Magistratura e società

Dialogare con il pensiero di Stefano Rodotà*

di Mariarosaria Guglielmi
sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, segretaria generale di Magistratura democratica

Dialogare con il pensiero di Stefano Rodotà è un dovere intellettuale ed anche un dovere di non rassegnazione, è un impegno per la difesa e per l’affermazione dei diritti, è un impegno per rivendicare una politica che deve renderli possibili


22 maggio 2018

Desidero anzitutto ringraziare tutti coloro che hanno lavorato con passione ed entusiasmo per il successo di questo convegno dedicato a Stefano Rodotà.

Tra chi oggi è presente, vi sono testimoni privilegiati della Sua storia, che rivive nel ricordo personale dell’amico, del maestro, del grande giurista, dell’insostituibile figura di uomo delle istituzioni.

Tutti siamo e ci sentiamo debitori di Stefano Rodotà per il profondo cambiamento culturale che il Suo pensiero e il Suo impegno a favore dei diritti e della democrazia hanno prodotto nella società, nel Paese e nella magistratura.

E molto Magistratura democratica deve a Stefano Rodotà.

In un suo messaggio del 20 aprile del 2016, indirizzato ad una assemblea di Md, in un momento di intenso dibattito interno e di scelte decisive per il suo futuro, Rodotà ricordava il contributo che l’azione e la riflessione di Md hanno dato al rinnovamento della cultura giuridica, «e non di quella della sola magistratura».

«Della sua storia – scriveva Rodotà – ho anche avuto modo di discutere con molti suoi protagonisti, che ne hanno proposto una interpretazione niente affatto agiografica. Proprio lo spirito critico e autocritico, lo sguardo largo sulla società e sulla propria funzione, sono particolarmente necessari oggi, in un tempo di regressione culturale che si traduce in un impoverimento della politica, che sta producendo anche pericolose forme di disincanto, di ritirata dalla scena pubblica, proprio nel momento in cui massimo dovrebbe essere l’impegno di tutti per mantenere le condizioni indispensabili per il mantenimento degli equilibri costituzionali».

Queste parole hanno contribuito a cambiare il corso della storia di Md che in quel momento sembrava segnato verso la riscoperta del senso del nostro impegno associativo, in un contesto certo profondamente cambiato rispetto a quello delle origini del gruppo, ma che ancora oggi vuole essere un impegno per l’attuazione del progetto di emancipazione che la nostra Costituzione ha costruito sul primato dell’eguaglianza, dei diritti, dei valori di solidarietà e di pari dignità delle persone.

Da questo progetto nasce il profondo legame che da sempre unisce Md a Stefano Rodotà.

Un legame che affonda le sue radici lontano nel tempo, e ci riporta alle origini della nostra storia cominciata a metà degli anni ‘60, in quella stagione di rinnovamento del sapere giuridico, di cui Rodotà è stato protagonista ed artefice, che ha posto le basi culturali per la scelta di rottura con la corporazione e all’interno della corporazione, di rifiuto del conformismo giuridico e della neutralità rispetto ai valori costituzionali, che avviò il percorso di Md.

Questa scelta di rottura fu il riflesso – nella magistratura del cambiamento culturale prodotto dalla scoperta della forza dirompente della Costituzione e dei suoi valori, dal ripensamento in chiave costituzionale delle categorie giuridiche, dal superamento dei dogmi della cultura giuridica dell’epoca: la neutralità e l’apoliticità del diritto, la scientificità e l’avalutatività della dottrina giuridica, la completezza dell’ordinamento, la sua certezza e la sua perfezione.

Da giovane civilista, Rodotà ha avuto un ruolo decisivo nel tracciare le linee evolutive di questo nuovo pensiero intorno al quale nacque una comunità di giuristi innovatori, uniti dall’aspirazione al cambiamento della società e della politica, da realizzare con gli strumenti del diritto e della cultura, interpretati alla luce dei principi della Costituzione, in funzione della sua piena attuazione.

Riconoscendo alla nostra Carta fondamentale il ruolo di fonte suprema dell’ordinamento, e alle sue norme il valore non di promesse e di disposizioni meramente programmatiche ma di norme immediatamente vincolanti, la cultura giuridica abbandonava i suoi dogmi e la sua posizione di separatezza, funzionale alla conservazione dell’esistente, e scopriva una dimensione nuova nella quale il diritto doveva farsi carico delle istanze sociali di giustizia e di emancipazione individuale e collettiva.

Scopriva cioè la politicità del diritto e della scienza giuridica, evocata dal nome della rivista di cui Rodotà fu fondatore e, fino all’ultimo, direttore.

La visione del diritto come strumento di cambiamento verso l’attuazione del nuovo progetto di società delineato dalla nostra Costituzione portava con sé un’idea diversa della giurisdizione, e ne cambiava l’orizzonte: non più quello ristretto e immobile disegnato per il giudice dal suo ruolo di mero garante dell’applicazione delle leggi esistenti (anche di quelle fondate su valori precostituzionali) ma quello ampio e inesplorato rappresentato dalla nuova frontiera dei diritti aperta dalla Costituzione.

«Quando entra in funzione la Costituzione – scriveva Rodotà nel suo intervento per un congresso di Md nel gennaio 2003 − lì si opera una grande rottura. In realtà la discussione dottrinaria sulle norme programmatiche e sulle norme precettive perde di significato non perché vince una tesi politica o una tesi dottrinaria, ma perché comincia un altro funzionamento del sistema istituzionale, perché ormai c’è un giudice che dice la Costituzione».

È in questo contesto che riuscì a mettere le sue radici e a progredire l’esperienza eretica di Magistratura democratica: il sentimento emergente di insofferenza per il formalismo giuridico, per una applicazione dogmatica ed asettica delle norme di cui la magistratura era all’epoca garante, incrociò questo percorso di rinnovamento culturale della scienza giuridica (e della disciplina egemone all’epoca, quella civilistica) avviato con il ricorso alle norme costituzionali e ai valori della Costituzione.

Si scopriva dunque la politicità del diritto e, con essa, la politicità della giurisdizione, intesa come «impegno per la trasformazione democratica della società in senso egualitario» e, quindi la «giurisdizione come fattore di eguaglianza, di garanzia dei diritti individuali, delle libertà democratiche, del pluralismo» (G. Palombarini-G. Viglietta), contro l’ideologia della neutralità e il carattere tecnico e formalistico dell’attività dell’interprete.

Questa consonanza di aspirazioni e di visioni si realizzava anche rispetto all’altro tratto che caratterizzò, sin dall’inizio, la vicenda di Md: la rottura con la corporazione, l’apertura al punto di vista esterno e alla contaminazione con altri saperi, il superamento della separatezza della magistratura dalla società.

Come Rodotà ricordava in un messaggio indirizzato a Md nel luglio 2011, «non fu una scelta retorica o di facciata ma una scelta che faceva crescere insieme responsabilità e trasparenza nell’azione giudiziaria e, d’altra parte, ricomponeva l’ordine giuridico, fino a quel momento amputato della possibilità di riconoscere nella sua pienezza il ruolo proprio della Costituzione nell’amministrare la giustizia.

Una separatezza che veniva rotta con il determinante contributo della più alta fonte giuridica, consentendo il collegamento con tutti gli interessi meritevoli di tutela, quali appunto riconosciuti e garantiti dalle norme della Costituzione.

Non una operazione puramente volontaristica dunque − scriveva Rodotà  ma il collegamento con la società attraverso la ricostruzione della legalità costituzionale».

Se quella di Rodotà è stata una presenza immanente nella vicenda di Md, una presenza riconoscibile, di attenzione (anche critica) e di partecipazione al suo percorso, e alle sue alterne vicende; se il suo pensiero ha segnato, alimentandolo, tutto il percorso culturale di Md, Rodotà è stato per tutti, nel dibattito pubblico, politico, accademico, e per l’intera magistratura, punto di riferimento ed esempio di impegno culturale e civico.

Il suo era un pensiero laico e universale, che parlava attraverso il linguaggio universale dei diritti e della democrazia. Il suo era uno sguardo “presbite”, come quello della Costituzione, secondo la definizione di Calamandrei che amava richiamare: uno sguardo capace di guardare lontano.

Ma alla profondità e radicalità − sui valori e sui diritti − che caratterizzavano la sua riflessione “non neutrale” su questi temi; all’impegno sempre rinnovato per riscoprire l’attualità della Costituzione, dare concreta attuazione al principio di eguaglianza in tutti gli ambiti nei quali si disvelano nuovi bisogni della persona e per difendere un progetto di democrazia capace di tutelare se stessa e di ampliare l’ambito dei diritti, si accompagnavano l’apertura e la disponibilità al dialogo, la capacità di confronto che nasceva dalla forza e dalla profondità del suo pensiero e dall’ampiezza degli ambiti della sua elaborazione.

Con la sua preveggenza e capacità di visione delle trasformazioni sociali e, all’interno di queste, dell’evoluzione del ruolo della giurisdizione, Rodotà parlava a tutta la magistratura, ponendola sempre di fronte a nuovi interrogativi e alle sfide culturali dei vari momenti storici, richiamandoci tutti al dovere di essere contemporanei a noi stessi.

Sapeva scorgere in anticipo e indicare i nuovi traguardi per la giurisdizione e a questi nuovi traguardi con la sua elaborazione ha offerto le basi teoriche più solide, avanzate e al tempo stesso rigorose (pensiamo al suo impegno sul tema centrale, per la democrazia e per l’eguaglianza delle persone, dei beni comuni, e sul diritto all’autoderminazione), sempre coltivando quella prospettiva europea, dell’Europa dei diritti e dell’Europa-comunità di diritto, che ha contribuito a creare e a rafforzare (basti ricordare il suo fondamentale apporto all’elaborazione della Carta di Nizza).

Osservatore attento e critico delle dinamiche della società e interne alla magistratura, Rodotà ha sempre saputo cogliere i segnali di cambiamento, i rischi di regressione culturale e di cedere alla tentazione di comodi ripiegamenti corporativi di fronte alle nuove sfide poste dalla crescita della giurisdizione.

Ad un congresso dell'Associazione nazionale magistrati del 2008, ci invitava a riflettere sulle responsabilità della magistratura nel confrontarsi con il progressivo emergere di una sorta di equiordinazione tra legislazione e giurisdizione, di cui aveva percepito il carattere di «dinamica propria di sistemi caratterizzati da uno Stato costituzionale di diritto, in cui i principi costituzionali giocano in maniera tale da ridefinire il ragionamento del giudice.

Siamo di fronte – scriveva Rodotà − a una nuova lettura della stessa formula della subordinazione del giudice alla legge, che deve tener conto della rivoluzione del sistema delle fonti.

Questo naturalmente implica una grande crescita di responsabilità dei giudici, una nuova misura di ciò che il giudice può e deve fare, una riflessione culturale che deve coinvolgere il mondo degli studiosi e superare le arretratezze del ceto politico.

Su questa frontiera sta la magistratura – (che definiva “l’avamposto istituzionale nella società poiché tutta una serie di situazioni calde, nuove, difficili, trovano immediatamente il loro primo interlocutore nella giustizia”) qui si stabilisce per i tempi a venire il suo rapporto con la società. Qui si ridefinisce la sua autonomia, con l’obbligo di una depurazione dalle scorie corporative, indispensabile per ricostituire circuiti di fiducia, ben diversi dalla ricerca di impropri consensi. Ma – ammoniva Rodotà  una nuova separatezza è davanti a noi, diversa ma non meno insidiosa di quella del passato, perché sono ben visibili i tentativi di ridurre il territorio della giustizia e di chiudere i magistrati entro alte mura. Nei momenti in cui la situazione diventa difficile, il rifugiarsi nella pura tecnica, per allontanare da sé scomodi confronti con la realtà, è una delle reazioni istintive.

Se all’opera di difesa si accompagnerà una ripresa della riflessione in largo senso culturale, e questa si estenderà a settori più larghi della magistratura, allora la separatezza potrà essere battuta, come avvenne negli anni Settanta».

Parole, queste, di straordinaria attualità, che rinnovano la nostra consapevolezza del ruolo della magistratura e delle sue responsabilità, dei compiti della giurisdizione e delle sfide poste dal progresso e dalle continue trasformazioni del nostro mondo inquieto, dell’importanza di un impegno culturale collettivo, quello che Rodotà ha praticato, a difesa dei diritti e della democrazia.

Stefano Rodotà ci lascia un’eredità immensa.

Come è stato scritto nella presentazione del convegno, il dialogo con il suo pensiero si impone oggi per noi tutti come un vero e proprio dovere intellettuale.

Un dovere intellettuale, aggiungo, che – come avrebbe voluto Rodotà e come tutto il lungo cammino del suo pensiero ha dimostrato – è anche un dovere di non rassegnazione, è un impegno per la difesa e per l’affermazione dei diritti, è un impegno per rivendicare una politica che deve renderli possibili.

* Intervento introduttivo tenuto al convegno nazionale «Stefano Rodotà: la cultura del diritto», tenutosi a Roma il 18 maggio 2018 nell’aula Calasso della Facoltà di giurisprudenza, Sapienza, Università di Roma.