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Questione pena

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Una diversa cultura sociale della pena

I lavori conclusivi degli Stati Generali dell’esecuzione penale
foto carcere

di Marcello Bortolato
Magistrato di sorveglianza
Coordinatore del Tavolo n. 2 degli Stati generali dell’esecuzione della pena

«Bisogna aver visto»
Piero Calamandrei

Il 19 maggio 2015 il Ministro della Giustizia Andrea Orlando dava inizio nel carcere di Bollate agli ‘Stati Generali dell’esecuzione della pena’.

In un luogo divenuto il simbolo di un diverso approccio al tema della rieducazione, caratterizzato dal rifiuto di considerare il periodo della detenzione unicamente come una parentesi afflittiva, si avviava una grande consultazione finalizzata a dare un volto nuovo all’esecuzione penale, orientata al rispetto della dignità umana, informata ai valori costituzionali e in linea con le risoluzioni internazionali. Vi hanno partecipato oltre 200 tra esperti, magistrati, rappresentanti di associazioni, operatori del settore, studiosi ed uomini di cultura, distribuiti su 18 tavoli tematici: tutti i soggetti a vario titolo interessati all’universo penitenziario sono stati coinvolti. Il lavoro, sottoposto a forme diverse di consultazione pubblica (anche tra e con i detenuti), ed oggi interamente accessibile sul sito del Ministero, fornisce indicazioni preziose per l’attuazione della delega in materia penitenziaria (il disegno di legge governativo n. 2798/C all’esame del Parlamento) ma, soprattutto, configura una grande operazione culturale volta a superare un sistema ancora carcero-centrico, che identifica troppo sbrigativamente la sanzione penale con la reclusione in carcere.

Igino Cappelli, magistrato di sorveglianza ai tempi della ‘prima’ riforma del 1975 (l’ordinamento penitenziario oggi vigente), nel libro ‘Gli avanzi della giustizia. Diario di un giudice di sorveglianza’ (Editori Riuniti, Roma, 1988, ristampato nel febbraio 2016 a cura della Tipografia “Puntoeacapo” della Casa di Reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi), annotava che l’errore di base del riformismo è quello – di stampo illuministico – di credere che una legge possa, per virtù propria, «trasformare realtà sociali e istituzionali, deviare il destino di uomini e donne… Il carcere infatti può cambiare solo nel senso delle linee generali di tendenza prevalenti nella società». Nessuna riforma dunque può avere successo se non muta il contesto sociale di base, se non cambia l’approccio culturale al problema di fondo che, nel caso che ci riguarda, è soprattutto quello del ‘come punire?’.

Questo è lo spirito che ha animato il percorso degli Stati generali, la consapevolezza cioè che fuori di un idoneo contesto sociale e culturale in cui dare un senso diverso al punire, il grande dibattito sul sistema dell’esecuzione della pena detentiva è destinato ad essere ancora troppo confuso, disattento e colpevolmente distratto.

Il carcere è, ce lo ha detto l’Europa più volte condannando l’Italia per trattamento inumano e degradante (art. 3 della Convenzione dei diritti dell’Uomo), una grande ‘vergogna nazionale’.

Chi visita il carcere quotidianamente vede tante cose che non vanno: salute negata, lavoro che non c'è, progetti educativi insufficienti, percezione di violenza: «bisogna aver visto!» ammoniva Calamandrei dalla Rivista “Il ponte” nell’anno 1949.

Ecco allora che favorire una larga consultazione, finalmente al di fuori dei luoghi tradizionali, per raccogliere proposte e osservazioni e per far dialogare soggetti diversi spesso distanti nei modelli di lettura ma accomunati dall’essere coinvolti nell’analisi del sistema dell’esecuzione penale, può dar corpo ad una sorta di ‘placenta culturale’ (la parola è di Glauco Giostra, docente alla Sapienza, già presidente di due commissioni di riforma dell’ordinamento penitenziario, già membro laico del CSM ed oggi Coordinatore del comitato scientifico degli Stati generali la cui relazione finale qui viene pubblicata) che sola può fornire nuovo alimento alla finalità costituzionale della rieducazione. Ancora una volta il carcere, posto al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica nelle inedite forme di un ‘interpello sociale’, dovrebbe cessare di essere quel luogo oscuro in cui confinare le insicurezze collettive per divenire il luogo in cui la privazione della libertà sia vista come il necessario percorso che permetta di restituire alla società un individuo realmente consapevole.

Proprio la stagione del sovraffollamento, ormai rientrato nei tollerabili termini attuali tanto che il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, soddisfatto del percorso compiuto dall'Italia, ha ‘archiviato’ proprio qualche giorno fa la sentenza Torreggiani (il numero dei detenuti è oggi sceso a 53.495 – dato del 31 marzo 2016 – a fronte di 49.504 posti disponibili, rispetto ai 68.121 detenuti presenti al 31 luglio 2010 e ormai quasi nessun ristretto è sistemato in uno spazio inferiore ai 3 metri quadri, stabilito dalle sentenze di Strasburgo come limite oltre il quale si avrebbe ‘tortura’), è stata l’occasione per un ripensamento del sistema delle pene e della loro esecuzione: la censura internazionale è divenuta occasione per una stagione di costruzione di un sistema di esecuzione più rispondente al dettato della nostra Carta fondamentale, al senso di umanità, alla dignità della persona, alla tutela dei diritti, all’effettività della sanzione e alla sicurezza della collettività. Purtroppo l’Italia rimane uno dei Paesi a più alto tasso di recidività in Europa e questo significa che non è conseguita, in troppi casi, la finalità rieducativa della pena.

I rapporti dei 18 Tavoli degli Stati generali e il documento conclusivo del Comitato scientifico che Questione Giustizia oggi presenta sono l’esito di questo immane lavoro, durato quasi un anno che sta concludendo la sua fase propulsiva con la grande iniziativa pubblica, alla presenza del Capo dello Stato, il 18 e 19 aprile nel carcere di Rebibbia.

Le proposte uscite dalla consultazione, in cui ognuno ha portato il proprio contributo di scienza e di esperienza, di cultura, di formazione professionale, di attività espressiva, di tecnica e di progettualità, sono il frutto delle tante risorse sociali di cui dispone il nostro Paese: esse vorrebbero dare un nuovo volto anche alle misure alternative ed alle nuove forme di giustizia c.d. ‘riparativa’ che altro non è che una diversa gestione del conflitto che nasce dal reato (tema oggetto anche su questa rivista di ampio dibattito in occasione di una recente iniziativa della Scuola di formazione dei magistrati).

Ha caratterizzato i lavori dei 18 Tavoli una nuova ed inedita attenzione agli spazi architettonici, ai ‘luoghi’ e ai ‘tempi’ della pena (verso una detenzione meno ‘carceraria’), all’affettività e alla sessualità in carcere, alle vulnerabilità sociali dietro le sbarre (minori, donne, tossicodipendenti), alla mediazione dei conflitti fuori e dentro la cornice esecutiva (per una diversa gestione anche dei conflitti intramurari tra detenuti e operatori penitenziari), al disagio psichico ed alle sue conseguenze sul trattamento, ai sistemi di contenimento della pericolosità sociale dei soggetti non imputabili (il grande nuovo spazio, anche culturale, che si è aperto con l’istituzione delle REMS al posto degli Ospedali psichiatrici giudiziari aboliti nel 2015), alla valorizzazione degli elementi del trattamento (in particolare: l’istruzione, la cultura, lo sport) e, infine, al lavoro carcerario (verso una sua “normalizzazione”). Non è stata esclusa nemmeno un’attenzione particolare alla pena perpetua, nel senso di una sua progressiva ‘umanizzazione’, come anche una riconsiderazione delle finalità e dei presupposti dei regimi c.d. ‘differenziati’ (art. 41 bis ord. penit. e circuito ‘alta sicurezza’) e del sistema delle preclusioni (art. 4 bis ord. penit.) per dare nuovo slancio e contenuto alla ‘discrezionalità’ delle decisioni della magistratura di sorveglianza sui percorsi rieducativi del singolo. Ogni riforma in materia penitenziaria non può invero sottrarsi all’individuazione di un punto di equilibrio tra le scelte di politica criminale e penitenziaria che competono al legislatore e la sfera di discrezionalità in funzione individualizzante riservata alla giurisdizione rieducativa.

È auspicabile che di queste proposte (molte di carattere normativo), dei tanti progetti organizzativi ed anche dei soli consigli e raccomandazioni rinvenibili nei rapporti conclusivi dei Tavoli si tenga conto: la questione centrale, non possiamo nascondercelo, è infatti quella dell’effettiva ‘traduzione’ politica di questi risultati, della loro concreta realizzabilità nella trama di una cultura politica purtroppo ancora fondata sulla convinzione che i problemi che la società non riesce a risolvere possano essere scaricati sul carcere e sulla sua ‘inevitabilità’.

Il successo di ogni riforma, dicevamo, affonda le sue radici nell’adesione dell’intero sistema e della società ed è per questo che in definitiva il metodo innovativo inaugurato con gli Stati generali, l’attenzione ‘multifocale’ alla realtà dell’esecuzione penale, merita di essere coltivato e proseguito con la pretesa – che è comune a tutti coloro che, a vario titolo, vi hanno partecipato – di continuare a fare del carcere prima di tutto un’isola di legalità e, poi, di attribuire alla pena quell’effetto restituivo, morale e materiale, che la possa rendere, in una sola parola, ‘utile’.

La rotta segnata

Questione Giustizia diventa anche, in questi giorni, Questione Pena. Con la pubblicazione della relazione finale del Comitato degli esperti intendiamo avviare anche su questa rivista il dibattito sugli esiti degli Stati Generali dell’esecuzione della pena e contribuire, dalle nostre pagine, alla consultazione pubblica.

Gli Stati Generali si sono articolati in progetti tematici importanti e partecipati. Possono segnare l’inizio di una nuova stagione riformatrice e di nuovo clima culturale attorno ai temi del carcere, della punizione, della rieducazione.

I problemi del chi e del come punire stanno e cadono insieme; rappresentano il cuore della legalità costituzionale.

Auspichiamo realmente che il titolo dell’ultimo paragrafo della relazione sia profetico, che la rotta sia segnata e che il senso costituzionale della pena si affermi nelle deleghe legislative e nelle mentalità.

Riccardo De Vito

#carcere

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