Controcanto

Carcere e intercettazioni: la magistratura sia protagonista del cambiamento

di Donatella Stasio

Le due riforme sono in bilico e solo nei prossimi giorni se ne conoscerĂ  la sorte. A rischio soprattutto le nuove norme sugli ascolti, anche per il largo fronte contrario, che va da Lega e 5 Stelle a magistrati, avvocati e stampa


6 aprile 2018

Salgono le quotazioni della riforma penitenziaria, scendono quelle della riforma delle intercettazioni: così sembra stando alle voci che circolano nei palazzi di Governo e Parlamento. Tra una decina di giorni il quadro sarà più chiaro e si conoscerà la sorte di questi due punti qualificanti della “riforma penale”, annunciata dal governo Renzi a colpi di slide nel 2014, incassata dal governo Gentiloni a colpi di voti di fiducia un anno fa, e composta da un solo articolo lungo 95 commi che spaziano dalle impugnazioni alle sanzioni passando per quattro deleghe al Governo, tra cui, appunto, quelle su carcere e intercettazioni. Due materie politicamente bollenti, con cui nessuno vuole bruciarsi le mani. Tanto più dopo un voto che non ha proclamato vincitori assoluti e perciò sembra spingere le forze politiche verso forme condominiali ben più “strane” di quelle già sperimentate in passato.

La parola d’ordine, insomma, è prudenza, più che mai se la materia è impopolare, come in questo caso. Impopolare persino fra i magistrati. Che non hanno alzato le barricate ma neppure hanno impugnato la bandiera del cambiamento, né nell’uno né nell’altro caso.

Sul fronte del carcere, l’Anm ha preferito “non impicciarsi”, limitandosi a richiamare il Governo ai propri doveri organizzativi per evitare che l’impopolarità delle norme ricada sulla sempre più impopolare magistratura, che non sta attraversando il suo periodo migliore. Sul fronte delle intercettazioni, l’Anm si è fatta scavalcare dalle Procure che, dopo un’apparente apertura di credito, ora non si fidano più e chiedono a gran voce un rinvio, potendo contare anche sui malumori degli avvocati penalisti, della stampa e, per ragioni diverse, delle forze politiche più votate alle elezioni: Movimento 5 Stelle e Lega. Senza dire che anche nel governo Renzi-Gentiloni c’è sempre stata una fronda contraria alla riforma.

Stando così le cose, il nuovo Esecutivo potrebbe avere buon gioco a rinviare le nuove norme sulle intercettazioni. Un rinvio politico, non tecnico. Al Ministero della giustizia assicurano infatti che i problemi tecnici sono in via di definizione. Il principale riguarda la realizzazione del nuovo software ma in via Arenula stanno aspettando solo di avere “tempi certi”. Tra una settimana, dieci giorni al massimo, si saprà se entro maggio si potrà garantire la funzionalità e la massima sicurezza del nuovo sistema. In caso affermativo, il Ministero ritiene che la strada sarà in discesa e che il 26 luglio, come previsto, la riforma potrà entrare in vigore. Gli allarmismi delle Procure, quindi, verrebbero rimandati al mittente. Soltanto se non dovessero esserci garanzie sui tempi di realizzazione del software, si andrebbe a un rinvio tecnico.

È evidente che – come tutte le riforme che si rispettino – ogni cambiamento deve avere non solo testa e cuore ma anche gambe robuste per camminare, altrimenti si trasforma in un boomerang. Sia nel caso del carcere che in quello delle intercettazioni, l’impegno richiesto al Governo era ed è decisivo, oltre che costituzionalmente doveroso. Ma bisogna dare atto al Ministro della giustizia Andrea Orlando di non averlo preso sottogamba, anche se permangono ritardi e inadeguatezze. Va detto, peraltro, che ritardi e inadeguatezze sono un refrain costante per zavorrare le riforme, fino a bloccarle. In qualche caso, non è mancato neppure un ostruzionismo strisciante. Il taglio dei “Tribunalini” – riforma tanto conclamata e necessaria quanto osteggiata – ne è un esempio emblematico, tant’è che c’è voluto circa mezzo secolo per approvarla.

Sarebbe irresponsabile se chi ha puntato politicamente su queste, sia pur perfettibili, riforme – impegnative anche sul piano culturale – ora non si facesse carico fino in fondo delle rispettive necessità attuative dal punto di vista dell’organizzazione, della formazione, delle risorse, così da garantirne un’efficace ed efficiente, oltre che puntuale, operatività. Così come sarebbe irresponsabile se, giunti a un passo dal traguardo, si usasse la sponda delle critiche e delle polemiche per giustificare il rinvio delle nuove norme, divenute nel frattempo politicamente ingombranti sia per i vinti che per i vincitori.

Ma il “gioco di sponda” tra magistratura e politica è spesso funzionale a bloccare questa o quella riforma, perpetuando l’immobilismo regnante nell’universo giudiziario. E potrebbe esserlo anche stavolta per congelare le nuove norme sulle intercettazioni.

Visto che la riforma dovrebbe entrare in vigore a fine luglio, per quella data è verosimile che ci sia un nuovo Governo. Prima di allora, e comunque prima che nasca il nuovo Esecutivo, spetterà a quello uscente il compito di superare gli ostacoli tecnici (almeno i principali) che si frappongono all’entrata in vigore della riforma; se ci riuscirà, rimarrà in piedi solo l’ostacolo politico e toccherà al nuovo Governo decidere come superarlo.

Come già detto, Lega e M5S non hanno mai amato questa riforma, perché penalizzerebbe le indagini e imbavaglierebbe la stampa; Forza Italia non è contraria pur predicando una stretta maggiore, mentre nel centrosinistra convivono anime diverse: i “giustizialisti” tifano per il regime attualmente in vigore, i “garantisti” per quello nuovo, che però gli avvocati penalisti considerano un appesantimento per le difese. C’è poi il fronte del “bavaglio alla stampa”, con la Fnsi in prima linea, e, soprattutto, quello delle procure della Repubblica, di recente costituzione, che denunciano anch’esse appesantimenti del proprio lavoro e un eccessivo potere nelle mani della polizia giudiziaria. Dagli uffici di Procura arriva anche l’allarme per i ritardi del Ministero nell’approntare postazioni e registri informatici… Quanto basta, insomma, per posticipare l’entrata in vigore delle nuove regole. Che poi potrebbero essere modificate con decreti correttivi oppure rinviate ulteriormente. O addirittura abrogate. 

Diversa la situazione per l’ordinamento penitenziario. A differenza delle intercettazioni, il relativo decreto legislativo non ha ancora concluso il suo iter (si attende l’ultimo passaggio parlamentare, obbligatorio ma non vincolante), ma in favore della riforma si sono mobilitati, di recente, tanti giuristi, cittadini comuni, ambienti ecclesiastici, avvocati, detenuti. Si è così creata una forte aspettativa, che renderà più difficile un azzeramento o anche solo un insabbiamento da parte delle forze politiche più ostili, sempre Lega e M5S. Purché, ovviamente, si sblocchi subito la situazione in Parlamento e il decreto venga assegnato alle commissioni speciali di Camera e Senato, entrambe in fase di costituzione. Altrimenti bisognerà attendere la formazione delle commissioni permanenti e i tempi potrebbero essere talmente lunghi da far scadere i termini per l’esercizio della delega…

Quelle del carcere e delle intercettazioni non sono le migliori riforme in assoluto né potrebbero mai esserlo visto che sono state partorite da un Governo e da una maggioranza in cui convivevano anime molto diverse, almeno apparentemente (chi non ricorda le parole di Orlando all’indomani della nascita del governo Renzi, quando disse: «Io e Alfano abbiamo un’idea del mondo totalmente diversa»). Tuttavia, pur rifuggendo dalla retorica delle riforme, non si può negare che entrambe diano una risposta apprezzabile ad esigenze reali avvertite da decenni e, più in generale, ad un’esigenza di civiltà. Certo, come tutte le riforme, per funzionare dovrebbero essere condivise, soprattutto se toccano autoreferenzialità e corporativismi vari. E qui sta la difficoltà del cambiamento: tanto necessario quanto incapace di prendere una forma che sia, appunto, condivisa.

Le due riforme aprono però una breccia verso quel cambiamento, non più rinviabile anche culturalmente. Perciò, nonostante imperfezioni, appesantimenti e qualche contraddizione, bisognerebbe approfittare di quella breccia e lasciar spazio almeno alla sperimentazione prima di riportare indietro le lancette o congelare tutto, nella migliore delle ipotesi. Anche perché, tra tante incertezze, quel che è certo è che la nuova stagione politica difficilmente sarà portatrice di riforme coerenti e di ampio respiro.

Ecco perché, in questo frangente, la magistratura dovrebbe capire di avere un ruolo e una responsabilità cruciali: mettersi in gioco, misurarsi con le nuove regole e con i nuovi scenari, in funzione di un cambiamento reale e positivo, di cui poter essere la protagonista.

Donatella Stasio