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Seminario nazionale - Catania 20-21 febbraio 2015
L'immigrazione che verrà

L’evoluzione dei fenomeni migratori verso l’Europa

Lucio Caracciolo

Direttore di Limes

Intanto grazie per questa opportunità.

Prima di proporvi qualche elemento di analisi, permettetemi come cittadino di esprimere tutta la mia simpatia e tutta la mia solidarietà agli uomini, alle strutture dello Stato e della società siciliana. Prima il Sindaco ricordava come l’eco di ciò che fate ogni giorno, ogni ora per la povera gente che riesce a valicare il canale di Sicilia e per dare un’accoglienza umana a queste persone non viene, non dico apprezzato, ma nemmeno conosciuto molto aldilà di questa città e di questa Regione.

Questo credo che sia, innanzitutto, anche una responsabilità dei media, e quindi come giornalista mi faccio anche io carico di questa realtà. Ma più in generale credo che sia espressione del grado di non-solidarietà nazionale che purtroppo in una fase di crisi segnala quelle che sono alcune linee di faglia di questo Paese e che – appunto – emergono nelle situazioni più critiche, sulle cui origini e sui cui effetti dovremmo ragionare insieme.

Chiusa questa parentesi da cittadino, permettetemi di affrontare il tema.

Quando Giovanni Salvi ha scelto quel titolo, credo che abbia colto il punto. “L’immigrazione che verrà”. Il punto è: quale immigrazione e come arriverà. Qui dobbiamo occuparci dell’immigrazione per necessità, non dell’immigrazione per scelta.

Parlo di profughi, parlo di rifugiati, ma soprattutto intendo soffermarmi sulle cause che portano decine di migliaia di donne, uomini, di bambini sulle coste siciliane e poi in Italia, ma soprattutto verso quel nord Europa che, a mio avviso, in modo quasi incomprensibile, risulta assente o disinteressato. Rispetto a questo fenomeno l’Europa è assente, salvo magari rimproverarci deficit organizzativi a riparare i quali non contribuisce, e ciò nonostante un evidente dato di fatto, cioè che l’Italia su 28 paesi dell’Unione europea è il ventisettesimo per accoglienza dei profughi. L’unico paese dell’Unione europea che ne raccoglie di meno è la Polonia… forse per questo vi hanno stabilito la sede di Frontex.

Però volevo parlare delle cause, delle fonti di questi fenomeni, e questo mi porta inevitabilmente a guardare a ciò che avviene nel nostro sud, a sud della Sicilia ed a Est della Sicilia. Per parafrasare un’autorità un po’ più rilevante, cioè quella del Papa, direi che si sta combattendo tra Nord – Africa, Levante e Golfo una guerra civile a pezzi, o meglio, una serie di guerre civili. Noi non riusciamo a spiegare come il numero di profughi sbarcati sulle nostre coste sia aumentato per circa un fattore otto nel 2014 rispetto al 2013 se non partendo da questo dato di fatto.

Raccontava prima il Sindaco del caso della famiglia siriana. Ce ne sono ovviamente centinaia, migliaia di casi analoghi. La Siria in questo momento è un mattatoio, sono morti, secondo cifre approssimative, più di 200 mila siriani, milioni di siriani sono stati costretti a lasciare le loro case, ve n’è circa cento/duecentomila in Libano, tanto per dare un’idea. Ma non è solo la Siria. Abbiamo nella penisola Arabica il caso dello Yemen; abbiamo in Nord Africa il caso della Libia; abbiamo più a sud, nel Sahel, una instabilità evidente e delle guerre civili in corso, in particolare in Nigeria, nel Mali, e così via.

I flussi di essere umani che puntano verso nord sono, anzitutto, parte di questo quadro e sono anche spesso, allo stesso tempo vittime e strumento delle forze che si combattono in questa vasta regione. E, inoltre, sono un cespite piuttosto rilevante per le milizie che combattono. In particolare, per le milizie jihadiste, che usano del traffico di esseri umani come di un fattore abbastanza rilevante del loro bilancio.

Qual è, all’interno di questo quadro di guerre civili, il focus principale, il centro, l’epicentro? A mio avviso si tratta dello scontro tra Arabia Saudita e Iran. Che ha poi varie ripercussioni in tutta l’area, dal Nord Africa fino all’Afghanistan e giù fino allo Yemen, noi vediamo gli echi, naturalmente modulati in modo differente, a seconda dei paesi, delle regioni, delle località, di questo scontro tra colossi, le due principali potenze del Golfo. Due potenze che esprimono, tra l’altro, due visioni e due rappresentazioni dell’Islam che, diciamo, fin da dopo Maometto non si sono mai davvero accordate. Due paesi che esprimono anche, dal punto di vista etnico, storie e culture che si sono difficilmente conciliate, come quella Araba e quella Persiana, e due paesi che sono in questo momento parte di un conflitto anche più generale con l’Arabia Saudita, che si trova paradossalmente alleata dello Stato ebraico, che peraltro non riconosce, dal quale non è riconosciuta, ed, in misura più cauta e riservata, con gli Stati Uniti d’America, avendo dall’altra parte l’Iran con la sua catena di satelliti regionali - uno dei quali, l’Iraq, gliel’abbiamo brillantemente regalato noi con la guerra del 2003, noi occidentali, e che è diventato nella sua parte maggiore un territorio sotto stretta influenza iraniana e delle forze sciite, delle milizie sciite Irachene che sono su quel territorio -; la Siria, o meglio, quel che resta della Siria, perché la Siria come stato non esiste più; il Libano di Hezbollah e naturalmente anche le altre forze nella regione.

In questo scenario di guerra civile e di confronto tra potenze, paesi e società mussulmane, con vittime mussulmane e carnefici mussulmani in cui noi veniamo qualche volta utilizzati o che noi cerchiamo di utilizzare - quando dico noi intendo l’occidente in senso lato, ammesso che questa parola abbia ancora un senso - è emerso negli ultimi mesi, con grande spolvero mediatico e grande suono di trombe, questo nuovo marchio, il così detto Stato Islamico, sul quale vorrei soffermarmi. Anche perché come in ogni guerra anche in questa serie di guerre civili uno strumento fondamentale è la propaganda: la propaganda degli attori, ma io direi anche la propaganda involontaria o inconsapevole che i media, anche i media italiani, fanno, riprendendo pari pari, senza un minimo di verifica o di attenzione, le voci che vengono dalle parti in causa ed in questo caso in particolare dallo Stato Islamico.

Allora, in estrema sintesi, di che cosa stiamo parlando?

Lo Stato Islamico innanzitutto non è un’organizzazione terroristica, così come noi le abbiamo viste, vissute e sofferte in questi anni. È un’organizzazione politica che vuole diventare, come dice il nome, qualcosa di più di un’organizzazione, cioè uno Stato, ed uno Stato in costruzione, e che soprattutto, rispetto, per esempio, ad altre strutture, più o meno nebulose ed anche più o meno manipolate, che abbiamo vissuto negli ultimi tempi - parlo di Al-Qaida - ha come fattore distintivo quello, da una parte, di essere dotato di un proprio territorio, e quando dico di un proprio territorio vuol dire che, in uno spazio tra Siria e Iraq esiste una parte di territorio che è amministrata, uso un termine tecnico, è amministrata da questa struttura. Ed in secondo luogo, detta organizzazione si è dotata in maniera, a mio avviso, piuttosto geniale, di un marchio, quello dello Stato Islamico, cioè del marchio Califfale, che evidentemente nel mondo mussulmano suscita immediatamente una eco, suscita delle suggestioni. Suscita delle simpatie, suscita attrazione. Nel senso che questa organizzazione vuole riempire con le proprie strutture e, rifacendosi ad una propria lettura dell’Islam, particolarmente, diciamo, radicale e puritana nel senso del ritorno alle origini pure dell’Islam secondo il suo punto di vista, vuole occupare i vuoti che noi abbiamo scavato, che le guerre civili hanno scavato, con delle strutture statuali che, appunto, prefigurino un califfato. Voi ricorderete che quando ne parlava raramente Osama Bin Laden o altri, ponevano la questione del califfato in un futuro assolutamente invisibile. Mentre, dal punto di vista di al-Baghdadi e dei suoi uomini, si tratta di una necessità urgente e di una possibilità attuale. Quindi, il territorio ed il marchio.

Come nasce questa organizzazione?

Dobbiamo confessare che qualche responsabilità ce l’abbiamo anche noi. Nel senso che quest’organizzazione nasce, innanzitutto da una costola di Al-Qaida Iraq nel 2006, e poi si consolida, si struttura, si arma e diventa quello che è oggi, cioè un marchio universalmente noto nella guerra civile siriana. In questa guerra civile siriana alcune potenze della regione, parlo della Turchia, parlo dell’Arabia Saudita, parlo di alcuni Emirati del Golfo, sono intervenute per liquidare il regime di Al-Assad in quanto alleato dell’Iran. Per ottenere questo scopo, questi paesi, direttamente o indirettamente con dei fondi privati o con operazioni coperte di intelligence, hanno finanziato, armato e strutturato quelle bande che erano nate nel deserto dell’Al Anbar iracheno nell’ambito di tribù sunnite e che si erano rafforzate in particolare prendendo al proprio interno forze dell’ex esercito di Saddam, che gli americani ebbero la brillante idea di sciogliere appena entrati a Baghdad - tant’è vero che oggi i due vice militari di Baghdad sono due ex pionieri dell’esercito di Saddam, che non era esattamente un’organizzazione islamista, e questo per dire come il fattore religioso vada preso con le molle. Nel senso che è uno strumento di legittimazione, può essere uno strumento di mobilitazione ideologica, ma non è la ragione di ciò che accade e la ratio delle guerre civili in corso. Poi ci siamo messi anche noi, non noi italiani, ma paesi occidentali, parlo della Francia, parlo dell’Inghilterra, parlo degli Stati Uniti D’America che hanno anch’essi contribuito a sostenere e foraggiare, addestrare formazione di ribelli siriani tra cui alcuni sono oggi combattenti dello Stato Islamico. Tra l’altro ancora oggi, per esempio in Turchia ed in Anatolia, vi sono dei campi di addestramento di questi ribelli, gestiti dai turchi e dagli americani, i turchi danno vitto ed alloggio e gli americani danno qualcosa altro, dopodiché questi combattenti contro Al-Assad ce li ritroviamo magari a sparare contro gli stessi americani, per esempio, o magari a tagliare qualche gola di ostaggio europeo.

Come vedete, non è facile raccapezzarsi quando uno entra in un calderone così caotico come sono le guerre civili in corso dove sono in gioco risorse importanti, da un punto di vista economico, parlo di risorse energetiche, ma dove sono in gioco anche quote di potere su territori enormi che oggi non sono governati, perché questo è il punto dei punti. Noi abbiamo a che fare con gente che scappa da territori che non sono governati, o sono governati molto poco o molto male. Se noi non capiamo questo, non capiamo che l’unico modo per vincere questa battaglia in un futuro, che vi assicuro che non è prossimo, è quello di riempire questi vuoti ma riempirli con delle forze affidabili, o quantomeno con dei numeri di telefono che rispondano quando c’è un problema.

Dicevo, sullo Stato Islamico. Lo Stato Islamico, come anche altre organizzazioni jihadiste, non solamente questa, nella misura in cui occupa dei territori li amministra, quindi c’è una struttura gerarchica con dei ministeri veri e propri, anche se non si chiamano così; una suddivisione in province, un bilancio delle tasse, un esercito, una Polizia, dei tribunali che si chiamano Corti Islamiche, che offrono servizi. Offrono servizi che gli Stati che noi abbiamo contribuito a distruggere offrivano, ma non possono più offrire, perché, per esempio, un’organizzazione come quella di cui sto parlando tutto sommato è riuscita ad avere un certo grado di consenso in una parte di quel che resta dell’Iraq molto semplicemente perché quella parte si è vista maltrattata dal governo centrale di Baghdad e ha un’impronta Sciita e filo iraniana e che detesta, ricambiato, le tribù dell’area, appunto, invece, occidentale, nord occidentale dell’Iraq abituate, tra l’altro, a comandare. Perché non dimentichiamo che il regime di Saddam, che rappresentava, dal punto di vista etnico, forse il 20 – 25% della popolazione, è durato qualche decennio, ed aveva dato a queste popolazioni, ai loro leader un certo grado di potere, di visibilità che da un giorno all’altro hanno perso. E siccome lì la regola è “chi comanda ha il 100% del potere e chi perde ha il 100% delle possibilità di essere perseguitato”, evidentemente la situazione si è rovesciata con un sentimento, diciamo così, tecnicamente di forte deprivazione da parte degli ex comandanti, e con un sentimento di notevole rivalsa e vendetta da parte degli ex comandati.

L’aspetto forse più interessante di quest’organizzazione è proprio la sua capacità di welfare. Cosa vuol dire? Che per esempio, mentre all’inizio era soprattutto tenuta in piedi dai fondi che arrivavano dagli altri paesi, oggi questa è un’organizzazione possiamo dire tutto sommato autosufficiente dal punto di vista economico.

Perché, qual è la posta in gioco di questi territori non governati? Beh, molto semplicemente: la gestione dei traffici e dei “corridoi” che li permettono. Traffici, anche di essere umani, che sono, come dicevo, un cespite rilevante; ma anche traffici di droga, traffici di armi, traffici di materie prime, traffici di reperti archeologici. Ora, questi traffici non esisterebbero se non ci fosse qualcuno che ne fruisce, e questo qualcuno siamo noi. Cioè, chi è che compra questa roba? Queste tavolette cuneiformi che vengono commerciate attraverso il confine turco, dove arrivano? Arrivano magari a New York, a qualche museo che naturalmente è sovvenzionato da privati. Dove arriva il petrolio che dai pozzi siriani in mano allo stato Islamico viene commercializzato? Beh, questi prodotti, il petrolio, i suoi prodotti petroliferi vengono commercializzati ancora una volta attraverso il confine turco, vanno in Turchia e lì naturalmente, fruendo anche del differenziale di prezzo rispetto a quello ufficiale, rappresentano un fattore economico. Ed anche, naturalmente, il traffico di essere umani. Ha perfettamente ragione il sindaco Bianco a dire che è assurdo, da un punto di vista logico, immaginare che i terroristi, per penetrare nel nostro territorio, usino le barche cariche di disperati, una buona parte dei quali purtroppo affonda ed affoga in mezzo al mare. Quella gente, intendo dire i miliziani di quest’organizzazioni, costa sotto il profilo della loro formazione, del loro armamento, costa. Io, se sono il califfo, non me li metto in un barcone con migliaia di disperati, avendo una percentuale limitata di possibilità che mi arrivino da questa parte. Ma soprattutto, non ho bisogno di farlo, perché uno degli effetti di questo marchio a cui noi abbiamo dato un’eccessiva visibilità è quello di avere un certo appeal, una attenzione, non solo come si crede nelle periferie disperate di qualche metropoli europea, non solo nelle Banlieue di Parigi o di Marsiglia, ma anche nella popolazione, diciamo così, bene, borghesia delle professioni, medici, professori universitari, giornalisti. Al cui interno si fa un proselitismo in rete di notevole successo, perché noi abbiamo potuto constatare come, tra le migliaia e migliaia di così detti foreign fighters, non capisco perché non si debbano chiamare combattenti stranieri, ma va bene, chiamiamoli foreign fighters, ci sono anche una buona quota di persone che certamente non soffrono di disagi sociali nei paesi d’origine, ma che sono invece attratti non tanto dal marchio Islamico, quanto dal fatto che quest’organizzazione si presenta nella sua opera di attrazione e di reclutamento in rete, quasi come una sorta di ONG salvifica, rappresentando il mondo come una sorta di gigantesco complotto, in cui ci sono 20 – 30 persone, naturalmente capitalisti ebrei, che, al di là di quel che sembra, gestiscono i poteri. E rappresentando se stessa, non come una cellula di una qualche organizzazione, di qualche religione, ma come i salvatori dell’umanità che combattono contro questi signori che da dietro le quinte reggono il mondo ed opprimono la gente. Poi, naturalmente, molta gente, parlo dei foreign fighters, va a combattere lì, oppure, e ci sono molte donne che vanno a cucinare per quelli che combattono o vengono costrette a fare quello che facevano le coreane con i giapponesi durante la seconda guerra mondiale, quindi vorrebbero tornare indietro ma a quel punto è troppo tardi.

Molte di queste persone, dicevo, sono attratte da questo marchio un po’ dirigista, macista; se voi vedete anche i video come sono strutturati, proprio in perfetto stile hollywoodiano, con una narrazione molto forte in cui da una parte si cerca di incutere timore al nemico, dall’altra si cerca di presentarsi come qualcosa di vincente, di vittorioso del tipo: “dai un senso alla tua vita, vieni a combattere con noi.” E siccome in questo momento molta gente non ha un’idea molto chiara del senso della propria vita, purtroppo, centinaia o migliaia di giovani occidentali sono attratti da questo marchio.

C’è poi un fattore interessante da un punto di vista “ideologico”: il carattere apocalittico di questa lettura dell’Islam. Infatti la loro rivista si chiama Dabiq. Dabiq è una località del nord della Siria, dove, secondo la loro lettura, si combatterà la battaglia finale o meglio la battaglia semifinale dell’apocalisse con Roma.

Cosa intendono questi signori con Roma? Non è evidentemente immaginabile un riferimento stretto alla nostra capitale, riferimento che avrebbe avuto senso forse nel medioevo, quando i Papi indicevano le crociate. Per Roma intendono, secondo alcuni, la Roma orientale, cioè Istanbul, l’ultima sede califfale; secondo altri semplicemente l’America come principale potenza crociata, e comunque il nemico, il nemico che rappresenta il campo avverso, quello, appunto, crociato, che verrà affrontato a Dabiq e poi nell’ultimo scontro, secondo la loro propaganda messa in rete, a Gerusalemme, quando sarà Gesù Cristo - che è considerato, evidentemente, uno dei più importanti, se non il secondo, profeta dell’Islam - combatterà contro l’Antimessia che viene dal Khorasan, che è la regione storica dell’Iran, e Gesù vincerà e porterà alla vittoria i mussulmani. Questa è, diciamo, l’ideologia apocalittica con cui questi signori vestono le loro imprese criminali.

Qualche piccola conclusione operativa.

È evidente che, da un punto di vista delle forze in campo, un’organizzazione che può contare forse su un massimo di trentamila uomini ed opera in un territorio più o meno delimitato, non è affatto un problema strategico; se ci fosse interesse da parte degli Stati della Regione e dalle maggiori potenze a liquidare quest’organizzazione, da un punto di vista militare, nella sua regione di origine, cioè nell’Iraq occidentale ed in Siria orientale, si sarebbe già fatto. Evidentemente manca o l’interesse o la volontà di farlo. Perché questo è uno strumento che in modo vario, spesso contraddittorio, viene usato da diversi attori di queste guerre civili, in primo luogo dalla Turchia e dall’Arabia Saudita, ed anche da altri, e poi perché le potenze occidentali, o stanno al gioco di queste potenze regionali, oppure semplicemente non hanno né i mezzi materiali né soprattutto la volontà politica di andare a fare una guerra sul terreno allo stato Islamico.

Risultato: chi è che combatte davvero lo Stato Islamico? Non certo la coalizione che gli Americani hanno improvvisato sulla carta. Sì, qualche bomba la sganciano, ma insomma, non ha effetti davvero rilevanti. E soprattutto la sgancia solamente l’America, mentre qualche altro paese, per esempio l’Italia, che pure partecipa alla coalizione, ha dato ordine ai suoi piloti di non bombardare lo Stato Islamico. Forse ci spiegheranno un giorno perché.

Dicevo, queste forze in realtà non vogliono o non possono combattere lo Stato Islamico e, quindi, un’organizzazione che di per sé non sarebbe particolarmente pericolosa, rischia di diventare pericolosa per noi, proprio perché è un marchio attraente: e qui concludo sulla Libia.

Essere un marchio attraente vuol dire essere, magari anche indirettamente, utilizzato in franchising: è successo anche ad Al-Qaida quando andava di moda. Questo vuol dire che, nel caso libico, come in altri casi, alcuni gruppi, come per esempio Ansar Al Sharia in Libia, hanno dovuto subire delle fratture al proprio interno, nel senso che parte di questi gruppi hanno innalzato il vessillo del califfo. Perché: perché è vittorioso, perché è bello, perché spara, perché vince etc.. Perché è il Califfo e non è semplicemente un’organizzazione di Derna o di Bengasi. Ma, attenzione, non è affatto vero, come qualche volta invece si legge, che questo Stato Islamico, preso in franchising da queste organizzazioni, stia invadendo la Libia o che controlli la Libia. Abbiamo sentito, letto delle cose abbastanza improbabili sul fatto che addirittura controllerebbero Sirte o Tripoli: in realtà ci sono delle schegge di quest’organizzazione disperse, in particolare in Cirenaica, e soprattutto in questa parte del nord Africa. Lo Stato Islamico ha poi una funzione piuttosto rilevante di legittimazione dell’intervento egiziano, perché l’Egitto vuole – finalmente – riparare al torto che la storia e la geologia le hanno fatto, cioè di non dargli, a differenza degli altri stati Arabi, delle forti risorse energetiche petrolifere, e, visto che nella dissoluzione della Libia c’era di mezzo la Cirenaica, lì, a pochi chilometri dal suo confine, anzi al confine con il deserto occidentale, come vedete l’Egitto sta premendo in tutti i modi per convincere il resto del mondo a legittimarlo ad un’operazione di polizia in Libia che di fatto, se dovesse andare a buon fine, significherebbe l’ingresso dell’Egitto in Libia, almeno in una parte di essa. Un altro paese che ha qualche interesse a che questa situazione perduri, anche se ovviamente negherà mille volte di averlo, è la Francia. La Francia vede nella Libia meridionale, in particolare nel Fezzan, una propria area di pertinenza, in particolare a protezione dei giacimenti di uranio nel Niger, e comunque a difesa del rango di potenza mondiale che la Francia ha anche in considerazione del fatto che è tutt’ora una potenza coloniale, sia pure non dichiarata, in una parte dell’Africa, e quindi anche la Francia ha i suoi interessi. Noi italiani, che qualcosa in Libia abbiamo combinato - e purtroppo non sempre cose commendevoli e questo i libici se lo ricordano abbastanza - abbiamo naturalmente forti interessi di carattere energetico, di carattere di sicurezza, di carattere – diciamo – di stabilità, con un paese così vicino. Ma purtroppo non mi pare che noi li abbiamo ben definiti, o se li abbiamo definiti francamente non sono stati resi pubblici, e questo è anche un aspetto interessante, cioè non mi pare che ci sia una strategia italiana in Libia, che sia qualcosa di più del dichiarare “mettetevi d’accordo”.

Allora, è evidente che per bloccare la crescita di queste formazioni jihadiste ed in particolare dello Stato Islamico, come dicevo prima, l’unico modo è che si riempiano i vuoti che abbiamo contribuito a creare. È anche abbastanza evidente che fare degli interventi militari senza sapere perché - ne abbiamo già fatti abbastanza -, significa semplicemente scavare altre buche. Alcune cose però si possono e si debbono fare, se vogliamo aiutare, quantomeno, a sanare, a suturare queste ferite e quindi anche a limitare le sofferenze, non solo delle popolazioni che vivono in questi territori, ma anche dei profughi che scappano dalle guerre, in particolare anche delle guerre libiche.

Allora, ovviamente la prima cosa è quella di non fare operazioni militari, che non abbiano la possibilità di portare risultati politici. Quella è guerra per la guerra. Una guerra si può fare, in qualche caso si deve fare, ma se ha degli obiettivi politici. Quindi sconsiglierei, francamente, di andare ad aggiungere dei militari italiani alle guerre civili in corso, anche perché non si capisce bene a quale tribù dovremmo sparare e quale tribù dovremmo proteggere.

In secondo luogo, si tratta di bloccare, o quantomeno limitare, i fondi che permettono a queste formazioni militari, che sia lo Stato Islamico o altre, di vivere e combattere e naturalmente anche massacrare delle popolazioni civili. E questo è qualcosa che noi possiamo fare, perché molti dei soldi sono frutto dei commerci che hanno con noi, molti dei soldi, per esempio, sono gestiti dalla banca centrale libica, che paradossalmente è l’unico organismo statale, tra virgolette, che ancora resiste in Libia, non a caso, e sul quale qualche forma di controllo noi l’avremmo, ma non esercitiamo, almeno, non mi risulta che lo facciamo.

In terzo luogo, qualche operazione militare, magari anche coperta, la si potrebbe fare, ma non a casaccio, per esempio, come qualcosa che abbiamo fatto nei Balcani, a suo tempo, cioè di andare a colpire gli scafisti nei porti d’origine, a colpire i loro mezzi di sostentamento, cioè, detto in parole povere: andare ad affondare le loro barche e le loro navi. Questo sì che avrebbe un senso! Nel senso che colpiremmo gli interessi di questi mercanti di uomini; limiteremmo, evidentemente, l’interesse ad utilizzare la povera gente che scappa dalle guerre come un cespite per finanziare le proprie guerre civili e daremmo un segno del fatto che non siamo completamente disinteressati a quello che accade nella ex quarta sponda.

Mi rendo conto che non ho dato un quadro incoraggiante, ma mi rendo anche conto che, se noi continuiamo a girare attorno ai problemi o a raccontarci delle storie che non esistono, nella migliore delle ipotesi veniamo strumentalizzati, nella peggiore, richiamo di finire dentro a delle guerre senza nemmeno sapere perché.

Programma completo
Prima sessione
Le migrazioni verso l'Europa
di Daniela Galazzi
Giudice del Tribunale di Palermo
di Enzo Bianco
Sindaco di Catania e Presidente del Consiglio nazionale dell'ANCI
di Lucio Caracciolo
Direttore di Limes
di Filippo Formica
Capo della Rappresentanza permanente italiana presso le Nazioni Unite a Vienna
di Vittorio Manes
Professore di diritto penale - Università di Bologna
di Piergiorgio Morosini
Componente del CSM
di Alvaro Garcia Ortiz
Pubblico Ministero a Santiago de Compostela, presidente della Unión progresista de fiscales