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Lion, la strada verso casa
Magistratura e società
Lion, la strada verso casa
di Carla Spagnuolo
Pubblico ministero presso il Tribunale Minorenni di Bari
La ricchezza del film sta nel trattare in modo non didascalico il tema del diritto alla conoscenza delle origini, il valore della fratria, il significato delle adozioni

Che faccio, vado o non vado? Siamo a Bari e fuori nevica. Alla fine decido di andare, approfittando del pomeriggio libero. Ed eccomi catapultata nel Cinema attraverso una storia (vera): Lion, la strada verso casa, regia di Garth Davis.

In breve la trama. Il piccolo Saroo sale per sbaglio su un treno che lo porta a Calcutta, distante migliaia di chilometri dal piccolo villaggio indiano della sua famiglia. Saroo sopravvive in una spaventosa, caotica metropoli fino a che viene messo in orfanotrofio e poi adottato da una coppia australiana. Ormai venticinquenne, il ragazzo non dimentica le proprie origini e riesce a rintracciare, con Google Earth, il suo villaggio natale.

La prima parte del film, quella “indiana” è la più suggestiva, in lingua originale e tutta centrata sugli occhioni del piccolo Saroo. Occhi pieni di amore, vivacissimi nella semplice, povera vita con la mamma ed il fratello maggiore, poi terrorizzati e persi nel viaggio in treno, nell’arrivo a Calcutta, nella vita in orfanotrofio.

Lo spettatore è lì con il bambino ad affrontare quei pericoli. Soffre e si ripromette di partire volontario per una missione umanitaria pur di non vedere mai più un bambino dolersi così.

Nella seconda parte, lo spettatore si rilassa. Si ritrova nella esotica e ricca Tasmania, in una bella casa borghese con una mamma come Nicole Kidman. Una Kidman che, a dire il vero, in questo look anni ‘80 perde un po’ del suo fascino glamour.

Saroo è diventato un ragazzo bello e di belle speranze. Si sta costruendo un futuro da manager nel settore alberghiero ed è innamorato. A questo punto, lo spettatore può tirare un sospiro di sollievo. I buoni propositi sul volontariato sono già destinati ad evaporare.

Ecco però che con un piccolo (forse banale?) trucco di sceneggiatura, Saroo rivive il suo passato, riemergono i ricordi e le sue condizioni di vita agiata diventano insopportabili. Inizia così un viaggio al contrario, un percorso interiore di conoscenza e riappropriazione delle origini ed una vera e propria ricerca del villaggio nativo sfrontatamente sponsorizzata Google Earth.

Molto ben scritto ed interpretato dalla Kidman il personaggio della madre adottiva. Una donna che decide di adottare nonostante la possibilità di poter avere figli naturali, una donna che dice a Saroo appena arrivato in Australia “ti ascolterò sempre” e lo sostiene nella decisione della ricerca delle origini.

E la ricchezza del film sta proprio nel trattare in modo non didascalico il tema del diritto alla conoscenza delle origini, il valore della fratria, il significato delle adozioni internazionali. C’è tutto per farlo diventare film obbligatorio per la preparazione delle aspiranti coppie adottive.

Per il grande pubblico, lacrime a catinelle. Per il cinefilo, invece, naso storto.

Happy end rassicurante per la coscienza dello spettatore occidentale.

21 gennaio 2017
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