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Accesso e formazione. I magistrati di domani
Magistratura e società
Accesso e formazione. I magistrati di domani
di Marta Agostini
sostituto procuratore della Repubblica, Procura di Lamezia Terme
Intervento tenuto al 33° Congresso dell'Associazione nazionale magistrati (Siena, 20-22 ottobre 2017)

Il video dell'intervento

Per chiarire e descrivere il modello cui dovrebbe tendere il “magistrato di domani” a mio avviso non possiamo esimerci dal guardare con occhio analitico e critico al “magistrato di ieri e di oggi” ed alle eventuali falle o lacune del sistema su cui è possibile intervenire

Perché anche la nostra, come ogni altra categoria professionale che partecipa alla vita sociale e democratica di questo paese, può e deve essere in grado di migliorarsi, aggiornarsi e adeguarsi all’evolversi dei tempi e della società, senza paura di guardarsi indietro e, soprattutto di cercare il possibile “guasto” al proprio interno

Oggi io vorrei provare ad individuare con voi alcune di queste “storture” del sistema, ciò che un giovane magistrato come me percepisce come “difetti” della categoria o, comunque, dei pilastri all’interno dei quali la categoria opera e che abbiamo il dovere ed il potere di migliorare.

Innanzi tutto perché credo che abbiamo un fortissimo bisogno di ritrovarci e riconoscerci nella Costituzione, in un’epoca in cui da ogni lato della società civile ci arrivano critiche, attacchi e tentativi più o meno riusciti di delegittimazione.

In secondo luogo perché il compito che siamo chiamati a svolgere è troppo importante e troppo alto per essere ridotto ad un mero immenso, continuo e perpetuo spostamento di carte.

Il passaggio successivo è poi quello della ricerca della soluzione o, quanto, meno della proposta di soluzione. Ed è ovvio che tra gli spazi di intervento che abbiamo a disposizione un fondamentale ruolo lo giocano la formazione, la scuola e, prima ancora, le modalità di accesso alla magistratura, il concorso e le sue regole. Ed è sicuramente da qui che dobbiamo partire (o ripartire).

Per quanto concerne l’accesso occorre, a mio avviso, rivedere i criteri e le procedure di selezione per far sì che il concorso in magistratura torni ad essere un concorso di primo grado, con conseguente anticipazione dell’età media dei magistrati in tirocinio che, ad oggi, si assesta tra i 30 ed i 35 anni.

Oggi i magistrati di prima nomina sono madri, sono padri, sono persone con una già collaudata esperienza lavorativa e professionale alle spalle che, naturalmente, hanno minore capacità di adattamento e maggiori riserve a radicarsi nel territorio dove svolgono le funzioni di quanto non potessero avere i vecchi “uditori giudiziari”, che arrivavano in prima sede freschi di studi, giovanissimi, senza la responsabilità di una famiglia già formata sulle spalle e, soprattutto, con l’entusiasmo e la passione di chi muove i primi passi verso l’indipendenza, anche economica e verso il mondo del lavoro.

Il dato non è affatto di poco conto.

Il diverso approccio e le diverse priorità dei colleghi che oggi prendono le funzioni, infatti, per i motivi sopra detti, si ripercuotono inesorabilmente sulla organizzazione della loro vita in ufficio, sul rapporto con i dirigenti e con i colleghi, per certi versi meno “elastico” di come non poteva essere per l’uditore neolaureato.

La conseguenza è che oggi, salvo qualche eccezione, il collega di prima nomina è portato a trascorrere nella prima sede il minor tempo possibile: non solo come tempo di totale permanenza (ad oggi tre anni ed un giorno), ma anche come numero di giornate lavorative concretamente trascorse in ufficio.

A volte la sensazione è quella di trovarsi davanti ad un modello di magistrato “automa”, che per quanto impegno e dedizione possa mettere nel suo lavoro, non vede l’ora di togliersi le carte dalla scrivania per poter prendere il primo treno o aereo per tornare a casa e passare il resto della settimana o il week-end con la famiglia o i figli. E come dargli torto d’altronde?

Potrei portarvi l’esempio di alcuni colleghi che neppure hanno preso casa nella città dove esercitano le funzioni, non conoscono nulla del territorio dove operano e che, appena finita l’udienza, in fretta e furia caricano il loro trolley di fascicoli e se ne scappano verso le città di provenienza, dove resteranno sino alla prossima udienza. E non parlo dei pendolari che vivono a Roma e lavorano a Latina, giusto per fare un esempio, ma di colleghi che risiedono e dimorano fuori distretto, in altre regioni.

In questi casi la disaffezione verso l’ufficio è massima ed il venire a lavorare viene percepito come il più terribile dei sacrifici, la percentuale di colleghi che rimane oltre il termine minimo di permanenza nella prima sede è bassissima ed il via vai è continuo.

Questo mette letteralmente in ginocchio i piccoli uffici giudiziari di frontiera, dove i dirigenti hanno spesso difficoltà anche a formare i collegi, con conseguente ed inevitabile disagio per la regolare e proficua celebrazione dei processi, soprattutto quelli penali – che devono ricominciare da capo – e, più in generale, per la qualità del servizio.

Tornando al concorso di primo grado questo problema potrebbe, almeno in parte, essere arginato, salvo poi la necessità di un forte investimento della Scuola superiore della magistratura sulla formazione del giovane vincitore di concorso, al quale dovranno essere forniti tutti gli strumenti teorici e pratici che gli consentano di affrontare “la prima sede” col necessario bagaglio di conoscenze tecniche e non solo.

Altro passaggio fondamentale, infatti, per il modello di “magistrato di domani” che vorrei, è quello della formazione che, a mio avviso, non può prescindere dal concetto di “selezione”.

Io credo che oggi stiamo pagando gli effetti di un sostanziale appiattimento verso il basso, sia con riferimento alla qualità dei provvedimenti – oggi, infatti, pare che ad essere premiale sia il numero, la quantità delle decisioni, più che il contenuto ed il valore delle stesse – sia con riguardo alle modalità con cui, più in generale, svolgiamo le attività d’ufficio.

E credo che il dato sia in parte riconducibile al poco comprensibile criterio che abbiamo scelto di adottare per le valutazioni di professionalità, nella stragrande maggioranza dei casi pienamente positive per tutti.

A tale proposito ho avuto modo di analizzare un documento redatto dall’ufficio statistico del Csm che raccoglie i dati relativi alle valutazioni di professionalità deliberate dall’anno 2008 all’anno 2016: su 16.097 delibere nel periodo analizzato, 15.810 erano positive, 183 non positive e 104 negative. Nel solo anno 2016, delle 1.855 delibere emesse, solo 7 erano non positive e solo 6 negative. Siamo tutti bravissimi.

Sarebbe poi interessante verificare se i pareri positivi riconosciuti nella stragrande maggioranza dei casi siano tra loro differenziati ed individualizzanti o se, con riferimento ai giudizi espressi dal dirigente sui singoli magistrati, vi sia una sostanziale omogeneità. Questo, però, è un dato che non posso conoscere… ma solo, forse, immaginare…

Mi domando, tuttavia, che segnale diamo ai giovani magistrati in formazione e che segnale diamo anche all’esterno quando lasciamo che passi il messaggio che la qualità non viene premiata e che, alla fine, come sembrerebbero dire queste statistiche, siamo tutti ugualmente validi.

Ho preso le funzioni da quasi quattro anni, ma mi è bastato molto meno per capire che al di là dello spirito di servizio, della passione e della coscienza dei singoli, abbiamo collaudato un sistema tale per cui il lavoro e la qualità non pagano e ciò che premia o che viene riconosciuto è solo il numero e a volte neanche quello.

Non solo: l’intero percorso professionale del magistrato e, prima ancora, dell’aspirante magistrato è caratterizzato per lo più dalla solitudine. L’attività di studio, di analisi del fascicolo, di elaborazione della decisione avvengono nella maggior parte dei casi in assenza di confronto (salvo che per le determinazioni assunte dagli organi collegiali, ovviamente).

Non c’è mai nessuno che, all’atto del nostro decidere, ci contraddica e, di conseguenza, noi non siamo abituati ad essere contraddetti.

Questo a mio avviso rischia di generare una serie di ulteriori “storture”, per tornare al discorso inziale e rischia di farci isolare ancora di più, di farci attuare come monadi, talvolta superbe e presuntuose, completamente ignare ed indifferenti rispetto a quello che accade fuori dal nostro ufficio o, ancora peggio, nella stanza del collega accanto.

Succede, quindi, che diventiamo “chiusi” ed autoreferenziali e non è detto che questo non comporti ricadute negative anche sulla qualità del nostro lavoro.

Da questo punto di vista si potrebbe, allora provare a valorizzare il ruolo e le funzioni della scuola della magistratura affinché, sia con riferimento alla formazione inziale che alla formazione permanente, non svolga un ruolo di mera offerta didattica, ma contribuisca ad una seria valorizzazione e sviluppo di quelle caratteristiche personali che, nelle aziende private, chiamano soft skills, ovvero quelle “attitudini trasversali” che prescindono dalla preparazione tecnica del professionista e che, invece, ne delineano la capacità di lavorare in team, la creatività, la capacità di ascolto, di sintesi ed elaborazione delle idee.

Nel nostro settore questo potrebbe tradursi, in termini concreti, nella capacità di relazionarsi, di ascoltare e comunicare, di sopportare lo stress, di adattarsi ai cambiamenti, di gestire ed indirizzare il personale, di coordinare ed impiegare al meglio le risorse e, più in generale, di risolvere le situazioni complicate che ogni giorno si propongono negli uffici giudiziari. Sto parlando di attitudini che vorrei fossero proprie non solo dei dirigenti, ma di tutti noi.

Credo, infatti, anche per tornare alle premesse di questo intervento e per venire alle conclusioni, che la magistratura non possa più esimersi dall’adeguarsi ai tempi e non possa più rimanere indietro, vincolata ad un modello di giudice solo, burocrate ed autoreferenziale, attento solo a raggiungere il numero sufficiente di definizioni, il numero magico che gli consentirà di dormire tranquillo.

E neppure mi piace la figura del magistrato che, per il sol fatto di aver vinto un concorso, si senta intoccabile ed infallibile e non colga nel quotidiano il valore ed il fondamentale contributo che ogni giorno, assieme a lui, tutti gli altri professionisti ed operatori del diritto apportano al sistema giustizia.

Credo, al contrario, che il “magistrato di domani” debba mantenere sempre un approccio umile, ricordando di essere un servitore dello Stato che lavora per gli altri.

Credo che la Scuola della magistratura e gli organi della formazione debbano proporre offerte formative che consentano di ritrovare la dimensione etica e deontologica di questo lavoro, rivendicando con forza l’importanza ed il valore della capacità di ascolto e di comunicazione anche con il foro, che non deve essere visto come nemico, ma come imprescindibile interlocutore con cui confrontarsi e misurarsi ogni giorno.

Il cammino è sicuramente in salita e quello dell’accesso e della formazione è solo uno dei temi su cui si può e si deve lavorare, ma credo che per ritrovare la dignità della nostra funzione ed il rispetto da parte degli altri organi costituzionali e della società civile occorra fare un esame di coscienza e rimetterci tutti in discussione.

E questo possiamo e dobbiamo farlo partendo dai giovani, dai magistrati di domani.

26 ottobre 2017
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