Magistratura e società

Pio La Torre, “un siciliano all’estero”

di Luciano Violante
già Presidente della Camera dei deputati

La questione meridionale, il problema agrario, le condizioni di vita dei poveri, la corruzione al comune di Palermo e il malgoverno della regione Sicilia, il ruolo dell’isola nel Mediterraneo: erano queste le linee guida del suo impegno. Il suo contributo alla lotta alla mafia sarebbe interpretato in modo riduttivo se sconnesso dagli altri terreni del suo lavoro


4 maggio 2017

Il padre di Pio la Torre era un bracciante povero e preoccupato per il figlio che, con il suo impegno prima sindacale e poi politico, minacciava gli affari della mafia. Per evitare rischi alla famiglia, Pio lasciò giovanissimo la casa del padre. A ventun anni, nel 1948, subito dopo l’assassinio di Placido Rizzotto, fu mandato a dirigere la Camera del lavoro di Corleone. Tre anni dopo fu arrestato e detenuto per un anno e mezzo, con l’accusa di aver guidato la lotta dei contadini per l’occupazione delle terre a Bisacquino, in provincia di Palermo. Il tribunale lo condannò a quattro mesi. Una volta disse sorridendo: «Sto in credito dallo Stato di un anno e due mesi di vita all’Ucciardone». Mentre era in carcere morì la madre e gli nacque il primo figlio, Filippo. Il bambino gli fu mostrato in carcere da una guardia perché alla moglie fu vietato di incontrare il marito.

Successivamente entrò a far parte della segreteria del Pci di Palermo ed iniziò il suo percorso politico. Fu consigliere comunale, deputato regionale, deputato nazionale, vicepresidente della Commissione Antimafia; segretario della federazione comunista di Palermo e segretario regionale, membro della segreteria nazionale del Pci, responsabile della Sezione agraria e della Sezione meridionale.

Conobbe successi, ma anche dure sconfitte; nel 1967, dopo una disfatta elettorale nell’isola, fu retrocesso da segretario regionale a segretario della federazione comunista di Palermo. Non fu l’unica sanzione in un partito che era indotto a ritenere il successo politico un effetto naturale della bontà della linea politica e la sconfitta frutto di difetti soggettivi. Assorbiva le decisioni del partito, come altri dirigenti della sua generazione, con una disciplina che non era subalternità, ma adesione ad un ordine necessario per rendere l’organizzazione politica di cui faceva parte autorevole e credibile.

Non dimenticò mai le proprie radici; il continuo pendolarismo fra responsabilità regionali e incarichi nazionali era anche frutto della tensione interna tra il dovere di impegnarsi per il riscatto della sua terra e la necessità di far acquisire un respiro nazionale ai problemi della Sicilia. Per questo Berlinguer, scherzando, lo definiva “un siciliano all’estero”. La questione meridionale, il problema agrario, le condizioni di vita dei poveri, la corruzione al comune di Palermo e il malgoverno della regione Sicilia, il ruolo dell’isola nel Mediterraneo: erano queste le linee guida del suo impegno. Il suo contributo alla lotta alla mafia sarebbe interpretato in modo riduttivo se sconnesso dagli altri terreni del suo lavoro. Un dirigente politico, era questa la sua posizione, combatte la mafia sulle questioni sociali, economiche e politiche perché la lotta contro la mafia è parte essenziale delle politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno.

La Torre mirava a fare della liberazione dalla mafia una questione nazionale per ragioni nuove rispetto al passato e, per alcuni versi, nuove anche rispetto ad alcuni approcci successivi. Le condizioni di difficoltà di larghe parti del Sud incidevano, come incidono tutt’ora, in modo considerevole sulla concreta tenuta del Paese. Si trattava di condizioni non determinate da una sorta di differente antropologia, ma dal radicamento delle organizzazioni mafiose. Tuttavia, se fossero rimasti intatti i fattori economici, sociali e politici che avevano favorito e favorivano lo sviluppo della mafia, a poco sarebbe valsa l’eliminazione di qualche boss perché la persistenza di quelle condizioni avrebbero prodotto l’emergere di nuovi capimafia. Per avere risultati durevoli bisognava riformare la struttura economica e sociale della Sicilia.

L’intreccio tra vertici politici e mafia era al centro della sua analisi, ma questa consapevolezza non diventò mai faziosità. La relazione introduttiva al congresso regionale del Pci del 1982, conteneva un passaggio illuminante: «È stata avanzata la proposta di dare vita ad un comitato unitario permanente per la liberazione della Sicilia dal potere mafioso. L’iniziativa è stata già avviata e occorre una visione più larga, senza settarismi di sorta». La stessa apertura caratterizza la relazione di minoranza presentata in commissione antimafia nella VI Legislatura (4 febbraio 1976) e che potrebbe essere letta con profitto ancora oggi.

La Torre aveva una conoscenza effettiva, rude e drammatica, della mafia e dei suoi meccanismi di potere e si rendeva conto che l’impegno per il cambiamento economico e sociale doveva contemporaneamente associarsi alla lotta contro le strutture di potere mafioso; non c’era un prima e un dopo. Considerava perciò essenziale incidere sulla impunità e sulle ricchezze della mafia proprio per ridurne il peso della intimidazione e, conseguentemente, il prestigio. La legge che porta il suo nome è diretta espressione del progetto a sua prima firma presentato nel marzo 1980. Il progetto conteneva due novità, che diventarono legge: la mafia per la prima volta diventava delitto, le ricchezze non giustificate sarebbero state confiscate. Il Parlamento non lo prese subito in esame; la maggioranza dell’epoca chiese e impose di attendere il disegno di legge del governo, che fu presentato solo il 30 novembre del 1981.

Cinque mesi dopo, il 4 aprile 1982 La Torre riuscì a portare a Comiso 150.000 persone da tutta Italia, insieme ad alcune delegazioni estere, per manifestare contro l'installazione dei missili e, ancora una volta, per un diverso futuro dell’isola. Un successo enorme, ma anche il rischio finale. 

Quel politico aveva presentato una proposta di legge per togliere alla mafia impunità e ricchezze, aveva costretto il governo a presentarne una simile, aveva portato il popolo a manifestare per una nuova Sicilia. Non si limitava a parlare; era capace di costruire. Tutto questo cambiava gli equilibri e lo rendeva tremendamente pericoloso.

Fu ucciso tre settimane dopo, alle 9.30 del mattino insieme all’autista, Rosario Di Salvo, che aveva lasciato volontariamente il lavoro in una cooperativa per essere al fianco del suo segretario regionale. Il destino di Rosario Di Salvo precede tragicamente quello di Roberto Antiochia, il giovane poliziotto che tornò volontariamente dalle ferie per fare da autista al commissario Ninni Cassarà e che fu ucciso con lui il 6 agosto1985.

Credo che a Pio La Torre, uomo del popolo, piacerebbe che Rosario Di Salvo non fosse dimenticato.