Magistratura democratica
Magistratura e società
Dagli occhi
di Giuseppe Battarino
Questione Giustizia ripropone, a dieci anni dalla pubblicazione, un racconto ispirato alle vicende dei migranti curdi

Nella AgeMDa 2010, l'agenda di Magistratura democratica, erano contenuti quattordici racconti, che Livio Pepino, nella sua presentazione, definiva «le testimonianze narrative di 12 magistrati e 2 avvocati scrittori (o − se si preferisce − di 14 scrittori che sono anche magistrati o avvocati) che partecipano all'impresa con un racconto ispirato alla giustizia». Uno dei racconti, Dagli occhi, di Giuseppe Battarino − che riproponiamo a dieci anni dall'uscita − era ispirato alla vicenda dei migranti curdi che, all'epoca indotti dalla pressione turca, iraniana e del governo di Baghdad sul Kurdistan, cercavano di raggiungere l'Europa. Dopo la costruzione, in questi anni, di un'esperienza di organizzazione amministrativa, politica e sociale del tutto singolare nel panorama della regione per le sue caratteristiche democratiche e laiche e la lotta contro lo Stato islamico, le sofferenze del popolo curdo e la prospettiva di vedere di nuovo migliaia di profughi ritornano in questi giorni di tragica attualità.

Era il momento peggiore della giornata: nel giro di venti minuti atterravano il Lagos, il Tirana e l’Istanbul.

- Dagli occhi, lo capisco dagli occhi.

Il commissario della polizia di frontiera stava parlando con uno dei suoi ispettori.

- Fate come me. Quando qualcuno vi sembra sospetto guardatelo fisso negli occhi e riuscirete a capire.

I passeggeri si mischiavano e qualcuno aspettava il momento giusto.

I migranti con documenti falsi, quelli che erano riusciti a passare, andavano negli Internet point e raccontavano a chi era rimasto a casa ma aspettava di partire che dovevi cercare qualcuno che ti sembrava regolare, del tuo colore, e accodarti.

L’attenzione dei poliziotti calava dopo i primi controlli, e se hai la pelle scura – che vuol dire non proprio bianca – sei uguale a tutti quelli con la pelle scura.

Ma il commissario li guardava negli occhi e capiva.

Faceva un segno con la mano al poliziotto del varco a cui il sospetto si stava avvicinando e lo raggiungeva.

Portavano il migrante in ufficio, esaminavano accuratamente il passaporto, si scopriva che era falso e lo portavano via, verso la sala respinti.

Il commissario non sentiva le implorazioni e non vedeva le scene di disperazione di chi veniva scoperto. Non poteva. Lavorava alla frontiera aeroportuale, doveva essere efficiente e scoprire i tentativi di ingresso clandestino, il suo mestiere era distruggere sogni.

Alessandro stava spingendo il carrello con le scope e gli stracci nella terra di nessuno tra i varchi e l’ufficio della Polizia di frontiera.

Certe volte, quando entrava nei bagni, a pulire, si chiedeva se lo specchio rifletteva proprio lui in divisa arancione.

Sapeva che cosa l’aveva portato lì. Un esame universitario andato male e il resto.

Un cretino di assistente lo aveva sfottuto per tutto il tempo e aveva concluso “non credo che voglia un diciassette, che fa ritorna la prossima volta?”

Non pensava che sarebbe riuscito a dargli uno schiaffo così pieno, preciso, esaltante. Esaltante fino a quando non aveva realizzato di essere circondato da altri studenti ansiosi di farsi belli bloccandolo e poi chiamando la polizia.

Aveva tenuto il difensore di ufficio, un giovane simpatico. Si era risolto tutto con una multa, “decreto penale” gli aveva spiegato l’avvocato. Faticava a capire perché l’accusa era stata di lesioni e interruzione di pubblico servizio, gli sembrava roba troppo grossa, solo per uno schiaffo e un po’ di casino in aula. Ma gli importava poco. Il colpo di grazia glielo aveva dato una ragazza che credeva delicata e sognante ed era solo una stupida griffata pronta a tradirlo con uno con i soldi, ma l’aveva capito tardi.

E pensare che in molti lo consideravano un fortunato. Il posto nell’impresa di pulizie era diventato a tempo indeterminato, poteva pagare le rate dell’automobile e uscire un paio di sere la settimana senza contarsi le monete in tasca.

Il commissario lo intimoriva, ma cercava sempre di rubare le sue parole quando passava col carrello in quella zona, gli sembrava una persona in gamba, capace di fare il suo mestiere.

Sugli stranieri respinti alla frontiera non aveva un’opinione.

Gli dava fastidio quando lo chiamavano in sala perché qualcuno di loro aveva vomitato per terra, anche se aveva capito che succedeva per paura.

Una volta c’era stato uno scherzo di poliziotti giovani, che avevano impedito a una donna di andare in bagno facendo finta di non capire che cosa voleva, continuavano a spingerla indietro e quando non era più riuscita a trattenersi e se l’era fatta addosso avevano chiamato lui e un suo collega per pulire ma prima si erano divertiti a gridare a due centimetri dalla faccia di quella.

Avevano provato a rifarlo ma una nigeriana anziché farsi spingere aveva azzannato un poliziotto e l’aveva mandato in ospedale.

Quella volta si era presentato in aeroporto anche il magistrato.

Lo aspettavano con ansia, il commissario aveva accanto a sé tutti i suoi uomini, nella zona varchi. Alessandro si era fermato in un angolo, e riusciva a sentire qualcosa di quello che stava dicendo. Era convinto che il commissario avrebbe spiegato come mentire su quello che era successo e invece aveva detto a tutti di dire la verità, poi ci avrebbe pensato lui. Però aveva anche raccomandato di non farsi scappare nulla della questione degli asili.

Passando e ripassando da quei locali e dalla zona varchi Alessandro aveva sentito spesso la parola “asilo”.

Ne sentiva parlare i poliziotti tra di loro, la sentiva ripetere da qualche straniero con aria implorante, una volta aveva sentito un sovrintendente che diceva a un africano alto con una cicatrice impressionante sul collo “asilo un cazzo, te ne torni a casa tua”.

Aveva ormai passato e ripassato il pavimento dalla parte degli uffici, il suo turno era finito.

Spingendo più avanti il carrello gli era parso di vedere un movimento della porta del locale di servizio sulla sinistra.

Avevano raccomandato a tutti loro di tenerla sempre chiusa, perché qualche clandestino si sarebbe potuto nascondere lì dentro. Con i lavori di ristrutturazione uno dei tramezzi della stanza era diventato provvisorio e spostandolo si passava in un altro salone da cui, con un po’ di fortuna, si potevano raggiungere gli arrivi nazionali, senza più controlli.

Entrò, la porta non era chiusa a chiave, doveva segnalarlo al capoturno.

La ragazza aveva degli occhi neri così incantevoli che lui non ricordava di averne mai visti di uguali.

Era schiacciata contro il muro, si capiva che aveva una paura terribile.

Diciotto anni, se ci arrivava.

Pensò di doverle chiederle qualcosa.

- Da dove vieni?

- Kurdistan.

Alessandro sapeva più o meno dov’era ma non si spiegava che cosa succedeva laggiù e perché qualcuno combatteva, qualcuno viveva normalmente, qualcuno si presentava all’aeroporto, in fuga.

Non si era chiesto perché la ragazza avesse capito la sua domanda.

Glielo disse lei.

- Studiato italiano.

- Studi l’italiano? Che forza che sei! E perché?

- Altra volta qui no asilo, non parlavo.

- E adesso perché ti nascondi? Non puoi chiedere asilo?

- Non fanno dire asilo.

Dai discorsi dei poliziotti Alessandro sapeva che ignoravano le richieste di asilo politico, per evitare grane e procedimenti complicati. Se qualcuno tendeva un foglio con la richiesta, scritta da un amico che conosceva un po’ di italiano o di inglese, il foglio spariva e quella persona rimaneva uno qualunque, da sala respinti.

La voce si era diffusa dall’aeroporto a tutto il mondo degli altri e anche la ragazza curda lo sapeva.

- E che te ne fai dell’italiano?

- Non capito.

- Niente, lascia stare. E adesso cosa vuoi fare, dove vuoi andare?

- Svisra.

- Svizzera?

- Sì.

Gli passò per la mente un’idea assurda e non fu abbastanza lesto da scacciarla

- Ti aiuto.

- Paesani vanno lago, passano confine.

Prima di chiederle quale lago pensò al resto.

Chiuse a chiave la porta, le fece raccogliere i capelli sulla nuca e mettere la sua giacca arancione, le andava solo un po’ grande, neanche tanto.

Lui rimase in maglietta blu e pantaloni arancione, sembravano colleghi.

Spostò il tramezzo provvisorio e uscirono.

Erano rimasti zitti, camminando vicini, a passo svelto ma non troppo.

Gli addetti alle pulizie non si muovono mai in fretta.

Alessandro aveva timbrato normalmente il cartellino, per fortuna in quel momento non c’era nessuno dei colleghi.

Nella camminata sotto il sole di marzo, fino al posteggio, avevano incontrato piloti, hostess, e anche due finanzieri in divisa, che nemmeno li avevano guardati.

Dentro l’auto lei gli aveva mostrato un foglio dove c’era scritto “bus Flughafen nach Menaggio – bus Menaggio nach Lugano – Kirche/Heiligtum”.

- Che cosa vuol dire questo? – Alessandro indicò “Kirche/Heiligtum

- Questo deutsch. English?

- Sì prova a dirmelo in inglese.

- Church.

- Quale chiesa?

- Non capito.

- Devi arrivare a una chiesa?

- Arrivare, sì. Bus da qui e altro bus. Arrivo a chiesa grande. Lago prima di confine.

- Quando? - le chiese toccandosi l’orologio.

- Tutti arrivano stasera, io arrivo, uno porta noi.

Perché le persone si incontrano? Domanda inutile, in quel momento gli sembrava tutto ovvio.

La chiesa grande prima del confine, sul percorso dell’autobus tra Menaggio e Lugano, la Madonna della Caravina. Ovvio che lui la conoscesse, suo padre era di Valsolda, ovvio che i curdi avessero lì l’appuntamento con il passatore che li avrebbe trasferiti in Svizzera. Lui aveva capito e poteva portarcela.

Lungo l’autostrada e fino alla galleria di Cernobbio rimasero in silenzio, poi lui le fece una domanda, che non voleva una risposta e infatti non l’ebbe.

- Che cosa avresti fatto se non mi avessi incontrato?

- Non capito.

Ma lei aggiunse un sorriso, il primo.

Strano non avere abbastanza confidenza da poter ricambiare il sorriso con una carezza sui capelli, come avrebbe voluto fare, eppure vivere insieme in quel momento l’avventura più importante della vita.

A Grandola, lungo la provinciale, c’era un controllo dei Carabinieri, Alessandro li aveva visti da lontano e si era fatto molto sotto all’auto che lo precedeva. Niente, la paletta era rimasta ferma, bassa tra le mani del militare.

Alla Caravina erano i primi.

Rimasero seduti sui gradini della chiesa per molto tempo, sempre in silenzio.

Solo, a un certo punto, la ragazza, indicandosi disse “Nakshin”; e anche Alessandro le disse il suo nome.

Lei aveva tenuto i capelli neri raccolti, da quando lui glielo aveva fatto fare.

Più tardi si erano seduti sul muretto, rivolti al lago.

La ragazza socchiudeva gli occhi guardando verso Lugano, dove il sole stava tramontando.

- Guarda - disse stringendogli il braccio e mostrandogli un battello che stava arrivando da Oria.

Le fece la carezza rimandata. Pensò a molte domande, non gliene uscì nessuna.

- Guarda.

Stavolta indicava delle piante di ulivo.

- Quello anche in mio paese.

Sì, in Valsolda e in Kurdistan ci sono piante di ulivo, ma nemmeno su questo bisogna fare domande.

Avevano visto fermarsi l’autobus e scendere tre uomini.

La ragazza si sporse e con poche parole e un cenno della mano indicò loro la scaletta che saliva al santuario.

- Mio padre.

Era il più anziano, al quale Nakshin rivolse alcune brevi frasi, facendo cenno al ragazzo accanto a lei.

Alessandro pensò che fosse il racconto di quello che era successo da quando si erano separati.

L’uomo si girò verso di lui, si mise una mano sul petto e inchinò la testa.

Gli altri imitarono i gesti, la gratitudine era negli occhi.

Il padre sussurrò alla ragazza una breve frase.

- Dice che a te... - non le venivano le parole in italiano.

- Prova Nakshin.

- Vuole per te cose belle.

- Si dice un augurio.

- Augurio. Per nuovo anno.

- Ma è marzo.

- Kurdistan è nuovo anno. Augurio. Newroz piroz be.

Alessandro accennò anche lui a un inchino.

Una lingua diversa, un capodanno diverso. Un altro mondo.

Ecco, l’avventura per lui era finita.

- Io vado, Nakshin.

- Sì Alessandro. Grazie. Grazie. Alessandro. Tu. Grazie”

Sul lungolago di Porlezza si accendeva qualche luce, a cui andava incontro resistendo al pensiero di Nakshin, del padre e degli altri che si sarebbero avviati di lì a poco verso il Biscagno o il Pairolo.

Domani il commissario, se mai si fosse accorto di lui e se mai lo avesse guardato negli occhi, dai suoi occhi non avrebbe capito nulla. 

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