Magistratura e società

La convocazione, un film civile

di Ilio Mannucci Pacini
presidente di Sezione, Tribunale di Milano

La recensione al documentario di Enrico Maisto, un'opera in cui sensazioni ed emozioni esprimono il punto di vista dei cittadini comuni sull’istituzione giudiziaria e sulla giustizia


20 gennaio 2018

Per chi ha la “fortuna” di presiedere una sezione di Corte d’assise, l’udienza di convocazione dei giudici popolari (perché di un’udienza si tratta) è il momento più significativo per comprendere il senso di una corte composta, oltre che da giudici professionali, da comuni cittadini.

Quella «Giustizia amministrata in nome del popolo» dell’art. 110 Cost. (in altri momenti oggetto di strumentalizzazioni politiche) trova nella composizione mista della Corte d’assise il suo topos e, nel rapporto tra giudici togati e popolari, il primo incontro con i “prescelti” è certamente il momento più carico di emozioni e sensazioni. Da parte sia dei convocati, sia del giudice che attiva con loro quel primo contatto.

Quelle ore rappresentano l’home page dell’istituzione, il momento che potrà decidere se quei cittadini parteciperanno all’obbligo civico di amministrare la giustizia con passione (e, quindi, impegno) o con indifferenza e fastidio.

La convocazione, purtroppo, avviene in modo burocratico, per certi versi irritante: trovarsi a casa i carabinieri senza sapere perché provoca reazioni non positive da parte dei convocati (e bene ha fatto Enrico Maisto a indugiare sulla sensazione di fastidio mostrata da questi ultimi).

Quindi, in quell’incontro, è necessario per prima cosa superare la diffidenza di quella convocazione burocratica.

E per farlo è necessario acquisire (se non le si possiede) doti non tipiche della professionalità di giudice, essere accogliente e comprensivo, ma, nello stesso tempo, deciso nel non assecondare il fastidio che molti manifestano per quell’incarico.

Bisogna essere chiari, sinceri, non provare a bluffare con chi, alla fine, trascorrerà con te buona parte del suo tempo lavorativo per almeno tre mesi.

Bisogna farsi capire e capire i convocati, saper distinguere chi vuole togliersi solo il fastidio da chi in realtà non potrebbe reggere, per ragioni di salute personale, familiari o lavorative quell’incarico.

In quelle poche ore (tutto si risolve in una mattina) si agitano sensazioni, emozioni, diffidenze, simpatie e tanto altro.

Ma il film di Enrico Maisto è molto di più dell’osservazione su tutto questo.

È un vero film civile, dove, appunto, sensazioni ed emozioni esprimono il punto di vista dei cittadini comuni (del “popolo” si diceva un tempo, che quell’istituzione e quell’idea guarda e valuta da fuori) sull’istituzione giudiziaria e sulla giustizia.

Non c’è indulgenza nel descrivere quelle sensazioni, non c’è politicamente corretto, non c’è però neanche enfasi sulle idee più critiche che il cittadino matura ed esprime in merito all’inadeguatezza dell’esercitare giustizia.

Certo, traspare anche la sensazione di inadeguatezza che molti dei convocati manifestano su di sé, ma le loro confidenze, le loro confessioni definiscono soprattutto un quadro collettivo di grande verità sulla funzione del giudicare e sulla sua inadeguatezza.

Nel film i giudici professionali sembrano, almeno in quella fase di espressione del disagio dei cittadini sulla giustizia, personaggi fuori campo; rigorosi e accoglienti, entrambe le cose nello stesso momento, senza però che il loro percorso ideale (cioè di idee) emerga nel film.

Se fosse un saggio, sarebbe giusto che quel fiume di dubbi e di critiche sul funzionamento dell’amministrazione della giustizia (ma in termini più filosofici, sul giudicare) fosse confrontato con i solidi argomenti dei giudici professionali, ma La convocazione è un film, è la narrazione del fluire delle emozioni che si sprigionano nei convocati alle quali non si deve dare risposta.

L’idea iniziale del giudice, «la vostra sensazione prevalente è la paura», certamente è vera, traspare dalle espressioni dei volti, dai movimenti dei corpi più che dalle parole dei convocati; ma la paura è presto superata dal ribollire di altre cento emozioni e sensazioni, tutte espresse con parole solo sussurrate nella prima parte del film, con le espressioni dei volti nella quiete che precede il finale.

Si vive, nel ritmo del film, la tensione iniziale (la tensione emotiva, la vitalità fisica, l’emozione derivante dall’ingresso in quel mondo – un ingresso anche fisico all’interno di un’austera aula d’udienza che rappresenta una scenografia “naturale” straordinaria) che manifesta con le voci delle “confessioni” tutto ciò che si muove nelle persone chiamate a vivere l’esperienza di una giornata particolare (non usa quell’espressione Enrico Maisto, ma questo è il senso esplicito di un dialogo tra i più diretti di alcuni dei convocati).

Poi Enrico Maisto riprende in mano la sua storia, la sua storia della convocazione: i primi protagonisti selezionati, quelli che riescono a farsi esonerare, un ritorno alla normalità delle emozioni, una sorta di quiete che la normalità riacquisita fa subentrare alla tempesta di sensazioni fino a quel momento espresse.

Sono pochi minuti di espressioni di volti, volti ai quali lo spettatore è ormai abituato, ma che lì, in assenza di sensazioni palesate con le parole, ci dicono che è cessata la tempesta.

Allora, con una storia di cui il regista ora sembra diventare la presidente Conforti, si può passare al lavoro, al processo. Fino ad allora era necessario, per la presidente chiamata a selezionare i giudici, lasciare esprimere la tempesta di passioni “popolari”, ora, di fronte ai volti acquietati, si può iniziare.

Tutto questo la presidente Conforti non lo sa (o forse lo sa bene perché è lei la regista di quella cerimonia), ma Enrico Maisto ha definito il ritmo della sua storia come la rigorosa cerimonia di cui quel giudice è il cerimoniere. Non serve la toga, non è necessaria la solennità della veste, il cerimoniere in abiti civili assume quella funzione attraverso il ritmo di quella storia collettiva.

La convocazione è veramente un film civile, sembra semplicemente l’osservazione di un’ordinaria giornata particolare, ma nelle confessioni di quel popolo si dibattono questioni centrali, quasi definitive, del vivere civile, eterne e del nostro tempo: il peso del giudicare, la funzione sociale del giudizio e della pena, l’imparzialità del giudice nel suo essere diffidente verso alcune categorie di delinquenti (che oggi, per i giudici popolari, sono i pedofili e i terroristi islamici), e tanto altro, accennato con affermazioni che, appena sussurrate, lasciano poi spazio ad altre emozioni.