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Seminario nazionale - Catania 20-21 febbraio 2015
L'immigrazione che verrà

La necessità di un approccio globale da parte dell’Europa

Giulio Di Blasi

Funzionario della Commissione Europea – Direzione Generale Immigrazione

Non posso rispondere a tutto. È assolutamente impossibile. Sono stati toccati talmente tanti temi che richiederebbero un intervento di 50 minuti, ho promesso 20 minuti e resterò nei 20 minuti, quindi andrò per flash. Lascerò per ultimi i due temi di cui tutti voi volete sentir parlare, Dublino e Triton, cercando prima di delineare il contesto. E parto dall’ultima cosa che ha detto il prefetto Morcone, con cui lavoriamo molto insieme: l’Europa deve battere un colpo.

Il commissario Avramopoulosè intervenuto ieri e ha annunciato che a breve l’Europa adotterà una nuova Agenda europea sull’immigrazione. Si tratta di una promessa del Presidente Jean-Claude Juncker, che la commissione intende rispettare entro il 2015. Quindi l’Europa cercherà di battere un colpo e cercherà di batterlo quest’anno. Però dobbiamo partire da un principio fondamentale, che è anche il principio iniziale della nostra riflessione sul tema dell’immigrazione a livello europeo. Il principio della fiducia. Viviamo oggi in un contesto di profonda e drammatica sfiducia, sfiducia a livello sociale tra le comunità dei cittadini europei e la comunità di migranti. Se pensiamo che nell’ultimo euro-barometro il 57% dei cittadini europei ha dichiarato di non volere vedere altri immigranti arrivare in Europa, dobbiamo trarne la conclusione che viviamo in un contesto di sfiducia a livello sociale e tra Stati. La ragione per cui oggi c’è una cooperazione europea limitata è perché c’è una forte sfiducia tra Stati.

Il convegno di oggi è fondamentale e rappresenta, secondo me, in maniera perfetta la visione del problema dell’immigrazione che si ha dalla Sicilia.

La scorsa settimana ero a Stoccarda a parlare dallo stesso argomento ed in quell’occasione se ne parlava dal punto di vista della Germania.

È normale, non c’è niente di stupefacente, ma se non facciamo un passo di fiducia comune, non è possibile trovare alcun tipo di soluzione, non ne possiamo trovare noi, non la può trovare nessuno. L’unico passo indietro della sfiducia è quello che cercano di proporci i partiti populisti: chiudiamoci all’interno delle nostre frontiere, torniamo a comunità sempre più ristrette, perché a questo porta la paura.

Mentre invece c’è bisogno del coraggio e della fiducia, e questo sarà il messaggio centrale dell’Agenda. Ma c’è anche bisogno di fiducia tra l’Europa e il resto del mondo, perché se noi non ricostruiamo una relazione forte e positiva tra l’Europa e i Paesi attraverso cui transitano migranti, non c’è nessuna possibilità di gestire in maniera intelligente il fenomeno migratorio.

Troppo spesso l’Europa è stata vista come un partner che va a parlare soltanto di riammissione, come un partner che va a parlare soltanto per cercare di esternalizzare le proprie frontiere; abbiamo bisogno di un approccio più globale al dialogo con i Paesi terzi.

Ad essere del tutto onesti, noi avevamo adottato una comunicazione che si chiamava “approccio globale alla migrazione”, alla mobilità. Essa prevedeva quattro pilastri di dialogo con i paesi terzi. Però tra le comunicazioni della commissione e la percezione pubblica di quello che veramente riusciamo a fare c’è sempre un profondissimo gap. Secondo: ricostruire la fiducia significa anche smetterla di promettere cose che non possiamo raggiungere. La Commissione europea non è attrezzata e non è in grado di gestire i flussi migratori a nome dell’Europa.

La risposta della Commissaria Malmstrom all’interrogazione parlamentare indica numeri corretti. Il prefetto Morcone lo sa molto meglio di me, sono numeri ridicoli, se paragonati alla spesa annuale di un Paese come l’Italia sul tema della migrazione. Il problema è che se il budget totale dell’Unione europea è equivalente a 900 miliardi di euro per il settennato,pari all’1% del Pil europeo, andando poi a scalare, a dividere tra tutte le politiche, gli strumenti e le nostre capacità sono parametrati all’1% del Pil.

Di conseguenza, dobbiamo affrontare il tema in maniera seria, che vuol dire mettere insieme tutti gli strumenti a disposizione, non solo quelli della Commissione. Oltre agli strumenti degli Stati edella Commissione, vi sono quelli delle autorità locali, che giocano un ruolo chiave all’interno del percorso migratorio. E dobbiamo metterli insieme in maniera intelligente, cercando di connettere tutti quanti gli elementi del percorso migratorio, a partire dal momento in cui una persona lascia la sua casa nel paese di origine fino al momento in cui arriva in Europa.

Se noi non mettiamo insieme tutti gli elementi del sistema, non c’è nessuna possibilità di trovare una soluzione. Ed è per questo che il secondo grande tema che cercheremo di affrontare all’interno dell’Agenda è come mettere insieme tutti gli elementi del sistema.

Quindi, c’è bisogno di fiducia, ma senza questo sforzo non potremo mai riconquistare quella fiducia. Si rischia quindi un circolo vizioso, che bisogna trasformare in virtuoso.

Da questo approccio strategico cerco di scendere nella realtà quotidiana.

La prima risposta europea alla tragedia di Lampedusa di due anni fa, in accordo con il governo italiano, è stata l’istituzione di una task-force peril Mediterraneo, in cui sedevano insieme la commissione europea, i rappresentanti di tutti gli stati membri ed i rappresentanti delle agenzie responsabili per i temi dell’immigrazione.

La task-force ha prodotto una strategia, che si è cristallizzata in una comunicazione della commissione emessa nel dicembre del 2013. In questa comunicazione per la prima volta si mettevano assieme tutti i diversi punti di vista e tutte le diverse areeche dovevano contribuire ad una migliore gestione del flusso migratorio che arrivava all’interno, verso il mediterraneo centrale.

Uno degli elementi che si identificavano era quello della gestione del salvataggio in mare. Permettetemi un passaggio su questo tema.

Nel momento in cui una barca di migranti si mette in mare, qualunque sia la nostra capacità di gestire la situazione, è già in pericolo. Di conseguenza, già solo il fatto che una barca di migranti sia in mare, dovrebbe essere considerato un problema che avremmo dovuto risolvere prima. È per questo che la strategia era complessiva e partiva dai paesi di origine. Partiva dai paesi di origine, come giustamente ricordava il prefetto Morcone, su due principi direi fondamentalmente.

Uno: lotta ai trafficanti e lotta alla tratta degli essere umani.

Due: apertura di canali di accesso legale per coloro i quali hanno bisogno di protezione internazionale. Perché? Perché se apriamo canali di accesso legale, meno persone si devono imbarcare all’interno di viaggi pericolosi con chi sfrutta i loro sogni e le loro speranze.

Questi due pilastri fondamentali sono stati parzialmente portati avanti sotto la presidenza italiana con lo sviluppo del Processo di Khartoum, e con l’apertura iniziale di alcuni più ampi bacini di resettlement; sono però ancora agli albori.

Se noi non riusciamo a fare dei passi avanti importanti su questi temi, prima ancora di discutere di come gestire la nostra frontiera comune, non potremmo mai rispondere alla domanda di Save The Children perché è successo di nuovo”?

Perché non succeda di nuovo è necessario lottare contro i sistemi di tratta degli essere umani, aprire dei canali di accesso legale per le persone che hanno bisogno di protezione internazionale. Per esser molto chiari, l’UNHCR stesso dice che la prima forma di protezione è la protezione locale. Dobbiamo, pertanto,lavorare sull’offerta di opportunità di protezione, perché le persone che si muovono dall’Eritrea e arrivano in Etiopia non sempre voglio immediatamente andare avanti. Noi sappiamo che adesso gli eritrei tendono a volersi muovere molto rapidamente, ma generalmente il processo di displacement è un processo lento. Prima le persone arrivano nella regione, vi permangono e poi, quando vedono che non hanno opportunità di protezione e di prospettiva, si muovono e vanno oltre, perché il viaggio è pericoloso e costa.

Se noi offriamo opportunità di protezione e opportunità di accesso legale all’Europa, possiamo stabilizzare le comunità di migranti e ridurre il rischio che queste persone entrino nei processi di tratta.

L’altro elemento fondamentale del processo migratorio era la riforma del sistema di gestione dei flussi migratori in Europa.

Il lavoro della task-force Mediterraneo era a legislazione invariata, quindi noi potevamo soltanto lavorare con gli strumenti che ci erano dati.

Un punto fondamentale nato da questa task-force è la gestione congiunta delle domande di asilo. Si sono avviati processi in diversi Paesi europei, progetti pilota gestiti dall’agenzia di Malta, per iniziare a valutare le domande di asilo in maniera congiunta. Cosa vuol dire? Offrire un supporto concreto ai paesi che si trovano esposti al flusso migratorio, per alleggerire il numero di domande di asilo che essi devono gestire. Come giustamente ci veniva ricordato, e questo è un convegno di giuristi, capite benissimo che la domanda alla fine resta incardinata in un paese. Fintanto che non cambia la legislazione, noi possiamo solo fornire un’attività di supporto, ma alla fine è il paese in cui la domanda è stata fatta che deve prendere la decisione. Ma già fornire un’attività di supporto è il primo passo verso una gestione più comune del sistema di asilo europeo.

Quindi, rafforzare i meccanismi di gestione comune e rafforzare le prospettive di relazione con i paesi terzi.

Poi vi è il tema della frontiera. Su questo tema il discorso mi sembra sempre un po’ quello del bicchiere mezzo pieno e del bicchiere mezzo vuoto.

L’operazione Triton è la più grande mai lanciata da Frontex. Costa 2,9 milioni di euro al mese. Il budget totale di Frontex è 110 milioni di euro. Di conseguenza essa assorbe circa un quarto del budget totale di Frontex.

È un’operazione di supporto alla gestione delle frontiere, che interviene, come da obblighi internazionali, per il salvataggio in mare. Il problema fondamentale è che al momento non esiste una gestione comune della frontiera europea.

Esistono forme di supporto che le agenzie possono offrire. Frontex, come ci ricordava giustamente il sottosegretario Minniti, è un passo importantissimo che l’Europa ha saputo dimostrare, perché si è impegnatanel Mediterraneo, come mai prima era avvenuto.

E ciò nonostante dall’altra parte del Mediterraneo, dalla Grecia, ci chiedessero:“ma no, ma anche noi vogliamo ancora strumenti, perché il flusso arriva anche sulle isole greche!”, cosa assolutamente vera. I paesi del confine est ci dicevano: “ma no, dobbiamo anche riservare le risorse per riuscire a gestire il confine orientale”.

Il problema fondamentale è ancora oggicostituito dalle risorse e dagli strumenti.

L’Europa potrà assumere maggiori responsabilità se ci muoveremo verso sistemi realmente comuni. Proprio per questo mi sento di dire due cose.

Uno: all’interno del sistema attuale l’Europa si sta impegnando per offrire l’Italia al massimo delle sue attuali possibilità. Vuol dire che EASO è presente con un piano di supporto speciale; vuol dire che l’Italia è il massimo beneficiario dei fondi europei; vuol dire che Frontex ha lanciato la più grande missione mai lanciata nella sua storia. È sufficiente tutto ciò a gestire il flusso migratorio che l’Italia sta ricevendo? La risposta è chiaramente: no! È una forma di supporto, perché l’Europa al momento ha una funzione sussidiaria agli Stati nella gestione delle frontiere e nella gestione dei sistemi migratori. Ma siamo in grado di andare avanti.

Noi crediamo che sia molto importante mantenere anche il principio di sussidiarietà, non dobbiamo semplicemente pensare che l’Europa diventerà un superstato in grado di gestire tutto, come se fossimo gli Stati Uniti d’America, che peraltro hanno pure un forte principio di sussidiarietà. Non dobbiamo re-immaginare l’Europa nella stessa identica maniera in cui immaginiamo uno Stato nazionale. Ma possiamo andare avanti nell’integrazione europea nei settori delle frontieree dell’asilo. Dobbiamo farlo, perché, se vogliamo raggiungere il livello di ambizione di Schengen, che è un livello molto alto, in quanto abbiamo abolito le frontiere interne e quindi abbiamo messo in comune un pezzo fondamentale della sovranità, dobbiamo riempire Schengen di politiche comuni sufficientemente forti da farle da architettura.

Questo è il messaggio che cercheremo di sviluppare all’interno dell’Agenda e questo è il messaggio che, spero, risponda anche a tutti gli stimoli che sono emersi nel corso del convegno.

Voi avete guardato al tema delle migrazioni da tutti i possibili punti di vista e da tutti i possibili angoli. Noi cercheremo di mettere insieme tutti questi possibili punti di vista all’interno di una strategia. Il massimo che possiamo chiedere è fiducia e da parte vostra l’attitudine a mantenere la mente aperta, come si è fatto in questi due giorni, e ricordarsi sempre che oltre al Mediterraneo ci sono infiniti altri scenari all’interno dei quali dobbiamo operare, e, se vogliamo essere davvero credibili, dobbiamo operare in tutti questi scenari in maniera forte e coerente, in modo tale che tutti i cittadini europei si sentano inclusi all’interno della prospettiva europea.

Programma completo
Quarta sessione
Verso un nuovo approccio europeo
di Mario Morcone
Capo del Dipartimento centrale per le libertà civili e l'immigrazione del Ministero dell'Interno
di Michela Giuffrida
Parlamentare europeo
di di Nicoletta Parisi
Professore ordinario di diritto internazionale ed europeo nell'Università di Catania. Consigliere dell'Autorità Nazionale Anticorruzione (A.N.AC.)
e Dino Rinoldi
Professore ordinario di diritto dell'Unione europea nell'Università Cattolica S.C.
di Giulio Di Blasi
Funzionario della Commissione Europea - Direzione Generale Immigrazione
di Giovanni Salvi
Procuratore della Repubblica di Catania