Magistratura e società

È possibile un diritto senza (o con meno) giudici?

di Antonio Scalera
consigliere, Corte di appello di Catanzaro

La recensione al volume A che cosa serve il diritto di Vincenzo Di Cataldo (Il Mulino, 2017)


13 gennaio 2018

A che cosa serve il diritto? Pochissimi, forse, tra coloro che non si occupano professionalmente di diritto saprebbero rispondere. Anche molti giuristi avrebbero serie difficoltà. La maggior parte degli studenti di giurisprudenza non sente porre questa domanda nel corso dei propri studi. In realtà, la domanda iniziale potrebbe essere formulata in termini un po’ più agghiaccianti: «Il diritto serve a qualcosa?».

In questo piccolo libro, A che cosa serve il diritto – così piccolo che, come dice l’autore, «potrebbe essere letto nel corso di un volo andata-ritorno da una qualunque città d’Italia ad un’altra» – Vincenzo Di Cataldo, professore di diritto commerciale all’Università di Catania, cerca di dare una risposta alla domanda iniziale.

Nel primo capitolo – Il mondo delle regole – l’autore spiega che il diritto essenzialmente propone regole volte a costruire cooperazione tra uomini e a regolare conflitti tra uomini. Cooperazione e regolazione di conflitti sono le due facce della socialità, che è uno dei dati più caratteristici della specie umana.

Nel secondo capitolo – Il diritto è di tutti – viene discussa l’idea, assai diffusa, per la quale una scarsa conoscenza e una scarsa considerazione del diritto sono giustificate dal fatto che oggi le norme sono troppe e sono anche non facilmente comprensibili, non facilmente condivisibili; per questa ragione la comprensione e l’applicazione del diritto esigono specifiche competenze tecniche, esigono che ai professionisti del diritto si dia uno spazio adeguato.

Nel terzo e ultimo capitolo – Un diritto con meno giudici – egli dedica particolare attenzione a ciò che lui ritiene sia il più grave problema del diritto nel modo di oggi: l’esistenza di un eccessivo ricorso al giudice per la soluzione dei problemi della convivenza umana. Uno sguardo ai limiti intrinseci dei poteri del giudice fa pensare, invece, che il diritto avrebbe bisogno, oggi più che mai, di ottenere la soluzione del numero più alto possibile di conflitti per via diversa dall’intervento del giudice, attraverso la diffusione di una cultura della composizione dei problemi i giuridici tra le stesse parti che li pongono. Non per buonismo o per bontà, ma per interesse: semplicemente, perché spesso questa è la strada che può portare alla soddisfazione migliore dell’interesse di ciascuno.

L’idea che il diritto significhi anzitutto processo si è sviluppata nel Novecento. Una delle denominazioni più significative del secolo scorso è quella che ha qualificato la nostra epoca come l’«età dei diritti».

Con questa espressione si è designata un’epoca caratterizzata dal fatto che è stata faticosamente e puntigliosamente elaborata una vasta e complessa serie di diritti. La crescita dei diritti si è accompagnata a un’intensa attività dei giudici. I giudici, stimolati da avvocati accorti e motivati, hanno presidiato la creazione dei nuovi diritti, l’hanno puntellata e consolidata, svolgendo un ruolo prezioso e rendendo definitivi con le loro sentenze i riconoscimenti di diritti.

Il ruolo enormemente positivo, continuo ed appariscente delle corti nell’affermazione e nello sviluppo dell’età dei diritti ha indotto molti a pensare che il giudizio sia qualcosa di inestricabilmente connesso al diritto ed a pensare che, per così dire, non esiste diritto senza giudizio.

Occorre modificare questo modo di pensare; occorre, cioè, che ciascuno, quando si trova coinvolto in una vertenza, comprenda che la risposta al suo problema giuridico deve essere trovata anzitutto in un serio tentativo di intesa e che la via della lite giudiziale e della sentenza deve essere solo l’estrema via d’uscita. Ciascuno dovrebbe sapere che il giudizio porta spesso ad una soluzione subottimale, mentre l’accordo può soddisfare l’interesse del singolo, molto spesso in maniera più completa.

Un esempio di soluzione subottimale è fornita dal cosiddetto “metodo di Re Salomone”, tratto dal noto passo biblico nel quale Salomone, chiamato a risolvere una contesa tra due donne che litigavano sulla maternità di un bambino, propose di tagliare in due il figlio e di darne metà all’una metà all’altra. A quel punto una delle due donne si oppose alla soluzione del Re e chiese di dare il bambino vivo all’altra. La donna che si era opposta alla sezione del bambino fu riconosciuta dal Re come la vera madre e le fu consegnato il bambino.

Ciò destò grande stupore e meraviglia per gli Israeliti che ammirarono il Re Salomone per la sua saggezza. Il lettore di oggi, tuttavia, tende a diffidare della rapida conclusione del testo sacro.

Chi frequenta le aule di giustizia – annota Di Cataldo – incontra innumerevoli casi in cui il giudice adotta regolarmente il metodo di Re Salomone. Tuttavia, si tratta di un metodo che evidenzia quella che l’autore chiama l’«impotenza del diritto»: all’esito del giudizio nessuna delle parti potrà essere soddisfatta, perché il diritto semplicemente non ne è capace.

E allora se il diritto non deve servire più a far ricorso ai giudizi, perché le risposte che il sistema giudiziario riesce a dare sono “subottimali”, a cosa serve il diritto?

La risposta viene fornita nelle pagine finali del libro, rievocando una scena di vita famigliare con i suoi fratelli e con il padre magistrato:

«Eravamo felici. Litigavamo spesso. Ogni tanto ce le suonavamo. Quando non riuscivamo a risolvere da soli il problema che ci faceva litigare, andavamo da papà. Papà non diceva mai soltanto “dovete fare così”. Ci spiegava perché si doveva fare in un modo o nell’altro. E sempre diceva qualcosa che era un invito a provare a risolvere da noi i nostri problemi senza cercare sempre l’aiuto di un altro, perché, diceva, papà potrebbe non esserci e allora cosa date? Restate a litigare per sempre».