Magistratura e società

Pio Amato: un nome tenero in una vicenda dura. Da ricordare, comunque

di Ennio Tomaselli
Magistrato in pensione, già Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Torino

Riflessioni su A Ciambra, il film di Jonas Carpignano prodotto da Martin Scorsese


28 ottobre 2017

Ha fatto un discreto “botto” la scelta del film che rappresenterà l’Italia nella corsa alle nomination per l’Oscar 2018 destinato al miglior film in lingua non inglese: A Ciambra, del regista Jonas Carpignano.

Qualche discussione c’era stata già, per l’edizione precedente, quanto a Fuocoammare, ma in quel caso la pellicola era ben nota e la querelle verteva sul farla concorrere come film o come documentario. Quest’anno, a parte le rimostranze («Ma non c’era niente di meglio?») di qualche politico che probabilmente non aveva visto il film (come quasi tutti, per vero) ma sembra insofferente a rom e sinti anche sullo schermo, c’è stata soprattutto sorpresa perché A Ciambra era un titolo assai poco noto. Per certi versi si è ripetuto quanto era avvenuto nel 2016 per un altro film “minorile”, Fiore, applauditissimo a Cannes (come, quest’anno, A Ciambra), ma “minore” in patria. Già questo gap di attenzione rispetto ai temi minorili (nel caso di Fiore, in particolare, del carcere minorile) dovrebbe far pensare.

Di cosa tratta A Ciambra è, in un certo senso, presto detto, anche perché la trama del film non è complicata e non ci sono grossi colpi di scena. A Ciambra è il luogo dove, a Gioia Tauro, vive, in condizioni di degrado e di rapporti complicati sia con gli “italiani” (lo è, naturalmente, anche la “famigliona” sinti-calabrese degli Amato, ma tant’è) che con la comunità africana della zona, il gruppo dei sinti di cui fa parte anche il protagonista del film, il quattordicenne Pio Amato. Gli Amato, per vivere, “si arrangiano” e così va a finire che i modelli di riferimento di Pio – il padre e il fratello maggiore Cosimo – entrano in carcere e sulle spalle del ragazzo si scarica il duro compito di darsi da fare, a sostegno della famiglia, ancora più di prima con gli illeciti (traffici con il rame, furti, estorsioni). In tutto questo, Pio, sostanzialmente solo con la sua adolescenza, ha, per fortuna, almeno un amico, adulto: un immigrato africano, Ayiva, proveniente dal Burkina Faso. Uno che ha un suo progetto di vita, ma è anche in grado di comprendere la fragilità e i patemi del ragazzo, precocemente adultizzato sul piano delinquenziale ma ancora bambino per tutto il resto (il rapporto con la madre e l’universo femminile in genere; quello con l’autorità pubblica, che nel film si concretizza quasi esclusivamente nelle uniformi e nelle “gazzelle” dei carabinieri; quello con gli “italiani”, i cui rappresentanti più vistosi sono delinquenti locali, ma con il piglio e l’operatività degli ‘ndranghetisti).

Alla fine Pio perde anche il nonno e, dopo aver “sgarrato” tentando di rubare a casa di un boss locale, viene messo nell’angolo dalla durezza delle necessità e delle regole familiari e risarcitorie. È praticamente costretto a tradire, pur di rimediare e far respirare un po’ la famiglia, la fiducia di Ayiva, il cui magazzino viene svuotato della merce che vi aveva riposto con i suoi progetti di una vita migliore. Così Pio ha dimostrato di essere ormai diventato un uomo. Per completare i riti di passaggio non resta che il rapporto sessuale con una prostituta, a mo’ di riconoscimento e premio da parte della famiglia. Con il che si è ormai alle sequenze finali del film, che mostrano Pio sempre più integrato fra la sua gente, un ragazzo ormai del tutto simile al fratello maggiore e avviato su un percorso tracciato con ulteriore chiarezza.

Detto ciò, conviene riportare sinteticamente qualche osservazione sul film formulata da veri critici e recensori, per poi concentrarsi su quanto questa pellicola può significare per uno spettatore particolare (come un magistrato o ex magistrato minorile), ma anche per un non addetto ai lavori comunque interessato a riflettere sulle problematiche che il film, oggettivamente, propone (non parliamo di messaggio, che sa d’antico…).

A Ciambra e il suo giovane regista italo-americano (33 anni) sono stati, in generale, giudicati più che positivamente, talvolta quasi entusiasticamente, anche dalla critica italiana. La struttura, si è detto in sostanza, parrebbe quella di un documentario, ma invece è un film, e che film: «ritrova gli intenti del neorealismo, senza mai scimmiottarlo»; «metafora del caos interiore di tutti i marginali» (Internazionale.it); «bellissimo – eppure estremamente crudele – romanzo di formazione» (Ondacinema.it). L’approccio con la realtà è così intenso che il film quasi s’immedesima con essa «perché non spiega né banalmente mostra, ma realmente vive» (Cinematografo.it).

Si può prendere spunto dalla ritenuta, e quasi conclamata, adesione totale alla realtà di questa fiction così particolare – «un film simile non ha uguali», si è anche scritto (Movieplayer.it) – per riflettere su alcune questioni; schematizzando, per chiarezza, come segue.

1) Ad A Ciambra c’è un vuoto impressionante sul piano delle istituzioni, presenti solo nelle loro componenti militari e repressive: uomini e mezzi delle forze dell’ordine impegnate in un contrasto quotidiano all’illegalità che ha la spossante ripetitività, da ambo le parti, di una guerra di trincea, mentre viene evocato un carcere sovraffollato (quello dove sono finiti i congiunti di Pio, a contatto anche lì con quelli che loro chiamano sempre “marocchini”, ma che sono gli africani, di altre provenienze, delle piane di Rosarno e Gioia Tauro) e sullo sfondo corre spesso un treno troppo veloce e troppo lontano. Nella vita di Pio non ci sono scuole né figure di insegnanti, educatori, sacerdoti (in chiesa ci entra solo per i funerali solenni del nonno, una cerimonia soprattutto “identitaria”, dove i sinti sono, almeno in quel frangente, qualcuno e la sopravvivenza del clan viene riconosciuta e tacitamente garantita dalla presenza di altri gruppi locali, in particolare ‘ndranghetisti, che si servono anche di esso). Tamquam non essent anche per i servizi sociali e la magistratura minorile.

Sappiamo che nella realtà, a livello generale, non è così poiché, anzi, in Calabria è ormai evidente e finalmente riconosciuto lo sforzo di queste istituzioni per incidere su realtà familiari apparentemente impenetrabili e compenetrate con l’illegalità a livelli ben superiori a quelli dei sinti di Gioia Tauro; ma lo spaccato proposto nel film, da parte di un regista che si è calato a fondo nella realtà del territorio, non va comunque trascurato, come provocazione e sollecitazione a fare di più ad ogni livello.

2) Il film è invece pieno, dalla prima all’ultima inquadratura, di volti di emarginati/marginali e di commistioni d’ogni tipo fra locali e immigrati (i “marocchini” che tali non sono). Una realtà che è di questa zona della Calabria (siamo vicini alla ben nota Rosarno), ma di cui ci viene ricordata implicitamente ed opportunamente la riproponibilità a livello nazionale, con coinvolgimento di soggetti deboli e “diversi” d’ogni genere (oltre ai ragazzi, le donne e i neri, da dovunque vengano e comunque chiamati).

3) A Ciambra è efficace anche nel mostrare che, se il destino del ragazzo sembra segnato, Pio è comunque, nonostante tutto, appunto e ancora un ragazzo, alla ricerca, silenziosa e inconsciamente disperata, di altro su cui riversare paure, fobie (anche la claustrofobia, segnalata, in un suo breve commento del film, dallo psichiatra Vittorio Lingiardi), amicizia, affettività. Il tema è, in altri termini, quello, classico ma concretissimo anche nelle attuali procedure giudiziarie minorili, del giovane precocemente adultizzato.

Il fatto che Pio resti comunque, e non solo per l’età anagrafica, un ragazzo (ancorché in forma “asimmetrica”) ci ricorda, se necessario, un dato di rilievo cruciale nella gestione di situazioni di questo genere in ambito educativo, rieducativo e giudiziario. Proprio il permanere di fragilità, bisogni insoddisfatti, senso del giusto e dell’ingiusto (non tanto in astratto quanto nella concretezza dei rapporti umani, quale, nel film, quello amicale con Ayiva, che Pio è costretto a tradire vivendo angosciosamente il disvalore di ciò) costituisce un’opportunità fondamentale per un discorso e per concreti progetti di recupero. Questo, ovviamente, non c’è nel film di Carpignano (in cui, coerentemente, non vi è alcun “lieto fine”), ma è lo spettatore, addetto ai lavori ma soprattutto non addetto, che deve “farsi questo film” perché anch’esso ha un suo realismo.

Concludendo: pur con qualche difetto “come film” (talune insistenze eccessive, in particolare sull’immagine simbolica di un cavallo che richiama il nomadismo giunto fino alla generazione del nonno di Pio e che, per qualche esperto, potrebbe essere una citazione legata a Sciuscià; una lunghezza, di circa due ore, probabilmente eccessiva, anche se il regista ha forse cercato di “costringere” lo spettatore, anche a costo di “stancarlo”, a seguire Pio in tutti i meandri della sua vita precocemente difficile), A Ciambra è sicuramente da vedere perché è, comunque, una gran bella pellicola, piena di suggestioni e, piaccia o no il termine, di messaggi.

Ammesso, però, che ci si riesca ancora, prima che sparisca rapidamente dalle sale, là dove vi è arrivato.

Non resta che sperare, se non in Oscar obiettivamente improbabile, che qualche nomination, ancorché non hollywoodiana, aiuti il film a svincolarsi meglio di Pio da certi meandri e a mantenersi avvistabile e visionabile come merita.