Leggi e istituzioni

Nomine dei “laici” al Csm e negli altri Consigli di garanzia: per la trasparenza delle procedure e il rispetto dell’art. 51 Cost.

di Tania Groppi
ordinario di istituzioni di diritto pubblico, Università di Siena

La lettera inviata dalle costituzionaliste ai Presidenti delle Camere pone il problema della elezione, da parte del Parlamento, di 21 uomini nelle 21 posizioni disponibili, in piena sintonia con l’esortazione del Capo dello Stato, che ha ricordato alla politica che il mondo «è composto da donne e da uomini, e non soltanto dal genere maschile»


25 luglio 2018

La recente elezione, da parte delle Camere, dei “membri laici” del Csm, dei Consigli di garanzia delle magistrature amministrativa, tributaria, contabile, e di un giudice costituzionale, (21 uomini per le 21 posizioni disponibili), in totale spregio all’articolo 51 della Costituzione, non è passata sotto silenzio, determinando un serio richiamo del Capo dello Stato e la decisa reazione delle costituzionaliste.

L’Italia è nota nel mondo per la forte tradizione patriarcale, che si traduce anche in una scarsa presenza delle donne ai vertici delle istituzioni, ma questa volta si è andati al di là di ogni possibile immaginazione.

Alla tradizionale chiusura alle donne dei vertici delle istituzioni (basti pensare che in tutta la storia della Corte costituzionale italiana, il Parlamento ha eletto un’unica donna), si somma la opacità dei procedimenti di nomina, che sono in toto rimessi alla negoziazione tra i partiti. La decisione politica non è, in altre parole, preceduta da un procedimento che preveda la presentazione di candidature, eventuali audizioni e, in sostanza, una qualche trasparenza, in modo da obbligare la politica, perlomeno, ad assumersi davanti all’opinione pubblica la responsabilità delle proprie scelte.

In tale opacità, che implica presumibilmente complicati do ut des, non c’è spazio per ulteriori considerazioni, neppure per quelle relative al rispetto del diritto, per uomini e donne, di accedere in condizioni di uguaglianza agli uffici pubblici e alle cariche elettive, sancito dall’articolo 51 della Costituzione, che tra l’altro fu appositamente emendato nel 2003, con il richiamo alla necessità che la Repubblica adotti appositi provvedimenti.

La gravità della scelta compiuta dal Parlamento è stata messa in evidenza anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che, parlando ai giovani magistrati in tirocinio il 23 luglio, ha sottolineato il necessario carattere pluralistico delle istituzioni. Il Presidente ha richiamato la politica a tenere conto «che il mondo – e, in esso, l’ordine giudiziario – è composto da donne e da uomini, e non soltanto dal genere maschile» ed ha espresso «più che un auspicio, un’esortazione particolarmente convinta».

Da parte loro, le costituzionaliste italiane hanno rivolto una lettera ai Presidenti delle due Camere. Con essa le firmatarie (sessantacinque professori ordinari e associati di diritto costituzionale, pubblico e comparato, socie dell’Associazione italiana dei costituzionalisti, che rappresentano la quasi totalità delle socie) hanno inteso porre all’attenzione del Parlamento la questione del rispetto dell’art. 51 della Costituzione.

Esse hanno chiesto ai due Presidenti di «avviare una seria riflessione, all’interno delle Assemblee parlamentari, sulle cause che hanno portato a tale grave vulnus costituzionale e sugli interventi, anche regolamentari, necessari per evitare che una simile situazione, oggettivamente incomprensibile in Italia nel 2018, possa ripetersi in futuro».

L’iniziativa intende aprire un dibattito pubblico, che coinvolga giuristi e politici, uomini e donne, sulla trasparenza dei procedimenti di nomina e più in generale sulla attuazione dell’art. 51 della Costituzione ed è stata aperta alla sottoscrizione dei costituzionalisti e dei giuristi in genere attraverso una petizione lanciata attraverso la piattaforma Petizioni24.com.

Link alla petizione: https://bit.ly/2Ae9QJQ