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La Scuola della magistratura e la memoria
Magistratura e società
La Scuola della magistratura e la memoria
di Luca Baiada
magistrato della Corte d'appello militare di Roma
Con questo intervento, Questione Giustizia intende avviare una riflessione sul ruolo della giurisdizione nella cultura antifascista

Dal 24 al 26 gennaio ho partecipato a un seminario della Scuola della magistratura. Questo scritto, occasionato da quell’esperienza, è basato su riflessioni e su rilettura del materiale.

Titolo: La psicologia del giudicare. Sede: la villa di Castelpulci a Scandicci, ex manicomio. Nel programma, fra l’altro: ragione ed emozioni nel processo decisionale, memoria dei testimoni, architetture della decisione, memoria e false memorie, decisioni di gruppo, genere e pregiudizio. Si nota subito un peso importante della memoria, dell’emotività e del metodo decisionale. Soprattutto catturano la mia attenzione la memoria e il falso ricordo.

Il seminario si è svolto nella settimana in cui cadeva il Giorno della memoria ed è terminato proprio alla vigilia. La legge istitutiva del 27 gennaio vuole ricordare «in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado» quanto accaduto agli ebrei e ai deportati italiani civili e militari. In tre giorni non se ne è mai parlato. A volte sono uscito dall’aula, ma poi ho chiesto ai colleghi, specialmente sul secondo giorno, diviso in gruppi. Nessuno ricordava niente. Una collega: «La memoria? mi sa che ce la siamo dimenticata».

Eppure il tema era lì: il testimone, quindi la persistenza del ricordo, la traccia emotiva. Il falso ricordo, perciò anche il ricordo vero tacciato di falsità, cioè il negazionismo. L’emotività e il magistrato, allora i processi Eichmann, Francoforte, Priebke e quelli usciti dall’Armadio della vergogna.

Qualcosa sembrava affacciarsi. Un docente ha citato un autore: «XY, ebreo…». Un’altra ha raccontato che la sera prima era andata a una conferenza sull’ebraismo. I deportati civili e militari non si sono neppure affacciati. Delle stragi neanche a parlarne.

Cerco nell’abbondante materiale, trovo solo un cenno ai pregiudizi sulla donna ebrea omosessuale e uno studio israeliano che non riguarda i crimini nazifascisti. Se c’è altro, è così rimpiattato che non si vede.

Del Giorno della memoria, da settimane mezzo mondo ne parlava e l’altra metà è negazionista o distratta; la cosa premeva, era nel discorso pubblico; invece no. Sono responsabile anch’io. Questi argomenti mi sono venuti in mente, forse per motivi professionali: ho scritto l’ultima sentenza penale italiana sulla Shoah, un ergastolo non eseguito. Ma qualcosa mi ha trattenuto, un senso di inadeguatezza, una pigrizia torbida, un timore di non essere ascoltato, qualcosa che molti sopravvissuti – in modo ben diverso – hanno conosciuto sin dal dopoguerra.

Il Presidente della Repubblica, che pochi giorni prima aveva nominato senatrice una sopravvissuta al lager, ha parlato per il Giorno della memoria il 25 gennaio; il seminario era ancora aperto. Un discorso speciale: condanna più volte i giuristi del fascismo e – novità! – denuncia «la complicità di organismi dello Stato, di intellettuali, giuristi, magistrati, cittadini». Mentre il capo dello Stato, Presidente del Csm, denunciava la complicità dei magistrati, alla Scuola della magistratura si parlava di memoria ma non dello sterminio degli ebrei e delle deportazioni. Questo, a ridosso del Giorno della memoria. Anche dopo il discorso nessuno di noi ha parlato.

Dalla presentazione dell’incontro:

«[Il giudice] deve interrogare la sua coscienza, il che chiama in causa la sua morale, la sua percezione della vita, la sua interiorità persino. Deve essere “terzo”, certamente, e dunque limpidamente neutrale, ma al tempo stesso vivere e “sentire” in una dimensione sociale. Distanziarsi dalla realtà, ma al tempo stesso non separarsene». Già: la dimensione sociale, la realtà.

Si può dire: la memoria del 27 gennaio è diversa da quella studiata nel corso. Mi chiedo se proprio in queste distinzioni si nasconda una trappola. Anche coi riparti di competenze e coi recinti verbali il personale intellettuale, la burocrazia e le magistrature hanno realizzato, permesso, insabbiato i crimini nazifascisti. Furbizia, scissione di coscienza e oblio vanno insieme. Peter Weiss, in L’istruttoria:

«Procuratore: Signor testimone, come presidente del tribunale militare quante condanne dovette leggere? Testimone 1: Non sono in grado di ricordare. Procuratore: Con che frequenza era chiamato a leggere condanne? Testimone 1: Non lo so più. Procuratore: Quanto durava una seduta del tribunale militare? Testimone 1: Non saprei dirlo».

E poi, distinguere fra memoria e memoria mi sembrerebbe trascurare le parole di Sergio Mattarella non solo per il passato, ma nel presente e per il futuro. Significherebbe ammettere una giurisdizione anodina, tutta logico-combinatoria, disumana. «L’illustre somiero rampa con il suo carico di nera scienza catalogale», così descrive gli accademici Dino Campana, che a Castelpulci languì e si spense.

Come sia potuto succedere l’oblio della memoria, non lo so. Azzardo che abbia contribuito l’impostazione dell’incontro, cognitivista e dinamica, col proposito dichiarato di tener fuori l’inconscio. Gran birichino, l’inconscio è stato messo alla porta e ha fatto marameo dalla finestra: parlate della memoria senza di me, vi dimenticherete la memoria. Forse mi sbaglio, forse anche questa sarebbe una scusa.

Recriminare non risolve. La Scuola della magistratura può porre rimedio, far tesoro delle parole del Presidente, cogliere l’occasione.

Un corso. Potrebbe chiamarsi: Democrazia, memoria e antifascismo nella giurisdizione. Ipotesi di programma: responsabilità delle magistrature (ordinaria e speciali) nella persecuzione degli ebrei e negli altri crimini nazifascisti, e anche nella mancata epurazione, nelle persecuzioni dei partigiani, nell’applicazione distorta e filofascista della legislazione postbellica di clemenza. Responsabilità delle magistrature, specialmente di quella militare, nella mancata giustizia sulle stragi del 1943-1945, che comprendono casi di assassinio di ebrei. Ma spazio anche agli eroi: magistrati partigiani o caduti nella guerra di Liberazione (per esempio Domenico Peretti Griva, Mario Fioretti), o dopo, combattendo il neofascismo (Vittorio Occorsio, Mario Amato). Studio delle adiacenze e complicità tra nazifascismo e delinquenza organizzata, prima e dopo il 1945. Sensibilizzazione del magistrato sul carattere parafascista o microfascista del mobbing, del bullismo, dei crimini del branco. Riflessione sul metodo democratico nella vita giudiziaria, specialmente nei rapporti coi capi degli uffici, nel lavoro in camera di consiglio, nella libertà d’espressione del magistrato e nella prevenzione dei condizionamenti da parte di gruppi d’interesse. Antidoti alla deprivazione emotiva e alla morale astratta indotte dal formalismo giuridico e dalla selezione nozionistica e mnemotecnica dei magistrati. Prevenzione dei rischi di cinismo, arrivismo e letargo etico nelle scuole di preparazione al concorso (a gennaio è stato destituito un consigliere di Stato, e non è una storiella piccante). Ridimensionamento delle ambizioni personali e autostima delle magistrature come potere diffuso.

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