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Alla ricerca della «gioventù perduta». Un futuro oltre la paura*
Magistratura e società
Alla ricerca della «gioventù perduta». Un futuro oltre la paura*
di Paola Barretta
Ricercatrice Osservatorio di Pavia

Il Rapporto sulla percezione e la rappresentazione dell’insicurezza, giunto alla nona edizione, suggerisce, come osserva il prof. Diamanti, che «l’Italia del 2016 appare un Paese senza tempo. Alla ricerca della gioventù perduta. Che, tuttavia, è qui. Accanto a noi».

È un Paese che si è abituato alle insicurezze, ha imparato a conviverci, che ha delle paure che persistono ma che preoccupano meno rispetto al passato.

Due sono i principali cambiamenti registrati nel corso del 2015, sia dal lato della percezione sia da quello della rappresentazione.

Il primo risiede nello spostamento delle insicurezze dalla sfera interna, a quella esterna, internazionale. Le preoccupazioni dei cittadini si concentrano sull’impatto degli eventi globali, dalla distruzione dell'ambiente e della natura (58%), alla sicurezza dei cibi che mangiamo (50%), dallo scoppio di nuove guerre nel mondo (45%), alla globalizzazione (36%). Tutte queste voci rimangono nella parte alta della graduatoria delle paure, con valori stabili o in crescita. Inoltre, le rilevazioni demoscopiche registrano che dal 29% del novembre 2010, la paura di attentati è infatti cresciuta al 37%, nel gennaio 2015, per poi salire fino al 44% all'inizio di quest'anno.

Anche dal lato della rappresentazione, tra il dicembre 2015 e il gennaio 2016, oltre la metà dell’Agenda dell’insicurezza (54%) è occupata da sfide e minacce su scala globale e configura una differenza con anni anche recenti in cui l’impatto della crisi economica e la criminalità occupavano, da soli, l’86% delle insicurezze.

Il racconto delle insicurezze “interne” legate alla criminalità, al peggioramento delle condizioni di vita, alla corruzione politica è stato sostituito da quello delle insicurezze “esterne” relative al terrorismo jihadista, all’impatto dei fenomeni migratori, alla distruzione dell’ambiente, declinata come timore degli effetti del cambiamento climatico.

Il secondo cambiamento risiede in una diminuzione degli indici delle preoccupazioni: cala la paura per la crisi economica, anche il timore di essere vittima di un reato persiste ma in modo più contenuto rispetto al passato. Ed emerge sempre più in modo netto un collegamento tra la percezione delle insicurezze e la componente demografica: sono i giovani i meno spaventati, i più aperti al mondo e frequentatori meno assidui della Tv. In un paese in cui i giovani sono sempre meno e con prospettive peggiori rispetto a quelle dei genitori. Ed è proprio la categoria dei giovani, e ancor più dei giovanissimi (tra i 15 e i 24 anni) che non ha paura dell’immigrazione, che ha uno sguardo favorevole nei confronti dell’Europa e che non si sente schiacciata dalle insicurezze globali.

Immigrazione, Unione europea, criminalità: i temi del 2016 attorno a cui si è svolta anche quest’anno una riflessione.

Il fenomeno migratorio è uno dei temi dominanti del 2015 e occupa (con 4004 notizie), circa il 10% dell’Agenda, 7 volte in più rispetto al 2014 e 10 volte in più rispetto al 2012. Alla crescita esponenziale di visibilità del fenomeno, però, non ha corrisposto un aumento significativo della percezione di insicurezza nei confronti degli immigrati (meno di due punti i più rispetto al 2014).

I telegiornali, seppure con alcune differenze, hanno cercato di raccontare la complessità di un fenomeno che è entrato nel dibattito politico italiano ed europeo, che ha commosso (si pensi alla pubblicazione della foto del piccolo Aylan sulle coste della Turchia), che ha indignato (lo sgambetto di una giornalista per rallentare la corsa di profughi in fuga), che ha stimolato riflessioni sulle condizioni delle popolazioni in Paesi travolti dalle guerre.

Nel corso dell’anno si è assistito poi a un progressivo spostamento dell’attenzione dall’Italia – da Lampedusa e dalle coste del sud Italia – alla Grecia, alla Serbia, alla Macedonia e alle nuove rotte per l’Europa. Non sono mancate criticità in servizi in cui i migranti e i profughi vengono rappresentati come “colonizzatori culturali” o come possibili terroristi o ancora come fonte del degrado delle città italiane (e veicoli di malattie), o come persone atte a delinquere, ma nel complesso è prevalso lo sforzo di non far prevalere le conseguenze negative del fenomeno. In questo caso, il racconto dell’immigrato-profugo come minaccia si articola in tre aspetti: le politiche per la gestione dei migranti sul territorio italiano, l’integrazione (mancata) e gli episodi di cronaca nera che vedono coinvolti gli immigrati. In particolare vi sono servizi in cui è dato spazio alle perplessità e alle critiche dei cittadini, anzi, il caso è stato stigmatizzato come esempio di sottrazione di risorse alle famiglie italiane bisognose a favore di “altri”, profughi ma pur sempre diversi da “noi”.

Con la conseguenza di non aiutare il telespettatore nella comprensione del fenomeno migratorio, della sua complessità, e soprattutto della sua contestualizzazione. Come avvenuto nel racconto del naufragio di Lampedusa nel 2013 (in cui morirono 366 persone, quasi tutte di nazionalità eritrea): tutti i telegiornali raccontarono la tragedia ma solo uno tematizzò la questione delle condizioni di vita nel Paese d’origine.

L’Europa è uno degli altri protagonisti del 2015, sia nella percezione dei cittadini sia nel racconto televisivo.

Il 2015 segnala un record di visibilità dell’Europa: 3.597 notizie nei notiziari in un anno, il 30% rispetto al 2014. In un Paese, l’Italia, in cui i cittadini sono tra i più sfiduciati d’Europa (anche rispetto ai vicini francesi e spagnoli) e per i quali l’euro genera grande insoddisfazione: è l’economia (33%). E forse, non a caso, il tema in cui è più visibile l’Unione europea è l’economia: il patto di stabilità, gli interventi della BCE, la crisi della Grecia, il salvataggio delle banche italiane e le regole imposte da Bruxelles. Seguono l’immigrazione e la politica estera (crisi in Ucraina, Siria e Libia). Manca quasi del tutto un riferimento all’identità e ai valori fondativi dell’Europa.

I telegiornali danno conto dei vertici, delle posizioni politiche euro-scettiche, del fallimento di una politica estera europea comune, delle divisioni tra i Paesi circa l’accoglienza dei migranti. Ma soprattutto molto spesso nei servizi si parla di “confini”, di “frontiere”, di critiche all’Unione europea, di assenza di progetti “comuni”. Inoltre si evidenzia un’assenza di figure rappresentative dell’Unione europea: l’Ue non ha una voce. Coloro che rappresentano l’Unione sono raramente visibili e quasi mai protagonisti dei servizi. Viceversa i rappresentanti dei singoli Stati, hanno voce e spazio nel criticare le scelte dell’Unione europea o nel promuoverne il “dissolvimento”. L’Italia è una frontiera messa sotto pressione dai migranti. Contemporaneamente i suoi confini interni sono diventati insicuri e potenzialmente passaggio di ondate non gestite. Quello che potrebbe essere il “baluardo Ue” è frammentato politicamente, economicamente e rischia di vedere ricomparire decine di frontiere poco in sintonia con il concetto di Unione.

La criminalità, sulla quale nel corso degli anni, si è concentrata l’attenzione da parte dei media e, anzi, in alcuni casi, è diventata essa stessa un catalizzatore di paure, nel corso del 2015 subisce una sorta di contrazione.

In Italia, la trattazione della cronaca nera nei telegiornali è diventata quasi un “genere” con modalità di narrazione propria: la ricerca del colpevole, gli occhi della telecamera accesi, anche a distanza di tempo, sull’evento, su protagonisti, comprimari e semplici osservatori. Lo storytelling, la narrazione di una storia criminale, attraverso la ricostruzione del contesto sociale e le interviste a protagonisti e comprimari è dunque un tratto specificatamente italiano.

Il 2015, però, rispetto agli anni precedenti, segnala un’inversione di tendenza con un calo, soprattutto nel secondo semestre, delle notizie di criminalità (2.737 notizie di reato nel II semestre contro le 3.115 di quello del 2014). Dopo i picchi di criminalità degli ultimi anni – il 2007 e il picco di notizie associato al binomio criminalità-immigrazione con l’emergenza immigrazione; il 2011 con la passione criminale e la trattazione dei casi come serial tv; il 2014 con la cronaca nera varia e diffusa – il 2015 presenta alcune differenze nella narrazione dei fatti criminali: aumenta la visibilità di furti e rapine (che raddoppiano rispetto agli anni precedenti, con il 9% di spazio), scompaiono quasi del tutto i casi criminali, se non nella ripresa di quelli avvenuti negli anni precedenti e nella trattazione delle aggressioni della “coppia dell’acido” (i due giovani Martina Levato e Alexander Boettcher accusati e poi condannati per le aggressioni con l’acido agli ex fidanzati della donna), restano costanti i crimini violenti.

La prima differenza rispetto a un passato anche recente è il calo della visibilità degli omicidi di genere, raccontati  e presentati come tali. Nel 2013, in corrispondenza di una scelta editoriale delle redazioni dei notiziari, i femminicidi avevano occupato l’Agenda della criminalità nel 14% dei casi, nel 2015 lo spazio è dimezzato (7% di visibilità). Pur nella presenza di racconti di omicidi di donne da parte di uomini (mariti e compagni), in molti casi, è mancata una narrazione comune, ovvero l’inserimento del singolo episodio criminale nella cornice più ampia delle violenze di genere e dei femminicidi.

L’altra “novità” rispetto agli anni precedenti è la presenza della variabile etnica in notizie di criminalità ordinaria: nel 12% dei servizi relativi a furti, rapine, “omicidi stradali”, aggressioni, c’è un esplicito riferimento alla variabile etnica (un valore simile a quello incontrato a cavallo tra il 2007 e il 2009 in corrispondenza della bolla di criminalità con la declinazione sull’immigrazione, dove la percentuale era tra il 13% e il 16%). A differenza però di quella fase, il binomio criminalità-immigrazione non pervade tutta l’informazione ma è presente quasi esclusivamente nei telegiornali delle reti Mediaset (in particolare TG4 e Studio Aperto). Infine, nel 2015 si consolida una tendenza emersa già nel corso del 2014: i notiziari Mediaset hanno oltre il doppio di notizie di criminalità rispetto a quelli della Rai e circa 6 volte il telegiornale de La7. TG4 e Studio Aperto (con rispettivamente 1655 e 1645 notizie nel 2015), da un lato, ampliano lo spazio dedicato alle notizie criminali e, dall’altro in modo speculare, TG2 e TGLa7 che “abbandonano” quasi del tutto la cronaca nera (con rispettivamente 291 e 203 notizie nel 2015).

La criminalità resta al primo posto dell’Agenda dell’insicurezza con il 34% di spazio, in ragione della visibilità sulle reti Mediaset (pari al 42%), di cui però una quota significativa è declinata su reati commessi da immigrati e declinata come minaccia che proviene dall’esterno.

Come osserva il prof. Diamanti: «Perché è difficile difendersi “a casa propria”, quando il mondo è senza confini. Ed entra, anzi: irrompe, in casa nostra. Ogni giorno, ogni ora: in diretta. Attraverso i media. La tv, per prima. Non è un caso che gli indici di insicurezza “globale” (e non solo) più elevati vengano espressi da coloro che guardano la tivù per oltre 4 ore al giorno. Quasi 9 su 10: spaventati “a morte”. Un pubblico ben definito, composto da persone mediamente più anziane, meno istruite. Perlopiù donne. Sole. Perché la solitudine è un moltiplicatore dell’angoscia».

Uscire, avere occasioni di incontro, tessere relazioni, stare con gli altri, non guardare troppo la Tv è il modo migliore per sconfiggere la paura.

 
 
 
 
 

Campione e Metodologia

Il Rapporto sulla sicurezza in Italia e in Europa, è una iniziativa di Demos & Pi, Osservatorio di Pavia e Fondazione Unipolis: http://bit.ly/1YwM1jD.

Il Rapporto è diretto da Ilvo Diamanti e si basa su due distinte ricerche. La prima, volta a rilevare la percezione sociale della sicurezza, è realizzata da Demos&Pi attraverso due rilevazioni demoscopiche: un sondaggio realizzato, nel periodo 12-23 gennaio 2015, in sei Paesi europei.

Il campione è di 6000 casi (1000 per ciascun Paese), Il metodo di rilevazione è CATI per tutti i Paesi, con l’eccezione della Germania (metodo CAPI); e un sondaggio telefonico svolto nel periodo 20-30 gennaio 2015, con il metodo mixed-mode CATI-CAMI su un campione di 2056 persone.

La seconda, realizzata dall’Osservatorio di Pavia, riporta l’analisi dei telegiornali italiani ed europei. La serie storica dei telegiornali italiani comprende gli anni dal 2005 al gennaio 2016, quella dei telegiornali europei dal 2010 al gennaio 2015.

L’analisi dei telegiornali si svolge sulla “notiziabilità” del tema in base all’indicizzazione e alla conseguente rilevazione delle notizie ansiogene. L’analisi concerne le edizioni del prime time di 7 reti, le reti pubbliche (Rai 1, Rai 2 e Rai 3), e quelle private (3 del gruppo Mediaset Canale 5, Italia 1 e Rete 4, e La 7). Per la parte relativa al confronto europeo, sono state analizzate le edizioni del prime time dei telegiornali di maggior ascolto del servizio pubblico di Italia (TG1), Francia (JT France 2), Spagna (Telediario Rtve La 1), Germania (Tagesschau Ard) e Gran Bretagna (News Bbc One).

 


[*] Intervento tenuto a Parole di Giustizia 2016 “La sicurezza tra paura e diritti”, Sessione “Insicurezza e informazione”,  La Spezia 15/16 aprile 2016, seminario annuale dell’Associazione studi giuridici Giuseppe Borré.

21 giugno 2016
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