Magistratura e società

La grande vergogna. L’Italia delle leggi razziali, un libro completo e documentato

di Paola Perrone
già presidente di Sezione della Corte d'appello di Torino

Un volume importante quello di Carlo Brusco (Edizioni Gruppo Abele), bello soprattutto perché alimenta quel senso di responsabilità negli italiani che fa riconoscere oggi come proprie le storiche colpe dell’antisemitismo del periodo fascista


27 luglio 2019

«Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde ad una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti. […] Esiste ormai una pura razza italiana. […] Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. […] Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli italiani. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo».

Questi sono l’incipit e la chiusa del Manifesto della Razza commissionato nella primavera del 1938 a dieci professori universitari dal Ministero della cultura popolare. Esso aveva l’esplicita funzione di dare una copertura scientifica alle varie leggi che di lì a poco il governo fascista avrebbe varato contro gli ebrei. Bene fa Carlo Brusco ad allegarlo in appendice al suo bel libro perché il lettore possa rilevarne direttamente l’apoditticità dei passaggi motivazionali. Non solo: l’apparente valore scientifico del Manifesto si annacqua ancor di più se si va a verificare la competenza dei docenti firmatari: fra tutti solo uno era specializzato in eugenetica.

Ebbene – fa notare Brusco – lo Stato italiano si era mosso in una direzione antiebraica chiara già prima dell’approvazione del Manifesto: nel febbraio 1938 era stato varato un censimento degli studenti e dei professori ebrei e nel marzo un censimento per l’individuazione di ebrei nei pubblici uffici e il sequestro di libri scritti da autori ebraici come Thomas Mann, Arthur Schnitzler, Stefan Zweig.

Ma sono i provvedimenti emessi dopo il Manifesto a segnare profondamente la vita dei nostri concittadini ebrei: divieto di partecipare a congressi o manifestazioni culturali all’estero, divieto di ricoprire incarichi o supplenze nella scuola e nell’università, divieto di adozione nella scuola di libri di testo di autori ebraici, divieto di iscrizione a qualsiasi ordine di scuole, divieto di incarichi presso i ministeri, divieto di concessione di onorificenze cavalleresche, esclusione degli ebrei negli elenchi telefonici, divieto di matrimoni misti, divieto di assumere dipendenti ariani, esclusione da alcune professioni, restrizione del diritto di proprietà immobiliare.

Davvero una progressiva inflizione di una morte civile con il completo asservimento e il totale annientamento (si pensi all’esclusione dagli elenchi telefonici) di tanti concittadini. Brusco dedica ad ognuno di questi provvedimenti un capitolo del suo bel libro, senza mai cadere in un linguaggio veemente ma con il preciso obiettivo di documentare con i fatti (le leggi) cosa si stava producendo in Italia. La sua è una prosa pacata dove l’enormità delle discriminazioni viene affidata non già ad aggettivi empatici ma ai fatti nella loro storicità accertata. Per chi ha conosciuto le sentenze di Carlo Brusco giudice pare che lo stile sia il medesimo, con la persuasività affidata ai fatti e ai comportamenti.

Nel libro vengono anche svolti dei temi generali. Ad esempio: perché gli ebrei italiani non si ribellarono davanti a queste discriminazioni?

La risposta va cercata, per un verso, nel contenuto del Manifesto ove, partendo da un’affermazione di imparzialità scientifica rispetto alle razze, si giunge infine a ritenere impura qualunque unione fra un ariano e un ebreo. Questo significava marchiare a fuoco gli ebrei come stranieri e per giunta nemici. Ma il contenuto del Manifesto era volutamente ambiguo e questo bastò perché la gran parte degli ebrei non credette possibile una vera persecuzione.

Il secondo motivo, ben messo in risalto da Brusco, è che una buona fetta di ebrei italiani era fascista, aveva partecipato alla Prima guerra mondiale e si riteneva perciò al di sopra di qualunque possibilità di persecuzione. Era stata fondata addirittura una rivista fascista ebrea (La nostra bandiera) ove si esprimeva tutto il fervore fascista da parte di quegli ebrei che si sentivano perciò al sicuro.

Poi il regime aveva creato un sistema di esclusione dalla repressione: era l’agognato certificato di discriminazione rilasciato a pochi ebrei, di cui Brusco parla diffusamente. Torna alla mente la storia della famiglia torinese Ovazza, fascista e attiva nella rivista, ricordata nel bel libro Uno su mille di Alexander Stille [1]: famiglia dotata di certificato di discriminazione che sino alla fine rimase fascista, salvo decidersi nel settembre del 1943 a fuggire verso il confine con la Svizzera dove il 9 ottobre fu raggiunta dalle SS, uccisa, fatta a pezzi e distrutta in una caldaia.

Infine, il dato numerico: nel 1938 gli ebrei in Italia erano solo 60.000, quantità che rendeva impossibile all’evidenza qualunque reazione.

Altro argomento nodale è la sottovalutazione da parte di molti italiani dell’antiebraismo, quasi esso fosse stato indotto dall’alleato nazista e comunque non avesse raggiunto l’intensità della Shoah.

Con la sua ricostruzione pacata e documentata, Brusco smentisce queste ricostruzioni. L’esistenza dei censimenti pre-Manifesto autorizza a pensare che il Governo si muoveva sistematicamente per abbattersi con le sue leggi discriminatorie sugli ebrei italiani. Inoltre, non sono documentate forme di pressione in quella direzione del Governo nazista su quello italiano. Sicché si può dedurre che lo Stato fascista italiano si mosse di propria iniziativa.

Né è possibile pensare che la classe dirigente del Governo italiano ignorasse la Shoah: collaborare a concentrare in campi di detenzione centinaia di ebrei di tutte le età, compresi i bambini, in vista della loro deportazione in Germania altro non poteva significare che avviarli all’eliminazione.

Usare ancora oggi questi argomenti edulcoranti sulla politica antiebraica tenuta dall’Italia è il portato di una rimozione che non vuole fare i conti davvero col proprio passato e con le responsabilità. Ciò segna la differenza rispetto ad un Paese come la Germania ove il macigno di colpe è stato ed è dolorosamente affrontato, ancora oggi, divenendo un costante monito per evitare il ripetersi della storia.

Altro capitolo molto interessante del libro è quello dedicato ai rapporti fra la Chiesa cattolica e l’antisemitismo. Dopo il Concordato stipulato in Germania nel 1933 in cui si faceva divieto al clero di prendere qualunque posizione politica, il Papa Pio XI contravvenne nel 1938 a questo divieto usando parole molto dure contro i nazisti: «No, non è lecito ai cristiani prendere parte a manifestazioni di antisemitismo. Noi riconosciamo a chiunque il diritto di difendersi e di adoperare ogni mezzo per proteggersi da chi minaccia interessi legittimi. Ma l’antisemitismo è inaccettabile. Noi siamo tutti spiritualmente dei semiti». Ma fu una voce isolata. L’Osservatore romano non dette notizie della presa di posizione del Papa e fu rallentata la pubblicazione di un’enciclica su questi temi, fino alla morte del Papa. Il nuovo Papa Pio XII assunse un atteggiamento molto più prudente in materia, omettendo qualunque critica sull’antisemitismo in interventi pubblici. Ciò non toglie che molti furono – ma segreti – gli interventi di aiuto agli ebrei da parte di religiosi.

Non poteva mancare nel libro uno sguardo al comportamento della magistratura di fronte alle leggi antiebraiche. Giacché la magistratura poteva cogliere meglio di qualunque altra articolazione statuale come le leggi razziali stravolgessero i principi fondamentali dello Statuto albertino fra cui in primis l’articolo 24 sul principio di uguaglianza. Ebbene, i giudici italiani, pur stretti dal controllo assoluto sulla loro carriera, dettero in maggioranza buona prova di sé giungendo con interpretazioni anche un po’ forzate a limitare i danni di alcune leggi razziali; altrettanto orientata fu la cultura giuridica soprattutto civilista che sostanzialmente ignorò sulle proprie riviste il diritto razziale.

***

Davvero un bel libro questo di Brusco, di cui si è dato solo qualche spunto di lettura. Bello, come dice Liliana Segre nella sua prefazione, completo e documentato nella sua critica alla vergogna delle leggi razziali.

Bello soprattutto perché alimenta quel senso di responsabilità negli italiani che fa riconoscere oggi come proprie le storiche colpe dell’antisemitismo del periodo fascista.

Come è facile credere, la maggioranza degli italiani rimase indifferente rispetto alla discriminazione degli ebrei in quanto la legislazione non li toccava personalmente. La pubblicazione di libri come questo fa intendere che questa linea di demarcazione è labile e mutevole: oggi è altri da me il rinnegato, domani potrei esserlo io. Sicché l’indifferenza davanti alla violazione di un principio è miope oltre che ingiusta.

Torna alla mente il bel film di Joseph Losey Mr. Klein del 1976 dove un antiquario, che freddamente sfrutta il bisogno degli ebrei che hanno necessità di vendere i loro beni, si trova avviluppato in una trama di sospetti in quanto omonimo di un Mr. Klein ebreo e perciò viene caricato su un treno diretto ad un campo di concentramento.



[1] A. Stille, Uno su mille. Cinque famiglie ebraiche durante il fascismo, Arnoldo Mondadori, 1991.