Magistratura e societĂ 

Per Graziana Calcagno

di Marco Bouchard
giudice del Tribunale di Firenze

Ad un mese dalla sua scomparsa, il ricordo di una meravigliosa giudice, utopia vivente di un altro modo d’essere magistrato


6 settembre 2018

Il 9 agosto ci sono stati i funerali di una meravigliosa magistrata.

Prima dell’ultimo saluto che l’accompagnava verso la cremazione, nella sala del commiato, Camillo Losana – l’amico di sempre di Graziana Calcagno – ha intonato la canzone a lei più cara, Se Chanto, conosciuta come l’inno dell’Occitania.

Graziana aveva 79 anni ed era entrata in magistratura con il concorso del 1963, il primo ad essere aperto alle donne.

Insieme a lei nel 1965 ruppero il monopolio maschile altre sette donne. Al funerale era presente una di esse, Giulia De Marco, che con Graziana ha condiviso larga parte della militanza nella giustizia minorile.

Nella giurisdizione per i minorenni aveva iniziato la sua “carriera” e l’aveva abbandonata con precoce pensionamento nel 2001 per potersi dedicare ai figli adottati alcuni anni prima.

Ho conosciuto Graziana nel 1990: io ero un giovane giudice appena approdato al Tribunale per i minorenni di Torino mentre lei ne era il procuratore nel momento più travagliato della storia degli uffici minorili torinesi, se non dell’intera nazione. Serena Cruz era appena stata allontanata dalla famiglia nella quale era stata inserita con un falso riconoscimento di paternità per by-passare le norme sulle adozioni.

Quella vicenda fu certamente la pietra di scandalo che costrinse la giustizia minorile ad un cambiamento epocale grazie al concorso di altri fattori decisivi: il nuovo processo penale minorile, il progetto pilota per l’Italia di mediazione penale per una giustizia riparativa, i nuovi flussi migratori con l’arrivo dei “grandi minori” e l’incontro con culture famigliari sconosciute.

Graziana aveva già attraversato due fasi storiche fondamentali della storia di quella giustizia “minore”. Della prima, pionieristica, tra il 1967 e il 1983, mi aveva regalato in una intervista la ricostruzione della rivolta carceraria del 6 maggio 1977 al Ferrante Aporti e un brandello stupendo dedicato al Buon Pastore, un vecchio istituto correzionale chiuso, riservato alle ragazze dalla condotta “irregolare”: «Quell’anno, sarà stato il 1974 o il 1975, tutte le ragazze pretesero di uscire e iniziò una trattativa che si presentava senza sbocchi perché erano irremovibili. Decidemmo di farle uscire con il mio personale accompagnamento, quello di Mezzena (lo psicologo) e di Valeria Zucconi. Senonché sotto i portici di via Cernaia, in un momento di affollamento, fuggirono tutte: rimanemmo noi tre da soli con Mezzena completamente sgomento perché non era del tutto favorevole a quella iniziativa. Più o meno tornarono tutte».

Dopo la seconda fase, con il consolidamento del principio del best interest of the child tra il 1983 e il 1989, per la giustizia minorile si aprì un periodo completamente nuovo che gli uffici giudiziari minorili di Torino seppero affrontare grazie ad una straordinaria concentrazione di giudici professionali di altissimo profilo e di giudici onorari che rappresentavano l’eccellenza nelle loro discipline. Tale era la ricchezza culturale dell’ambiente e la sua capacità di rinnovamento – nonostante l’ingombrante eredità di Paolo Vercellone, il giudice minorile più completo che l’Italia abbia avuto – che a stento si poteva riconoscere nell’edificio di corso Unione Sovietica 325 a Torino un ufficio giudiziario. Era una sorta di regno democratico in cui ognuno ricopriva spontaneamente il suo ruolo secondo meriti e attitudini e nel rispetto di questi veniva valorizzato.

Di questo regno Graziana era l’indiscussa regina, amabile e ferma, dalla voce suadente eppure pronta ad ironizzare, dallo sguardo e dal pensiero profondo sempre capace di una soluzione laterale. Graziana era una donna ricca di fascino.

Mentre il suo regno è stato oggetto di ammirazione quanto di rivalità e gelosie da parte di altri uffici giudiziari minorili (a torto o a ragione, dato un certo snobismo che contraddistingue i torinesi), Graziana aveva la straordinaria dote di instaurare sempre relazioni personali buone, positive, anche quando la sua autorità le imponeva il rimprovero, come è anche accaduto nei miei riguardi.

Prima di intonare l’inno Se Chanto nella sala del commiato, Camillo Losana ha definito Graziana una «costruttrice di amicizie» perché sapeva, con naturalezza, entrare in relazione, ascoltare, dare e prendersi la parola al momento opportuno. Il messaggio più confortante in occasione della morte di mio padre l’ho ricevuto da lei.

Graziana, a parte un saggio fondamentale scritto in comproprietà con Vercellone, Losana e Barsotti nel 1975 sull’imputabilità del minore e centinaia se non migliaia di interventi, articoli e relazioni, non ha lasciato pubblicazioni importanti. In vita non le hanno dedicato – come è accaduto a Vercellone e Fadiga – contributi e compilazioni in suo onore. Non è un caso: anche la storia della giustizia minorile, nonostante sia una storia di cura e protezione – competenze tradizionalmente femminili – è stata scandita dal protagonismo patriarcale: prima da Meucci, Cividali, Vercellone, poi da Fadiga e Occhiogrosso.

Eppure Graziana era la regina del pensiero-azione e del sentimento-azione.

Mentre scrivo queste note mi verrebbe voglia di scrivere una storia della giustizia minorile al femminile e credo che finirei per incentrarla su Graziana.

Intanto c’è un punto su cui mi permetto di sbilanciarmi. Negli ultimi anni uno dei temi che mi ha attratto è stato quello del benessere organizzativo e della buona leadership perché nell’epoca dell’incessante innovazione tecnologico-informatica e in piena epopea del “numerico” la magistratura rischia seriamente di essere asservita a logiche organizzative governate dal produttivismo quantitativo, da catene di comando impersonali e da carriere destinate a premiare gli ambiziosi anziché i competenti.

Ho avuto modo di notare come questa deriva non è stata contrastata dal femminile e come le donne in posizione apicale si sono frequentemente adeguate al modello dominante anziché contestarlo nel profondo.

Devo dire che, invece, Graziana – nei sette anni che ho trascorso nel piano inferiore al suo  ha incarnato perfettamente il modello del leader capace di interpretare gli aspetti del maschile e del femminile nell’esercizio delle sue funzioni direttive. Mentre oggi il leader capace è quello che garantisce efficacia ed efficienza dell’ufficio anche a costo di liberare ansia nelle stanze dei magistrati e di generare comportamenti difensivi, Graziana ha sempre dimostrato grande consapevolezza della dimensione emotiva, a volte conflittuale e nascosta che vive sotto la patina dei compiti ufficiali della giurisdizione.

Questa capacità che le ho sempre riconosciuto non dipendeva solo dalla sua dote naturale di «costruttrice di amicizie», ma era frutto di un impegno quotidiano nel combinare cura delle persone e autorità della funzione. Graziana era il capo “giusto” che ogni magistrato e ogni persona vorrebbe nel proprio posto di lavoro. Cura e autorità sono gli elementi indispensabili all’esercizio responsabile del potere, piccolo o grande che sia: ma sono soprattutto gli elementi indispensabili della giustizia per essere “giusta”.

Certo: mi si può opporre che Graziana ha governato un piccolo ufficio in anni ancora non contaminati dal virus “numerico”. Resta il fatto che il suo modello non è risultato vincente e che questa sconfitta – piango ancora, a distanza di anni, la morte precoce di Teresa Massa (altro simbolo di un’idea rivoluzionaria della giustizia e della giurisdizione) – dovrebbe interrogare tutta la magistratura.

Per questo ho sentito il bisogno e il dovere di ricordare Graziana: non solo per la nobiltà del suo tratto ma come utopia vivente di un altro modo d’essere magistrato e dirigente.