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Il decreto Minniti e il diritto alla sicurezza, anzi a sentirsi sicuri

di Tamar Pitch
professore ordinario di Filosofia del diritto, Università di Perugia

In nome del diritto dei cittadini perbene alla sicurezza ed al decoro, si accresce la discrezionalità e l’arbitrio nell’adozione di misure fatalmente volte a colpire gli individui permale


8 maggio 2017

Del decreto Minniti[1] sulla sicurezza non commenterò gli aspetti normativi, altri l’hanno fatto e lo faranno meglio di me, che non sono una giurista. Qualcosa invece sugli aspetti sociali e culturali, dunque.

Certo più accorto, questo decreto, rispetto al decreto Maroni del 2008, svuotato dalla Corte Costituzionale, un po’ come il secondo Muslim ban di Trump, rispetto al primo. Ma la ratio è la stessa, e ricorda da vicinissimo la tolleranza zero dell’ex-sindaco di New York, Rudy Giuliani. In nome della sicurezza e del decoro urbano, si dispongono una serie di misure restrittive della libertà per persone che mettono in atto certi comportamenti: la mendicità, l’imbrattamento di muri, la vendita di servizi sessuali e altri, tutti comportamenti che in realtà individuano popolazioni precise. E che sono sempre le stesse del decreto Maroni e delle ormai innumerevoli ordinanze sindacali, ossia i poveri, i tossici, i migranti e i giovani. 

Queste misure, che pure incidono sulla libertà personale, non vengono date a chi commette reati, giacché per questo non ci sarebbe alcun bisogno di un decreto siffatto, basterebbe il codice penale, ma a chi mette in atto comportamenti lesivi del decoro urbano e turba la percezione di sicurezza (così nel decreto) da parte dei cittadini.

Quali cittadini? In una città, sarebbero “cittadini” tutti e tutte quelli che vi abitano e la usano, ma in questi decreti e ordinanze, invece, si fa una distinzione netta: vi sono i perbene e i permale, dove i secondi sono quelli e quelle in fondo alla scala sociale, oppure giovani che non si rassegnano a star chiusi in casa (o non possono perché magari hanno una casa poco confortevole). La chiusura di spazi di socialità, centri sociali, teatri, e così via, va infatti di pari passo con le misure qui disposte. Lo spazio pubblico viene ridotto, recintato, video-sorvegliato, interdetto, sulla base di una idea di città-vetrina, sterilizzata di buona parte di ciò che fa e ha sempre fatto una città degna di questo nome. 

La (grande) città moderna, quella nata dalla rivoluzione industriale, ha sempre attirato gli strali dei governanti e dei benpensanti, additata come luogo di pericolo per via dell’anonimità e la pluralità di identità di chi la vive. Insieme, tuttavia, all’essere indicata invece come luogo della libertà, dell’avventura, del rischio, delle opportunità. Oggi, le (o alcune delle) città, non più sede di industrie ma di servizi, hanno acquisito un ruolo capitale nell’economia finanziarizzata e globalizzata e hanno tra i loro compiti principali quello di attirare investimenti e capitali. E dunque i centri storici, o ciò che ne rimane, svuotati dai vecchi abitanti e dalle botteghe artigiane e sottoposti da tempo alla gentrification, devono essere ripuliti e messi in sicurezza per chi si può permettere di abitarvi e per attrarre turisti (possibilmente ricchi). Ripulitura e messa in sicurezza significano appunto crociate contro tutti e tutto ciò che “deturpa” la vetrina. 

Il decreto parla di «sicurezza come bene pubblico» e «sicurezza integrata», ossia mutua una serie di concetti e categorie coniati da molta letteratura su questo tema, in particolare dal lavoro fatto negli anni ‘90 dal progetto Città sicure dell’Emilia Romagna, e poi dal Forum per la sicurezza urbana. Tuttavia, le misure predisposte confermano ciò che ho sempre pensato, ossia che mettere al centro la sicurezza nelle politiche locali e nazionali conduce sempre a politiche di “destra”, escludenti, repressive, marginalizzanti. La sicurezza non può, al contrario, che essere un byproduct di politiche tese a produrre fiducia generalizzata, a ritessere legami sociali, a mettere ciascuno e ciascuna in grado di correre rischi, piuttosto che essere costretti ad evitarli perché non si è in grado di pagarne gli eventuali costi. Il che implica in primo luogo politiche sociali, per le quali invece non ci sono o non si danno risorse: era ciò che un tempo si chiamava sicurezza sociale.

L’enfasi invece sulla sicurezza intesa come immunità individuale rispetto al rischio di vittimizzazione da reati o inciviltà ha moltiplicato le figure di reato, riempito le carceri, prodotto ulteriore insicurezza. I politici diventano imprenditori della paura per cercare consensi da un ceto medio impoverito e reso insicuro, ben più che da reati e inciviltà, da disoccupazione e precarietà, cui non si riesce o non si vuole dare risposte. Non resta, allora, che utilizzare un vecchio, collaudato metodo (già imputato da Durkheim alla funzione della pena): produrre legame sociale, appunto, tramite la paura, sollecitando una divisione tra “noi” e “loro”, i buoni cittadini e tutti gli altri (migranti, tossici, e così via), divisione che va sempre rinnovata e che dunque implica una specie di corsa al rialzo. Se i nemici non ci sono, tocca inventarli, addossando a loro la colpa di paure e insicurezze, le quali a loro volta, per via dell’essere evocate, non possono che riprodursi. Si tratta insomma, per dirla in gergo sociologico, della soluzione che produce il problema, nonché della profezia che si autoavvera.

E tuttavia, per certi versi, non sembra vi sia granché di nuovo. E non mi riferisco solo al decreto Maroni, ma, come giustamente nota Enrico Gargiulo nel suo recente post sul blog di Studi sulla questione criminale, “sicurezza” e “decoro” sostituiscono semplicemente “ordine pubblico”, e le misure amministrative disposte (Daspo, ecc.) ricalcano i fogli di via di qualche tempo fa. Secondo Gargiulo, siamo in presenza, ora come allora, di un ordine pubblico connotato da una visione “etica” contro l’“immoralità” e l’“indecenza”, con l’intento di regolare e disciplinare la mobilità interna (urbana) così come si cerca di regolare e disciplinare la mobilità ai confini esterni. 

Ciò che è diverso, però, ed è appunto illustrato dall’uso di categorie come sicurezza e decoro, è la giustificazione delle misure stesse. Ordine pubblico è locuzione che rimanda ad un comando a difesa dello status quo: in questo senso essa ne rivela la natura esplicitamente politica e, come tale, di parte, dunque contestabile da altre “parti”. La locuzione sicurezza, invece, nel senso che comunemente le viene dato oggi nel discorso pubblico, rimanda ad un diritto individuale, perciò stesso indiscutibile e incontestabile. Nel decreto Minniti si evoca però anche un altro diritto, quello alla “sensazione di sentirsi sicuri”, alla certainty nella traduzione inglese indicata da Zygmunt Bauman, che è un “diritto” di ancora più incerta e discrezionale natura della security, ovvero della sicurezza cosiddetta oggettiva (di tutto questo ho discusso in un mio vecchio saggio[2]). Certainty security appaiono dunque più neutrali di ordine pubblico, meno di “parte”, e dunque meno facilmente contestabili. La loro indeterminatezza, inoltre, lascia ampi spazi di discrezionalità al legislatore. Il quale, in questo caso, sottrae di fatto alla giurisdizione la decisione dell’adeguatezza delle misure disposte rispetto ai comportamenti incriminati, trattandosi qui di misure amministrative, decise dal sindaco e dal questore.

Discrezionalità e arbitrio sono rafforzati dall’evocazione del “decoro”: qui non si tratta di un diritto individuale, ma di uno stato delle cose la cui presenza o assenza è accertata dal sindaco o chi per lui/lei, il/la quale lo valuta non si sa bene con quali criteri. Anche perché non è affatto chiaro che cosa si intenda con decoro. Buche per strada? Immondizia in giro? Si trattasse di questo, non ci sarebbe bisogno di decreti appositi, spettando al sindaco predisporre gli interventi necessari, ossia tappare le buche e far portare via l’immondizia. Il decoro, però, in questa versione, ha a che fare invece con la presenza di figure indesiderate, quelle insomma di cui sopra, i non-cittadini, i permale per definizione.

Molti anni fa, una ricerca sulla percezione di in/sicurezza delle donne in tre città dell’Emilia Romagna svelò un “segreto” banale: le donne che si muovevano con maggiore libertà e usufruivano di tutte le risorse della città erano quelle che se lo potevano permettere, ossia quelle che possedevano maggiori risorse economiche sociali e culturali e che, dunque, si sentivano in controllo della propria vita. Questa sensazione le disponeva a correre rischi, giacché potevano far fronte ad eventuali conseguenze spiacevoli. In città, come ovunque, si è esposti sempre a qualche rischio. La questione è se possiamo permetterci di correrli. C’è un circolo potenzialmente virtuoso tra correre rischi e produzione di fiducia generalizzata, ovvero una fiducia “impersonale”, che si basa sulla credenza che le istituzioni di governo siano efficienti e la distribuzione di risorse equa. Si corrono rischi se si pensa che alle spalle vi sia una rete istituzionale in grado di far fronte alle eventuali perdite, e viceversa correre rischi produce per sé e per gli altri generalizzati la fiducia che, in effetti, lo si possa fare. Tanto più quanto più sono le donne a correre rischi, giacché è noto che una città dove le donne circolano in libertà è una città sicura per tutti, mentre il contrario non è, ovviamente, vero. Ciò che in conclusione vuol dire che è la sicurezza sociale che diminuisce la percezione di insicurezza, non la polizia in strada, le telecamere a circuito chiuso, la recinzione di spazi pubblici, i Daspo, la sterilizzazione dello spazio urbano.



[1] D.l. 17 febbraio 2017, n. 13, conv. con L. 13 aprile 2013, n. 46

[2] I rischi della sicurezza urbana, in Parolechiave, nn. 22-23-24, 2000