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Il Presidente Mattarella agli “uditori” e a tutti i magistrati

di Edmondo Bruti Liberati
già procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano

Affrontate le non poche difficoltà quotidiane e la «fatica del decidere» con senso della misura, passione e tenacia «avendo sempre ben presente anche il fascino del compito che la Repubblica vi affida»


25 luglio 2018

Ancora una volta l’ormai tradizionale incontro al Quirinale con i magistrati in tirocinio che si apprestano ad assumere le funzioni negli uffici di destinazione è occasione per il Presidente Mattarella di considerazioni sulla funzione e sul ruolo della magistratura, che si rivolgono in realtà a tutti i magistrati. Il Presidente, questa volta, lo sottolinea esplicitamente con il richiamo alla tradizionale qualifica di uditori, «per definizione predisposti all’ascolto», propensione che è bene «non si perda nel tempo in forza di una presunta autosufficienza del sapere e della conoscenza» per concludere che «tutti i magistrati dovrebbero sentirsi sempre un po’ uditori».

Il Presidente non si sottrae ad intervenire su temi oggetto del dibattito attuale, non limitandosi a richiamare i principi sul «diritto ad associarsi liberamente» e sulla scelta dell’Assemblea costituente per «un sistema di governo autonomo e non di autogoverno» che «si è rivelata sicuramente efficace», ma proponendo approfondimenti.

Dell’associazionismo si sottolinea l’aspetto di “dibattito culturale, attento e plurale” all’interno della magistratura e di “confronto culturale” al di là dell’ambito della magistratura, come antidoti al criterio di appartenenza e al corporativismo.

Quanto al Csm, il Presidente segnala il valore del pluralismo e i rischi della faziosità e del clientelismo: «Il carattere collegiale e plurale fra le varie componenti del Csm, quanto a fonti di investitura e a riferimenti culturali, va preservato perché dal confronto dialettico, autentico e maturo, prendono forma le migliori decisioni. È, però, importante che il pluralismo degli orientamenti non si trasformi mai in faziosità o nelle forme distorte del prendersi cura soltanto di corrispondere agli interessi della propria parte».

Ma il Presidente rammenta che il sistema di governo autonomo ha «assicurato l’indipendenza degli organi preposti all’esercizio della funzione giudiziaria, sia giudicante che requirente, chiamando entrambe alla medesima responsabilità nell’esercizio della giurisdizione e alla stessa obiettività ed equidistanza, rispetto alle posizioni di parte, nella lettura della realtà e nell’interpretazione della norma».

È, quest’ultimo, un davvero opportuno richiamo a fronte di momenti, nella recente campagna elettorale, ove gli accenti critici per scelte denunciate come errate del Csm nella sua funzione di amministrazione della giurisdizione hanno finito per scivolare verso la delegittimazione dell’istituzione Consiglio, in una singolare convergenza tra magistrati esponenti di posizioni pur molto diverse. Quando le polemiche elettorali e la ricerca di consensi si concentrano sul contingente non si rende un buon servigio ai valori che pur si dice di voler tutelare. Eppure «Le ragioni fondanti la struttura del governo autonomo mantengono piena attualità e ad esse deve guardarsi per il corretto esercizio delle funzioni consiliari».

Il Presidente riprende e sviluppa alcuni temi che hanno contrassegnato i precedenti interventi. Difesa intransigente dell’indipendenza della magistratura e del principio del pluralismo: «Non è certo la riduzione del dibattito culturale, attento e plurale, a poter rendere migliore la magistratura».

Ruolo della magistratura di fronte alla “complessità della realtà sociale”: «Nell’attività di interpretazione del diritto e della sua applicazione al caso concreto, il sapere giuridico si rivela requisito indispensabile per l’esercizio della giurisdizione ma, al contempo, non sufficiente a garantire la puntualità e l’equilibrio delle decisioni che dovrete assumere. A quest’ultimo fine occorre sempre avere ben presenti la natura e i limiti della propria funzione, rispettando il delicato confine tra l’interpretazione della legge e la creazione arbitraria di una norma».

Responsabilità per l’esercizio della funzione giurisdizionale che impone «anche, a garanzia dell’imparzialità, il serio rispetto della deontologia professionale e sobrietà nei comportamenti individuali». Il ribadito richiamo alla sobrietà nei comportamenti individuali è quanto mai opportuno. Recenti tutt’altro che “sobri” interventi di magistrati, sulla stampa, in dibattiti pubblici o sui social media, che sono stati oggetto di non ingiustificate critiche, hanno visto gran parte della magistratura eludere il tema con l’ovvio, ma non decisivo, richiamo alla libertà di espressione. Un’occasione perduta da parte dell’Anm è stata la mancata approvazione del quanto mai opportuno emendamento all’art. 6 del Codice Etico proposto dalla giunta presieduta da Eugenio Albamonte, quasi a sugello del mandato in via di conclusione: «Il magistrato utilizza i social network e gli altri strumenti di comunicazione telematica consapevole del proprio ruolo professionale, astenendosi da comportamenti che possono ledere la credibilità della funzione giudiziaria e della magistratura nel suo complesso».

Il Presidente Mattarella propone una considerazione interessante sotto diversi profili: «Il confronto con i colleghi di maggiore esperienza, e con gli stessi dirigenti, si traduce in un potenziamento dell’efficacia di ogni singolo provvedimento e dell’azione giudiziaria nel suo complesso. La vostra decisione risulterà più solida e credibile se avrà potuto giovarsi del dialogo e della collaborazione maturati all’interno dell’ufficio. Così come, per i colleghi più anziani, sarà prezioso l’apporto della vostra sensibilità e dei vostri studi». Ancora una volta è una considerazione che non si rivolge solo ai giovani ma riguarda la quotidianità dell’azione giudiziaria; un atteggiamento che, se praticato con convinzione ed apertura reciproca, inquadrerebbe in un “circolo virtuoso” piuttosto che in burocratici adempimenti i rapporti tra dirigenti e magistrati dell’ufficio.

Non poteva mancare, a fronte delle recenti nomine deliberate dal Parlamento un forte richiamo: «Accanto al pluralismo culturale, è bene che le istituzioni politiche tengano sempre conto che il mondo – e, in esso, l’ordine giudiziario – è composto da donne e da uomini, e non soltanto dal genere maschile. In questo senso desidero esprimere, più che un auspicio, un’esortazione particolarmente convinta».

Dopo aver richiamato la fiducia con la quale i cittadini guardano alla magistratura «per la tutela delle loro posizioni giuridiche» il Presidente rivolge agli “uditori” un augurio conclusivo: «Auguro a tutti voi di corrispondere appieno a questa fiducia, di conservare lo slancio ideale e la motivazione che vi hanno consentito di superare il concorso, arricchendoli del senso della misura e della passione e della tenacia che vi saranno necessari per affrontare le non poche difficoltà che potrete incontrare, l’impegno del prendere conoscenza e comprendere le fattispecie, la fatica del decidere. Ma avendo sempre ben presente anche il fascino del compito che la Repubblica vi affida».

A chi ha concluso un lungo percorso nella funzione giudiziaria piace vedere questo augurio come criterio di orientamento per tutti nelle “non poche difficoltà” che la pratica quotidiana presenta nell’esercizio della “affascinante” professione di magistrato. Insieme con le parole di parole di Jonathan Franzen: «Per funzionare bene devi avere fiducia in te stesso e nelle tue abilità, ma per essere una persona onesta devi essere in grado di dubitare di te stesso, devi prendere in considerazione l’ipotesi di avere torto e devi avere comprensione per le persone le cui vite, le cui convinzioni e prospettive sono molto diverse dalle tue».