Controcanto

La fuga delle donne dalla magistratura e l’impegno per recuperare fiducia, non per rincorrere il consenso

di Donatella Stasio

A differenza degli uomini, per le donne aumenta il numero delle uscite prima dell’età pensionabile: su un totale di 298 dimissioni da ottobre 2014 (quasi 7 al mese), 109 riguardano le donne, soprattutto tra i 60 e i 65 anni. Molteplici le motivazioni, che impongono una maggiore presenza femminile nei luoghi del potere, come Csm e uffici direttivi, necessaria anche per uscire dalla pericolosa crisi di fiducia che investe la magistratura, il Csm, la giustizia


2 luglio 2018

In quasi quattro anni – da ottobre 2014 al 1° giugno 2018 – la giustizia ha perso 298 magistrati: tanti sono quelli che hanno attaccato la toga al chiodo prima dei 70 anni, l’età pensionabile voluta dal governo Renzi in ossequio al ricambio generazionale. Quasi 7 dimissioni al mese.

In valori assoluti gli uomini superano le donne, ma la fuga rosa dalla magistratura preoccupa di più, sia in prospettiva, vista la progressiva femminilizzazione delle toghe, sia come trend, visto il leggero aumento registrato negli ultimi 16 mesi rispetto al 2014-2017, smentendo così, o ridimensionando, la lettura secondo cui il miniesodo femminile dipenderebbe solo dalla riforma sull’abbassamento dell’età pensionabile, che ha avuto effetti frustranti su prospettive e aspettative di carriera.

Fatto sta che il 1° giugno 2018 si contavano 109 magistrate uscite prima del tempo (erano 56 a febbraio 2017). A dire addio alla toga sono state soprattutto le donne tra i 60 e i 65 anni (complessivamente 62 uscite) ma nell’ultimo biennio sono aumentate anche le over 65 (tra 66 e 69 anni), che hanno toccato quota 41, quasi il doppio del biennio precedente. Solo 6, infine, le uscite di magistrate under 60 (tra 41 e 59 anni).

Per comprendere meglio il peso di questo fenomeno – oltre a ricordare che le donne sono il 53% di una magistratura che, concorso dopo concorso, si tinge sempre più di rosa – è utile un confronto con le uscite dei colleghi uomini nello stesso periodo. Qui le dimissioni sono state complessivamente 189, con una flessione negli ultimi 16 mesi visto che, fino a febbraio 2017, erano state 111. Con riferimento alla fascia d’età, a differenza delle donne gli uomini se ne vanno più a ridosso della pensione, tra i 66 e i 69 anni, che non tra i 60 e i 65: si contano infatti, rispettivamente, 129 e 59 uscite. Un solo magistrato si è dimesso prima dei 60 anni.

Sono numeri da non sottovalutare perché comunque testimoniano una disaffezione, sentimento diffuso tra le toghe, sempre più in crisi di identità.

In particolare, non va sottovalutato il dato sulle donne, nonostante il progressivo (ma ancor timido) aumento di incarichi direttivi e semidirettivi conferiti alle magistrate più anziane. La prospettiva del potere non solo non sembra attirarle particolarmente ma nemmeno invogliarle a rimanere in servizio, anche quando sarebbero a un passo dall’ambìto traguardo.

Certo, tante donne sono state disinvoltamente (talvolta anche senza motivazioni) scavalcate da colleghi uomini pur a parità di meriti, soprattutto nelle nomine apicali di uffici prestigiosi, com’è avvenuto in almeno un paio di occasioni, e anche di recente, per i vertici della Corte di cassazione. E questo accentua quel senso di estraneità, di rassegnazione e infine di sfiducia verso l’organo di autogoverno, contro il quale si stanno concentrando critiche di ogni genere da parte della magistratura, spesso delegittimanti e con il rischio di ricadute gravi anche sulla fiducia dei cittadini nella giustizia.

Sicuramente l’esigua presenza femminile tra i componenti togati del Csm, oltre a stridere con la realtà prevalentemente femminile delle toghe, non aiuta a realizzare una piena parità di genere almeno nella valutazione delle candidature e neppure a tener conto, come si dovrebbe, delle esigenze, delle specificità, delle istanze e del valore aggiunto delle magistrate. Ecco perché sarebbe davvero auspicabile che nella prossima consiliatura vi fosse una maggiore rappresentanza femminile. Le candidate sono 6 e vengono considerate numerose mentre a me sembrano poche, troppo poche non solo in proporzione al numero complessivo di presenze femminili in magistratura ma anche rispetto alle istanze che portano avanti.

Spesso le donne rinunciano alla competizione, anche in questo caso. Rinunciano a mettersi in gioco. Come per le dimissioni, dietro ci sono anche motivazioni strettamente personali, scelte di vita o professionali, oneri familiari e sociali quasi esclusivamente gravanti sulle donne. Ma al di là di questo, non è più tempo di passi indietro o di lato. Forse è tempo di assunzioni dirette di responsabilità, di giocare la partita ora, senza aspettare la totale, o quasi, femminilizzazione della magistratura, quando scendere in campo sarà inevitabile.

Si cominci allora a giocare subito, fin dalle imminenti elezioni del Csm. La presenza di una componente femminile significativa, e non di bandiera, sarebbe già un segnale di cambiamento per puntare… a un cambiamento, uscendo dalla stagnazione in cui la magistratura sembra finita, anche dentro il Csm.

Ad esempio, se è vero che dietro le uscite anticipate delle donne c’è anche l’insofferenza o comunque il disagio per la progressiva burocratizzazione del lavoro e lo spostamento del baricentro dall’attività giurisdizionale a quella amministrativa; se è vero che tante donne criticano l’«ossessione per la produttività», scandita quasi mensilmente da relazioni, rendicontazioni, statistiche, che accentua l’aspetto burocratico dell’attività del giudice e dei dirigenti a scapito di quella giurisdizionale vera e propria; se tutto questo è vero è arrivato il momento che questa diventi anche una battaglia sul campo, portata avanti dalle donne; che devono farsene carico nelle sedi associative e di gruppo ma soprattutto con la loro presenza nei luoghi del potere, dal Csm agli uffici direttivi. Giocando la partita da protagoniste e dando il loro contributo a uscire, anche per questa via, dalla crisi profonda di fiducia in cui versano la magistratura e la giustizia. Respingendo i rigurgiti corporativi, la pericolosa inclinazione all’autoreferenzialità e al ripiegamento in se stessi. Dimostrando di non temere l’ambito di discrezionalità naturalmente connesso all’esercizio della funzione giurisdizionale e la responsabilizzazione che comporta. Prendendo nettamente le distanze da ogni rifugio burocratico. Facendosi carico della progressiva sfiducia dei cittadini ma senza concessioni al populismo giudiziario, e quindi senza confondere consenso e fiducia, rischiando di rincorrere il primo invece che coltivare la seconda.

Finora la voce e la figura delle donne sono rimaste troppo sullo sfondo per percepirne la carica di positivo cambiamento. È arrivato il momento dei passi avanti. Le elezioni del Csm saranno un’importante cartina di tornasole.

La lettura dei numeri sulle uscite anticipate delle donne dal servizio suggerisce anche questa riflessione. Non si tratta soltanto di evitare un’emorragia che, con il tempo, potrebbe costituire un serio problema per la funzionalità degli uffici e la tutela dei diritti, né di evitare uno spreco di risorse che la giustizia non può permettersi, depauperando l’istituzione e la funzione di una specificità fondamentale per la crescita di un Paese. Si tratta anche della necessità di affrontare una crisi istituzionale particolarmente pericolosa in questo momento storico, e di affrontarla con tutte le forze in campo, a cominciare dalla forza delle donne.

Donatella Stasio