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Seminario nazionale - Catania 20-21 febbraio 2015
L'immigrazione che verrà

Il “doppio movimento” che serve in materia d’immigrazione

Marco Minniti

Sottosegretario di Stato Autorità delegata per la Sicurezza della Repubblica

Mi scuso innanzitutto per l’intrusione. Essendo stato “reclutato” last-minute dal Procuratore Salvi e volendo a tutti i costi partecipare a questo vostro appuntamento, ho tempi abbastanza contingentati e quindi mi scuso con voi per non potere partecipare al complesso dei lavori del seminario.

Considero molto importante quest’appuntamento e considero che sia un elemento di forza del nostro Paese il fatto che se ne discuta in maniera molto appassionata.

Perché è molto importante discutere apertamente di queste cose? È molto importante farlo qui in una sede promossa da un’organizzazione importante della magistratura italiana. Ed è importante farlo qui a Catania, nel cuore del Mediterraneo, perché stiamo toccando le questioni cruciali nella vita del nostro Paese.

Quando d’ora in poi parlo dell’Italia, parlo sempre dell’Europa. Più in generale, ma soprattutto su questi temi il destino dell’Italia e quello dell’Europa non sono destini separabili. Vorrei che questo fosse chiaro a tutti, innanzitutto agli italiani, ma anche agli europei. Su tali questioni non è possibile la politica della divisione del fardello. Non è possibile, cioè, stabilire che c’è qualcosa che si può scaricare su altri. Non può essere scaricato il peso sull’Italia, né l’Italia può pensare di scaricarlo su altri. Noi siamo un Continente e nel momento in cui ci approcciamo con il Mare Mediterraneo questo punto riguarda l’intero continente europeo, non soltanto il suo confine fisico con il Mediterraneo.

Noi italiani forse abbiamo posto una questione, vedrete quanto cruciale anche per le questioni che riguardano l’immigrazione. Abbiamo posto la questione a livello europeo che si tenessero insieme, secondo un principio di parallelismo diplomatico, le due grandi crisi che in questo momento l’Europa deve affrontare: la grande crisi a nord dell’Europa, ovvero la crisi dell’Ucraina, e l’altra a sud nel Mediterraneo, la Libia.

La crisi in Ucraina non va sottovalutata; è giusto che l’Europa vi si impegni fino in fondo utilizzando anche le sue personalità più importanti. L’Europa è stata protagonista di un negoziato difficilissimo sull’Ucraina, negoziato che ha portato a un esito importante.

L’Europa ha due straordinarie emergenze: una è a nord ed un'altra è a sud. E l’altra appunto a sud nel Mediterraneo ed è la Libia. l’Europa deve affrontare queste due emergenze in contemporanea. E ciò perché, quando noi parliamo del Mediterraneo, parliamo della Libia.

Nel Mediterraneo non soltanto in questo momento e nelle prossime settimane, ma anche nei prossimi annisi giocherà una partita cruciale per la sicurezza dell’intero pianeta.

Noi dobbiamo affrontare la partita del Mediterraneo forti di questa consapevolezza. In quest’ambito si inserisce la partita di cui oggi noi stiamo discutendo, che è il tema dell’immigrazione, un’immigrazione che ha assunto negli ultimi anni dimensioni epocali.

Al prefetto Morcone, che parlerà dopo di me, toccherà spiegare le strategie del Ministero dell’Interno, e benché io mi occupi di non questi aspetti, ma di servizi segreti, insomma, di sicurezza nazionale e altre questioni, tuttavia le cose non soano totalmente separate.

La prima cosa: qual è la caratteristica di questo movimento migratorio? Questo straordinario movimento migratorio è il frutto di un collasso di pezzi interi del continente africano, di realtà che sono precipitate drammaticamente dopo situazioni di guerra.

Nel momento in cui noi affrontiamo il tema della presenza dell’IS, lo Stato Islamico, nel conflitto Siro – Iracheno, I.S. il quale attraverso una campagna militare di carattere convenzionale ha preso il controllo di un pezzo della Siria e di un pezzo dell’Iraq, sappiamo che lì c’è stato uno straordinario movimento migratorio. Movimento migratorio che va verso l’Europa e che tuttavia porta nei Paesi, là direttamente impegnati ad assumersi responsabilità straordinarie: il confine siro-turco, il confine siro-giordano. Parliamo di centinaia di migliaia di persone, in alcuni casi di milioni di persone che scappano da un conflitto, scappano da una guerra, scappano da persecuzioni di qualunque natura, di carattere religioso, di genere, etc..

Noi abbiamo quindi di fronte qualcosa che ha cambiato obiettivamente il corso del mondo. Ne dobbiamo parlare con maggiore coraggio.

 

Seconda questione: noi dobbiamo misurarci con questo fenomeno non per tempi brevi. Quando parliamo dell’immigrazione, in una democrazia dobbiamo tenere conto di due facce, due facce che nel rapporto con l’opinione pubblica dobbiamo sempre di più sforzarci di tenere insieme, che sono i temi della solidarietà e dell’accoglienza e quello della sicurezza.

Stiamo attenti a non perdere né l’uno né l’altro, perché, se noi ci dovessimo presentare con l’aspetto puramente securitario, non parleremmo ad un pezzo del cuore del nostro popolo, che sa quanto è importante per noi italiani mantenere il principio dell’essere solidari e accoglienti. Se però contemporaneamente ci limitassimo soltanto a parlare dell’accoglienza, della solidarietà e non parlassimo della sicurezza, finiremmo per non parlarne, per consentire che un pezzo della nostra opinione pubblica possa essere oggetto dell’irretimento di visioni di chiusura unilaterale, di rottura, di paura verso l’altro da sé. Questo è un punto cruciale in una democrazia: accoglienza, solidarietà e sicurezza.

 

Terza questione: da dove vengono? ho ascoltato il dottor Liguori, che comprendo essere un esperto della materia. Ci ha detto due cose. Una è fondamentale: gran parte del flusso che è arrivato in Italia e che noi abbiamo affrontato lo scorso anno con numeri notevolissimi (intorno al 92-93%, secondo una ragionevole approssimazione) viene dalla Libia, ma non si tratta di libici.

Significa che da varie realtà dell’Africa e del Medio Oriente arrivano persone che passano attraverso la Libia. Poi c’è la rotta turca, di cui il dottor Liguori ci ha parlato con grande padronanza della materia. Anche quella non va sottovalutata. Quando parliamo del traffico di uomini, purtroppo parliamo di situazioni che possono spostarsi rapidamente.

Alla fine degli anni ’90 la prima via di accesso all’Europa era la rotta balcanica. Poi la rotta balcanica si è chiusa, perché siamo stati capaci di affrontarla. Ma siamo stati capaci di affrontarla attraverso una doppia operazione, fatta insieme di capacità di gestire il trafficoe di capacità di affrontare il problema nel punto dipartenza del flusso.

Quale soddisfazione più straordinaria!

L’altro giorno ho visto a un importante talkshow televisivo il primo Ministro albanese che veniva intervistato, quale – giustamente– riferimento importante dell’intera Europa. Se nel 1999 mi avessero detto che si sarebbe arrivato a questo punto io non ci avrei creduto. L’Albania era in condizioni difficilissime, andare in Albania era un viaggio molto impegnativo, quasi un viaggio oltremare, come si sarebbe detto una volta. E noi ci andavamo. C’erano i campi d’accoglienza a Kukes. Andai a trovare i migranti in questo campo d’accoglienza. Si trattava di persone che scappavano dal Kosovo e i nostri volontari, molti dei quali Alpini, passavano le ferie ad aiutarli.

La Turchia. E qui c’è un punto da sviluppare, come è stato detto anche dal procuratore Samir: quello dei rapporti bilaterali o multilaterali su questo tema, perché è chiaro che più hai capacità di controllo della situazione e più sei in grado di governare i flussi ed i fenomeni. Noi lo abbiamo fatto.

Abbiamo rapporti con la Turchia. Anche il dottor Roberti ci ha detto che c’è una cooperazione giudiziaria molto importante. Il Ministro dell’Interno quindici giorni fa circa è andato in Turchia. Mi ha detto che ha trovato nel governo turco una rispondenza. Io sono stato avanti ieri in Egitto, per portare la solidarietà dopo il massacro dei ventuno egiziani da parte di I.S., però abbiamo parlato anche di migrazione ed abbiamo confermato una stretta cooperazione con gli egiziani, come c’è una cooperazione con i tunisini.

Questo tipo di cooperazione non è invece possibile con la Libia, perché in Libia c’è un’evidente situazione di non controllo istituzionale dello Stato. Non è un caso che oltre il 94% dei migranti venga dalla Libia. La ragione è semplicissima: si va nel punto in cui non c’è un’istituzione in grado di controllare il flusso, perché altrove ci sono istituzioni in grado di controllarlo.

 

In conclusione, tutto questo comporta che noi sul tema dell’immigrazione dobbiamo fare un doppio movimento. Il termine “doppio movimento” viene da un bellissimo film di Wim Wenders, che non c’entra nulla con quello che sto per dire, ma che “strumentalizzo” perché l’espressione mi è sempre piaciuta moltissimo.

Il primo movimento è la partita che si gioca nel Mediterraneo. Noi abbiamo avuto un lavoro straordinario con Mare Nostrum, l’Italia si è fatta unilateralmente carico di una delle stagioni e dei momenti più difficili nella storia del Mediterraneo. L’abbiamo fatto grazie alla Marina Militare. Colgo l’occasione veramente per ringraziare di cuore l’Ammiraglio Foffi, che è il capo della squadra navale, a nome del Governo, per quel piccolo pezzo di Governo che posso rappresentare. La Marina ha fatto un lavoro strepitoso, che ci ha riempito d’orgoglio, ha fatto parlare bene di noi in tutto il mondo. Poi c’è stato un lavoro straordinario che si è fatto nell’accoglienza, che ha fatto il Ministero dell’Interno: circa 180 mila persone nel 2014, cifre non modeste.

Nel 2014 il nostro Paese, di 60 milioni di abitanti, ha accolto 180 mila migranti, facendo sì che la rete di accoglienza funzionasse, e ciò senza mai dichiarare lo stato d’emergenza. Questo è un punto d’orgoglio del governo italiano, visto che lo stato d’emergenza è quella cosa che viene immediatamente invocata appena c’è qualcosa che esce fuori dalla normalità. Mentre facevamo Mare Nostrum, tutti quanti noi, l’Italia intera, indipendentemente dalle colorazioni politiche, ha detto una cosa semplicissima: “l’Italia se ne fa carico, ma chiediamo all’Europa di farsene carico”.

È del tutto evidente che Triton non è Mare Nostrum!

E tuttavia nel momento in cui c’è un’assunzione di responsabilità, sia pure non ancora sufficiente, dell’Europa, il nostro compito in questo momento non deve essere quello di tornare all’impegno unilaterale nazionale, ma deve essere quello di chiedere che l’Europa si impegni di più in Triton.

Abbiamo ottenuto già qualche segnale parziale, ma importante. Vi è stato un aumento dei fondi per Triton, bisogna rafforzare la componente SAR (Search and Rescue) di Triton. Dobbiamo cioè pensare che in questo momento il ruolo dell’Italia non deve essere quello di dire: bene, di fronte alle difficoltà che ci sono, che io non nascondo, “ritorniamo all’impegno solitario”, ma da grandi protagonisti dell’Europa deve essere quello di chiedere che l’Europa faccia di più.

Questo è un aspetto della questione.

L’altro aspetto cruciale (il secondo “movimento”) è la stabilizzazione della Libia. E qui è successo un fatto non di piccolissimo conto. Nei giorni scorsi e nelle settimane scorse è apparso con evidenza che vi sono state infiltrazioni di I.S. in Libia, ma non che I.S. ha preso il controllo della Libia, come a volte diciamo con maniera un po’ troppo facile”. IS controlla pezzi della Libia: Derna, Sirte, mentre a Tripoli si è consumato un attentato molto importante nei confronti dell’hotel Corinzia.

Ciò rappresenta obiettivamente un salto di qualità della crisi libica, che ci obbliga a fare fondamentalmente due cose. La prima è chiedere alla comunità internazionale, come abbiamo fatto alle Nazioni Unite, di rafforzare il proprio impegno. Il tema di cui stiamo oggi discutendo passa attraverso un processo di stabilizzazione della Libia e di altri paesi dell’Africa del nord e del Medio Oriente, ma innanzitutto della Libia.

La seconda cosa è che deve essere evidente a tutti che non è possibile per l’Italia né per l’Europa, ma se mi è consentito, appunto per quei destini incrociati, non è consentito per l’Europa né per l’Italia potere pensare di avere a poche centinaia di miglia da dove stiamo parlando “una Somalia che si affaccia nel Mediterraneo”. Questo è il cuore della questione. Noi non lo possiamo consentire.

Infine, in tutto ciò vi è un terzo aspetto, che hanno affrontato benissimo il dottor Roberti e anche con atti concreti il dottor Liguori. La Procura di Catania ha fatto un lavoro straordinario in questo ultimo anno e mezzo, che io apprezzo moltissimo, che è l’azione di contrasto ai trafficanti di uomini. Questo è un altro aspetto cruciale.

Voi conoscete il mio giudizio dell’irriducibilità del conflitto con I.S. e con il terrorismo. I.S. lancia una sfida alla comunità internazionale che è irriducibile. Posso però dirvi che i trafficanti di uomini non sono una cosa meno importante. Non c’è cosa peggiore che quella di giocare con la vita delle persone, di giocare un gioco cinico, fatto soltanto per potersi arricchire, costi quel che costi, con l’idea magari di mandarli scientemente a morte, per potere poi alzare il prezzo del transito attraverso il Mediterraneo. Non c’è cosa più sconvolgente che colpisce allo stomaco.

Noi dobbiamo colpirli attraverso una lotta senza quartiere, senza quartiere perché ci sono due aspetti. Il primo: c’è un rapporto tra questi trafficanti di uomini e le mafie italiane.

Non è un caso che il dottor Roberti se ne sia occupato. Vi sono state indagini che hanno disvelato il punto di connessione tra i due fenomeni.

Poi c’è un altro aspetto. Più si deteriora la situazione libica, più i trafficanti di uomini diventano “dominus” degli affari.

Ed è del tutto evidente che ad un certo punto ci può essere anche un punto di contatto anche con l’organizzazione terroristica tout court, perché nel momento in cui lo Stato è fragilissimo, non ci sono più entrate economiche, i pozzi petroliferi sono fermi, l’unica cosa che funziona è il traffico di essere umani. A quel punto il traffico di essere umani può diventare un punto dominante nella situazione economica e sociale di quel Paese. D’altro canto è storia dell’umanità che tutte le grandi organizzazioni criminali, siano esse terroristiche, siano esse di criminalità organizzata, siano esse di altra natura, poi finiscono per trovare dei punti di contatto.

Perché c’è un punto di connessione? Faccio un esempio. Noi parliamo moltissimo del fatto che I.S. si sovvenziona con il contrabbando di petrolio. È assolutamente vero. Ma non è che I.S. abbia una struttura speciale che fa il contrabbando di petrolio! No, I.S. si rapporta con quelli che fanno storicamente contrabbando di petrolio!

Ed è per questo che è un punto importantissimo avere una struttura speciale della Direzione Nazionale Antimafia vocata all’antiterrorismo. Non perché c’era già la DNA e quindi non sapevamo dove mettere l’antiterrorismo e l’abbiamo messo là. No! Perché c’è un punto di contatto tra queste cose ed avere un punto di visione comune è cruciale, è un vantaggio nella capacità di prevenzione e repressione. Per questo noi dobbiamo avere il massimo scambio di informazioni. È quello che ci consente di avere la visione comune.

Infine, l’ultima cosa è una raccomandazione. Noi qui siamo di fronte ad una grande corrente di pensiero della magistratura italiana.

Di fronte a questa sfida io considero fondamentale che l’Italia reagisca come “Sistema Paese”.

Il dottor Roberti diceva una cosa bellissima, che condivido: crisi vuol dire anche scegliere. L’Italia ha un punto di fragilità quando è chiamata a scegliere.

Tra l’altro, la lingua italiana è una lingua straordinariamente bella, che però è dotata di tanti sinonimi e di un principio di forte ambiguità; consente a volte, di fronte ad una scelta, di trovare un modo per spiegare le cose in un altro modo. Ora, noi abbiamo delle scelte davanti. Una grande democrazia come l’Italia, che vuole vincere la sfida del terrorismo, la sfida dell’accoglienza, la sfida contro i criminali che fanno il traffico di uomini, deve farlo con le armi della democrazia, non con strumenti eccezionali e straordinari.

Se vuole fare questo, deve agire come “Sistema Paese”, deve agire come un sistema che si parla e che agisce insieme. Il tempo corre molto veloce nel Mediterraneo come in Libia. Il modo in cui affronteremo i prossimi mesi ci farà comprendere come affronteremo i prossimi anni. Mai come adesso l’oggi è il futuro anteriore, il domani, dopodomani e dopodomani ancora sono strettamente collegati. Quello che facciamo oggi è fondamentale per quello che succederà nel futuro anteriore della nostra civiltà, del nostro Paese e dell’Italia Europa.

Grazie.

Programma completo
Seconda sessione
Il viaggio per mare
di Simona Ragazzi
Giudice del Tribunale di Catania
dell'Ammiraglio Filippo Maria Foffi
Comandante della Squadra Navale della Marina Militare italiana
di Kamel Samir Kamel Guirguis
Avvocato Generale ecapo dell'Ufficio della Cooperazione Internazionale della Procura Generale egiziana
di Franco Roberti
Procuratore Nazionale Antimafia
di Marco Minniti
Sottosegretario di Stato Autorità delegata per la Sicurezza della Repubblica