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È questo il padre di cui abbiamo bisogno?

di Antonio Pitoni
psicologo psicoterapeuta, Uocsm Asl Na3 Sud
giudice onorario in carica presso il Tribunale per i minorenni di Napoli
mediatore familiare e ctu del Tribunale di Napoli

L’entrata in vigore della norma sull’affido condiviso (l. n. 54/2006), introducendo il principio di cogenitorialità, è stato un passaggio arricchente. Il modo in cui il ddl Pillon prospetta tempi paritetici di frequentazione del bambino con i genitori cela uno scenario in cui la “condivisione” si riduce a “spartizione”


17 dicembre 2018

La vita di un bambino è strettamente legata e nutrita dalla presenza di chi se ne prende cura. La funzione genitoriale, che sia espressa da due, che stiano insieme, che siano separati, che siano biologici e di due sessi diversi, che siano dello stesso sesso, che sia uno solo – per qualsivoglia motivo – o altro ancora, quel che conta (stante la condizione che il destino ha riservato a ciascuno), è che sia sufficientemente buona (in senso etico, nel senso psicologico, ma anche in senso pratico: che sia adatta).

L’introduzione della norma relativa alla cogenitorialità (la n. 54/2016), risponde ad un cambiamento di costume (l’accudimento della prole non è più delegata alla madre-domestica), e favorisce una certa cultura (è meglio che i figli crescano anche con il padre −con l’apporto di tutti quelli della famiglia che gli stanno intorno − che ora sono anche più interessati a farlo).

L’affido condiviso risponde all’orientamento che aiuta e favorisce un modello sociopsicoeducativo “più efficace”: condiviso nel senso che non è più esclusivo, cogenitoriale nel senso che non è più unigenitoriale. E se consideriamo che la prima fondamentale funzione psichica del caregiver (base sicura/genitore) è quella riflettente (attraverso lo sguardo, il volto, gli occhi, il sorriso, la sintonizzazione), che dà avvio alla costituzione dell’identità individuale, ed è, più o meno, esclusiva – come l’allattamento, è esclusivo, più o meno −, la presenza di un altro (caregiver), altro non è che l’uscita dalla relazione simbiotica per entrare nel mondo, nelle relazioni. Così, la cogenitorialità (essere in due, tenere presente che esiste l’altro, favorire l’accesso all’altro), altro non è che portare nel rapporto col bambino, la dimensione dell’altro, evitare che il bambino rimanga chiuso in sé, in una dimensione identitaria arcaica, primaria. E, come detto all’inizio, questa dimensione la si porta in qualsiasi forma e organizzazione genitoriale (uno, due, omo, etero, biologici, adottivi, insieme, separati, etc. etc.).

La proposta Pillon risolve tutte le declinazioni della funzione genitoriale e tutte le individualità (più o meno problematiche o adatte) con una terribile semplificazione: una soluzione manichea che azzera il lavoro dei giudici specializzati a favore di un totem salomonico (un’autorità fuori dalla portata umana, non dialogante) trasformando di fatto la condivisione in una spartizione. E così alla divisione/separazione dei genitori, si aggiunge la spartizione del bambino stesso: non è proprio un bel vissuto da sommare per lui. Sembra che qui non conti come sta il bambino: può anche vivere in due universi del tutto scollegati, non comunicanti, scissi e isolati, purché siano paritetici. Trovare una soluzione siffatta, è più un atto da notaio che da mediatore familiare. Non c’è prassi d’emblée che possa sostituire il percorso di valutazione e la curvatura di una regolamentazione di rapporti genitori-figli, tra gli innumerevoli casi che possono darsi (figli piccoli, grandi, unici, più d’uno, genitori vicini, lontani, giovani, meno giovani, che hanno un buon rapporto, che non ce l’hanno, etc. etc.).

Sappiamo tutti quanto sia difficile intervenire nei casi di conflitto familiare innestato in un trauma separativo; quanto sia difficile già quando vi sia una richiesta diretta dei genitori (magari per forti segni di disagio di un figlio), e ancor più complicato quando l’intervento dello psicologo o del mediatore, parta un’indicazione/prescrizione del tribunale: qui, il passaggio dal campo interno giudiziario (in cui debba prevalere la forza delle ragioni di parte – parziali e autocentrate), al campo interno psicologico (dove si ripristina la preoccupazione primaria dei genitori, in senso affettivo e non solo normativo – e accomunato verso gli interessi del figlio), è complicatissimo ed è indispensabile per la riuscita della mediazione (la cui sostanza è il ripristino della cura sulla forza). Rendere obbligato e a tappeto l’intervento del mediatore familiare, sembra più una lavata di coscienza, per dire, nei casi difficili, non si è giunti a soluzioni, si applichi la norma spartitoria!, che un vero, più appropriato e specifico intervento psicosociale specialistico. Nel caso Pillon, il mediatore rischia di diventare un notaio. Ben altro ci sarebbe da fare per sensibilizzare le coppie che si separano, o l’opinione pubblica generale: migliorare i servizi sociosanitari, aumentare gli operatori, i fondi, fare informazione, creare una cultura di comprensione e non di scissione, fare in modo che l’obbligatorietà sia per la presenza dei mediatori nelle scuole o in altri contesti, pronti ad intercettare il bisogno, e individuabili per chi lo voglia. Altro che privatizzarli. Poi, obbligare ad una cura, non è mai cosa buona.

Certamente tutti crediamo che per un bambino sia assolutamente un bene avere un rapporto positivo, stabile, continuo, regolare e ampio con i genitori (in qualunque modo lo si voglia intendere); che questi siano buoni ed abbiamo una buona comunicazione; che in caso di difficoltà trovino operatori specializzati in grado di aiutarli, e che, in presenza di eventuali difficoltà economiche, abitative, o socio ambientali, vi sia il soccorso immediato di enti appositamente istituiti. E certamente non ci si oppone ad uno scenario del genere, ma è il modo cui si crede di poterlo realizzare che mostra (in Pillon) tutti i suoi limiti e contraddizioni. Il punto è che questo ideale né si attua per legge, né per forza: non si realizza il buono desiderabile rimuovendo o negando il cattivo negativo. Così facendo c’è il rischio che sopravvivano solo i migliori, e che per i deboli resti poco spazio e tutela. Se poi tra gli scopi della proposta Pillon c’è quello di riequilibrare la presenza di un padre troppo marginale, assente o escluso, imporlo con la forza certamente non è il miglior modo per metterlo sulla scena.

Il modello paterno che ne risulta è negativo (e così anche l’esercizio della sua funzione) quando non impotente, appare imposto, non affettivo, che rinuncia ad altri strumenti per prendere il suo spazio, con il rischio di risultare una cattiva presenza, indesiderato. Non desiderato, non fondato su un desiderio, ma subito.

Ne consegue infine che, anche per quei fenomeni di alienazione genitoriale (locuzione che rischia di diventare un’etichetta riduttiva, applicabile a tutto e buona a tutto – terribile semplificazione) che vuole contrastare (art. 17 del disegno Pillon), finisce per lasciare inascoltato tutto il vissuto ed il discorso che si cela dietro la difficoltà di una relazione, dietro la difficoltà di costruzione o ricostruzione di un legame. Questa difficoltà e questo dolore finiscono per essere stigmatizzati, affrontati e risolti con la forza, con l’imposizione di una legge non dialogante, contraddicendo e negando subdolamente il principio dell’ascolto recitato nell’articolo immediatamente precedente.