Controcanto

Appunti a margine del Congresso Anm. Troppo intrattenimento e poco dibattito politico interno fanno “galleggiare” le sfide in agenda

di Donatella Stasio

Il format prescelto ha finito per impoverire il Congresso privandolo della voce della “base” sui temi proposti, ma ha anche privato i presenti e la dirigenza dell’Anm di una possibile chiave di lettura dell’universo togato in un periodo non meno delicato (anzi, forse più delicato) di quello del ventennio berlusconiano


30 ottobre 2017

Se dovessi riassumere con una parola le giornate del XXXIII Congresso dell’Associazione nazionale magistrati, quella parola sarebbe intrattenimento, seppure culturale. È, infatti, con la sensazione di aver assistito ad un mega-convegno, se non ad un talk show, che sono ripartita da Siena. Malgrado l’importanza dei temi all’ordine del giorno e degli spunti di discussione lanciati dal presidente Eugenio Albamonte nella sua bella relazione di apertura (i nuovi diritti e il vuoto legislativo, il dovere di comunicare da parte della giustizia, il ruolo sociale del giudice, il rischio di un nuovo carrierismo, il calo di fiducia nella giustizia e molti altri ancora), e nonostante la difficile transizione che la magistratura attraversa, l’Anm ha optato per un format più simile, appunto, ad un talk show o comunque a un mega-convegno, che non ad un congresso. Sempre che per congresso si intenda ancora un luogo aperto al confronto e al dibattito politico interno, non per questo separato dalla società e, quindi, chiuso al confronto e al dialogo con altri soggetti (nella fattispecie: politica, avvocatura, media).

Per la verità, la formula dell’intrattenimento culturale già aveva cominciato a fare capolino in passato, in particolare nel Congresso di Bari del 2015; ma stavolta è stata enfatizzata in un programma scandito da una sequenza di “tavole rotonde”, per di più a scatola chiusa, che hanno impedito o comunque depotenziato il dibattito politico interno. Laddove sarebbe stato invece molto interessante – per non dire essenziale – ascoltare la voce della cosiddetta base o dei più giovani (visto che i veterani sono stati ormai prepensionati) sui temi in agenda proposti, tutti molto importanti per capire il sentiment (si direbbe in qualche talk show) della magistratura 2.0 e la direzione in cui essa si muove.

Quella voce, però, non si è sentita. Non come ci si aspettava. E nonostante l’assoluto interesse di alcuni interventi esterni (penso in particolare a quelli di Beppino Englaro sul fine vita, di Cecilia d’Elia sulle nuove famiglie, di Filippo Miraglia e Marco Tarquinio sullo ius soli nella tavola rotonda sulle «Nuove domande di giustizia»), questo silenzio ha impoverito il congresso, privando i presenti, le toghe partecipanti, ma anche la stessa dirigenza dell’Anm, di una possibile chiave di lettura dell’universo togato in un periodo non meno delicato (anzi, forse più delicato) di quello del ventennio berlusconiano.

È stato come se i temi del Congresso e gli spunti di Albamonte – ancorché ripresi nella mozione finale – avessero galleggiato per tre giorni negli storici teatri e palazzi senesi senza alcuna possibilità di coglierne il grado di effettiva condivisione, di critica e in qualche caso persino di consapevolezza fra i magistrati presenti.

Né a tal fine è stato d’aiuto l’applausometro. È difficile capire, ad esempio, che cosa avessero in comune il lungo applauso alla segretaria di Md Mariarosaria Guglielmi al termine di un intervento politico – peraltro non in programma – molto denso e riflessivo e, di lì a poco, l’applauso – peraltro isolato – al leader di Autonomia e Indipendenza Piercamillo Davigo quando ha sbrigativamente definito il corso da dirigente alla Scuola superiore della magistratura «la cosa più inutile che abbia mai fatto».

Tra l’altro: è vero (come hanno scritto molti giornali) che quella platea non ha mai applaudito Davigo nella quasi mezz’ora di intervento (sebbene, da buon oratore, l’ex presidente dell’Anm abbia più di una volta cercato l’applauso) e, anzi, lo ha quasi fischiato in dirittura d’arrivo quando lui ha detto di non essere lì per fare campagna elettorale; ma è altrettanto vero che la stessa platea si era appena spellata le mani con il grillino Alfonso Bonafede e con il giornalista Peter Gomez sul terreno “popolare” del “no” ai magistrati in politica e della “certezza della pena”.

Una platea insondabile, dunque. Erratica, oscillante, apparentemente distaccata. Una platea che non si è scaldata durante l’ampia relazione di Albamonte, applaudito soltanto alla fine laddove i suoi predecessori sono sempre stati interrotti dagli applausi (basta rileggersi le cronache dei precedenti congressi). E che è rimasta impassibilmente misurata anche mentre Albamonte tirava seriamente le fila della tavola rotonda «Magistratura, politica ed informazione» condotta invece dal moderatore all’insegna più del «divertimento» (testuale) che dell’approfondimento. E chissà, forse è solo in questa chiave (il divertimento) che va letto l’applauso prolungato (quasi empatico, però) per Gianfranco Rotondi quando ha detto «Noi Dc apparteniamo all’eternità»; oppure quello tributato a Gomez quando ha proposto di «decidere un codice straniero a caso e di prendercelo» perché sarebbe sicuramente migliore del nostro. Del resto, che dire del successo riscosso sempre da Gomez quando ha invocato «più carceri e certezza della pena»? Per non parlare del plauso ricevuto da tutti gli oratori che – giocando sul sicuro – hanno cavalcato la causa dei magistrati fuori dalla politica, se non alla condizione di non fare più ritorno in magistratura; con l’unica eccezione di David Ermini (Pd), che ha ammesso di andare «controcorrente» riconoscendo che la politica ha bisogno anche di buoni magistrati in Parlamento. Sortita impopolare, la sua. A differenza di quella, applauditissima, del pentastellato Bonafede sul caso Tenaglia (ex parlamentare del centrosinistra fino al 2013, appena nominato dal Csm presidente del Tribunale di Pordenone), citato come «cattivo esempio» di magistrati che fanno carriera “grazie” alla politica.

Certo, nei Congressi dell’Anm non si eleggono cariche direttive e anche per questo la formula è sempre stata, giustamente, aperta. Ma, a memoria di chi li segue da una trentina di anni, mai come stavolta le “tavole rotonde” si sono susseguite a un ritmo tale da strozzare – per non dire ammazzare – gli interventi fuorisacco. Può darsi che sia una strategia mediatica – qualcuno dice un’astuzia – dei gruppi dirigenti per narcotizzare o incanalare il dibattito politico interno. Certo non è un modo per incentivare la partecipazione (so di tanti magistrati che hanno disertato Siena per questo motivo). Ma soprattutto è un modo per snaturare il Congresso dell’Anm, che dovrebbe pur sempre rimanere luogo di confronto, riflessione ed elaborazione comune (al di là delle diverse visioni e divisioni) fra le molteplici voci della magistratura sui problemi che la riguardano, oggi non meno importanti di quelli che l’hanno attraversata in passato. Di questi luoghi – di confronto, ascolto ed elaborazione politica – c’è più che mai bisogno nell’epoca dei dibattiti virtuali e dei talk show ad oltranza, per resistere al fascino dilagante del disimpegno e del galleggiamento intellettuale e per costruire invece un impegno consapevole e corale.

 Donatella Stasio