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Il 25 aprile in tre storie di resistenza
Magistratura e società
Il 25 aprile in tre storie di resistenza
di Paola Perrone
già presidente di Sezione della Corte d'appello di Torino
Va riconosciuto che, per chi non ha vissuto quei momenti, la valutazione del 25 aprile risulta influenzata dal senno del poi. Non tiene conto delle previsioni, aspettative, timori, sbandamenti di tutti gli italiani dell’Alta Italia, e dei partigiani in particolare, nei mesi che seguirono l’8 settembre 1943. Con uno stile che ricorda la storiografia anglosassone, Carlo Greppi cerca di dar conto col senno del prima di ciò che avvenne in quei fatidici mesi. Per farlo, sceglie di scrivere di tre personaggi e tre eventi che meglio di altri condensano insieme timori e determinazione resistenziali.
Il 25 aprile in tre storie di resistenza

A molti di noi, quando si evoca il 25 aprile del 1945, capita di pensare ad un evento festoso e liberatorio, ineluttabilmente causato dalla risalita della Penisola da parte degli Alleati, dalla conseguente ritirata dei nazisti e repubblichini, dalla insurrezione nelle grandi città sotto la spinta delle formazioni partigiane.

Questo libro − 25 aprile 1945 (Laterza, 2018) − scritto da un giovane storico, cerca di ribaltare la prospettiva di questo giudizio.

Dobbiamo infatti riconoscere che, per chi di noi non ha vissuto quei momenti, la valutazione del 25 aprile risulta pesantemente influenzata dal senno del poi. Non tiene conto di quelle che erano state le previsioni, le aspettative, i timori, gli sbandamenti di tutti gli italiani dell’Alta Italia, e dei partigiani in particolare, nei lunghi venti mesi [1] che seguirono l’8 settembre del 1943.

Con uno stile accattivante, che ricorda la migliore storiografia anglosassone, Greppi, dottore di ricerca in Studi storici e attivo in varie istituzioni storiche piemontesi, cerca di dar conto col senno del prima di ciò che avvenne in quei fatidici mesi e che, per gli eventi ed i personaggi che vi presero parte, avrebbe potuto avere un epilogo diverso dalla Liberazione.

Per farlo, sceglie di scrivere di tre personaggi che ebbero, perché si verificasse quell’epilogo, un ruolo centrale, e tre eventi che meglio di altri condensano insieme timori e determinazione resistenziali.

I tre personaggi sono: Raffaele Cadorna (figlio di Luigi che aveva comandato nella disfatta di Caporetto e nipote dell’omonimo Raffaele che aveva condotto i bersaglieri a conquistare Roma il 20 settembre 1870) nome di battaglia generale Valenti; Ferruccio Parri, dirigente della componente azionista delle formazioni partigiane, detto Maurizio o lo Zio; Luigi Longo, comandante della componente comunista delle brigate, detto capitano Gallo (nella guerra di Spagna) o Italo. Questi tre uomini furono rispettivamente comandante e vicecomandanti del Corpo Volontari della Libertà, che, ufficialmente riconosciuto dagli Alleati e dal Governo dell’Italia meridionale, coordinò la Resistenza italiana.

I tre eventi sono i seguenti.

L’11 agosto 1944 Cadorna, 52enne e con una gamba lesionata, si fa rocambolescamente paracadutare da un aereo che lo ha prelevato dal Sud liberato nel bresciano perché prenda il comando militare delle formazioni partigiane in quella che sembra una fase ormai a ridosso della Liberazione.

Il 2 gennaio 1945 Parri con la moglie Ester sono arrestati, per una banale coincidenza, da una squadra delle SS a Milano e l’evento getta tutta la dirigenza resistente nella più acuta disperazione, essendo egli in quel momento l’unico rappresentante del comando militare partigiano in assenza di Cadorna e Longo; inizia la detenzione di Parri che viene riconosciuto; Edgardo Sogno, che già ha salvato Parri qualche giorno prima sulla neve alpina spronandolo a continuare a camminare verso Milano, benché esausto e in piena crisi asmatica, decide con alcuni compagni di brigata di farlo evadere. Il 2 febbraio avviene il colpo di mano: Sogno e altri tre compagni si travestono da SS e da miliziani repubblichini e accedono all’albergo Regina, dove Parri è prigioniero in vista di un trasferimento il giorno dopo. Il colpo non riesce e anche Sogno è catturato, e rimarrà detenuto fino al 25 aprile. Seguono altri giorni di crisi del movimento resistenziale con arresti che arriveranno fino ad otto componenti dello Stato maggiore. Lo stesso Cadorna nel febbraio dà le dimissioni da comandante per un banale battibecco col rappresentante del Partito d’azione, dimissioni poi rientrate per l’intermediazione di Leo Valiani ma che ben danno l’immagine di una situazione critica nella catena di comando della Resistenza.

Eppure. I tedeschi si sentono ormai persi e ad alcuni livelli iniziano trattative. Parri e la moglie vengono liberati a condizione che il loro rilascio rimanga segreto ed essi stiano lontani da Milano, condizione che essi non rispettano.

L’ultimo evento è la resa incondizionata dei fascisti, secondo gli ordini del Cln, che viene richiesta dai resistenti il 25 aprile 1945 nell’Arcivescovado di Milano (presenti il padrone di casa cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, Cadorna, Riccardo Lombardi per il Partito d’azione, Giustino Arpesani per il Partito liberale, con Sandro Pertini arrivato poi per il Partito socialista e lo stesso Benito Mussolini – con altri cinque fascisti fra cui il generale Graziani – che tenta vanamente di essere consegnato agli Alleati e non ai partigiani). A Milano è in pieno corso ormai l’insurrezione sotto gli inviti del Cln. Come è noto, Mussolini non accetta la proposta e chiede “per una questione d’onore” di potersi allontanare brevemente per sentire i comandi tedeschi (benché gli sia stato detto che anche i comandi tedeschi abbiano già iniziato le trattative senza informarlo); mancherà alla sua parola di tornare nel giro di un’ora scappando verso Como dove sarà raggiunto, catturato ed ucciso.

Con una tecnica di continui rimandi e balzi in avanti ed indietro, quasi come in una sceneggiatura cinematografica, Greppi porta il lettore a riconoscere la concatenazione di tanti altri eventi, ed a coglierne il significato equivoco per chi si trovava a viverli in quel momento: fra tutti spicca il testo del proclama Alexander [2] e poi quello del proclama Clark [3] – che getta nella disperazione i resistenti – e la reazione opposta tenuta nelle sue circolari da Luigi Longo: Alexander invia via etere il 13 novembre 1944 ai combattenti l’ordine di cessare le operazioni su larga scala, di conservare munizioni e materiali e di tenersi pronti a nuovi ordini; Longo replica il 2 dicembre inviando a tutti i combattenti l’interpretazione che il Clnai [4] e il Cvl [5] danno del proclama Alexander: che non direbbe affatto di mettere in atto una stasi ma anzi spronerebbe ad intensificare le azioni di guerriglia contro nazisti e repubblichini, in uno spirito solidaristico nei confronti dei combattenti particolarmente sofferenti per le avverse condizioni climatiche invernali, solidarietà che Longo dice di pretendere anche con la forza dalle parti più ricche della popolazione. Il 28 marzo 1945 Clarck invita alla disciplina tutti i partigiani e rinvia ad altro momento le disposizioni circa la sorte dei fascisti. Longo risponde sia come vicecomandante del Cvl sia come rappresentante del partito comunista nell’Alta Italia con un netto ordine ai fascisti: Arrendersi o perire!. Sono noti lo sbandamento e il senso di abbandono che colgono i combattenti dopo il proclama Alexander e tornano in mente le belle pagine autobiografiche de Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, colto dal proclama in una cascina sommersa di neve sulle colline delle Langhe.

Altro elemento che ci restituisce il clima per nulla lineare col quale invece oggi a posteriori possiamo leggere il 25 aprile è il timore – ben tratteggiato nel libro e comune agli alleati anglo/americani, alla Chiesa e alla borghesia – che l’insurrezione armata delle popolazioni sotto la spinta delle formazioni partigiane nelle tre grandi città del Nord (Milano, Torino, Genova) porti a un regime rivoluzionario. Da qui la necessità per i moderati che la Liberazione avvenga da parte degli Alleati e non delle formazioni partigiane. Lo ha lucidamente presente Longo, nelle sue Ultime istruzioni ai compagni del 24 aprile, che il libro riporta:

«… l’insurrezione precipita verso la sua conclusione vittoriosa. Il nazifascismo può crollare per disgregazione e per collasso interno. Noi dobbiamo provocare questo crollo con l’agitazione di massa e con l’azione armata. L’insurrezione nazionale di tutto il popolo deve essere la causa determinante di questo crollo, e non il seguito, non la coda. Nella misura in cui i compagni e le organizzazioni riusciranno a questo, si vedrà la loro capacità politica, la loro decisione e la loro audacia insurrezionale. Tutto e tutti mobilitati per la cacciata dei tedeschi e dei fascisti, per l’insurrezione, per la vittoria!».

La spinta partigiana ha la meglio sulle prudenze dei moderati perché, pur essendo variegate e anche opposte le opzioni politiche dei resistenti, essi ritrovano tutti nel comune obiettivo della liberazione dell’Alta Italia quella unità d’intenti e quello spirito di abnegazione e coraggio i cui frutti si coglieranno nella redazione della Costituzione repubblicana.

Greppi appunta la sua attenzione proprio su questo spirito unitario che tenne insieme schieramenti così diversi (che infatti già all’indomani del varo della Costituzione ripresero fra di loro una dialettica politica anche aspra) e sul comune obiettivo di coinvolgere l’intera popolazione nell’insurrezione contro l’occupante e i repubblichini. Proprio questo spirito unitario fra forze politiche e popolazione poterono proteggere il patrimonio industriale della nazione ed evitare inutili stragi. Soprattutto, l’unità d’intenti ottenne il risultato di far trovare agli Alleati città già governate dai Cln che, ad onta delle paure dei moderati per una rivoluzione, avevano pure già proceduto alla nomina di prefetti e questori per il mantenimento dell’ordine pubblico.

È questa parte d’Italia che la riscatta seppur parzialmente agli occhi degli Alleati e della Storia [6].



[1] Che andrebbero dilatati, ricordando come la decisione di giovani che vollero diventare partigiani non partì in Piemonte all’indomani dell’8 settembre, ma il 26 luglio del 1943 all’indomani della fine del fascismo, allorché l’avvocato cuneese Duccio Galimberti già pronunciò dal suo balcone un discorso di riscossa e di chiamata alle armi contro l’occupante nazista.

[2] Harold Alexander era il generale inglese che comandava le forze alleate nel Mediterraneo.

[3] Mark Wayne Clark fu successore di Alexander.

[4] Comitato di liberazione nazionale alta Italia formato da sei partiti (democristiano, comunista, azionista, socialista, liberale e democratico del lavoro).

[5] Corpo volontari della libertà.

[6] Greppi riporta come già il 1 marzo 1945 Edgardo Sogno, in una lettera al comandante inglese John McCaffery, gli aveva spiegato il significato della lotta per i partigiani italiani: «… perché la lotta contro la Germania gli Alleati la vincono e la vincerebbero anche senza di noi. Ma la guerra nostra, la guerra per l’Italia, la guerra contro la decadenza morale e politica di questo popolo infelice, quella la dobbiamo e la possiamo combattere soltanto noi… vorrei che gli italiani riacquistassero una dignità e una coscienza morale degna di uomini liberi…».

25 aprile 2018
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