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Seminario nazionale - Catania 20-21 febbraio 2015
L'immigrazione che verrà

Una sfida per gli Enti locali

Enzo Bianco

Sindaco di Catania e Presidente del Consiglio nazionale dell'ANCI

Rivolgo in primo luogo un saluto affettuoso, un benvenuto e soprattutto un ringraziamento sincero ad AREA per due ragioni: a) aver deciso di scegliere questo tema per una iniziativa così importante, potendo rappresentare uno dei temi centrali da cui dipenderà il volto che il nostro Paese potrebbe assumere tra qualche anno, che deriverà anche dalla capacità o meno di saper affrontare e definire, appunto, per tanti suoi aspetti, il tema cruciale dell’immigrazione; b) aver scelto Catania come sede quasi emblematica della vostra iniziativa, perché essa rappresenta oramai un luogo di frontiera, di prima linea, per la problematica in questione: una delle porte di ingresso del flusso migratorio che parte dai luoghi sofferenti dei conflitti armati e del disagio sociale per approdare in Italia prima e nelle restanti aree del continente europeo dopo.

Vi voglio, però, anche, confessare candidamente che rispetto a tale evento ci siamo in questi anni sentiti soli, trascurati, dimenticati, abbandonati, sia in sede nazionale sia in sede europea. Ed ancora, con grande schiettezza: se ciò che è successo in Sicilia fosse successo altrove, magari nelle aree settentrionali del nostro stesso Paese, forse non ci sarebbe stato lo stesso livello di disattenzione riservato ingenerosamente alla Sicilia.

Chi mi conosce sa che non sono abituato ad usare parole così forti e dure, ma non posso onestamente farne a meno in questo caso per l’indifferenza e il distacco quasi infastidito con cui i livelli istituzionali superiori hanno seguito la gestione della nostra travagliata esperienza umanitaria.

Esattamente nove giorni fa a Bruxelles nella sede del Parlamento europeo si è insediato il nuovo Comitato delle Regioni dell’UE. E’ un organismo consultivo di cui fanno parte rappresentanti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e dell’UE. In tale occasione, facendone parte anche io, sono stato eletto dai miei colleghi capo della delegazione italiana, e proprio nel corso del mio primo intervento mi sono diffusamente occupato del tema dell’immigrazione. E devo dire che trovo assolutamente indecoroso e inaccettabile che una compagine politico-istituzionale come l’UE, che vanta nobili tradizioni in materia di rispetto dei diritti umani e democratici, possa affrontare il dramma dell’immigrazione in modo così insufficiente e contraddittorio.

Mi chiedo e vi chiedo, infatti: è ammissibile che una organizzazione sovranazionale come l’UE, che ambisce legittimamente ad essere caratterizzata da un vero e proprio ordinamento federale, possa mettere in campo contemporaneamente due strumenti di intervento relativamente discutibili e tra loro, per certi aspetti, anche contraddittori? Da un lato, infatti, finanzia, con risorse addirittura superiori, il Governo spagnolo per le sue politiche di respingimento nel Sahara di persone disperate provenienti dal continente africano. Dall’altro, pur trattandosi di interventi aventi uno spessore qualitativo e solidaristico di gran lunga più rilevante e degno di merito, assicura all’Italia, per le meritorie e altruistiche operazioni di salvataggio in mare della Marina Italiana e per il lavoro di accoglienza svolto soprattutto in Sicilia, nell’ambito degli aiuti identificati con la denominazione di Mare Nostrum, una copertura finanziaria alquanto stentata e non del tutto soddisfacente.

Bisognerebbe allora affermare e precisare che, piaccia o non piaccia, e qui ci soccorre il titolo lungimirante da voi scelto per l’iniziativa in corso, stiamo parlando di un problema che è destinato a segnare le risposte che oggi e in futuro sono e saranno chiamati a dare i Paesi europei, perché da esse dipenderanno anche le logiche, i pensieri e i comportamenti politici e culturali del futuro assetto europeo, anche perché ci si trova, a mio parere, in presenza di un fenomeno immigratorio inevitabile e forse perfino il più importante che si conosca nella storia umana del nostro pianeta.

Pensate a che cosa sta accadendo! Secondo tutti i demografi, nel giro di 60 anni, tra il 1960 ed il 2020, 2030, si assisterà ad un ribaltamento della disposizione demografica in questa parte del mondo. 50 anni fa il 27% della popolazione del mondo stava in Europa e l’8% stava in Africa; entro 20 anni la posizione sarà esattamente ribaltata. Meno dell’8% starà in Europa e più del 27% starà in Africa. Ci troviamo quindi di fronte ad un fenomeno che ha queste dimensioni e che qualcuno, qualche tempo fa, si illudeva di fermare con le cannonate o con i muri, con il filo spinato.

Io, i miei assessori - ne vedo qualcuno presente qui di quelli che hanno affrontato più direttamente quest’emergenza, e voglio ringraziare anche loro di cuore per quello che hanno fatto – abbiamo incontrato persone che ci hanno raccontato di inesperienze inenarrabili: famiglie siriane che sono partite dalla Siria vendendo tutto, hanno impiegato sei mesi per arrivare in Libia, vivendo esperienze drammatiche; poi sono stati 5 – 6 mesi in Libia, un Paese che sappiamo ridotto in condizioni inaccettabili, e sono infine partiti, sapendo perfettamente al momento della partenza di correre rischi serissimi, potendo finire in un’imbarcazione che poi non li porterà da nessuna parte… perché sanno, per quello che sentono dire, quante persone muoiono nel canale di Sicilia nel tentativo di traversare. Eppure partono ugualmente.

Allora, rispetto a tutto questo, la prima affermazione da fare è: non si tratta di un fenomeno di emergenza. E’ un fenomeno stabile, con il quale siamo obbligatoriamente costretti a confrontarci e, rispetto ad un fenomeno che non è emergenza, non si possono avere politiche emergenziali. Politiche emergenziali come quelle con cui fino ad oggi abbiamo affrontato questa questione.

Dico, per esempio, in modo schietto: noi, ancora oggi, non abbiamo un vero e proprio Centro di Prima Accoglienza in Sicilia. L’abbiamo chiesto; il Ministro dell’Interno ce l’aveva promesso durante un incontro importante tenuto qui con tutti i Sindaci direttamente interessati. Non è immaginabile e non è sensato togliere ai ragazzi di Catania i palazzetti dello sport, dove ospitiamo i migranti in stato di emergenza e in condizioni assolutamente non adeguate.

Quindi, la prima cosa fondamentale da fare, da parte del governo italiano ed in piena sintonia con l’Unione europea, è che si creino Centri di prima accoglienza nei quali affrontare il fenomeno.

E naturalmente, insieme con tutto questo, occorre occuparsi dei “minori non accompagnati”, che rappresentano il dramma nel dramma. Sino al 31 dicembre del 2014 la legislazione italiana poneva le spese per i minori non accompagnati sui Comuni. Ma quella legislazione era calibrata sull’idea che i minori non accompagnati, in una città come Catania, fossero 3 o 4 massimo quando, invece, come l’anno scorso, noi abbiamo avuto mediamente 800 bambini in questa condizione. Il fenomeno va allora affrontato con una logica assolutamente diversa ed in modo adeguato. Ed infatti, oggi, siamo riusciti ad ottenere che quest’aspetto organizzativo e finanziario sia affrontato in modo diverso.

Scusate poi se faccio un accenno a un argomento di attualità. In questi giorni abbiamo visto sulla stampa, nell’affrontare il fenomeno dell’immigrazione, la preoccupazione legata alla possibilità che attraverso il canale dei barconi o dei gommoni possano penetrare nel territorio nazionale i terroristi di ISIS. Allora, diciamolo con grande franchezza, anche per l’esperienza da me maturata in questo ambito, prima come Ministro dell’Interno e poi come Presidente del Comitato di Controllo sui servizi di Intelligence: i terroristi non entrano nel nostro Paese su un gommone con 300 persone, con un altissimo rischio di morire! Il valore della vita di un terrorista, dal loro punto di vista, è altissimo, è il frutto di un investimento e non lo rischiano caricandolo su un gommone. Non voglio sottovalutare il problema, ma oggi il rischio non c’è, si svolgono tutti i controlli e non si abbassa la guardia, ma non è certamente questo, oggi, il principale problema.

Il vero problema è la mancanza di iniziativa adeguate. Che cosa fare allora per affrontarlo?

Alcune cose, secondo me, si possono e si devono fare.

La prima è, innanzitutto, presidiare meglio, in modo adeguato ed efficace il contrasto alle organizzazioni criminali che gestiscono il flusso del trasporto, perché sappiamo che questo è un tema vero e reale. È un tema, rispetto alla quale, voglio dirlo pubblicamente qui e ringraziare la Procura della Repubblica di Catania, che, insieme con le forze di Polizia, ha maturato un know-how assolutamente adeguato ed è riuscita ad individuare, con alcune brillanti operazioni, delle modalità di operatività che sono da studiare con molta attenzione.

E credo che, da quest’esperienza, si evidenzi con chiarezza che vi è un tipo di organizzazione sovranazionale che sovrintende a questo, organizzazione che deve essere assolutamente colpita, con strumenti di rafforzamento della cooperazione anche giudiziaria a livello sovranazionale. Si sono fatti grandi passi avanti a livello europeo, ma se ne possono e se ne debbono fare altri.

Poi c’è il tema della cooperazione europea in materia di frontiere. L’idea di avere una vera e propria Polizia delle frontiere nacque qui a Catania in un incontro di cooperazione tra il governo italiano e la commissione europea, con l’allora commissario Antonio Vitorino. Il governo italiano fu finanziato dall’Unione europea per studiare un progetto, quello dal quale poi nacque l’idea di Frontex. Frontex è un’idea splendida, ma, purtroppo e senza responsabilità di alcuno, io credo che l’esperienza di Frontex non sia adeguata alla piena operatività che quest’Agenzia dovrebbe avere. Frontex ha infatti un approccio limitato, che si rispecchia in una dotazione di risorse limitate. Dico anche, con schiettezza – e non per rivendicare una nostra richiesta allora avanzata –, ma per equilibri geopolitici: che senso ha che la sede di Frontex sia stata fissata in Polonia, a Varsavia?

Credo che un’agenzia come Frontex, che deve affrontare questo problema, debba stare in prima linea. Noi abbiamo dato la disponibilità in tal senso. Non vogliamo cappelli né pennacchi, ma forse varrebbe la pena che ci fosse almeno un ufficio operativo nel territorio dove i problemi si affrontano, altrimenti c’è il rischio che Frontex ci fornisca dati ed elementi con qualche settimana o mese di ritardo, ad esempio su quanti stranieri sono arrivati nel nostro territorio nazionale, magari fornendo una serie statistica che certamente è utile, ma non è obiettivamente decisiva. Quindi Frontex deve fare, credo, un salto di qualità, diventando più operativa. L’Unione europea deve attribuirle maggiori funzioni.

Dico con altrettanta chiarezza che l’operazione di soccorso in mare, che la Marina italiana ha condotto con una professionalità ed una umanità che sono diventate uno dei motivi di maggiore orgoglio del nostro paese in Europa e nel mondo, non può essere affidata solo al governo italiano e alla Marina Militare.

E le modalità con cui oggi si pretenderebbe che noi la svolgessimo, con il contagocce, non sono adeguate alla drammaticità della condizione che noi abbiamo sperimentato. L’operazione internazionale europea che deve continuare, probabilmente, l’operazione precedente, va condotta con le stesse modalità che ci hanno consentito in quel periodo di salvare decine e decine di migliaia di persone.

Poi naturalmente c’è l’impatto sulle comunità locali e sugli amministratori locali nel territorio. Anche qui vengono in rilievo il tema dell’emergenza, e quindi, l’essere messi in condizione di operare lo smistamento rapido dei migranti giunti, a partire dalla predisposizione di centri d’accoglienza, e quello della modifica del regolamento “Dublino tre”, che dovrebbe prevedere la possibilità di slegare il riconoscimento del diritto d’asilo dal luogo in cui si sbarca. Quello attuale è un criterio obiettivamente privo di senso, spiegabile solo con l’egoismo di chi vorrebbe fermare coloro i quali avanzano pretese di diritto, confinandoli nei luoghi in cui sono arrivati. Questo è un altro aspetto assolutamente rilevante.

La parte conclusiva del mio intervento riguarda le politiche per l’integrazione, che sono un elemento essenziale.

È quello che dicevo poco fa: quale sarà il volto del nostro Paese, in larga misura dipenderà dal modo in cui sapremmo affrontare o non affrontare in tema della integrazione.

Il nostro Paese, sotto questo profilo, ha ancora molte cose da fare, pur avendone fatte alcune significative e di grande rilievo. A livello cittadino nel nostro Comune sono state fatte alcune cose che indicano il senso e la traccia verso cui occorrerebbe andare.

Nel Consiglio Comunale della città siede, per la prima volta, un consigliere comunale aggiunto, che appartiene a comunità di catanesi non nativi, e ciò è molto bello. I primi passi di quest’esperienza dimostrano che l’assunzione delle responsabilità in questo ambito è una strada giusta. Abbiamo affrontato con un gesto simbolico anche il tema del ius soli. In questa città, nelle scuole inferiori, la percentuale dei bambini nati a Catania, ma non cittadini italiani, è pari al 13% – 15%, quindi è una percentuale rilevante. In una scuola di un qualunque quartiere della città ci sono due bambini che stanno nello stesso banco: uno è nato qui ed è figlio di genitori non cittadini; studia insieme all’altro; parla non solo l’italiano, ma anche il siciliano, a volte meglio di come lo parla l’altro; sono bambini fantastici, brillanti, intelligenti, rapidi. Questa è la condizione con la quale ci troviamo a confrontarci.

Ed allora, non volendo ricorrere allo strumento della cittadinanza onoraria, che francamente mi sembrava insignificante, abbiamo cercato di dare qui, a Catania, un segnale che è solo una carezza, ma è una carezza che qualche volta ha un suo valore: abbiamo istituito il registro dei catanesi per nascita in cui i figli degli immigrati non cittadini nati a Catania possono registrarsi. Il valore è solo simbolico, ma rappresenta un gesto di attenzione nel senso che l’amministrazione comunale riconosce loro questo diritto.

Ci sono poi mille altre cose da affrontare. In questo palazzo del 1400, che ospita i vostri lavori e che è uno dei simboli della storia di questa città (era un vecchio palazzo della famiglia Platamone), c’è ancora un piccolo resto di un monumento Aragonese: una balconata molto bella, in bicromia bianco e nero, che si vede sulla terrazza. Dopo che il palazzo venne distrutto dal terremoto del 1693, fu qui ricostruito un monastero, uno dei tanti monasteri della città piena di monasteri. Nella corte di questo ex monastero purtroppo molti mesi fa, dopo uno dei tanti sbarchi, noi abbiamo celebrato una cerimonia interreligiosa per onorare la memoria di 17 vittime, 13 donne, 2 uomini e 2 bambini. Hanno ufficiato la cerimonia interreligiosa l’Imam di Sicilia, l’Arcivescovo di Catania ed un prete copto. È stato un momento straordinariamente toccante. Abbiamo dimostrato che si può pregare insieme, ognuno chiamando il proprio Dio come vuole, ma omaggiando, onorando quella memoria. Per difficoltà burocratiche e finanziarie non ce l’abbiamo fatta a trovare subito il luogo ove seppellirli, ma nei prossimi giorni, ai primi di marzo, sarà pronto: abbiamo scelto il luogo più centrale del cimitero di Catania. L’Imam, che si è recato a vederlo, ci ha dato dei consigli. Vi sarà una cerimonia religiosa e saranno sepolti qui i corpi di queste 17 persone, la cui memoria vogliamo onorare, con un monumento che c’è stato regalato dai ragazzi catanesi dall’Accademia delle Belle Arti, noi ci stringeremo la mano l’uno con l’altro per dimostrare e per significare che in questa terra, che è un crogiolo di civiltà, noi vogliamo affrontare con questo spirito anche la nuova sfida dell’immigrazione che verrà.

Grazie di cuore per la vostra presenza qui.

Programma completo
Prima sessione
Le migrazioni verso l'Europa
di Daniela Galazzi
Giudice del Tribunale di Palermo
di Enzo Bianco
Sindaco di Catania e Presidente del Consiglio nazionale dell'ANCI
di Lucio Caracciolo
Direttore di Limes
di Filippo Formica
Capo della Rappresentanza permanente italiana presso le Nazioni Unite a Vienna
di Vittorio Manes
Professore di diritto penale - Università di Bologna
di Piergiorgio Morosini
Componente del CSM
di Alvaro Garcia Ortiz
Pubblico Ministero a Santiago de Compostela, presidente della Unión progresista de fiscales