home search menu
Seminario nazionale - Catania 20-21 febbraio 2015
L'immigrazione che verrà

La Sorvegliaza Marittima della Marina Militare italiana nel Mediterraneo:
dal soccorso al contrasto della illegalità nell’alto mare

Ammiraglio Filippo Maria Foffi

Comandante della Squadra Navale della Marina Militare italiana

Buongiorno a tutti,
sono molto onorato di essere qui con voi e di poter descrivere quella che è stata la nostra esperienza maturata con Mare Nostrum. Vorrei partire raccontandovi quello che facciamo “da sempre in mare” e insisto sulla parola “mare”, perché il fenomeno della migrazione è visto sia per quello che succede in mare sia per quello che succede sul nostro territorio. Io non ho competenza per parlare di quello che succede nel nostro territorio. Quindi vi farò uno zoom abbastanza dettagliato sull’attività svolta sia durante Mare nostrum, sia prima e dopo Mare Nostrum. Non tratterò i profili di attualità geopolitica, che consentono di inquadrare meglio il fenomeno, poiché già trattati ieri.

“La Sorveglianza Marittima”, titolo della relazione, è il compito che tutte le Marine militari del mondo portano avanti nell’alto mare. Alto mare in questo caso è il Mediterraneo, ma per noi tutte le acque sono di interesse: siamo presenti nell’Oceano Indiano per contrastare la pirateria; siamo coinvolti in tante altre missioni, però se guardate questa immagine pittorica, una cosa salta immediatamente all’occhio: quando si parla di traffico marittimo, succede esattamente quello che succede con gli aerei. Non c’è una distribuzione uniforme delle unità navali. Ci sono piuttosto delle vie maggiormente seguite e altre che invece sono quasi prive di imbarcazioni. Ci sono delle aree particolarmente dense di presenza e il Mediterraneo è uno dei mari più affollati, in assoluto, di tutto il globo.

Questa immagine in realtà, non è pittorica nel senso artistico del termine, ma è estratta dai nostri sistemi di rappresentazione e ci dà anche un’evidenza: ogni puntino rappresenta una nave; quelle navi ci aiutano a far sapere dove esse sono e cosa fanno. Esse quelle che collaborano, trasmettendo informazioni.

Sopra questo strato ce ne sono altri; quello delle piccole imbarcazioni, quello del traffico locale, ma anche quello del traffico di unità che svolgono attività illecite e che fanno di tutto per non farsi vedere.

L’immagine da sola non ci aiuta a capire quanta gente va per mare. Perciò è necessario lavorare con procedure che consentano di fare chiarezza, proprio come si fa con il traffico aereo. Voi oggi non potreste mai pensare che un aereo che ci sorvola sia un aereo non identificato. In mare ancora in molte parti del mondo c’è un traffico navale non identificato. Vicino alle coste passano delle imbarcazioni e nessuno sa chi c’è su quell’imbarcazione, dove va, da dove viene e cosa trasporta.

Allora cosa facciamo? Costruiamo strati d’informazione. Esiste, per esempio, uno scambio d’informazioni tra tutte le Marine militari del Mediterraneo e altrettanto tra le Guardie Costiere del Mediterraneo e tra tutte le Guardie di Finanza del Mediterraneo. Tutte le organizzazioni, per fortuna, ogni anno aumentano il livello di interazione e di data sharing.

Ci sono poi anche dei sensori: ogni organizzazione ha una ‘sensoristica’; noi abbiamo una sensoristica sia a terra sia in mare. Altrettanto, in modo diverso e in località diverse fa la Guardia Costiera e altrettanto la Guardia di Finanza. Ci scambiamo queste informazioni. L’insieme di questi sensori ci consente di vedere anche chi non segnala la propria presenza, naturalmente se è in luogo alla portata di questi sensori. Nel Mediterraneo ci sono molte aree non coperte da sensoristica, dove si può navigare senza essere scoperti.

Inoltre, per fortuna c’è lo scambio di intelligence. Intelligence in questo caso è il termine giusto per parlare delle informazioni che ci scambiamo tra organizzazioni militari.

Naturalmente altri Corpi dello Stato scambiano un’altra forma di intelligence, ma anche in questo caso l’interazione tra i vari Ministeri e la capacità di ogni singola agenzia italiana di interfacciarsi con le agenzie degli altri Paesi Europei è molto utile.

Si comincia a lavorare bene anche con l’altra sponda del Mediterraneo, con qualche Paese che collabora. Abbiamo una grande attività di correlazione e diffusione dei dati. Ciò comunque non è sufficiente, perché rimangono aree dove non bastano i sensori, ma bisogna andare in mare. La sorveglianza marittima è proprio questo: vedere dove non abbiamo le idee sufficientemente chiare e andare in anticipo, possibilmente anche in una forma occulta, e scoprire quello che succede.

Sul globo, in questa diapositiva, le bandierine danno l’idea di quella che è la nostra presenza. Parlerò in questa sede di ciò che succede in Mediterraneo da sempre. Dal 1959, in particolare, siamo in mare con una missione per la tutela dell’attività di pesca da parte delle flotte pescherecce siciliane nelle acque internazionali dello Stretto di Sicilia. Tale missione opera senza soluzione di continuità. Ogni giorno c’è almeno un’unità navale in mare, talvolta due, dedicate a questi aspetti.

Dal 2001 l’attenzione al terrorismo è salita: sotto l’egida della NATO è in atto un pattugliamento continuo nel Mediterraneo, un pattugliamento che spero in questo periodo possa essere rinforzato, perché credo che oggi ci siano molti motivi per farlo.

Dal 2004 è in atto l’ulteriore attività di controllo dei flussi migratori, parimenti organizzata a livello internazionale, attività alla quale la Marina Militare italiana partecipa con costanza e continuità dopo quei due tremendi naufragi del 3 e dell’11 ottobre 2013.

Su questa nuova diapositiva potete vedere i flussi migratori sia in termini di origini (aree di provenienza), sia soprattutto con riferimento alle crisi contingenti che in un Paese costituiscono il primo motivo di nascita del flusso migratorio.

C’è un’area sub-sahariana che da sempre alimenta questo flusso. C’è poi ad Est un flusso dedicato alle crisi del Medio-Oriente, in particolare in Siria ma recentemente anche in Palestina. C’è il riflesso di ciò che sta succedendo in Ucraina. Altri flussi arrivano da molto più lontano, come dal Pakistan. Se ne trae conferma che questi flussi non variano in base alla presenza o assenza di forze in mare di pattugliamento, ma sono originati dalla disperazione e dalla necessità dei singoli disperati di rispondere ad una domanda molto semplice: “preferisco avere la certezza di morire qui con i miei figli o avere la speranza, pur correndo dei rischi, di un futuro migliore da qualche altra parte?”. La risposta è semplice: molta gente parte, pochi arrivano. È evidente, quindi, che parlare di un pulling factor, associato a Mare Nostrum o a qualunque altra presenza di forze di soccorso, probabilmente non è una riflessione molto utile né concreta.

Mi avvicino rapidamente a Mare Nostrum perché ho molte cose che vorrei raccontarvi: ho parlato di un fattore emotivo e di un fattore razionale. L’emozione per quei naufragi è stata molto significativa. La linea tracciata il 18 ottobre 2013 segna la data di inizio di Mare Nostrum.

A parte le emozioni, l’aspetto razionale è quello che ha motivato la partenza di Mare Nostrum perché, osservando la linea verde, che rappresenta il flusso migratorio nel 2012, e la linea rossa, che è il flusso rilevato nel successivo 2013, si può notare come nel mese di ottobre del 2013 si fosse già raggiunto il triplo dei migranti in mare e l’impennata di questa curva era tale da imporre uno studio per controllare l’emergenza. Non sarebbe stato, pertanto, possibile partire il 18 ottobre 2013 se non si fosse studiata tale situazione con ampio anticipo. Gli eventi non ci hanno trovato impreparati di fronte all’emergenza. Ogni anno, intorno a ottobre, si rompe il bel tempo nel Mediterraneo e diventa più difficile garantire ogni giorno un grosso flusso di migranti. Comunque in autunno abbiamo assistito ugualmente al transito di migliaia di migranti verso le nostre coste.

In questo grafico risulta invece evidente un aspetto che sicuramente è quello più importante, il coraggio del Governo italiano di partire non con una soluzione di facciata, ma con una missione concreta, capace di affrontare effettivamente l’emergenza.

Emergenza perché Mare Nostrum fin dall’inizio è stata definita da tutti, da chi l’ha voluta e da chi l’ha fatta, come qualcosa che non poteva essere la soluzione del problema dell’immigrazione clandestina, ma che poteva ridurre il numero dei morti e arginare l’attività delle organizzazioni criminali. Essa si fonda infatti su due diversi pilastri: da una parte garantire la sicurezza in alto mare, identificare il traffico, lottare contro ogni illecito, perseguire ogni reato e, dall’altra, attraverso la presenza rafforzata in mare, essere in grado di affrontare gli aspetti umanitari e di aumentare le capacità di soccorso.

Contrasto dell’illegalità: la polizia in alto mare è da sempre per tutte le Marine Militari del mondo un compito molto importante e, da un punto di vista legale, legittima l’intervento del comandante nell’evidenza di alcuni reati, limitati nel numero, ma particolarmente sgradevoli. La Convenzione di Montego Bay (UNCLOS)1 infatti dà la possibilità al Comandante in mare di compiere un’inchiesta di bandiera e di ispezionare una nave con la collaborazione del comandante (e, in mancanza di questa, con la richiesta di collaborazione allo Stato di bandiera). La Convenzione UNCLOS autorizza anche il comandante, nell’evidenza di alcuni reati, in particolare nella tratta degli schiavi, nella pirateria e nelle trasmissioni che possono creare nocumento alla Nazione che viene irradiata, ad operare direttamente.

Di fronte a questa evidenza di illegalità rispetto al diritto internazionale per noi è stato molto importante instaurare con la magistratura competente fin dall’inizio una fattiva collaborazione, che ha consentito la raccolta di prove anche relative a reati commessi in acque internazionali e in riferimento a quanto avviene sul territorio nazionale che è di totale competenza dello Stato italiano. Questa collaborazione, vissuta in tempo reale h24 e aggiornata continuamente con un flusso di comunicazioni satellitari, è una procedura alla quale non eravamo abituati, ma che ha consentito di ottenere risultati molto positivi.

L’area che abbiamo sorvegliato, come vedete dalla diapositiva, è molto estesa: 71.000 Km2. Pattugliarla non è semplice, ancorché si impieghino in media cinque navi al giorno ed elicotteri, stazioni radar costiere, collaborazione con altre organizzazioni, presenza di unità dell’Aeronautica militare. Data l’ampiezza dell’area sorvegliata, la collaborazione assume un’importanza fondamentale: se ogni agenzia mette a disposizione le proprie informazioni, ci si può concentrare sull’anomalia, su ciò che rimane sconosciuto, su ciò che è sospetto. Se non c’è scambio di informazioni, la partita è persa. In un anno e mezzo non abbiamo raggiunto la perfezione, ma il livello di scambio e di condivisione di informazioni tra tutti i Corpi dello Stato è aumentato notevolmente.

Commentando questa slide mi preme rimarcare qualche altro aspetto: le navi di tutte le Marine sono unità che nascono per pattugliare l’alto mare senza soluzione di continuità, a prescindere dalle condizioni metereologiche, e sono dotate, oltre che di una sensoristica imbarcata, anche di force multiplier, ovvero capacità aggiuntive come gli elicotteri, nati per il pattugliamento, ma che possono essere utilizzati anche nell’attività di soccorso e che possono consentire l’evacuazione di persone in pericolo di vita in tempi molto ridotti, vista la distanza relativamente piccola con gli ospedali della “Madre Patria”.

Tale assetto, dunque, sia d’inverno sia d’estate, con il mare calmo o con il mare mosso, consente interventi che non possono essere richieste a mezzi più piccoli,che sono per loro natura chiamati a uscire in mare nell’evidenza di un soccorso. Noi pattugliamo nelle zone lontane dalla terra, dove altri sensori non ci sono.

Voi leggete dappertutto quanti morti ci sono stati quest’anno e quanti migranti vivi sono arrivati. In realtà l’unico dato certo è quello relativo a quanti ne sono arrivati. In quanti sono partiti non lo sa nessuno e ancora più difficile è sapere quanti ne sono morti.

Allora coloro che con i grafici affermano: “quest’anno ne son morti di più, ne son morti di meno etc.” lo fanno in buona fede, ma non si rendono conto che è possibile calcolare il numero dei morti solo se c’è una continua capacità di osservazione. se ci sono degli occhi nell’alto mare, se ci sono delle telecamere nell’alto mare, se c’è una luce accesa nell’alto mare (anche di notte). I vivi si vedono e si possono salvare, i morti si possono contare, ma se non c’è nessuno che conta le partenze e non c’è nessuno in mare e contiamo solo gli arrivi, probabilmente credere di poter contare i morti è un errore.

È interessante notare che, da quando abbiamo dato il via a quest’attività, che era riferita al soccorso, ma anche al contrasto dei reati, l’atteggiamento di chi lucrava sul commercio di “carne umana” è cambiato. All’inizio c’era “certezza di impunità”. Proprio perché le nostre missioni in precedenza erano incentrate sul soccorso, ma non sul contrasto, quando una “nave madre” si trovava in prossimità di un’unità militare, riteneva di potersene andare senza correre rischi, perché era sicura di non essere oggetto di coercizione e di non dover rispondere delle proprie colpe. Sono state captate intercettazioni (eseguite dall’autorità giudiziaria competente) di telefonate tra Comandante e Armatore, dove l’Armatore rassicurava il Comandante: “non ti preoccupare, sparano in acqua ma non ti succederà nulla, scappa!” e il Comandante gli rispondeva: “ma questi sparano sempre più vicino!”. Ciò si è verificato all’inizio, ma nel tempo anche i trafficanti si sono resi conto che non era possibile farsi trovare nella zona dove veniva compiuto un reato, senza essere certi di essere fermati.

Come si ricava dai numeri, sono stati fermati molti scafisti e sequestrate diverse navi, anche con la forza.

Nella parte bassa si evidenzia l’evoluzione nel tempo delle strategie delle organizzazioni criminali. Dai gommoni si è passati ai grandi barconi, poi a pescherecci, poi alle navi madre che rimorchiavano. Oggi i mezzi più usati, soprattutto da Est, sono vecchie navi fatiscenti che possono trasportare molti migranti. Di volta in volta, il dispositivo è stato ottimizzato per contrastare chi tentava di lucrare sulla disperazione dei migranti.

L’aspetto più interessante, edificante e sicuramente meritorio di Mare Nostrum è stato la capacità di mettere assieme sulle navi militari una Task Force composta non solo da marinai, ma anche da esperti di settore, appartenenti a tante realtà dello Stato, con le stellette e senza stellette, insieme a tanti volontari. Questa Task Force è formata da poliziotti, volontari, medici del Ministero della Salute, e tra le ONG, la Fondazione Rava, che anche prima di Mare Nostrum ci ha sempre supportato, le volontarie della Croce Rossa e Save the Children. Si tratta di tantissime entità, che hanno lavorato insieme come un vero e proprio equipaggio allargato, con grandissima abnegazione e una motivazione che non ho mai visto in 43 anni di esperienza.

Perché? Perché quando si deve raggiungere la Nave e per la prima volta si agisce, si è un po’ intimoriti da tutto quello che si è sentito narrare; quando poi si lavora tutti quanti insieme si è veramente soddisfatti del proprio lavoro. Non ci sono state evidenze di assenteismo né “marcanti visita” tra il personale militare. Non ci sono stati tanti episodi che fanno invece parte della vita normale.

I numeri: sono stati identificati 366 scafisti, anche perché la presenza a bordo per molte ore dei migranti, che si sentono finalmente sicuri di poter parlare, semplifica l’identificazione. L’attività svolta da questa Task Force vuol dire anche screening sanitario e screening di sicurezza. In sintesi, durante l’operazione Mare Nostrum le navi, grazie all’apparato così predisposto, hanno permesso di fare approdare migranti che per lo meno erano stati controllati e divisi per tipologia, in modo che a terra si potesse affrontare con più facilità la loro gestione.

Navi sequestrate e catturate, rispettivamente 7 e 3; assetti che hanno ruotato: 31 navi molto grandi, 2 sommergibili, un discreto numero di elicotteri e di aerei; 735 eventi SAR e 156.362 migranti assistiti, naturalmente non solo dalle navi di Mare Nostrum ma anche dai mezzi cooperanti, tra i quali sicuramente la Guardia Costiera, la Guardia di Finanza e alcuni Mercantili che per fortuna in quella fase però vivevano solo il momento della prima raccolta per poi trasbordare i migranti sulla nave più grande, definita “Hub”, sulla quale veniva effettuato lo screening. Oggi, finita Mare Nostrum, tale screening non viene più effettuato, per cui i mercantili, quando arrivano sulle coste italiane, consegnano un carico umano sconosciuto, che rappresenta un vero problema.

Procediamo con la visione di un video che racconta effettivamente com’è, quando il mare è calmo, la situazione e cosa ha rappresentato Mare Nostrum.

Conclusione

Ai migranti troppe volte viene associata l’etichetta di “Musulmani”: i migranti vengono da ogni nazione e professano tutte le religioni. Alcune donne hanno anche partorito su queste navi e hanno preteso di veder battezzato il proprio figlio con il rito cristiano. C’è chi si chiama Mosè per “colpa” di Mare Nostrum. Negli ultimi due secoli i migranti sono partiti da diverse nazioni e, se vi ricordate come si sono riempite l’America del Nord, l’Australia, il Canada, come i cinesi si sono sparpagliati, vi dovete ricordare anche che in Italia ci sono molto meno italiani di quelli che sono fuori dall’Italia. Se, poi, guardate questi due secoli rapportati ai millenni di storia dell’uomo, questi due secoli sono pochi secondi e per tutta la storia dell’uomo la migrazione è un fenomeno che non è mai stato messo in discussione. In un’epoca globalizzata, dove una banca che fa qualche porcheria dall’altra parte del globo, procura tre anni di crisi economica in Europa, non può non essere comprensibile che i problemi di un Paese lontano possono trasformarsi in problemi nostri, se non gestiamo per tempo queste crisi. Quindi i migranti non hanno una religione e provengono dappertutto. I migranti siamo noi e su questo non ci devono essere dubbi!

1 Unclos è la sigla identificativa della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare (United Nations Convention on the Law of the Sea), adottata a Montego Bay il 10.12.1982, ratificata in Italia con Legge 2.12.1994 n. 689.
Programma completo
Seconda sessione
Il viaggio per mare
di Simona Ragazzi
Giudice del Tribunale di Catania
dell'Ammiraglio Filippo Maria Foffi
Comandante della Squadra Navale della Marina Militare italiana
di Kamel Samir Kamel Guirguis
Avvocato Generale ecapo dell'Ufficio della Cooperazione Internazionale della Procura Generale egiziana
di Franco Roberti
Procuratore Nazionale Antimafia
di Marco Minniti
Sottosegretario di Stato Autorità delegata per la Sicurezza della Repubblica