concreto di esclusione sociale) ed una piccola quota di reddito di base per tutti i residenti stabili nel vecchio continente, finanziato attraverso risorse proprie dall’Unione che mostrino la “potenza” coesiva della cittadinanza sovranazionale.
di Elisabetta Grande
Nell’epoca del populismo di Trump il dinamismo di un sistema a federalismo pieno dà fiato a livello statale (e locale) a una nuova brezza, in controtendenza rispetto alla direzione di un vento che a livello federale da trent’anni a questa parte ha spazzato via i diritti dei lavoratori statunitensi. L’articolo esplora le vicende che riguardano l’emblematico caso dell’arbitrato obbligatorio negli Stati Uniti.
di Giovanni Armone
La riflessione si sofferma sui più recenti sviluppi del concetto di ordine pubblico internazionale e sulle sue concrete applicazioni giurisprudenziali, traendone la convinzione che anche il giudizio di delibazione delle leggi straniere risente del clima di scetticismo che circonda le decisioni giudiziali chiamate a confrontarsi con fonti di produzione del diritto estranee alla comunità nazionale. Anche il diritto internazionale privato diviene così terreno d’elezione per la ripresa delle pulsioni identitarie e populistiche che contraddistinguono l’attuale frangente storico, specie quando investe materie sensibili sulle quali è forte l’attenzione dell’opinione pubblica. Lo studio segnala i rischi di avanguardismo morale insiti in alcune letture dell’ordine pubblico internazionale, ma anche l’arretramento culturale che può discendere dalla mancata partecipazione al percorso di costruzione di valori condivisi.
di Luigi Principato
Se alla sovranità si guarda come potere, il parlamentare ha nel popolo una fonte di legittimazione, in un processo di assimilazione che, sovrapponendo popolo, partito ed eletto, conduce ad un modello plebiscitario di democrazia ed all’istituzione del mandato imperativo di partito. Se, al contrario, la sovranità si interpreta come limite al potere, il parlamentare rappresenta non già il popolo ma la Nazione e l’assenza di vincolo di mandato resta strumento di protezione di una rappresentanza politica che resta rispettosa del ruolo di mediazione fra cittadini e Stato riconosciuto dall’articolo 49 della Costituzione al partito politico.
di Giampiero Buonomo
Per conseguire una vera e propria alterazione dell’equilibrio dei poteri, a vantaggio di una concezione populistica della gestione della cosa pubblica, da un decennio la legistica si è piegata all’utilizzo di formulazioni normative ambigue o polisenso. La prima vittima di questa pratica è la Giurisdizione, che soffre di ingerenze crescenti della Legislazione, alla cui supremazia si sacrifica sempre più spesso la generalità ed astrattezza della norma. I controveleni interni ed esterni al procedimento legislativo appaiono spesso impotenti a frenare la deriva in via preventiva, scaricando sulla Corte costituzionale un controllo in via successiva che, giocoforza, risente delle strettoie dell’incidentalità con cui si investe il Giudice delle leggi.
di Mauro Benente
Nelle vicende politico-istituzionali che hanno caratterizzato il Venezuela alla fine del secolo scorso, e l’Ecuador e la Bolivia all’inizio di questo secolo, non si riscontra quel disprezzo per il diritto e le istituzioni che sarebbe caratteristico dei populismi, ma al contrario l’importanza delle istituzioni giuridiche per il percorso di emancipazione. Paradossalmente le Assemblee costituenti istituite nel quadro dei processi populisti che hanno caratterizzato quei paesi non si sono discostate in modo radicale dalle istituzioni rappresentative rivendicate dalle prospettive liberali, prospettive che invece i populismi ripudiano.
di Daniele Petrosino
Populismo e sovranismo cercano di dare una risposta alla frantumazione del corpo sociale, ma è una risposta debole, fondata sulla riproposizione di paradigmi obsoleti. È però la forma della partecipazione politica e della protezione sociale a non essere più adeguata alle sfide del presente. Per questo è necessario ripensare i luoghi ed i modi di formazione della comunità politica.
Appendice
di Mariarosaria Guglielmi
1. La storia interrotta / 2. Le sfide per l’Europa, la nostra comunità di destino / 3. L’attacco ai diritti e alle garanzie / 4. Ruolo della magistratura fra il dovere di imparzialità e la tentazione di neutralità / 5. L’associazionismo giudiziario: il nostro impegno comune in difesa dei diritti e delle garanzie / 6. Il Consiglio superiore della magistratura / 7. Il percorso di Magistratura democratica: bilanci e prospettive
ARCHIVIO
Fascicolo 2/2019
Famiglie e Individui. Il singolo nel nucleo

Il codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza: idee e istituti
Fascicolo 1/2019
Populismo e diritto
Fascicolo 4/2018
Una giustizia (im)prevedibile?
Il dovere della comunicazione
Fascicolo 3/2018
Giustizia e disabilità
La riforma spezzata.
Come cambia l’ordinamento penitenziario
Fascicolo 2/2018
L’ospite straniero.
La protezione internazionale nel sistema multilivello di tutela dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali