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Magistratura e società
Lampedusa, se la parola diritto
è ancora una "parola vuota"
di Patrizia Bellucci ed Emilia Lacroce
Dipartimento Linguistica Università di Firenze
Una recensione a "Lampedusa. Conversazioni su isole, politica, migranti", di Giusi Nicolini e Marta Bellingreri
Lampedusa, se la parola diritto è ancora una "parola vuota"

Lampedusa. Conversazioni su isole, politica, migranti (Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2013) assume a centro simbolico il naufragio del 3 ottobre 2013, in cui sono morti quasi quattrocento migranti.

Il dialogo fra Giusi Nicolini – sindaco ambientalista di Lampedusa e Linosa, tante volte oggetto di minacce e attentati a causa delle sue battaglie per l’ambiente e la legalità – e la mediatrice culturale Marta Bellingreri – che è anche fondatrice dell’associazione Diaria di Palermo per l’insegnamento dell’italiano ai migranti – riassume in sé molteplici dialoghi: con l’Italia, con l’Europa, con le Istituzioni, con le nostre coscienze.

Basti citare due delle domande emblematiche con cui il sindaco tutti ci interpella: perché in un Paese come l’Italia e l’Europa, il diritto di asilo deve essere chiesto a nuoto? (p. 3) e quanto deve essere grande il cimitero della mia isola? (p. 13).

D’altronde già nel 2012 Nicolini aveva inviato una lettera all’Europa con parole scolpite: se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato.

Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza (p. 14).

Gli interrogativi posti non sono aggirabili, reclamano prese di posizione chiare ed esplicite, se aspiriamo e pretendiamo di definirci cittadini civili di Stati di diritto equo, se siamo capaci di percepire l’ingiustizia come propria offesa: Il silenzio è l’unica risposta che non possiamo permetterci (p. 97).

La forza della denuncia del sindaco è stata tale da indurre Papa Francesco a fare proprio a Lampedusa la sua prima visita e ha raggiunto i media, ma tocca a ciascuno di noi far sì che l’attenzione non sia fugace e momentanea – che non duri il tempo in cui i media sono disposti a raccontare l’ennesima strage dei migranti – e soprattutto priva di risposte effettive e concrete.

Pensiamo che per mettere in pace le nostre coscienze basti commuoverci alla vista di un film splendido come Terraferma di Crialese?

Servono leggi adeguate, servono politiche appropriate che finalmente affrontino e rimuovano le cause stesse dei problemi, servono atti e fatti reali (di volta in volta anche piccoli, ma concreti).

Dal libro-intervista, infatti, emerge con nitore – e si dimostra – una verità terribile che non può essere ignorata da nessuno e che a maggior ragione è nota ai lettori di questa rivista: la parola diritto è ancora in gran parte e per tanti “parola vuota”, a partire dallo stesso diritto alla vita.

La scrittura chiara smonta ogni alibi della coscienza e contemporaneamente la narrazione dettata dai fatti e dal cuore impedisce di girare cinicamente la testa dall’altra parte: Perché noi li vediamo i migranti.

Non c’è nessuna televisione che può farci il lavaggio del cervello e farci dimenticare (pp. 27-28). Le vicende che quotidianamente accadono nell’isola strappata (p. 41) – come la storia inutilmente triste che si è scritta per il ragazzo Kamal, fuggito prima dalla povertà del Ghana e poi dalla guerra in Libia del 2011 (pp. 17 sgg.) – e i numeri e i modi delle periodiche stragi dei migranti dovrebbero essere resi noti a ogni cittadino dell’Europa: Ci sono migliaia di morti che affollano le coste del Mediterraneo. Ma i governi del mondo tacciono (p. 64).

Dovrebbero sapere tutti che in questo avamposto dell’Unione Non c’è più posto. Non al Centro di primo soccorso e accoglienza dell’isola. Non nei centri di identificazione in Italia per i trasferimenti. Non al porto, non in aereo. Non c’è più posto al cimitero. Non c’è posto per i vivi e non c’è posto per i morti (p. 41) e che è assurdo pensare che Lampedusa, una scheggia in mezzo al Mediterraneo, possa costituire il baluardo per l’Europa (p. 49).

Così il sindaco descrive la sua isola: Lampedusa è uno scoglio tra due continenti che funziona per gli uomini come per gli uccelli, le balene, le tartarughe […]. È lo spartiacque tra due continenti. Ciò la rende speciale. Ma le isole sono e sono sempre state questo: rifugio, riparo, ristoro lungo il viaggio (p. 130).

E proprio questo devono continuare ad essere, così come la “legge del mare” è legge dell’uomo.

Coerentemente Nicolini ha iniziato il percorso per arrivare alla costituzione di un Museo delle migrazioni (p. 60), che valorizzi e trasmetta la memoria migrante, che racconti la missione di passaggio e accoglienza di cui Lampedusa è investita sin dall’antichità.

A Lampedusa libri e dizionari sono ancora beni preziosi (p. 23) e si aspira – con un progetto gestito tutto al femminile (p. 39) – a creare la biblioteca dei ragazzi, in cui accogliere anche libri senza parole, silent book, che saranno toccati, letti, fruiti […] dai bimbi di Lampedusa e dai migranti con l’obiettivo di abbattere le barriere con i libri, di produrre integrazione attraverso il libro (p. 38).

Analogamente si sta progettando un kit per i minori che insieme ai vestiti, al bagnoschiuma e a una scheda telefonica abbia dei libri: È il gesto più gentile per accogliere un bambino […] avere in mano un oggetto colorato, che racconti una storia, può essere un gesto tenero e utile per dire benvenuto a un bambino sceso da un barcone (pp. 39-40).

Proprio perché la cultura ha la funzione e la forza di abbattere steccati e barriere, i linguisti – con le loro maggiori Associazioni – hanno risposto all’invito del sindaco con l’invio di centinaia di libri.

Adesso stiamo cercando di finanziare un contratto a progetto, destinato a un giovane lampedusano, per procedere alla schedatura e all’ordinamento dei libri prima di metterli a disposizione di isolani e migranti: gli operatori del diritto potrebbero aderire anch’essi oppure, ancor meglio, farsi protagonisti di proprie iniziative e magari rendere più noto al largo pubblico il modo in cui si trovano a fronteggiare – e con cui danno risposta – ai problemi giurisdizionali connessi agli sbarchi e determinati da leggi e politiche ingiuste.

Il dialogo con Marta Bellingreri dà a Giusi Nicolini anche l’occasione di raccontare la sua esperienza di lampedusana: Il destino di migranti – migranti della salute, dello studio – ci ha toccati da sempre (p. 24).

Le esigenze impossibili da soddisfare a Lampedusa sono tantissime, troppe: dalla sanità all’istruzione, ai servizi; perfino l’acqua potabile sull’isola arriva con le navi.

I lampedusani sono migranti “strutturali e indotti”, che allo specchio riconoscono il riflesso di altri italiani, migranti anch’essi per necessità.

Un deficit, l’insularità, che la formazione e l’istruzione possono contribuire a mitigare, in quanto la scuola – comprensiva della formazione professionale – è l’unico strumento in grado di valorizzare le potenzialità di bambini e ragazzi che vivono nell’isola a vocazione turistica di Lampedusa, in modo da non costringerli a diventare, a loro volta e nuovamente, migranti: Bisogna pensare in grande (p. 36) e la scuola deve riuscire a mitigare il deficit di opportunità (p. 36).

L’istruzione e le migrazioni sono temi che si intrecciano in maniera indissolubile con l’economia, i diritti, la memoria, la politica e la loro soluzione Rimanda a che Paese siamo e a che Paese vogliamo diventare (p. 126).

Fra le qualità che contraddistinguono Giusi Nicolini e che il libro riflette spicca l’assenza di pensiero stereotipico nelle poliedriche riflessioni su Lampedusa, sui migranti e sulla politica, così come non c’è mai banalizzazione dei problemi: sono lezioni metodologiche importanti e finalmente splende la buona volontà e la buona fede, di cui oggi c’è ancor più bisogno come antidoto e risposta al cinismo diffuso che pervade e offusca i nostri tempi.

Il sindaco – un sindaco che bada anche ai morti, che non votano (p. 129) – racconta e denuncia puntualmente la corruzione politica e le tante forme di illegalità, ma con la positività di chi a maggior ragione si impegna senza fare sconti a nessuno e cerca di individuare le responsabilità e le cause che a tutti i livelli – dall’Europa al governo italiano, dalla Regione al Comune – sono alla base delle tragedie dei migranti e delle difficoltà dei cittadini di Lampedusa.

Si tratta di una voce limpida, di parole di respiro alto, che dalle piccole Lampedusa e Linosa si estendono all’intero Paese a difesa di tutti i territori lasciati in balia delle mafie e dell’illegalità, capaci, molto più della crisi, di ipotecare il futuro, asfissiare i diritti e impedire il cambiamento (p. 120).

Alcune parti del libro dovrebbero essere lette nelle Scuole, anche se spesso le pagine avvolgono e travolgono in un dolore non esorcizzabile e non liquidabile.

Ma Lampedusa non è solo un libro di dolore, è anche il poema della solidarietà e della speranza: oltre a descrivere la complessa e tormentata bellezza dell’isola del vento, degli uccelli migratori e delle tartarughe, testimonia e racconta le parti migliori dell’uomo, la potenza aggregante e magnetica della generosità, l’incredibile forza, tenacia e progettualità che promanano dalla connessione fra razionalità e sentimento in nome di obiettivi e valori fondamentali.

È una lettura, questa, che cambia e che trasforma Perché condividere il dolore con gli altri è un modo per affermare il principio di responsabilità universale su questa tragedia (p. 46).

*Questione Giustizia si occuperà dei profili dell'immigrazione nel numero 6/2013 della rivista, in fase di ultimazione

19 dicembre 2013
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