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I diritti delle persone LGBTI nella risoluzione sui diritti umani del Parlamento Europeo
Osservatorio internazionale / Europa
I diritti delle persone LGBTI nella risoluzione sui diritti umani del Parlamento Europeo
di Stefano Celentano
Giudice del Tribunale di Napoli
Il PE incoraggia gli Stati Membri a riconoscere le unioni omoaffettive
I diritti delle persone LGBTI nella risoluzione sui diritti umani del Parlamento Europeo

Con la risoluzione del 12.3.2015, il Parlamento Europeo relaziona sui diritti umani e lo stato della democrazia nel mondo, e tra i tanti temi che affronta, si occupa dei diritti delle persone LGBTI.

Diritti umani. Un’espressione che pesa come un macigno. Da una parte il diritto, una situazione attiva esercitabile in concreto, e dall’altra l’Uomo, titolare assoluto di questa posizione che, se declinata come strettamente attinente alla sfera della “persona”, rappresenta la possibilità  concreta di vivere la propria vita ed il proprio sé.

E’ importante questa premessa per comprendere a pieno il valore non solo simbolico, ma giuridico, della risoluzione del Parlamento europeo allorquando, tra i diritti umani, inserisce quelli legati al mondo della identità affettiva delle persone LGBTI.

E così, nel deplorare la circostanza per cui in tanti paesi del mondo l’omoaffettività sia considerata ancora una condizione penalmente rilevante, talvolta punita con pene capitali, e nel sollecitare l’adozione da parte delle comunità nazionali di validi strumenti di lotta all’omofobia, il parlamento prende atto della legalizzazione delle unioni omoaffettive già avvenuta in diversi paesi, ed incoraggia gli Stati dell’Unione, ancora inerti sul punto, a contribuire alla riflessione sul riconoscimento del matrimonio same sex o delle unioni civili, in quanto “questione politica, sociale, di diritti umani e civili.”

Ancora una volta, uno schiaffo al legislatore italiano, colpevolmente silenzioso su ogni questione che attenga a tale tema.

Mai come con questo Parlamento e con questa compagine governativa, si è avuta l’immagine plastica del “naufragare” dell’Italia nel mare dei diritti delle persone omosessuali. Senza alcuna soluzione di continuità, il nostro paese registra allo stato: a) lo stallo al Senato di una proposta di legge contro l’omofobia, licenziata frettolosamente alla Camera, e frutto di un compromesso politico che ha del tutto privato di ogni senso culturale e giuridico l’intenzione dichiarata di chi vi ha messo mano, facendo in un certo modo salve posizioni subdolamente omofobe, e allargando a dismisura le maglie delle ipotesi scriminanti; B) iniziative del governo, e nella specie del Ministero degli Interni (“distrutte” nella struttura giuridica dalla recente pronuncia del TAR), di stampo marcatamente discriminatorio, e comunque tendenti, in una visione del tutto opposta a quella europea, a minimizzare il fenomeno dell’omoaffettività, ed a negargli ogni possibilità di riconoscimento pubblico; c) un enorme contributo della giurisprudenza di merito, di legittimità e costituzionale, tendente a contrariis, a garantire diritti ed a mettere in mora il legislatore inerte, ed il carattere, allo stato solo simbolico, delle trascrizioni delle unioni omosessuali contratte all’estero da parte di molte amministrazioni comunali; d) una serie infinita di promesse e spot che annunciano, in modo fumoso e generico, la prossima adozione di testi  di legge sulle unioni civili, senza che vi sia in atto alcun dibattito politico, alcuna calendarizzazione, e soprattutto alcuna visione omogenea sul tema all’interno del governo; e) la compresenza, nelle forze di governo, di schizofreniche posizioni di netto contrasto sul tema, l’assenza di prese di posizione nette e chiare delle forze politiche che si sono da sempre dichiarate interessate e sensibili ai diritti civili, rispetto ad iniziative di segno opposto adottate dai “colleghi” di governo, e la totale esautorazione del parlamento sul tema del riconoscimento del matrimonio same sex o delle unioni civili.

Uno scenario inquietante, a cui invece pare non corrispondere il pensiero sociale, che – nonostante episodi di violenza omofoba, a cui allo stato nessuna legge riconosce uno specifico disvalore – a detta dei sondaggi, appare più aperto e tollerante dei decenni trascorsi.

Questione politica, sociale, di diritti umani e civili”. Una definizione della questione, quella data dal parlamento europeo, che evidenzia non solo l’emergenza del tema in dibattito, ma che rimarca come essa abbia ad oggetto proprio l’esercizio dei diritti umani, di cui il riconoscimento della dimensione affettiva fa parte poiché li specifica nell’aspetto affettivo e relazionale. Ancora una volta, anche a livello concettuale, si rimarca l’abisso esistente tra questi principi ed il dibattito culturale che ha contribuito alla loro formulazione, e l’approccio superficiale, improduttivo e immaturo del nostro legislatore, rimarcato dalla circostanza per cui alcuni parlamentari europei, appartenenti al partito di maggioranza italiano, hanno preferito astenersi dal votare la  risoluzione, ritenendo non pertinente il richiamo ai “diritti umani”, e liquidando il tema nella sua riduttiva dimensione politica, quella dimensione che – nella deteriore formulazione “partitica” – di fatto rende l’IItalia inerme ed inerte su tutti i temi c.d. eticamente sensibili.

In questo scenario, caratterizzato da una colpevole inerzia, da compromessi e (dis)equilibri politici che condannano al silenzio certi temi,  e da una evidente impreparazione culturale del nostro legislatore, si apre ancora una volta una sfida per la magistratura, chiamata in prima linea a disciplinare le richieste di tutela pubblica degli omolegami, e a confrontarsi con principi ed elaborazioni giuridiche, espressi dalle corti nazionali ed europee, tutti univocamente diretti al riconoscimento pubblico della dimensione affettiva delle persone LGBTI, e della loro dignità relazionale. Ancora una volta, l’impegno della giurisdizione a svolgere il più alto dei suoi compiti, la  garanzia dell’esercizio dei diritti, che mai come in questo caso non è “creazione” di nuove posizioni attive, ma è presidio di democrazia ed uguaglianza rispetto al principio di non discriminazione e al rispetto dei diritti umani.

Se non ora quando” recitava un provocatorio slogan urlato nelle piazze qualche anno fa; “E’ la volta buona”, recita lo slogan sbandierato da chi attualmente ci governa. Agli slogan, è forse preferibile contrapporre i pensieri e le speranze, e a dirla con Tommaso Giartosio  (perché non possiamo non dirci, 2004) la speranza è che anche in Italia l’omofobia, palese o mascherata,  diventi questo:”un repertorio di innocui stereotipi che pochi imbecilli prendono sul serio, mentre tutti gli altri ci giocano”. 

 

30 marzo 2015
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